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di GIAN ENRICO RUSCONI – pubblicato oggi su La Stampa

I cattolici torneranno a condizionare direttamente la politica? Ma hanno forse mai smesso di contare nel berlusconismo in tutte le sue fasi: dal trionfo di ieri sino alla sua virtuale decomposizione? Dentro, fuori, contro. Grazie al berlusconismo hanno creato un consistente «pacchetto cattolico», con scritto sopra la perentoria frase «valori non negoziabili». Nel contempo hanno mantenuto aperti spazi giornalistici di franco dissenso.

Che cosa ci si aspetta ora da Pier Ferdinando Casini, che ha preso parte diretta e indiretta a tutte le fasi del berlusconismo? Anche quando se n’è tenuto lontano, è riuscito ad essere lo spauracchio della Lega e dei post-fascisti incorreggibili. Ma soprattutto a farsi rimpiangere dal Cavaliere.

E’ ovvio che ora, nella fase attuale di latente disarticolazione e disgregazione del berlusconismo, Casini riacquisti profilo. Si badi bene: non sto parlando affatto della fine del berlusconismo, tanto meno dell’esaurirsi dello stile politico-mediatico che ha prepotentemente segnato la vita politica italiana e ha deformato il modo di guardare e di giudicare la politica. Questo costume andrà avanti, sotto altre spoglie. Ma assistiamo alla disarticolazione dei pezzi della classe politica che il Cavaliere ha tenuto insieme sino ad ieri. Ma questa classe politica non sparirà affatto. Anche se sentimentalmente legata ancora a Berlusconi, è fermamente determinata a non finire con lui.

In questo contesto, Casini si presenta come l’uomo politico in grado di ricompattare l’intero segmento dei cattolici in politica, cominciando con il mettere al sicuro «il pacchetto cattolico» da un’ipotetica ripresa laica. E’ questo ciò che sta a cuore alla gerarchia ecclesiastica.

Se questa operazione riesce, i cattolici continueranno a costituire una «lobby dei valori» (come se quegli degli altri fossero disvalori) senza riuscire ad essere una vera classe politica dirigente. Forse non se ne rendono neppure conto. Comincio a pensare che le ragioni di questa debolezza siano da ricercare anche nell’elaborazione religiosa di cui si sentono tanto sicuri. Cerco di spiegarmi – a costo di dire cose sgradevoli.

Non c’è bisogno di evocare «il ritorno della religione nell’età post-secolare» per constatare nel nostro Paese la forte presenza pubblica della religione-di-chiesa (cioè dell’espressione religiosa mediata esclusivamente dalle strutture della Chiesa cattolica). Ma la rilevanza pubblica della religione, forte sui temi «eticamente sensibili» (come si dice), è accompagnata da un sostanziale impaccio comunicativo nei contenuti teologici che tali temi dovrebbe fondare. O meglio, i contenuti teologici vengono citati solo se sono funzionali alle raccomandazioni morali. Siamo davanti ad una religione de-teologizzata, che cerca una compensazione in una nuova enfasi sulla «spiritualità». Ma questa si presenta con una fenomenologia molto fragile, che va dall’elaborazione tutta soggettiva di motivi religiosi tradizionali sino a terapie di benessere psichico. I contenuti di «verità» religiosa teologicamente forti e qualificanti – i concetti di rivelazione, salvezza, redenzione, peccato originale (per tacere di altri dogmi più complessi ) -, che nella loro formulazione dogmatica hanno condizionato intimamente lo sviluppo spirituale e intellettuale dell’Occidente cristiano, sono rimossi dal discorso pubblico. Per i credenti rimangono uno sfondo e un supporto «narrativo» e illustrativo, non già fondante della pratica rituale. La Natività che abbiamo appena celebrato è fondata sul dogma teologico di Cristo «vero Dio e vero uomo». Si tratta di una «verità» che ha profondamente inciso e formato generazioni di credenti per secoli. Oggi è ripetuta – sommersa in un clima di superficiale sentimentalismo – senza più la comprensione del senso di una verità che non è più mediabile nei modi del discorso pubblico.

