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In questi giorni di indignazione proponiamo, cari amici, un testo di PierGiorgio Cattani pubblicato pochi giorni fa su Il Margine.

Cristiani d’Italia in attesa- Una lettera per i nostri vescovi
di PIERGIORGIO CATTANI

«Circa due mesi prima della sua morte accadde che Pascal, avendo raccolto in casa sua parecchie persone per conferire sullo stato presente degli affari della Chiesa, dopo aver loro presentato le difficoltà su certe cose, trovò che quelle persone non erano così decise come avrebbe voluto, e cedevano su qualche cosa che egli credeva importante per la verità.
«così decise come avrebbe voluto, e cedevano su qualche cosa che egli credeva importante per la verità. Ciò lo colpì in tal modo, che cadde svenuto e perse la con Circa due mesi prima della sua morte accadde che Pascal, avendo raccolto in casa sua parecchie persone per conferire sullo stato presente degli affari della Chiesa, dopo aver loro presentato le difficoltà su certe cose, trovò che quelle persone non erano oscenza e la parola. Rimase molto tempo in quello stato, e quando lo si fu fatto rinvenire con molta fatica, e mia madre che era presente gli chiese il motivo che gli aveva causato tutto ciò, disse: “Quando ho visto tutte quelle persone che io consideravo come le colonne della verità che si piegavano e mancavano in ciò che esse dovevano alla verità, ne fui colpito, e non potei sopportarlo, ed è stato necessario soccombere al dolore che ho provato”».
(Memoria su Pascal scritta da Marguerite Périer)

Caro vescovo, da semplici credenti, tenacemente appartenenti alla comunità ecclesiale e ancorati ai documenti magisteriali del Concilio Vaticano II, scriviamo a Lei, pastore a cui facciamo riferimento nella nostra Chiesa locale, per denunciare con dolore l’attuale clima politico e sociale, che la comunità cristiana appare incapace di affrontare. Certamente alcuni laici credenti non la pensano come noi e valutano coerente alla nostra fede questa stantia atmosfera che circonda l’attuale momento storico.
Ma siamo sicuri che tutti condividano l’odierna fatica della testimonianza cristiana in Italia.

Perdono e condanna. A senso unico
Sono anni che chiediamo alla nostra Chiesa di dire parole decisive sulla crisi della fede in atto da tempo, sul degrado morale e umano a cui l’Italia sembra condannata, sullo sfascio dell’etica pubblica, sulle questioni cruciali che riguardano l’uomo del mondo globalizzato e multietnico. Sentiamo voci discordanti. Chi ha il coraggio di smascherare apertamente il disegno truffaldino che la classe politica attualmente al potere (e purtroppo non solo quella che governa) sta portando avanti, con spregiudicata scientificità, ai danni della Chiesa cattolica e della coscienza dei credenti, viene subito messo a tacere o etichettato come partigiano, disfattista, laicista.
Ogni finestra socchiusa per far entrare un po’ d’aria ristoratrice viene immediatamente rinserrata e sigillata in modo ermetico da chi sembra aver scordato le parole del Vangelo che dovrebbe annunciare, conoscendo invece a memoria quelle della diplomazia più ritrita oppure del politichese più raffinato.
Come giudicare altrimenti queste parole di monsignor Fisichella, oggi presidente di un importante dicastero vaticano, a giustificazione della comunione data al capo del governo?
«Il presidente Berlusconi essendosi separato dalla seconda moglie, signora Veronica, con la quale era sposato civilmente, è tornato ad una situazione, diciamo così, ex ante … Il primo matrimonio era un matrimonio religioso. È il secondo matrimonio, da un punto di vista canonico, che creava problemi.
È solo al fedele separato e risposato che è vietato comunicarsi poiché sussiste uno stato di permanenza nel peccato … se l’ostacolo viene rimosso, nulla osta» (Il Messaggero, 21 aprile 2010).
Qualcuno, come il direttore di “Famiglia Cristiana” don Antonio Sciortino, ha avuto la forza di denunciare pubblicamente la gravità della situazione, che mette a repentaglio il cuore del messaggio evangelico dell’amore verso i poveri, vera prova concreta dell’amore per Dio: costui non è stato applaudito come difensore dei valori cristiani ma criticato, talora insultato, sempre marginalizzato.
In questi anni ci siamo abituati a tutto.
O meglio: i vertici della Chiesa italiana ci hanno abituato a tutto. Quasi come se la morale cattolica si applicasse per i nemici e si interpretasse per gli amici.
Abbiamo imparato che perfino il sacramento dell’eucaristia, perfino la bestemmia possono essere soggetti alle logiche politiche.
Ci hanno insegnato che la Segreteria di stato vaticana perdona settanta volte sette a Pilato, Erode e Caifa, ma lapida la peccatrice, dimentica al suo destino il buon ladrone e lascia Lazzaro nella tomba. Siamo stati abituati a vedere prelati e cardinali partecipare allegramente  e senza ritegno ai banchetti organizzati da Erode o dai suoi sodali per celebrare una triste union sacrée, dimentica di quanto avveniva fuori del palazzo.
Chi può scordare la cena a casa di Bruno Vespa dell’8 luglio, scorso con illustri commensali quali i cardinal Bertone, il sindaco di Roma Alemanno, Casini, Berlusconi e pure il maestro Muti? I vertici ecclesiali dovrebbero stare più attenti anche durante gli incontri ufficiali tra Stato e Chiesa, per non dare l’idea di un mercanteggiamento continuo (che già emerge implicitamente in locuzioni come quella dei “valori non negoziabili”… quasi gli altri valori fossero invece merce!) e di un contatto con il potere molto disdicevole per chi rappresenta un’autorità morale. Immaginiamo che governare la Chiesa sia difficile, specialmente in questo momento, ma la prudenza, la cautela e la sobrietà sembrano sparite dai sacri palazzi… Invochiamo maggiore fedeltà al dettato evangelico del «sia il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno».
Ci saremmo aspettati delle smentite se i fatti descritti dai mezzi di informazione non corrispondessero alla realtà.

