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Archive for the ‘Chiesa’ Category

Lunedì 9 aprile u.s. si è svolto presso il Polo Teologico di via XX Settembre a Torino l’incontro sul diaconato femminile organizzato dal gruppo Acquaviva in collaborazione con la Facoltà Teologica ed i Diaconi della diocesi di Torino. La riflessione, moderata dai prof. Monica Quirico e Carlo Pertusati è stata tenuta da Serena Noceti, vicepresidente dell’Associazione Teologi Italiani.

Ascolta qui la registrazione dell’incontro.

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Un interessante discorso di papa Francesco all’Associazione Teologica Italiana.

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALL’ASSOCIAZIONE TEOLOGICA ITALIANA

 

Sala Clementina
Venerdì, 29 dicembre 2017

Cari fratelli e sorelle,

vi do il benvenuto e ringrazio il vostro Presidente per le sue parole. In questi giorni siamo immersi nella contemplazione gioiosa del mistero del nostro Dio, che si è a tal punto coinvolto e compromesso con la nostra povera umanità da inviarvi il suo Figlio e da prendere, in Lui, la nostra fragile carne. Ogni pensiero teologico cristiano non può che cominciare sempre e incessantemente da qui, in una riflessione che non esaurirà mai la sorgente viva dell’Amore divino, che si è lasciato toccareguardare e assaporare nella greppia di Betlemme.

Nel 2017 l’Associazione Teologica Italiana ha compiuto mezzo secolo. Mi è gradito unirmi a voi nel rendere grazie al Signore per quanti hanno avuto il coraggio, cinquant’anni fa, di prendere l’iniziativa di dare vita all’Associazione Teologica Italiana; per quanti vi hanno aderito in questo tempo, offrendo la loro presenza, la loro intelligenza e lo sforzo di una riflessione libera e responsabile; e soprattutto per l’apporto che la vostra Associazione ha dato allo sviluppo teologico e alla vita della Chiesa, con una ricerca che si è sempre proposta – con lo sforzo critico che le compete – di essere in sintonia con le tappe fondamentali e le sfide della vita ecclesiale italiana.

È degno di nota il fatto che l’Associazione Teologica Italiana sia nata, come recita il primo articolo del vostro Statuto, «nello spirito di servizio e di comunione indicato dal Concilio Ecumenico Vaticano II». La Chiesa deve sempre riferirsi a quell’evento, con il quale ha avuto inizio «una nuova tappa dell’evangelizzazione» (Bolla Misericordiae vultus, 4) e con cui essa si è assunta la responsabilità di annunciare il Vangelo in un modo nuovo, più consono a un mondo e a una cultura profondamente mutati. È evidente come quello sforzo chieda alla Chiesa tutta, e ai teologi in particolare, di essere recepito all’insegna di una “fedeltà creativa”: nella consapevolezza che in questi 50 anni sono avvenuti ulteriori mutamenti e nella fiducia che il Vangelo possa continuare a toccare anche le donne e gli uomini di oggi. Perciò vi chiedo di continuare a rimanere fedeli e ancorati, nel vostro lavoro teologico, al Concilio e alla capacità che lì la Chiesa ha mostrato di lasciarsi fecondare dalla perenne novità del Vangelo di Cristo; così come avete fatto, peraltro, in questi decenni, come attestano i temi da voi scelti e trattati nei Congressi e nei Corsi di aggiornamento, oltre che il recente poderoso lavoro di commento a tutti i Documenti del Vaticano II.

In particolare, è un chiaro frutto del Concilio e una ricchezza da non disperdere il fatto che abbiate avvertito e continuiate a sentire l’esigenza di “fare teologia insieme”, come Associazione, che annovera oggi oltre 330 teologi. Questo aspetto è un fatto di stile, che esprime già qualcosa di essenziale della Verità al cui servizio si pone la teologia. Non si può pensare, infatti, di servire la Verità di un Dio che è Amore, eterna comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e il cui disegno salvifico è quello della comunione degli uomini con Lui e tra loro, facendolo in modo individualistico, particolaristico o, peggio ancora, in una logica competitiva. Quella dei teologi non può che essere una ricerca personale; ma di persone che sono immerse in una comunità teologica la più ampia possibile, di cui si sentono e fanno realmente parte, coinvolte in legami di solidarietà e anche di amicizia autentica. Questo non è un aspetto accessorio del ministero teologico!