Ricordo il commento di un illustre prelato davanti alla capanna di Betlemme: lì dentro – disse – c’era «la vera famiglia», sottintendendo che tali non erano le coppie di fatto e peggio omosessuali. Si tratta naturalmente di un convincimento che un pastore d’anime ha il diritto di sostenere, ma che in quella circostanza suonava come una banalizzazione dell’evento dell’incarnazione, che avrebbe meritato ben altro commento. Ma viene il dubbio che ciò che soprattutto preme oggi agli uomini di Chiesa nel loro discorso pubblico sia esclusivamente la difesa di quelli essi che chiamano «i valori» tout court, coincidenti con la tematica della «vita», della «famiglia naturale» e i problemi bioetici, quali sono intesi dalla dottrina ufficiale della Chiesa. Non altro. La crescita delle ineguaglianze sociali e della povertà, la fine della solidarietà in una società diventata brutale e cinica (nel momento in cui proclama enfaticamente le proprie «radici cristiane»), sollevano sempre meno scandalo e soprattutto non creano impegno militante paragonabile alla mobilitazione per i «valori non negoziabili».

Un altro esempio è dato dalla vigorosa battaglia pubblica condotta a favore del crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici. Una battaglia fatta in nome del valore universale di un simbolo dell’Uomo giusto vittima dell’ingiustizia degli uomini. O icona della sofferenza umana. Di fatto però, a livello politico domestico il crocifisso è promosso soprattutto come segno dell’identità storico-culturale degli italiani. E presso molti leghisti diventa una minacciosa arma simbolica anti-islamica. In ogni caso, l’autentico significato teologico – traumatico e salvifico del Figlio di Dio crocifisso, oggetto di una fede che non è condivisa da altre visioni religiose, tanto meno in uno spazio pubblico – è passato sotto silenzio. I professionisti della religione non riescono più a comunicarlo. E i nostri politici sono semplicemente ignoranti.

Se i cattolici hanno l’ambizione di ridiventare diretti protagonisti della politica, dovrebbero riflettere più seriamente sul loro ruolo. Il discorso politico, soprattutto quando porta alla deliberazione legislativa, rimane e deve rimanere rigorosamente laico, nel senso che non può trasmettere contenuti religiosi. Ma nello «spazio pubblico», che è molto più ampio e può ospitare discorsi di ogni tipo, si deve misurare la maturità di un movimento di ispirazione religiosa che sa essere davvero universalistico nell’interpretare e nel gestire l’etica pubblica. Non semplicemente una lobby in difesa di quelli che in esclusiva proclama i propri valori.

 

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Mio padre di Giovanni Bachelet
Università di Roma La Sapienza

“Il Signore disse a Gedeone: “La gente che è con te è troppo numerosa, perché io metta Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi dinanzi a me e dire: La mia mano mi ha salvato. Ora annunzia davanti a tutto il popolo: Chiunque ha paura e trema, torni indietro”” (Giudici, 7, 1-3).

Con mia madre e mia sorella scegliemmo questi versetti, molto cari a papà, per accompagnare la sua foto.

Gedeone, seguendo le istruzioni del Signore, rimanda a casa trentaduemila uomini e ne tiene con sé solo trecento. Con loro, armati di brocche, trombe e fiaccole accese – e grande coraggio, fondato sulla parola del Signore – irrompe di notte nel campo dei madianiti, che, presi dal panico, fuggono in disordine.

Ci voleva coraggio e fede per accettare a trentatré anni, da Giovanni XXIII, e a trentotto, da Paolo VI, la vicepresidenza e poi la presidenza dell’Azione cattolica, col formidabile mandato di attuare in Italia il concilio. Per far entrare la Bibbia e la nuova liturgia in ogni famiglia e in ogni parrocchia. Per trasformare l’Azione cattolica in un laboratorio della Chiesa di domani, un’inedita combinazione di democrazia interna (con capi eletti dai soci e non rinnovabili per più di due mandati) e serena fedeltà ai Pastori (titolari anche nel nuovo statuto di un ruolo decisivo nelle scelte importanti). Per concentrarsi sul Vangelo e sulla formazione cristiana, restituendo l’impegno politico – e lo sport, e altre cose buone per le quali l’Azione Cattolica aveva fino a quel momento svolto una preziosa opera di supplenza – all’autonoma responsabilità dei laici. Per voltare pagina rispetto a quelli che Mario Rossi aveva definito “i giorni dell’onnipotenza”, al prezzo di una dolorosa cura dimagrante numerica e finanziaria.