L’educatore d’Italia
Sono anni che il cardinal Ruini parla giustamente di “emergenza educativa”.
Ricordiamo tutti come l’allora presidente della CEI aveva salutato la massiccia astensione al referendum sulla fecondazione assistita del 2004: il mancato raggiungimento del quorum sarebbe stato «frutto della maturità del popolo italiano, che si è rifiutato di pronunciarsi su quesiti tecnici e complessi, che ama la vita e diffida di una scienza che pretenda di manipolare la vita» (Radio Vaticana, 14 giugno 2005).
Ma dov’è oggi questa maturità, dov’è quest’Italia migliore? A Rosarno, sulla gru di Brescia, nei rifiuti di Napoli, nel canale di Sicilia? Ha forse il volto di un onorevole Scilipoti qualsiasi, grazie al “senso di responsabilità” del quale il cardinale Bagnasco ha potuto dire: «Ripetutamente gli italiani si sono espressi col desiderio di governabilità e quindi questa volontà, questo desiderio espresso in modo chiaro e democratico deve essere da tutti rispettato e perseguito con buona volontà e onestà» (dichiarazione alle agenzie di stampa, 15 dicembre 2010)?
Oppure la ritroviamo soltanto ad Arcore? È proprio il padrone di Villa San Martino il vero educatore dell’Italia, ormai da trent’anni. L’educatore che ha creato l’emergenza.
L’educatore a cui si domanda un appoggio per educare ancora e meglio gli italiani, questa volta nientemeno che ai valori cristiani, quelli “non negoziabili”. È questa la vera tragedia della Chiesa italiana. L’educatore farà forse le leggi che piacciono ai vertici ecclesiali, ma continuerà a immettere nel paese quei “valori” testimoniati dalla sua vita privata e determinanti per il suo successo prima imprenditoriale e poi politico.
I valori delle sue televisioni. Apparenza, denaro, successo, barzellette, bellezza artificiale, salutismo, volgarità, disprezzo della donna. È questo insieme ad essere la cifra della realtà italiana. E chi propugna questa visione antropologica dovrebbe sostenere i diritti di malati e disabili ad essere valorizzati e curati? Credono i vertici della CEI che l’ideale dei soldi a buon mercato sia un esempio per i giovani? Credono certi prelati che gli atteggiamenti maschilisti, maleducati e volgari nei confronti della donna favoriscano il rispetto nei suoi confronti? Sono realmente persuasi che un certo tipo di messaggio valorizzi una sessualità responsabile e matura, e promuova la tutela della vita?
Chi garantisce la Chiesa sull’8 per mille, sull’esenzione dall’ICI, sul testamento biologico, sulla scuola cattolica, sull’aborto è colui che propugna una visione della vita in cui la sofferenza è esclusa, la povertà è una colpa, l’edonismo è una virtù. Un uomo che tratta la CEI come il sindacato delle tonache, come l’associazione dei vescovi italiani, come una Confindustria qualsiasi alla cui platea dire: «il mio programma è il vostro».
L’uomo della  provvidenza che infatti afferma: «Da parte mia non verrà mai nulla contro il Vaticano» (Repubblica, 10 dicembre 2010).
O vi sta forse minacciando? Vi minaccia di aprire il fuoco con le sue corazzate mediatiche, per distruggere l’immagine della Chiesa in Italia? Abbiate il coraggio di dircelo, di denunciarlo.
Altrimenti saranno nuovamente altri a restare sotto le macerie, e il silenzio dell’episcopato vi porrà non tra le vittime, ma tra i colpevoli.
Qualche vescovo ha protestato per questo andazzo, ma la sua voce scompare dall’organo di informazione della conferenza episcopale: il cardinale di Milano Tettamanzi, pesantemente insultato da esponenti di governo, non è stato adeguatamente difeso. Ma si dice che il governo presieduto da
Berlusconi garantisce meglio di altri le istanze più importanti per i cattolici.
Lui farà le leggi che stanno a cuore alla Chiesa, lui fermerà la deriva secolarista.
Si pensa che siano le norme a costruire e a indirizzare la morale pubblica, ma il più delle volte è vero l’inverso in quanto sono i costumi, i modi di pensare diffusi, la sensibilità comune a venire sintetizzati in una legge valida per tutti. Se non c’è più fiducia nella coscienza individuale e, in fondo, nell’uomo, allora, per imporre la propria visione, si deve ricorrere alla forza coercitiva della legge. Una strada sbagliata e sicuramente perdente.
Un giorno apriremo tutti gli occhi e vedremo un paese imbarbarito, impoverito, più corrotto e corruttore, soprattutto meno aperto alla speranza.
Perché l’Italia vive un momento di gravissima crisi etica che si sta già riversando in una serie di norme lesive non solo della democrazia ma anche dei diritti umani. La politica dei respingimenti in mare, per esempio, di quanti fuggono dalla guerra e dalla miseria, il chiudere gli occhi di fronte a sofferenze e morti di cui anche noi siamo responsabili, sono offese alla dignità dell’uomo e a qualsiasi valore cristiano.
Chi ha voluto questi provvedimenti, secondo uno dei più mediatici esponenti di vertice le dichiarazioni ancora di monsignor Rino Fisichella, «manifesta una piena condivisione con il pensiero della Chiesa» (Corriere della Sera, 30 marzo 2010).
Perfetto: quindi la Chiesa, secondo uno dei vescovi più presente sui media, è d’accordo con i respingimenti in mare, con la politica della paura e dell’esclusione, con un’ideologia volgare e anticristiana benché dopo l’ampolla del dio Po oggi si tenga in mano il Crocifisso.
Tutti si rendono conto che i “difensori della fede” non hanno mai letto il Vangelo e in verità sono contro il Vangelo.
Tutti lo sanno, anche chi inneggia ai valori. Ma quel che conta è che sono contro la pillola Ru486, quella dell’aborto definito “fai da te”!
Peccato che la metà degli aborti sia praticato da donne straniere non di certo aiutate da certi provvedimenti, ma forse, così come loro sono di serie B, anche i loro bambini mai nati sono di serie B.