Un ministero di cui oggi continua a esserci un grande bisogno nella Chiesa. È infatti vero che per essere autenticamente credenti non è necessario aver svolto dei corsi accademici di teologia. C’è un senso delle realtà della fede che appartiene a tutto il popolo di Dio, anche di quanti non hanno particolari mezzi intellettuali per esprimerlo, e che chiede di essere intercettato e ascoltato  penso al famoso infallibile in credendo: dobbiamo andare spesso lì – e ci sono persone anche molto semplici che sanno aguzzare gli “occhi della fede”. È in questa fede viva del santo popolo fedele di Dio che ogni teologo deve sentirsi immerso e da cui deve sapersi anche sostenuto, trasportato e abbracciato. Ciò non toglie, però, che vi sia sempre la necessità di quello specifico lavoro teologico per mezzo del quale, come diceva il santo dottore Bonaventura, si possa pervenire al credibile ut intelligibile, a ciò che si crede in quanto viene compreso. E’ un’esigenza della piena umanità degli stessi credenti, anzitutto, perché il nostro credere sia pienamente umano e non sfugga alla sete di coscienza e di comprensione, la più profonda e ampia possibile, di ciò che crediamo. Ed è un’esigenza della comunicazione della fede, perché appaia sempre e dovunque che essa non solo non mutila ciò che è umano, ma si presenta sempre quale appello alla libertà delle persone.

È soprattutto nel desiderio e nella prospettiva di una Chiesa in uscita missionaria che il ministero teologico risulta, in questo frangente storico, particolarmente importante e urgente. Infatti, una Chiesa che si ripensa così si preoccupa, come ho detto nella Evangelii gaudium, di rendere evidente alle donne e agli uomini quale sia il centro e il nucleo fondamentale del Vangelo, ovvero «la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» (n. 36). Un tale compito di essenzialità, nell’epoca della complessità e di uno sviluppo scientifico e tecnico senza precedenti e in una cultura che è stata permeata, nel passato, dal cristianesimo ma nella quale possono oggi serpeggiare visioni distorte del cuore stesso del Vangelo, rende infatti indispensabile un grande lavoro teologico. Perché la Chiesa possa continuare a fare udire il centro del Vangelo alle donne e agli uomini di oggi, perché il Vangelo raggiunga davvero le persone nella loro singolarità e affinché permei la società in tutte le sue dimensioni, è imprescindibile il compito della teologia, con il suo sforzo di ripensare i grandi temi della fede cristiana all’interno di una cultura profondamente mutata.

C’è bisogno di una teologia che aiuti tutti i cristiani ad annunciare e mostrare, soprattutto, il volto salvifico di Dio, il Dio misericordioso, specie al cospetto di alcune inedite sfide che coinvolgono oggi l’umano: come quella della crisi ecologica, dello sviluppo delle neuroscienze o delle tecniche che possono modificare l’uomo; come quella delle sempre più grandi disuguaglianze sociali o delle migrazioni di interi popoli; come quella del relativismo teorico ma anche di quello pratico. E c’è bisogno, per questo, di una teologia che, come è nella migliore tradizione dell’Associazione Teologica Italiana, sia fatta da cristiane e cristiani che non pensino di parlare solo tra loro, ma sappiano di essere a servizio delle diverse Chiese e della Chiesa; e che si assumano anche il compito di ripensare la Chiesa perché sia conforme al Vangelo che deve annunciare.