Ci volevano il coraggio e la fiducia che nel Signore aveva avuto Gedeone. Ad “avere attenzione alla realtà dell’uomo di oggi senza chiudersi nell’alterigia del fariseo (…) ed essere non fazione tra fazioni, non organizzazione di potere, ma sale e luce del mondo”, come diceva nel 1966 ai presidenti diocesani, lo aiutava la piena intesa col Papa e con l’assistente nazionale, monsignor Franco Costa, ispiratori di un’intera generazione di preti e laici innamorati della libertà e della democrazia e, dopo la guerra e la Resistenza, della Repubblica, della Costituente e della Costituzione. Solo a un presidente e un assistente tanto concordi nella distinzione di compiti fra clero e laici, quanto refrattari a ogni faziosità e favoritismo, poteva riuscire il miracolo di accompagnare l’emersione di diversi punti di vista, fisiologicamente associati all’avvento della democrazia associativa, con la “continua crescita di uno stile di fraternità e di libertà, di uno sforzo di costruzione”, che mio padre registrava con gioia nel suo ultimo discorso all’Azione Cattolica nel 1973.

Molte di queste cose le ho capite meglio dopo. Allora, fra elementari e liceo, don Costa era per me un prete genovese col quale si andava in montagna insieme ad altre famiglie; un vescovo che scherzava volentieri e, per esempio, impediva a noi bambini di baciargli la mano, improvvisando un esilarante, inatteso braccio di ferro. Sapevo che era assistente nazionale dell’Azione Cattolica e che c’era un concilio in fase di attuazione; tuttavia in quel gruppo di montanari cambiare lingua dal latino all’italiano e introdurre tre letture, il segno della pace o la chitarra, parevano cose altrettanto naturali che il mio passaggio dalle elementari alle medie al liceo; solo da grande mi resi conto che, altrove, quegli stessi passaggi conciliari erano stati vissuti con minor naturalezza e talora con forti resistenze. Solo da grande, grazie ai racconti di mamma, appresi ad esempio che Bruno Paparella, segretario generale dell’Azione Cattolica mentre mio padre era presidente, spesso a pranzo a casa nostra e noto a noi bambini soprattutto per i suoi scherzi, non era proprio entusiasta del nuovo cammino conciliare. Evidentemente in quegli anni, dietro il fraterno e pacifico cammino conciliare dell’Azione Cattolica (e con essa gran parte della Chiesa italiana), c’era molta fede, ma anche molta capacità di ascolto, intesa coi pastori, umiltà nell’accettare un progresso fatto di piccoli passi. La consegna era quella di portarsi appresso tutti: trasferire gradualmente e senza strappi all’intero popolo di Dio “privilegi” anticamente riservati al clero e, fino al concilio, accessibili al massimo a universitari o laureati cattolici, come la preghiera delle ore, la lettura e il commento della Bibbia, la comprensione e la partecipazione piena alla liturgia eucaristica.

Il senso dell’umorismo spingeva spesso mio padre a sorridere, anziché piangere, sulla lentezza e l’ansietà nella realizzazione del dettato conciliare. Sorrideva quando un vecchio parroco concluse l’omelia con una postilla a sorpresa, del tutto avulsa dalle letture del giorno: “Io la moglie per i preti non ce la vedo! Sia lodato Gesù Cristo”. Sorrideva nel ricordare sommessamente a un amico vescovo che “in democrazia non basta aver ragione, ma occorre anche farsela dare dal 51 per cento degli elettori”. Sorrideva anche quando i vescovi italiani fissavano una riunione plenaria della loro conferenza proprio alla vigilia di una scadenza elettorale, malgrado la distinzione conciliare fra comunità politica e Chiesa: dopo secoli di trono e altare – diceva – ci vuole almeno qualche decennio a cambiare abitudini… Sulla centralità della competenza e della conoscenza, sulla legittima pluralità di vedute in molti campi dell’agire umano, sulla chiara distinzione di ruoli fra comunità politica e Chiesa della Gaudium et spes si basava la “scelta religiosa” dell’Azione Cattolica.