In nome di Chi?
E tutto questo in nome dei valori? Di quale fede? Di quale carità? Oggi sono tanti i Simon Mago che bussano alla porta dei ministri della Chiesa per ottenere i poteri magici utili a vincere le elezioni: una dichiarazione ai microfoni, un appoggio dal pulpito, un chiudere gli occhi sulle più evidenti nefandezze.
E in cambio si ottiene notorietà, un lasciapassare per i salotti dei potenti, qualche gazebo per la “padania cristiana, mai musulmana”, qualche finanziamento in più per la scuola cattolica.
A questo punto non è soltanto una questione politica ma è un problema che investe la natura della Chiesa. E non ci riferiamo allo scandalo, seppur grave, della pedofilia, coraggiosamente affrontato da Papa Benedetto XVI, ma proprio alla simonia, ossia alla vendita di sacramenti in cambio di denaro e di visibilità, semplicemente per conservare un potere storicamente acquisito.
I vertici della Chiesa cattolica italiana sembrano rappresentare ormai una “Chiesa di Esaù” che si vende per una minestra. Mentre si ottengono a prezzi di saldo “politiche cristiane”, il cristianesimo stesso è oggettivamente in declino.
Facciamo con grande dolore queste affermazioni. Non le facciamo in nome di una visione astratta e insostenibile che vorrebbe un cristianesimo “che crede in Cristo e non nella Chiesa”. Le facciamo perché sappiamo che la Chiesa è l’unico spazio in cui possiamo incontrare la Parola di Dio, in cui possiamo ricevere i sacramenti, in cui siamo confermati nella fede.
Per questo deploriamo la svendita dell’immagine della Chiesa, svilita dai troppi mercanti nel Tempio.
Questi atteggiamenti offendono molti altri vostri confratelli nell’episcopato che in tutti i paesi poveri del mondo devono affrontare problemi veri che riguardano la vita e la morte di intere popolazioni; vescovi che vivono in povertà o che magari sono minacciati da chi lavora per il disordine e per la guerra.
Offendono i cristiani perseguitati a motivo della propria fede che vivono situazioni di estremo disagio in molte parti della terra.
Offendono molti preti che nel nostro Paese vedono vuotarsi le parrocchie, languire gli oratori, sfuggire sempre di più i fedeli, mentre buona parte delle alte gerarchie sono indaffaratissime a puntellare il governo in carica.
E infine offendono i semplici credenti, disgustati oramai da queste commistioni con il potere, dagli intrighi con personaggi molto discutibili, dall’incapacità di vedere e di denunciare il clima di corruttela presente nel paese.
Qual è la fede che testimoniamo? Quale speranza per i più poveri, in corpo e in spirito? Quale carità esigiamo se non quella di un’elemosina compassionevole, elargita dai miliardari senza scrupoli?

