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In questi giorni di indignazione proponiamo, cari amici, un testo di PierGiorgio Cattani pubblicato pochi giorni fa su Il Margine.

Cristiani d’Italia in attesa- Una lettera per i nostri vescovi
di PIERGIORGIO CATTANI

«Circa due mesi prima della sua morte accadde che Pascal, avendo raccolto in casa sua parecchie persone per conferire sullo stato presente degli affari della Chiesa, dopo aver loro presentato le difficoltà su certe cose, trovò che quelle persone non erano così decise come avrebbe voluto, e cedevano su qualche cosa che egli credeva importante per la verità.
«così decise come avrebbe voluto, e cedevano su qualche cosa che egli credeva importante per la verità. Ciò lo colpì in tal modo, che cadde svenuto e perse la con Circa due mesi prima della sua morte accadde che Pascal, avendo raccolto in casa sua parecchie persone per conferire sullo stato presente degli affari della Chiesa, dopo aver loro presentato le difficoltà su certe cose, trovò che quelle persone non erano oscenza e la parola. Rimase molto tempo in quello stato, e quando lo si fu fatto rinvenire con molta fatica, e mia madre che era presente gli chiese il motivo che gli aveva causato tutto ciò, disse: “Quando ho visto tutte quelle persone che io consideravo come le colonne della verità che si piegavano e mancavano in ciò che esse dovevano alla verità, ne fui colpito, e non potei sopportarlo, ed è stato necessario soccombere al dolore che ho provato”».
(Memoria su Pascal scritta da Marguerite Périer)

Caro vescovo, da semplici credenti, tenacemente appartenenti alla comunità ecclesiale e ancorati ai documenti magisteriali del Concilio Vaticano II, scriviamo a Lei, pastore a cui facciamo riferimento nella nostra Chiesa locale, per denunciare con dolore l’attuale clima politico e sociale, che la comunità cristiana appare incapace di affrontare. Certamente alcuni laici credenti non la pensano come noi e valutano coerente alla nostra fede questa stantia atmosfera che circonda l’attuale momento storico.
Ma siamo sicuri che tutti condividano l’odierna fatica della testimonianza cristiana in Italia.