“Nel momento in cui l’aratro della storia scavava a fondo rivoltando profondamente le zolle della realtà sociale italiana che cosa era importante? Era importante gettare seme buono”, diceva papà. Dunque la Chiesa, e con essa l’Azione Cattolica, dovevano concentrarsi sulla propria missione primaria: evangelizzare o rievangelizzare il mondo in rapido mutamento. Ma questa scelta non implicava affatto il ritorno dei laici nelle sacrestie e il disprezzo per la politica: al contrario, si fondava sul rispetto della sua autonomia e sull’apprezzamento della sua insostituibile funzione, tanto che Paolo VI la definì addirittura “la più alta forma della carità”.

Per carattere e vocazione, però, mio padre amava molto l’università e l’Azione Cattolica, meno la politica e la Democrazia Cristiana. Certo votava per quel partito, convinto che “i pochi che ci assomigliano sono lì”, ma credo che, pur non immaginando che quattro anni dopo gli sarebbe costata la vita, nel 1976 papà abbia vissuto la candidatura nella “nuova Dc” di Moro e Zaccagnini più come dovere che come piacere.

Fu eletto al Comune di Roma e poco dopo il Parlamento lo designò per il Consiglio Superiore della Magistratura, dove fu eletto vicepresidente.

In quegli anni alcuni politici, tuttora vispi e attivi, avevano coniato lo slogan “né con lo Stato né con le Brigate Rosse”; c’era anche chi tramava nell’ombra, fra logge e bombe sui treni. Stare con la magistratura richiedeva coraggio. Come poi si vide. Don Abbondio sosteneva che il coraggio, uno, non se lo può dare. Il cardinale Borromeo lo sgridava chiedendo: “Non pensate che (…) c’è Chi ve lo darà infallibilmente, quando glielo chiediate? Credete voi che tutti que’ milioni di martiri avessero naturalmente coraggio?” (I promessi sposi, xxv).

Mio padre trovava coraggio e forza nel Signore, come Gedeone, come Bonhoeffer da lui citato all’ultima assemblea del 1973: “Io credo che Dio, in ogni situazione difficile, ci concederà tanta forza di resistenza quanta ne avremo bisogno. Egli però non la concede in anticipo, affinché ci abbandoniamo interamente in lui e non in noi stessi. Ogni paura per il futuro dovrebbe essere superata con questa fede”. Questa fede a noi figli è apparsa, fin da piccoli, nella preghiera dei genitori, papà e mamma insieme. In loro la preghiera appariva un bisogno primario come il cibo o il sonno: preghiera antica e moderna, salmi e rosario e compieta, italiano e latino. La mattina, la sera, prima di mangiare, in viaggio.

In uno dei ricordi più dolci dell’infanzia ci sono papà e mamma inginocchiati vicino al mio letto e, prima che il sonno prevalga, sento le parole di una delle loro preghiere della sera: Oremus pro pontifice nostro Ioanne… da allora abbiamo pregato per Paolo, per Giovanni Paolo, e, oggi, per Benedetto; abbiamo amato e amiamo il Papa non perché, come disse una volta papà, si chiama Giovanni o Paolo, ma perché si chiama Pietro.

Qualche giorno fa mamma mi ha detto di aver trovato in casa un libretto che in trent’anni non aveva mai notato: Fede e futuro, che Papa Benedetto ha scritto da giovane, pochi anni dopo la fine del concilio. Due brani erano sottolineati a matita da papà. Il primo diceva: “Solo chi dà se stesso crea futuro. Chi vuol semplicemente insegnare, cambiare solo gli altri, rimane sterile”. L’altro brano, nell’ultimo paragrafo intitolato Il futuro della Chiesa, diceva: “Il futuro della chiesa (…) non verrà da coloro che prescrivono ricette (…) o invece si adeguano al momento che passa (…) o criticano gli altri e ritengono se stessi una misura infallibile (…) o dichiarano sorpassato tutto ciò che impone sacrifici all’uomo (…) Anche questa volta, come sempre, il futuro della chiesa verrà dai nuovi santi”.