In attesa della vostra parola
Non è questa la Chiesa in cui crediamo.
Noi vogliamo una Chiesa che sappia rinunciare «all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni» (Gaudium et spes, 76). Noi rimaniamo fermi al dettato conciliare.
Dovrebbero essere i vertici della Conferenza Episcopale Italiana e soprattutto della Curia romana a prendere atto della situazione.
Se fossero stati eletti democraticamente potremmo facilmente chiedere le loro dimissioni, ma sappiamo che la Chiesa non è una democrazia e che la CEI, unico consesso dei vescovi nel mondo, non elegge il suo presidente.
Ormai la sfiducia è presente nel cuore di moltissimi fedeli. Il silenzio accompagna un progressivo allontanamento dall’appartenenza ecclesiale.
Un silenzio che segna la cifra dello scisma sommerso ormai dilagante in seno a quella che un tempo era la tradizione cattolica del popolo italiano.
Molti non si preoccupano più della Chiesa. Tacciono, non si indignano, non criticano, vivono tranquilli: non perché approvino questa situazione ma perché semplicemente a loro non importa più nulla delle sorti della fede.
Ma noi che ci sentiamo ancora parte della Chiesa, e che mai rinunceremo a questa intima comunione, non possiamo tacere. Se non parliamo noi, grideranno le pietre.
Passeremo questo Natale in preghiera, nella fiducia in Gesù Cristo, che ha vinto il mondo (Giovanni 16,33), e nell’atteggiamento dell’ascolto, per dar modo a Lei e ai Suoi confratelli vescovi di pronunciare finalmente parole autorevoli e coraggiose capaci di finalmente restituire credibilità e coerenza evangelica al vostro Magistero.

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di GIAN ENRICO RUSCONI – pubblicato oggi su La Stampa

I cattolici torneranno a condizionare direttamente la politica? Ma hanno forse mai smesso di contare nel berlusconismo in tutte le sue fasi: dal trionfo di ieri sino alla sua virtuale decomposizione? Dentro, fuori, contro. Grazie al berlusconismo hanno creato un consistente «pacchetto cattolico», con scritto sopra la perentoria frase «valori non negoziabili». Nel contempo hanno mantenuto aperti spazi giornalistici di franco dissenso.