Mi fa piacere sapere che tante volte e in diversi modi, anche di recente, lo avete già fatto: affrontando esplicitamente il tema dell’annuncio del Vangelo e della forma Ecclesiae, della sinodalità, della presenza ecclesiale in contesto di laicità e democrazia, del potere nella Chiesa. Mi auguro perciò che le vostre ricerche possano fecondare e arricchire tutto il popolo di Dio. E vorrei aggiungere qualche pensiero che mi è venuto mentre tu parlavi. Non perdere la capacità di stupirsi; fare teologia nello stupore. Lo stupore che ci porta Cristo, l’incontro con Cristo. E’ come l’aria nella quale la nostra riflessione sarà più feconda. E ripeto anche un’altra cosa che ho detto: il teologo è quello che studia, pensa, riflette, ma lo fa in ginocchio. Fare teologia in ginocchio, come i grandi Padri. I grandi Padri che pensavano, pregavano, adoravano, lodavano: la teologia forte, che è fondamento di tutto lo sviluppo teologico cristiano. E anche ripetere una terza cosa che ho detto qui, ma voglio ripeterla perché è importante: fare teologia nella Chiesa, cioè nel santo popolo fedele di Dio, che ha – lo dirò con una parola non teologica – che ha il “fiuto” della fede. Ricordo, una volta, in una confessione, il dialogo che ho avuto con un’anziana portoghese che si accusava di peccati che non esistevano, ma era così tanto credente! E io le ho fatto qualche domanda e lei rispondeva bene; e alla fine mi è venuta voglia di dirle: “Ma, mi dica, signora: lei ha studiato alla Gregoriana?”. Era proprio una donna semplice, semplice, ma aveva il “fiuto”, aveva il sensus fidei, quello che nella fede non può sbagliare. Lo riprende il Vaticano II, questo.

Vi benedico di cuore e, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

 

 

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Il 5 giugno scorso si  è svolto nel teatro San Massimo di Torino l’incontro promosso dal chiccodisenape con il teologo canadese Gilles Routhier che ci ha offerto delle interessanti riflessioni sul tema dei nuovi modelli di chiesa su cui il chiccodisenape sta riflettendo in questo periodo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scarica il testo: Il contagio del Vangelo – Routhier 170605  oppure visualizzalo sul nostro canale youtube

 

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L’impegno laicale nella chiesa – dall’evangelizzazione alla formazione – nonostante la grande spinta innovatrice di papa Francesco, continua ad apparire poco incisivo e creativo. Del resto se guardiamo agli ultimi decenni possiamo dire che, malgrado l’elaborazione da parte del Vaticano II di una matura teologia del laicato, abbiamo assistito a una progressiva restrizione del suo ruolo. Le associazioni che in passato fornivano un laicato preparato a compiti non solo parrocchiali sono da tempo in difficoltà e non hanno saputo finora davvero reinventarsi. Anche il maggior coinvolgimento dei laici come operatori pastorali, là dove il progetto si realizza, non cambia il quadro generale; è una ministerialità che tende ad essere solo sostitutiva.

La Evangelii Gaudium indica chiaramente che l’evangelizzazione è un compito primario dei laici: «Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado d’istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni» (120). E ciò nell’orizzonte di una Chiesa in uscita. «Non possiamo più rimanere tranquilli, in attesa passiva, dentro le nostre chiese» ed è necessario passare da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria» (15). Linguaggi e strutture devono trasformarsi per diventare più missionari (27).

A queste esigenze non sembrano rispondere in modo adeguato né i consigli pastorali a livello parrocchiale e diocesano né il vasto mondo delle aggregazioni laicali. Dobbiamo rassegnarci a questa situazione? Mentre viviamo una profonda rottura della tradizione cristiana che richiede un rinnovamento di visione e di azione e siamo sollecitati a vivere e a proporre la gioia del Vangelo, qual è la nostra risposta? Che cosa ci tocca fare per non essere blandamente assenti in questo momento della fede e della chiesa? Come coinvolgere le generazioni più giovani che non hanno sperimentato forme attive e significative di partecipazione laicale alla vita della chiesa? E come promuovere un’assunzione di responsabilità e un ruolo decisionale da parte delle donne nella vita ecclesiale?

 

Su questi temi il chiccodisenape vorrebbe sollecitare un’ampia riflessione nella nostra diocesi a partire da queste considerazioni[1]:

– Nella diocesi si sta avviando un riassetto delle parrocchie, che risponda alla diminuzione del clero. Questo può essere un passaggio inevitabile, che tuttavia rischia di evadere la reale questione in gioco, che è quella, sollecitata dall’Evangelii gaudium, di ripensare profondamente le modalità dell’annuncio evangelico.

– Finito il regime di cristianità, la fede non viene più trasmessa in forma solo istituzionale e sacramentale. C’è domanda di ascolto e di confronto e, se pure si corre il rischio di una religione fai-da-te, oggi non si può più prescindere (ed è un bene) da una forte personalizzazione dell’esperienza religiosa. Ciò richiede sicuramente un ripensamento della trasmissione della fede nella catechesi parrocchiale, ma richiede anche la ricerca di nuove modalità di annuncio attraverso percorsi più personali o di gruppo.