La fede, l’amore e l’obbedienza risultano purtroppo incomprensibili a molti di quelli che guardano alle vicende della Chiesa dal di fuori e credono di vederci dentro solo una gigantesca partita a scacchi. Papà era invece convinto che “cristiani franchi e liberi possano vivere nella Chiesa di oggi e di domani nell’obbedienza e nella pace, proprio come Angelo Roncalli, prete, vescovo e Papa libero e fedele, perché ha avuto fede non nella sua forza ma in quella dello Spirito che guida la Chiesa”. Ne sono convinto anch’io, e, a trent’anni dalla morte di mio padre, chiedo al Signore per me e per i miei figli, per i laici e per i preti della mia Chiesa fede e coraggio, obbedienza e pace.

(©L’Osservatore Romano 12 febbraio 2010)

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(editoriale di Vittorio Rapetti – n.60, agosto 2009, Servizio di informazione e documentazione per responsabili e assistenti dell’Azione Cattolica – Delegazione Piemonte)

Appare alquanto necessario; fuori dai rischi di propaganda elettorale ma dentro – fino al collo – alla deriva della politica italiana.

Non mi sto a dilungare sulle vicende cosiddette “private” del capo del governo registro semplicemente lo sconcerto per quanto accade; ed è significativo che l’indebolimento di uno non sia motivo di soddisfazione per gli avversari, perchè tutti percepiscono che la questione non riguarda semplicemente un individuo, seppur tanto potente;

ma vi è uno sconcerto ancora più forte, che riguarda almeno due questioni alle quali sovente abbiamo accennato in questi anni (siamo arrivati al n.60 della nostra rassegna, iniziata 7 anni orsono !)

– la prima questione riguarda la condizione dell’informazione in Italia: essa è sempre più a rischio, visto il controllo pesantissimo su TV e giornali esercitato da un unico soggetto (o comunque da un blocco politico che rappresenta il 50-60% di italiani), ma considerando anche lo stile che hanno adottato in questi anni numerosi giornali, divenuti vere e proprie armi politiche che privilegiano la violenza verbale e la semplificazione, alimentando la divisione sociale e la paura, screditando persone e istituzioni, con obiettivo diverso dalla natura loro propria: fornire quelle informazioni utili a coagulare il consenso verso una persona e un blocco politico. E questo ha ben poco a che fare con la funzione di una stampa libera in un paese democratico.

– la seconda questione riguarda l’atteggiamento della Chiesa, o almeno di una parte consistente della gerarchia, ma anche del clero: molti non hanno voluto o saputo riconoscere i pericoli del berlusconismo e del leghismo (assai prima delle vicende sessuali di questo o quel personaggio, dei respingimenti o delle ronde), il loro stridente contrasto con i principi cristiani e con le affermazioni della dottrina sociale della chiesa. Si è lasciato correre sulla vera e propria “semina” di odio, di istigazione all’illegalità e all’intolleranza che in questi anni si è attuata in Italia. Si sono preferite altre battaglie, si sono denigrati e messi ai margini i cattolici democratici, si è parlato a lungo di “valori irrinunciabili” e di “principi non negoziabili”, sostenendo politici che – a parole – sbandieravano la “difesa della cristianità”.

La Chiesa è stata usata per far prevalere un blocco politico. Ora il disegno si è in larga misura realizzato (e registra inquietanti affinità con il vecchio progetto della loggia massonica ‘deviata’ P2). L’appoggio della Chiesa alla politica oggi sembra meno rilevante e necessario, ormai il consenso è conquistato e la fiducia (o quel che ne resta) è riposta e delegata al nuovo “Cesare”. I più recenti interventi di alcuni esponenti della gerarchia e del quotidiano “Avvenire” sono indubbiamente significativi, ma giungono ormai “fuori tempo massimo” per pensare che possano incidere sulla mentalità diffusa dei cattolici italiani; una mentalità formatasi negli ultimi 15 anni grazie ad una apertura di credito al centro-destra, che ha fatto leva sempre di più sul sentimento di insicurezza e di paura della gente (rispetto ad una questione ineludibile come quella delll’integrazione degli immigrati), ma che non ha certo promosso una riflessione diffusa sul modello di società che intendiamo costruire, nè su una nuova mediazione tra fede e realtà storica in trasformazione.