Che cosa ci si aspetta ora da Pier Ferdinando Casini, che ha preso parte diretta e indiretta a tutte le fasi del berlusconismo? Anche quando se n’è tenuto lontano, è riuscito ad essere lo spauracchio della Lega e dei post-fascisti incorreggibili. Ma soprattutto a farsi rimpiangere dal Cavaliere.

E’ ovvio che ora, nella fase attuale di latente disarticolazione e disgregazione del berlusconismo, Casini riacquisti profilo. Si badi bene: non sto parlando affatto della fine del berlusconismo, tanto meno dell’esaurirsi dello stile politico-mediatico che ha prepotentemente segnato la vita politica italiana e ha deformato il modo di guardare e di giudicare la politica. Questo costume andrà avanti, sotto altre spoglie. Ma assistiamo alla disarticolazione dei pezzi della classe politica che il Cavaliere ha tenuto insieme sino ad ieri. Ma questa classe politica non sparirà affatto. Anche se sentimentalmente legata ancora a Berlusconi, è fermamente determinata a non finire con lui.

In questo contesto, Casini si presenta come l’uomo politico in grado di ricompattare l’intero segmento dei cattolici in politica, cominciando con il mettere al sicuro «il pacchetto cattolico» da un’ipotetica ripresa laica. E’ questo ciò che sta a cuore alla gerarchia ecclesiastica.

Se questa operazione riesce, i cattolici continueranno a costituire una «lobby dei valori» (come se quegli degli altri fossero disvalori) senza riuscire ad essere una vera classe politica dirigente. Forse non se ne rendono neppure conto. Comincio a pensare che le ragioni di questa debolezza siano da ricercare anche nell’elaborazione religiosa di cui si sentono tanto sicuri. Cerco di spiegarmi – a costo di dire cose sgradevoli.

Non c’è bisogno di evocare «il ritorno della religione nell’età post-secolare» per constatare nel nostro Paese la forte presenza pubblica della religione-di-chiesa (cioè dell’espressione religiosa mediata esclusivamente dalle strutture della Chiesa cattolica). Ma la rilevanza pubblica della religione, forte sui temi «eticamente sensibili» (come si dice), è accompagnata da un sostanziale impaccio comunicativo nei contenuti teologici che tali temi dovrebbe fondare. O meglio, i contenuti teologici vengono citati solo se sono funzionali alle raccomandazioni morali. Siamo davanti ad una religione de-teologizzata, che cerca una compensazione in una nuova enfasi sulla «spiritualità». Ma questa si presenta con una fenomenologia molto fragile, che va dall’elaborazione tutta soggettiva di motivi religiosi tradizionali sino a terapie di benessere psichico. I contenuti di «verità» religiosa teologicamente forti e qualificanti – i concetti di rivelazione, salvezza, redenzione, peccato originale (per tacere di altri dogmi più complessi ) -, che nella loro formulazione dogmatica hanno condizionato intimamente lo sviluppo spirituale e intellettuale dell’Occidente cristiano, sono rimossi dal discorso pubblico. Per i credenti rimangono uno sfondo e un supporto «narrativo» e illustrativo, non già fondante della pratica rituale. La Natività che abbiamo appena celebrato è fondata sul dogma teologico di Cristo «vero Dio e vero uomo». Si tratta di una «verità» che ha profondamente inciso e formato generazioni di credenti per secoli. Oggi è ripetuta – sommersa in un clima di superficiale sentimentalismo – senza più la comprensione del senso di una verità che non è più mediabile nei modi del discorso pubblico.

Ricordo il commento di un illustre prelato davanti alla capanna di Betlemme: lì dentro – disse – c’era «la vera famiglia», sottintendendo che tali non erano le coppie di fatto e peggio omosessuali. Si tratta naturalmente di un convincimento che un pastore d’anime ha il diritto di sostenere, ma che in quella circostanza suonava come una banalizzazione dell’evento dell’incarnazione, che avrebbe meritato ben altro commento. Ma viene il dubbio che ciò che soprattutto preme oggi agli uomini di Chiesa nel loro discorso pubblico sia esclusivamente la difesa di quelli essi che chiamano «i valori» tout court, coincidenti con la tematica della «vita», della «famiglia naturale» e i problemi bioetici, quali sono intesi dalla dottrina ufficiale della Chiesa. Non altro. La crescita delle ineguaglianze sociali e della povertà, la fine della solidarietà in una società diventata brutale e cinica (nel momento in cui proclama enfaticamente le proprie «radici cristiane»), sollevano sempre meno scandalo e soprattutto non creano impegno militante paragonabile alla mobilitazione per i «valori non negoziabili».