– L’azione pastorale della chiesa sembra concentrarsi quasi esclusivamente nei confini parrocchiali. E la diocesi di solito non è che la somma della vita delle parrocchie. Ma le parrocchie, quando sono in grado di avere una certa vivacità, sono spesso autocentrate. I laici che partecipano alle loro attività pastorali altrettanto raramente hanno uno sguardo che sia un po’ più ampio. La chiesa è la parrocchia – questo è lo schema che sta diventando la norma. Non si riflette abbastanza sul fatto che il radicamento territoriale si è indebolito e resta molto forte soltanto per i bambini e per gli anziani; i luoghi di lavoro o i non luoghi del commercio e del trasporto, i luoghi di aggregazione intorno agli interessi più che alla territorialità diventano gli spazi più importanti e frequentati, quelli dunque in cui occorre portare l’annuncio. Allo stesso modo sono cambiati i tempi della vita quotidiana e della festa. Dove e quando l’uomo secolare può incontrare l’annuncio del Vangelo? Dove e in quali tempi può vivere la comunità cristiana?

– Non si può più prescindere dal confronto ecumenico e interreligioso ed anzi diventa necessario includerlo nell’annuncio. L’identità cristiana non è un elemento di differenziazione rispetto alle altre esperienze religiose; se è differenziata, lo è solo in quanto è più includente. Ma ciò richiede di ripensare le modalità e i contenuti dell’annuncio.

– In Europa sono sorte nuove esperienze di presenza e di annuncio cristiano, che sembrano rispondere ai mutamenti appena richiamati e fanno pensare non a un superamento della parrocchia, ma alla sua integrazione con modi e stili di presenza più adeguati ai tempi e ai luoghi della vita in città. Pensiamo in particolare alle esperienze francesi delle Maison d’église. Forse è arrivato il momento anche in Italia di pensare coraggiosamente a nuove strutture e modalità di annuncio, ma anche ad aggiornare in modo sostanziale le strutture esistenti, in particolare le parrocchie e le associazioni.

 

La nostra proposta è di avviare un percorso di riflessione nelle associazioni e nelle parrocchie, che conduca a un convegno ecclesiale nel quale approfondire questi temi e lanciare proposte operative. Per preparare il convegno vi invitiamo a riflettere e a farci pervenire le vostre considerazioni sulle seguenti questioni:

  1. Perché la Evangelii gaudium ha, anche nella nostra diocesi, una risonanza così debole e non sembra aver prodotto significativi mutamenti nel modo di vivere e praticare la missione cristiana?
  2. Quali sono i più rilevanti mutamenti nei modi e negli stili di vita urbani e come rispondono ad essi le tradizionali forme di presenza e di annuncio della Chiesa?
  3. Come può l’annuncio cristiano incontrare da un lato il crescente indifferentismo e dall’altro il crescente pluralismo religioso? E che significano, concretamente, le proposte di Papa Francesco di una Chiesa nelle periferie e come ospedale da campo?
  4. Oltre all’indispensabile revisione e conversione dello stile di vita di ciascun cristiano (che resta sempre la condizione fondamentale), a quali nuovi contenuti, luoghi, tempi e modalità di annuncio del Vangelo e della sua gioia possiamo pensare? Non è forse giunto il tempo di un nuovo slancio missionario, che richiede anche un impegno ideativo e progettuale?
  5. In quali ambiti della vita sociale e con quale modalità si deve oggi testimoniare la carità evangelica?

 

Le associazioni, i gruppi e le parrocchie, che vogliano rispondere a questi interrogativi, sono pregati di farci pervenire le loro riflessioni entro la fine dell’anno all’indirizzo: chiccodisenape@gmail.com.

[1] Su questi punti il chiccodisenape ha organizzato un seminario il 2 aprile scorso con relazioni di Baldacci, Castellani, Coha, Garelli, Momo, Robiglio.  Gli interventi si possono ascoltare qui

 

Scarica la proposta di riflessione: Documento per le associazioni e le parrocchie 2

 

 

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