Nel frattempo – e proprio per questo – la Chiesa in Italia ha accumulato un notevole discredito presso non poche persone, che in essa nei decenni scorsi avevano scorto un riferimento “alto”, spirituale e morale. Inoltre questo rapporto con la politica ha condizionato anche la vita interna alla chiesa, facendo sempre più aumentare il peso delle componenti più clericali, tradizionaliste e anticonciliari, ma soprattutto lasciando un notevole disorientamento, anche per la evidente difficoltà a dialogare all’interno della chiesa.

Peraltro – nelle fasi in cui si è fatta meno acuta la battaglia in difesa della vita – in molte omelie è tornata a prevalere un atteggiamento volto a illustrare i tratti spirituali e teologici della fede, ma con una crescente difficoltà a raccordare/confrontare questi tratti con i dati esistenziali e socio-culturali; i temi della giustizia e dell’accoglienza hanno perso rilievo, pur in presenza di una crisi mondiale che sta pesando soprattutto sui più deboli. La prassi pastorale della chiesa – anche per il venir meno di persone e risorse – è sempre più concentrata sul campo liturgico e sacramentale; il ruolo dei laici resta sempre più ai margini, torna ad essere nella grande maggioranza delle parrocchie e diocesi quello di “collaborazione operativa”; ben poco si spende in formazione e nella costruzione di relazioni “adulte” e di “corresponsabilità” nella comunità cristiana.

In gioco non è il giudizio su una normale fase di governo gestita da forze politiche che hanno ottenuto un consenso dai cittadini, bensì è la mentalità diffusa che emerge dopo questa fase.

Gli italiani si ritrovano più impauriti, più violenti, più chiusi su se stessi, più disillusi della politica e della possibilità che questa si accompagni alla moralità e alla ricerca del bene comune.

Ed allora i comportamenti non solidali, egoistici, intolleranti o anche illegali trovano giustificazione, anzi diventano il vero modello di riferimento e rischiano di entrare in profondità anche nel modo di pensare dei cristiani, alcuni dei quali – anche praticanti – non riescono più a fare un collegamento tra valori cristiani e scelte concrete riguardo alla vita sociale e personale.

Tra i giovani tutto ciò è palese, ma la responsabilità principale va riferita al mondo adulto.

Ora non si tratta di fermarsi alla “denuncia”, ma di individuare i modi per fronteggiare questa crisi culturale e morale (ben più grave di quella economica, dalla quale comunque non si potrà certo uscire senza scelte di carattere solidale). Ogni soggetto dovrà fare la sua parte, sul piano politico, come su quello ecclesiale. Per questo la scelta dell’educazione come tema guida dell’attività pastorale e della riflessione culturale della chiesa italiana può diventare profetica, a condizione che sappia muovere da una lettura effettiva delle realtà e da una seria revisione delle attività pastorali svolte, senza tralasciare le questioni prima accennate : la questione del controllo dei mezzi di informazione/formazione, il rapporto tra chiesa e politica, il dialogo interno alla chiesa ed il ruolo del laicato.

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Un’anticipazione del prossimo numero della rivista “Mosaico di Pace”.
6 maggio 2008 – Luigi Bettazzi (Presidente emerito di Pax Christi Internazionale, presidente del Centro Studi economico-sociali per la pace, vescovo emerito di Ivrea)