Perdono e condanna. A senso unico
Sono anni che chiediamo alla nostra Chiesa di dire parole decisive sulla crisi della fede in atto da tempo, sul degrado morale e umano a cui l’Italia sembra condannata, sullo sfascio dell’etica pubblica, sulle questioni cruciali che riguardano l’uomo del mondo globalizzato e multietnico. Sentiamo voci discordanti. Chi ha il coraggio di smascherare apertamente il disegno truffaldino che la classe politica attualmente al potere (e purtroppo non solo quella che governa) sta portando avanti, con spregiudicata scientificità, ai danni della Chiesa cattolica e della coscienza dei credenti, viene subito messo a tacere o etichettato come partigiano, disfattista, laicista.
Ogni finestra socchiusa per far entrare un po’ d’aria ristoratrice viene immediatamente rinserrata e sigillata in modo ermetico da chi sembra aver scordato le parole del Vangelo che dovrebbe annunciare, conoscendo invece a memoria quelle della diplomazia più ritrita oppure del politichese più raffinato.
Come giudicare altrimenti queste parole di monsignor Fisichella, oggi presidente di un importante dicastero vaticano, a giustificazione della comunione data al capo del governo?
«Il presidente Berlusconi essendosi separato dalla seconda moglie, signora Veronica, con la quale era sposato civilmente, è tornato ad una situazione, diciamo così, ex ante … Il primo matrimonio era un matrimonio religioso. È il secondo matrimonio, da un punto di vista canonico, che creava problemi.
È solo al fedele separato e risposato che è vietato comunicarsi poiché sussiste uno stato di permanenza nel peccato … se l’ostacolo viene rimosso, nulla osta» (Il Messaggero, 21 aprile 2010).
Qualcuno, come il direttore di “Famiglia Cristiana” don Antonio Sciortino, ha avuto la forza di denunciare pubblicamente la gravità della situazione, che mette a repentaglio il cuore del messaggio evangelico dell’amore verso i poveri, vera prova concreta dell’amore per Dio: costui non è stato applaudito come difensore dei valori cristiani ma criticato, talora insultato, sempre marginalizzato.
In questi anni ci siamo abituati a tutto.
O meglio: i vertici della Chiesa italiana ci hanno abituato a tutto. Quasi come se la morale cattolica si applicasse per i nemici e si interpretasse per gli amici.
Abbiamo imparato che perfino il sacramento dell’eucaristia, perfino la bestemmia possono essere soggetti alle logiche politiche.
Ci hanno insegnato che la Segreteria di stato vaticana perdona settanta volte sette a Pilato, Erode e Caifa, ma lapida la peccatrice, dimentica al suo destino il buon ladrone e lascia Lazzaro nella tomba. Siamo stati abituati a vedere prelati e cardinali partecipare allegramente  e senza ritegno ai banchetti organizzati da Erode o dai suoi sodali per celebrare una triste union sacrée, dimentica di quanto avveniva fuori del palazzo.
Chi può scordare la cena a casa di Bruno Vespa dell’8 luglio, scorso con illustri commensali quali i cardinal Bertone, il sindaco di Roma Alemanno, Casini, Berlusconi e pure il maestro Muti? I vertici ecclesiali dovrebbero stare più attenti anche durante gli incontri ufficiali tra Stato e Chiesa, per non dare l’idea di un mercanteggiamento continuo (che già emerge implicitamente in locuzioni come quella dei “valori non negoziabili”… quasi gli altri valori fossero invece merce!) e di un contatto con il potere molto disdicevole per chi rappresenta un’autorità morale. Immaginiamo che governare la Chiesa sia difficile, specialmente in questo momento, ma la prudenza, la cautela e la sobrietà sembrano sparite dai sacri palazzi… Invochiamo maggiore fedeltà al dettato evangelico del «sia il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno».
Ci saremmo aspettati delle smentite se i fatti descritti dai mezzi di informazione non corrispondessero alla realtà.