Un altro esempio è dato dalla vigorosa battaglia pubblica condotta a favore del crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici. Una battaglia fatta in nome del valore universale di un simbolo dell’Uomo giusto vittima dell’ingiustizia degli uomini. O icona della sofferenza umana. Di fatto però, a livello politico domestico il crocifisso è promosso soprattutto come segno dell’identità storico-culturale degli italiani. E presso molti leghisti diventa una minacciosa arma simbolica anti-islamica. In ogni caso, l’autentico significato teologico – traumatico e salvifico del Figlio di Dio crocifisso, oggetto di una fede che non è condivisa da altre visioni religiose, tanto meno in uno spazio pubblico – è passato sotto silenzio. I professionisti della religione non riescono più a comunicarlo. E i nostri politici sono semplicemente ignoranti.

Se i cattolici hanno l’ambizione di ridiventare diretti protagonisti della politica, dovrebbero riflettere più seriamente sul loro ruolo. Il discorso politico, soprattutto quando porta alla deliberazione legislativa, rimane e deve rimanere rigorosamente laico, nel senso che non può trasmettere contenuti religiosi. Ma nello «spazio pubblico», che è molto più ampio e può ospitare discorsi di ogni tipo, si deve misurare la maturità di un movimento di ispirazione religiosa che sa essere davvero universalistico nell’interpretare e nel gestire l’etica pubblica. Non semplicemente una lobby in difesa di quelli che in esclusiva proclama i propri valori.

 

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L’Udc non ha l’esclusivadi Giorgio Merlo, Europa Quotidiano (12, marzo 2008)

L’intervento del cardinale Bagnasco all’assemblea dei vescovi ha cancellato le polemiche e le strumentalizzazioni alimentate in queste ultime settimane sulla presunta invadenza della Chiesa nella politica italiana.

Che il dibattito sul ruolo dei cattolici in politica sia antico, ma sempre attuale, è fuor di dubbio. Come, del resto, è sempre attuale il capitolo della presunta “interferenza” della Chiesa nelle vicende politiche italiane.

Ma l’intervento del presidente della Cei ha dissipato questi dubbi restituendo la politica alla sua autonomia e alla sua progettualità.

È sufficiente osservare con attenzione i temi sollecitati dal cardinale alla politica per rendersi conto che la Chiesa non interferisce nelle vicende proprie del temporale, ma richiama tutti a risolvere problemi che caratterizzano la nostra società contemporanea e che sono in cima all’agenda parlamentare: dall’aumento dei salari minimi alla difesa del potere d’acquisto delle pensioni, dall’emergenza abitativa alla maggiore sicurezza nei posti di lavoro allo stesso miglioramento delle infrastrutture per i pendolari. Insomma, problemi e argomenti che non sono di parte ma che rappresentano i nodi veri del vivere civile e che vanno affrontati e risolti a prescindere dallo schieramento vincente.

E, sul versante valoriale, la Chiesa non si limita a fare vaghe dichiarazioni ma ribadisce i punti irrinunciabili riconducibili alla dottrina cristiana. Non intravedo in questo atteggiamento nessuna “invasione” di campo né alcun tentativo teso a condizionare o, peggio ancora, a dettare l’agenda politica italiana.

Il vibrato appello alla difesa della vita e della famiglia non può essere grossolanamente scambiato come un’ipoteca confessionale ma, semmai, è un monito autorevole ma rispettoso delle scelte che il legislatore è chiamato a fare.
Come, del resto, non si può banalizzare il monito ad uscire dall’ «individualismo» e dal «pensare egoisticamente a se stessi e alla propria categoria» dimenticando tutti gli altri. La politica, insomma, deve saper recuperare uno spessore etico e una dimensione culturale per non ridursi ad una gestione eccessivamente “politicizzata”.

Insomma, i politici cattolici devono misurarsi laicamente con questi richiami e nessuno può pensare o, peggio ancora, rivendicare il monopolio esclusivo della rappresentanza dei cattolici in politica.