Più volte, in passato, in previsione dell’Assemblea annuale della CEI – a cui ritengo opportuno non partecipare – ho scritto a tutti i Confratelli Vescovi una lettera con le mie riflessioni, con quelle che avrei comunicato se mi fossi recato in Assemblea. Lo facevo in segno di collegialità, ritenendo che pur tagliato ormai fuori dalla corresponsabilità della pastorale italiana, potessi ancora manifestare vicinanza al cammino della Chiesa italiana. Questa volta partecipo le mie riflessioni, sollecitate dagli incontri che ancora faccio su e giù per l’Italia, anche agli amici di “Mosaico di pace” come semplici auspici, sui quali pregherò, specialmente nei giorni dell’Assemblea della CEI.
Non so quale sarà il giudizio della CEI sui risultati delle recenti elezioni. La nostra gente ha sempre pensato che i Vescovi, pur astenendosi da interventi diretti, non riuscissero a nascondere una certa simpatia per il Centrodestra, forse perché, almeno apparentemente, si dichiara più severo nei confronti dell’aborto e dei problemi degli omosessuali e più favorevole alle scuole e alle organizzazioni confessionali.
Credo peraltro che siamo stati meno generosi verso il Governo Prodi, non come approvazione della sua politica – dopotutto meritoria di aver evitato il fallimento finanziario del nostro Stato di fronte all’Europa (anche se questo può aver rallentato l’impegno, già avviato, di attenzione ai settori di popolazione più in difficoltà), quanto come riconoscimento di un esempio di cattolicesimo vissuto – personalmente, familiarmente, programmaticamente – in situazioni e in compagnie particolarmente problematiche. Anche perché in un mondo, come il nostro Occidente, dominato dal capitalismo, che sta impoverendo sempre più la maggioranza dei popoli e tutto teso, tra noi e fuori di noi, verso la ricchezza e il potere – la “mammona” evangelica, che Gesù contrappone drasticamente a Dio – tra i valori “non negoziabili”, accanto alla campagna per la vita nascente e per le famiglie “regolari”, va messo il rispetto per la vita e lo sviluppo della vita di tutti, in tempi in cui si allarga la divaricazione già denunciata da Paolo VI nella “Populorum progressio” (quarant’anni fa!) tra i popoli e i settori più sviluppati e più ricchi e quelli più poveri e dipendenti, avviati a situazioni di fame inappagata e di malattie non curate, vanno messi l’impegno per un progressivo disarmo, richiesto da Benedetto XVI all’ONU, e quello per la nonviolenza attiva, che è la caratteristica del messaggio e dell’esempio di Gesù (“Obbediente fino alla morte, e a morte di croce” – Fil 2, 16).
Forse siamo sempre più pronti a dare drastiche norme per la morale individuale, sfumando quelle per la vita sociale, che pure sono altrettanto impegnative per un cristiano, e che sono non meno importanti per un’autentica presenza cristiana, proprio a cominciare dalla pastorale giovanile. Mi chiedo come possiamo meravigliarci che i giovani si frastornino nelle discoteche o nella droga, si associno per violenze di ogni genere, si esaltino nel bullismo, quando gli adulti, anche quelli che si proclamano “cattolici”, nel mondo economico e in quello politico danno troppo spesso esempio di arrivismo e di soprusi, giustificano la loro illegalità ed esaltano le loro “furberie”, e noi uomini di Chiesa tacciamo per “non entrare in politica”, finendo con sponsorizzare questo esempio deleterio, che corrompe l’opinione pubblica e sgretola ogni cammino di sana educazione. Ci stracciammo le vesti quando all’on. Prodi scappò detto che non aveva mai sentito predicare l’obbligo di pagare le tasse; ma avremmo dovuto farlo altrettanto quando altri invitavano a non pagarle…
Lo dico come riflessione personale. Perché mi consola pensare che il nuovo Presidente della CEI – a cui auguro un proficuo lavoro – proprio nell’intervento inaugurale di questo suo ministero richiamava il principio tipicamente evangelico del “partire dagli ultimi”, che era stato proclamato in una mozione del Consiglio Permanente della CEI nel 1981 (!), e che risulta più che mai importante in un mondo (anche quello italiano! e qualche segnale ce lo fa temere sempre più per l’avvenire…), in cui si suole invece partire “dai primi”, garantendo i loro profitti e i loro interessi, che non possono poi non essere pagati dalle crescenti difficoltà di troppe famiglie italiane.
L’auspicio è confortato dalla recente Settimana Sociale dei Cattolici italiani – e qui il compiacimento si rivolge al loro Presidente, che è il mio successore in Ivrea – che ha richiamato un altro centro nodale della Dottrina sociale della Chiesa e quindi della pastorale di ogni suo settore, che è il “bene comune”, sul quale dovremmo comprometterci in un tempo in cui troppi – politici, impresari, categorie professionali e commerciali – pensano e lavorano solo per il “bene particolare”, a spese – ovviamente – di chi non si può o non si sa difendere. Che questo dunque, dopo essere stato un messaggio così significativo sul piano dottrinale, appaia davvero come un impegno concreto e quotidiano, come qualche Vescovo già ha iniziato a dichiarare, sfidando riserve e mugugni.
Come si vede, sono tanti i motivi per auspicare, tanti i motivi per pregare, in vista di questa annuale Assemblea dei Vescovi italiani.