L’educatore d’Italia
Sono anni che il cardinal Ruini parla giustamente di “emergenza educativa”.
Ricordiamo tutti come l’allora presidente della CEI aveva salutato la massiccia astensione al referendum sulla fecondazione assistita del 2004: il mancato raggiungimento del quorum sarebbe stato «frutto della maturità del popolo italiano, che si è rifiutato di pronunciarsi su quesiti tecnici e complessi, che ama la vita e diffida di una scienza che pretenda di manipolare la vita» (Radio Vaticana, 14 giugno 2005).
Ma dov’è oggi questa maturità, dov’è quest’Italia migliore? A Rosarno, sulla gru di Brescia, nei rifiuti di Napoli, nel canale di Sicilia? Ha forse il volto di un onorevole Scilipoti qualsiasi, grazie al “senso di responsabilità” del quale il cardinale Bagnasco ha potuto dire: «Ripetutamente gli italiani si sono espressi col desiderio di governabilità e quindi questa volontà, questo desiderio espresso in modo chiaro e democratico deve essere da tutti rispettato e perseguito con buona volontà e onestà» (dichiarazione alle agenzie di stampa, 15 dicembre 2010)?
Oppure la ritroviamo soltanto ad Arcore? È proprio il padrone di Villa San Martino il vero educatore dell’Italia, ormai da trent’anni. L’educatore che ha creato l’emergenza.
L’educatore a cui si domanda un appoggio per educare ancora e meglio gli italiani, questa volta nientemeno che ai valori cristiani, quelli “non negoziabili”. È questa la vera tragedia della Chiesa italiana. L’educatore farà forse le leggi che piacciono ai vertici ecclesiali, ma continuerà a immettere nel paese quei “valori” testimoniati dalla sua vita privata e determinanti per il suo successo prima imprenditoriale e poi politico.
I valori delle sue televisioni. Apparenza, denaro, successo, barzellette, bellezza artificiale, salutismo, volgarità, disprezzo della donna. È questo insieme ad essere la cifra della realtà italiana. E chi propugna questa visione antropologica dovrebbe sostenere i diritti di malati e disabili ad essere valorizzati e curati? Credono i vertici della CEI che l’ideale dei soldi a buon mercato sia un esempio per i giovani? Credono certi prelati che gli atteggiamenti maschilisti, maleducati e volgari nei confronti della donna favoriscano il rispetto nei suoi confronti? Sono realmente persuasi che un certo tipo di messaggio valorizzi una sessualità responsabile e matura, e promuova la tutela della vita?
Chi garantisce la Chiesa sull’8 per mille, sull’esenzione dall’ICI, sul testamento biologico, sulla scuola cattolica, sull’aborto è colui che propugna una visione della vita in cui la sofferenza è esclusa, la povertà è una colpa, l’edonismo è una virtù. Un uomo che tratta la CEI come il sindacato delle tonache, come l’associazione dei vescovi italiani, come una Confindustria qualsiasi alla cui platea dire: «il mio programma è il vostro».
L’uomo della  provvidenza che infatti afferma: «Da parte mia non verrà mai nulla contro il Vaticano» (Repubblica, 10 dicembre 2010).
O vi sta forse minacciando? Vi minaccia di aprire il fuoco con le sue corazzate mediatiche, per distruggere l’immagine della Chiesa in Italia? Abbiate il coraggio di dircelo, di denunciarlo.
Altrimenti saranno nuovamente altri a restare sotto le macerie, e il silenzio dell’episcopato vi porrà non tra le vittime, ma tra i colpevoli.
Qualche vescovo ha protestato per questo andazzo, ma la sua voce scompare dall’organo di informazione della conferenza episcopale: il cardinale di Milano Tettamanzi, pesantemente insultato da esponenti di governo, non è stato adeguatamente difeso. Ma si dice che il governo presieduto da
Berlusconi garantisce meglio di altri le istanze più importanti per i cattolici.
Lui farà le leggi che stanno a cuore alla Chiesa, lui fermerà la deriva secolarista.
Si pensa che siano le norme a costruire e a indirizzare la morale pubblica, ma il più delle volte è vero l’inverso in quanto sono i costumi, i modi di pensare diffusi, la sensibilità comune a venire sintetizzati in una legge valida per tutti. Se non c’è più fiducia nella coscienza individuale e, in fondo, nell’uomo, allora, per imporre la propria visione, si deve ricorrere alla forza coercitiva della legge. Una strada sbagliata e sicuramente perdente.
Un giorno apriremo tutti gli occhi e vedremo un paese imbarbarito, impoverito, più corrotto e corruttore, soprattutto meno aperto alla speranza.
Perché l’Italia vive un momento di gravissima crisi etica che si sta già riversando in una serie di norme lesive non solo della democrazia ma anche dei diritti umani. La politica dei respingimenti in mare, per esempio, di quanti fuggono dalla guerra e dalla miseria, il chiudere gli occhi di fronte a sofferenze e morti di cui anche noi siamo responsabili, sono offese alla dignità dell’uomo e a qualsiasi valore cristiano.
Chi ha voluto questi provvedimenti, secondo uno dei più mediatici esponenti di vertice le dichiarazioni ancora di monsignor Rino Fisichella, «manifesta una piena condivisione con il pensiero della Chiesa» (Corriere della Sera, 30 marzo 2010).
Perfetto: quindi la Chiesa, secondo uno dei vescovi più presente sui media, è d’accordo con i respingimenti in mare, con la politica della paura e dell’esclusione, con un’ideologia volgare e anticristiana benché dopo l’ampolla del dio Po oggi si tenga in mano il Crocifisso.
Tutti si rendono conto che i “difensori della fede” non hanno mai letto il Vangelo e in verità sono contro il Vangelo.
Tutti lo sanno, anche chi inneggia ai valori. Ma quel che conta è che sono contro la pillola Ru486, quella dell’aborto definito “fai da te”!
Peccato che la metà degli aborti sia praticato da donne straniere non di certo aiutate da certi provvedimenti, ma forse, così come loro sono di serie B, anche i loro bambini mai nati sono di serie B.