Le dichiarazioni un po’ affrettate e non del tutto disinteressate del direttore di Avvenire nei giorni scorsi sul partito di Casini sono state indirettamente ridimensionate dopo l’intervento del card. Bagnasco all’assemblea dei vescovi. Del resto, è grottesca la tesi dell’Unione di centro di rappresentare l’eccellenza della presenza politica dei cattolici.

Il tramonto definitivo dell’unità politica dei cattolici da un lato e il superamento definitivo del collateralismo dall’altro hanno già, di fatto, cancellato i goffi tentativi di tutti coloro che pensano di essere i depositari esclusivi della tradizione del cattolicesimo politico italiano.

Il reale, e non virtuale, pluralismo dei cattolici in tutte le formazioni politiche, come ci dicono tutte le analisi dei vari sondaggisti, confermano che nessuno può rivendicare oggi una primogenitura del tutto innaturale.

Se penso, ad esempio, alle liste del Partito democratico non posso non registrare che la presenza culturale e politica di candidati di provenienza cattolica è significativa e consistente. Come, del resto, in tutte le altre formazioni questo mondo variegato e pluralista segna la sua presenza.

Alla luce di questa banale considerazione, come è possibile che qualcuno possa ancora rivendicare ridicoli primati frutto di una concezione un po’ arcaica e un po’ furbesca nella capacità di rappresentare con maggior coerenza i valori cristiani nell’agone politico? Semmai, i politici, dice il cardinale, sono chiamati a «dare l’esempio» e quindi non ergersi ad interpreti esclusivi di una tradizione che è disseminata ormai in tutti gli schieramenti politici.

E questo aspetto è decisivo anche per riaffermare un altro principio: e cioè, non serve nell’Italia di oggi rialzare steccati ideologici od etici dando fiato ai tentativi – deboli ma pur sempre presenti nel sottosuolo della cultura politica nostrana – di contrapporre maldestramente il fronte laico con quello cattolico.

Se esistono partiti e formazioni che lavorano per centrare questo obiettivo rischiano di coltivare un fine che contrasta con lo stesso richiamo della Chiesa che, non a caso, invoca il perseguimento del bene comune e non interessi di parte.

Insomma, dalla Chiesa arriva un messaggio autorevole, coerente ed esigente. Tocca ai cattolici che si riconoscono in quell’insegnamento richiamarsi laicamente nella propria attività politica e legislativa. E questo senza goffe primogeniture e senza atteggiarsi a ridicoli interpreti e difensori esclusivi della millenaria tradizione cristiana.

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Sabato sera il Tg1 intervista Dino Boffo, direttore di Avvenire. Domenica l’intervista viene riportata su Avvenire:

«Salvaguardare la persistenza di un partito che fa diretto riferimento alla dottrina sociale cristiana»
Intervistato ieri sera al Tg1 delle 20, il direttore di ‘Avvenire’ Dino Boffo ha dapprima avuto modo di chiarire che «la Chiesa non fa, davvero non fa, scelte di schieramento. Altra cosa succede per i singoli cattolici, che al pari di ogni altro cittadino, si muovono sulla base della loro sensibilità e a seconda dei valori che vedono rispecchiati da una parte o dall’altra». Richiesto poi di dire una parola sui processi di ristrutturazione e semplificazione in atto nella politica italiana, Boffo ha detto: «Per gli umori che raccolgo in giro, è interesse dei cattolici, come credo sia interesse dello stesso polo di centro-destra, che sia salvaguardata la persistenza di un partito che fa direttamente riferimento alla dottrina sociale cristiana».  (pag.8 – Avvenire 10/02/2008)

Riportiamo il commento di Gad Lerner pubblicato oggi su Repubblica.