 

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Agli amici di Chicco di senape presentiamo l’appello di Argomenti2000. Chi fosse interessato a sottoscrivere il documento può farlo seguendo le indicazioni presenti al fondo del post.

Parliamone ora, perché ci interessa il futuro

Vogliamo guardare al di là dell’appuntamento elettorale, lo facciamo perché ci pare importante sin d’ora darci appuntamento all’indomani di una campagna elettorale che ha messo in luce la debolezza con cui le forze politiche hanno affrontato – “aiutate” da una sciagurata legge elettorale e dalle logiche di una comunicazione semplificata – le questioni di fondo di un impasse politico che non ha precedenti.
 
Alcuni segni di questa debolezza:
  • la composizione delle liste elettorali che registra, accanto ad alcuni elementi di novità e discontinuità, dosi robuste di conservazione e di oligarchie all’opera;
  • lo smarrimento della volontà progettuale, quale sintesi di nuova proposta politica, che è stato uno degli elementi di maggiore interesse della costituzione del PD;
  • la difficoltà di superare l’autoreferenzialità ormai acquisita e consolidata dell’attuale sistema.  
Saranno comunque gli esiti elettorali a determinare equilibri, persistenze, mutamenti e ricollocazioni; a dire se sono stati avviati processi di sintesi, tesi non solo alla governabilità ma anche alla qualità della rappresentanza.
 
La
volontà di non lasciarsi abbattere dalla situazione presente e di non rinunciare a costruire il futuro politico del nostro Paese, ci convince della necessità di rimanere nei luoghi della partecipazione con una coscienza critica, investendo in quelle reti di relazioni che possono contribuire ad individuare percorsi in grado di alimentare la buona politica: una politica corretta, competente, attenta e vicina ai reali problemi della gente, in grado di favorire la selezione di una classe dirigente adeguata.
 
Uno sguardo positivo e propositivo ci può impegnare nella direzione di:
  • un progetto di sintesi culturale che risponda alle esigenze di una società plurale e che non può essere eluso in nome della contingenza e dell’urgenza dei programmi
  • contenuti politici legati ad una prospettiva solidale e di welfare sostenibile, su cui maturare un costruttivo confronto
  • una laicità matura in grado di contrastare le spinte fondamentaliste e disgregatrici, rinnovando il “patto” costituzionale che promuove l’integrazione e la convivenza pacifica, nazionale e internazionale
  • dare spazio e voce al territorio, valorizzando le realtà locali.
Organizzarsi per “resistere”
Nuove stagioni sono arrivate, ed è necessario il coraggio di capire ma anche la volontà di mettere insieme i frammenti e di portarli ad unità in una dinamica di nuova cooperazione.
Non “riaggregazioni per contarsi”, ma legami di solidarietà. Attiva e progettuale.
Certo le “componenti” dei partiti troveranno modi e strumenti per organizzarsi. Ma sarebbe riduttivo per loro non alimentarsi della linfa vitale che sgorga dalle tante realtà culturali, differentemente organizzate, che sono proliferate in questi ultimi anni.
 
A noi, come a molte di queste, interessano maggiormente:
  • gli spazi di confronto leale e coordinato
  • i luoghi di reciprocità e ricerca innovativa
  • i percorsi partecipativi e deliberativi
  • i luoghi dove tradurre la laicità in sintesi culturale sui problemi e trovare soluzioni spendibili, in un quadro di pluralità
In questa prospettiva vanno individuati e sostenuti, soprattutto, tutti coloro che, su base locale, provinciale, regionale, operano alla costruzione della città, rafforzando microcosmi interessanti, ma con potenzialità che potrebbero essere assai meglio valorizzate se messe in rete e confrontate. A partire da quella realtà virtuosa che è presente nel locale e che noi, fin dal nostro manifesto programmatico, abbiamo dichiarato di voler sostenere e valorizzare.
 
In questo quadro sentiamo, soprattutto, la necessità di rimettere in gioco le nostre esperienze, per darci strumenti più idonei alla stagione di oggi, e soprattutto più coerenti con la nostra voglia di futuro.
 
Possiamo darci una mano?

 Manifesta il tuo interesse, firma questo testo, inviando una e.mail con oggetto: “15 aprile” a presidente@argomenti2000.it con il tuo nome e cognome, città, e.mail, eventuale recapito telefonico. 

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