In nome di Chi?
E tutto questo in nome dei valori? Di quale fede? Di quale carità? Oggi sono tanti i Simon Mago che bussano alla porta dei ministri della Chiesa per ottenere i poteri magici utili a vincere le elezioni: una dichiarazione ai microfoni, un appoggio dal pulpito, un chiudere gli occhi sulle più evidenti nefandezze.
E in cambio si ottiene notorietà, un lasciapassare per i salotti dei potenti, qualche gazebo per la “padania cristiana, mai musulmana”, qualche finanziamento in più per la scuola cattolica.
A questo punto non è soltanto una questione politica ma è un problema che investe la natura della Chiesa. E non ci riferiamo allo scandalo, seppur grave, della pedofilia, coraggiosamente affrontato da Papa Benedetto XVI, ma proprio alla simonia, ossia alla vendita di sacramenti in cambio di denaro e di visibilità, semplicemente per conservare un potere storicamente acquisito.
I vertici della Chiesa cattolica italiana sembrano rappresentare ormai una “Chiesa di Esaù” che si vende per una minestra. Mentre si ottengono a prezzi di saldo “politiche cristiane”, il cristianesimo stesso è oggettivamente in declino.
Facciamo con grande dolore queste affermazioni. Non le facciamo in nome di una visione astratta e insostenibile che vorrebbe un cristianesimo “che crede in Cristo e non nella Chiesa”. Le facciamo perché sappiamo che la Chiesa è l’unico spazio in cui possiamo incontrare la Parola di Dio, in cui possiamo ricevere i sacramenti, in cui siamo confermati nella fede.
Per questo deploriamo la svendita dell’immagine della Chiesa, svilita dai troppi mercanti nel Tempio.
Questi atteggiamenti offendono molti altri vostri confratelli nell’episcopato che in tutti i paesi poveri del mondo devono affrontare problemi veri che riguardano la vita e la morte di intere popolazioni; vescovi che vivono in povertà o che magari sono minacciati da chi lavora per il disordine e per la guerra.
Offendono i cristiani perseguitati a motivo della propria fede che vivono situazioni di estremo disagio in molte parti della terra.
Offendono molti preti che nel nostro Paese vedono vuotarsi le parrocchie, languire gli oratori, sfuggire sempre di più i fedeli, mentre buona parte delle alte gerarchie sono indaffaratissime a puntellare il governo in carica.
E infine offendono i semplici credenti, disgustati oramai da queste commistioni con il potere, dagli intrighi con personaggi molto discutibili, dall’incapacità di vedere e di denunciare il clima di corruttela presente nel paese.
Qual è la fede che testimoniamo? Quale speranza per i più poveri, in corpo e in spirito? Quale carità esigiamo se non quella di un’elemosina compassionevole, elargita dai miliardari senza scrupoli?