La gamba tesa del Vaticano
di Gad Lerner, la Repubblica  11-02-2008

Ho provato molta curiosità, l´altra sera, quando il Tg1 ha annunciato con rilievo, nei suoi titoli d´apertura, un´intervista al direttore di Avvenire, Dino Boffo.
Che cosa sta per comunicarci di così importante il mio amico Boffo, la cui relazione fiduciaria con il cardinale Ruini prosegue da quasi vent´anni?
Si esprimerà sulla difesa della vita, sul ruolo della famiglia, sulla controversia teologica con gli ebrei? Macché, la parola gli viene data nei primi minuti del telegiornale, quelli dedicati alla politica interna, subito dopo un resoconto sul braccio di ferro nel centrodestra fra Berlusconi e Casini. Premesso, come di consueto, che la Chiesa non fa scelte di schieramento, il direttore di Avvenire dice finalmente quel che premeva rendere pubblico a lui e a Ruini: “E´ interesse dei cattolici, ma anche dello stesso centrodestra, che sia salvaguardata la presenza in quello schieramento di un partito che fa direttamente riferimento alla dottrina sociale cristiana”.
Così noi telespettatori abbiamo potuto arguire che dalla Cei viene trasmesso un duplice invito: all´Udc perché rimanga nel centrodestra; e a Berlusconi perché rettifichi il suo perentorio invito alla confluenza dell´Udc nel Popolo delle libertà, pena la fine della coalizione elettorale.
Poco m´importa stabilire se la dichiarazione di Boffo al Tg1 vada considerata un´ingerenza oppure no. Certo però che un tale singolare, minuzioso interessamento alla sfera partitica, declina assai modestamente il diritto rivendicato dalla Chiesa a intervenire nel dibattito pubblico. Va bene che la religione entra sempre più spesso, a proposito o a sproposito, nei discorsi politici. Va bene che la Chiesa rivendica il diritto-dovere di esprimersi su leggi e regolamenti, come si suol dire, “eticamente sensibili”. Ma dubito esistano argomenti spirituali in favore della salvaguardia di un partito cristiano nel centrodestra.
Di conseguenza vi sono altre domande che rivolgerei a Boffo. Forse Ruini avrebbe preferito che un omologo partito di matrice cattolica sopravvivesse anche nel centrosinistra? La speranza delusa della Chiesa era di ispirarli entrambi, magari nell´attesa che rinasca al centro una nuova Democrazia cristiana?
Fatto sta che il sorprendente intervento a gamba tesa della Chiesa nel dibattito in corso nel centrodestra, denota una sua preoccupazione mondana. Viene il dubbio che alla Chiesa dispiaccia la formazione di due grandi partiti alternativi. Non per motivi religiosi, ma perché un sistema tendenzialmente bipartitico indebolirebbe l´esercizio dell´azione lobbistica in cui s´è specializzata, avvantaggiandosi della frammentazione parlamentare. La politica della Seconda Repubblica è stata afflitta da un crescente degrado morale, ma ciò paradossalmente ha favorito la Cei nel reperimento di interlocutori strumentalmente clericali. La nascita del Pd e del Pdl da questo punto di vista rappresentano un´incognita.
Ricordiamo bene il rammarico con cui Ruini aveva preso atto dell´incontro fra la Margherita e i Ds. Un´ostilità dedicata in particolare ai cattolici di sinistra, primo fra tutti Prodi, che hanno voluto il Partito democratico anche perché lo concepivano come diversa relazione tra fede e impegno politico, cioè come superamento degli anacronistici steccati religiosi.
Oggi la Chiesa si impegna pubblicamente per scongiurare che un´analoga fusione venga realizzata sul versante conservatore. Poco le importa che questo sia già stato l´esito felice di una democrazia matura nel resto d´Europa. Meglio che niente, si aggrappa alla possibilità che sopravviva un piccolo partito cristiano a destra. Calcolando che i cattolici di sinistra già ripetutamente accusati da Avvenire di subalternità al pensiero radicale e di disobbedienza alla dottrina, tornino prima o poi sui loro passi.
Non ho la più pallida idea di come andrà a finire il braccio di ferro fra Berlusconi e Casini. Ma in compenso adesso mi è più chiaro il disegno politico perseguito da Ruini. Guarda caso il leader dell´Udc, non appena subito l´aut aut degli alleati di centrodestra –o vieni in lista con noi, o corri da solo – s´è premurato di far sapere qual è stata la sua prima telefonata: al vicario di Roma, che non è più presidente della Cei ma conserva l´anomalo ruolo di leader politico dei vescovi italiani.
Dispiace che per diventare una democrazia matura l´Italia debba imbattersi pure in questo ostacolo. Dispiace che la Chiesa viva con fastidio la nascita di due grandi partiti alternativi, all´interno dei quali i cattolici possano trovarsi a loro agio. Senza bisogno di rappresentanze parlamentari separate, che a me sembrano piuttosto dépendances curiali per cardinali appassionati di politica.

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