In attesa della vostra parola
Non è questa la Chiesa in cui crediamo.
Noi vogliamo una Chiesa che sappia rinunciare «all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni» (Gaudium et spes, 76). Noi rimaniamo fermi al dettato conciliare.
Dovrebbero essere i vertici della Conferenza Episcopale Italiana e soprattutto della Curia romana a prendere atto della situazione.
Se fossero stati eletti democraticamente potremmo facilmente chiedere le loro dimissioni, ma sappiamo che la Chiesa non è una democrazia e che la CEI, unico consesso dei vescovi nel mondo, non elegge il suo presidente.
Ormai la sfiducia è presente nel cuore di moltissimi fedeli. Il silenzio accompagna un progressivo allontanamento dall’appartenenza ecclesiale.
Un silenzio che segna la cifra dello scisma sommerso ormai dilagante in seno a quella che un tempo era la tradizione cattolica del popolo italiano.
Molti non si preoccupano più della Chiesa. Tacciono, non si indignano, non criticano, vivono tranquilli: non perché approvino questa situazione ma perché semplicemente a loro non importa più nulla delle sorti della fede.
Ma noi che ci sentiamo ancora parte della Chiesa, e che mai rinunceremo a questa intima comunione, non possiamo tacere. Se non parliamo noi, grideranno le pietre.
Passeremo questo Natale in preghiera, nella fiducia in Gesù Cristo, che ha vinto il mondo (Giovanni 16,33), e nell’atteggiamento dell’ascolto, per dar modo a Lei e ai Suoi confratelli vescovi di pronunciare finalmente parole autorevoli e coraggiose capaci di finalmente restituire credibilità e coerenza evangelica al vostro Magistero.

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di GIAN ENRICO RUSCONI – pubblicato oggi su La Stampa

I cattolici torneranno a condizionare direttamente la politica? Ma hanno forse mai smesso di contare nel berlusconismo in tutte le sue fasi: dal trionfo di ieri sino alla sua virtuale decomposizione? Dentro, fuori, contro. Grazie al berlusconismo hanno creato un consistente «pacchetto cattolico», con scritto sopra la perentoria frase «valori non negoziabili». Nel contempo hanno mantenuto aperti spazi giornalistici di franco dissenso.

Che cosa ci si aspetta ora da Pier Ferdinando Casini, che ha preso parte diretta e indiretta a tutte le fasi del berlusconismo? Anche quando se n’è tenuto lontano, è riuscito ad essere lo spauracchio della Lega e dei post-fascisti incorreggibili. Ma soprattutto a farsi rimpiangere dal Cavaliere.

E’ ovvio che ora, nella fase attuale di latente disarticolazione e disgregazione del berlusconismo, Casini riacquisti profilo. Si badi bene: non sto parlando affatto della fine del berlusconismo, tanto meno dell’esaurirsi dello stile politico-mediatico che ha prepotentemente segnato la vita politica italiana e ha deformato il modo di guardare e di giudicare la politica. Questo costume andrà avanti, sotto altre spoglie. Ma assistiamo alla disarticolazione dei pezzi della classe politica che il Cavaliere ha tenuto insieme sino ad ieri. Ma questa classe politica non sparirà affatto. Anche se sentimentalmente legata ancora a Berlusconi, è fermamente determinata a non finire con lui.

In questo contesto, Casini si presenta come l’uomo politico in grado di ricompattare l’intero segmento dei cattolici in politica, cominciando con il mettere al sicuro «il pacchetto cattolico» da un’ipotetica ripresa laica. E’ questo ciò che sta a cuore alla gerarchia ecclesiastica.

Se questa operazione riesce, i cattolici continueranno a costituire una «lobby dei valori» (come se quegli degli altri fossero disvalori) senza riuscire ad essere una vera classe politica dirigente. Forse non se ne rendono neppure conto. Comincio a pensare che le ragioni di questa debolezza siano da ricercare anche nell’elaborazione religiosa di cui si sentono tanto sicuri. Cerco di spiegarmi – a costo di dire cose sgradevoli.

Non c’è bisogno di evocare «il ritorno della religione nell’età post-secolare» per constatare nel nostro Paese la forte presenza pubblica della religione-di-chiesa (cioè dell’espressione religiosa mediata esclusivamente dalle strutture della Chiesa cattolica). Ma la rilevanza pubblica della religione, forte sui temi «eticamente sensibili» (come si dice), è accompagnata da un sostanziale impaccio comunicativo nei contenuti teologici che tali temi dovrebbe fondare. O meglio, i contenuti teologici vengono citati solo se sono funzionali alle raccomandazioni morali. Siamo davanti ad una religione de-teologizzata, che cerca una compensazione in una nuova enfasi sulla «spiritualità». Ma questa si presenta con una fenomenologia molto fragile, che va dall’elaborazione tutta soggettiva di motivi religiosi tradizionali sino a terapie di benessere psichico. I contenuti di «verità» religiosa teologicamente forti e qualificanti – i concetti di rivelazione, salvezza, redenzione, peccato originale (per tacere di altri dogmi più complessi ) -, che nella loro formulazione dogmatica hanno condizionato intimamente lo sviluppo spirituale e intellettuale dell’Occidente cristiano, sono rimossi dal discorso pubblico. Per i credenti rimangono uno sfondo e un supporto «narrativo» e illustrativo, non già fondante della pratica rituale. La Natività che abbiamo appena celebrato è fondata sul dogma teologico di Cristo «vero Dio e vero uomo». Si tratta di una «verità» che ha profondamente inciso e formato generazioni di credenti per secoli. Oggi è ripetuta – sommersa in un clima di superficiale sentimentalismo – senza più la comprensione del senso di una verità che non è più mediabile nei modi del discorso pubblico.

Ricordo il commento di un illustre prelato davanti alla capanna di Betlemme: lì dentro – disse – c’era «la vera famiglia», sottintendendo che tali non erano le coppie di fatto e peggio omosessuali. Si tratta naturalmente di un convincimento che un pastore d’anime ha il diritto di sostenere, ma che in quella circostanza suonava come una banalizzazione dell’evento dell’incarnazione, che avrebbe meritato ben altro commento. Ma viene il dubbio che ciò che soprattutto preme oggi agli uomini di Chiesa nel loro discorso pubblico sia esclusivamente la difesa di quelli essi che chiamano «i valori» tout court, coincidenti con la tematica della «vita», della «famiglia naturale» e i problemi bioetici, quali sono intesi dalla dottrina ufficiale della Chiesa. Non altro. La crescita delle ineguaglianze sociali e della povertà, la fine della solidarietà in una società diventata brutale e cinica (nel momento in cui proclama enfaticamente le proprie «radici cristiane»), sollevano sempre meno scandalo e soprattutto non creano impegno militante paragonabile alla mobilitazione per i «valori non negoziabili».

Un altro esempio è dato dalla vigorosa battaglia pubblica condotta a favore del crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici. Una battaglia fatta in nome del valore universale di un simbolo dell’Uomo giusto vittima dell’ingiustizia degli uomini. O icona della sofferenza umana. Di fatto però, a livello politico domestico il crocifisso è promosso soprattutto come segno dell’identità storico-culturale degli italiani. E presso molti leghisti diventa una minacciosa arma simbolica anti-islamica. In ogni caso, l’autentico significato teologico – traumatico e salvifico del Figlio di Dio crocifisso, oggetto di una fede che non è condivisa da altre visioni religiose, tanto meno in uno spazio pubblico – è passato sotto silenzio. I professionisti della religione non riescono più a comunicarlo. E i nostri politici sono semplicemente ignoranti.

Se i cattolici hanno l’ambizione di ridiventare diretti protagonisti della politica, dovrebbero riflettere più seriamente sul loro ruolo. Il discorso politico, soprattutto quando porta alla deliberazione legislativa, rimane e deve rimanere rigorosamente laico, nel senso che non può trasmettere contenuti religiosi. Ma nello «spazio pubblico», che è molto più ampio e può ospitare discorsi di ogni tipo, si deve misurare la maturità di un movimento di ispirazione religiosa che sa essere davvero universalistico nell’interpretare e nel gestire l’etica pubblica. Non semplicemente una lobby in difesa di quelli che in esclusiva proclama i propri valori.

 

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Un’anticipazione del prossimo numero della rivista “Mosaico di Pace”.
6 maggio 2008 – Luigi Bettazzi (Presidente emerito di Pax Christi Internazionale, presidente del Centro Studi economico-sociali per la pace, vescovo emerito di Ivrea)

Più volte, in passato, in previsione dell’Assemblea annuale della CEI – a cui ritengo opportuno non partecipare – ho scritto a tutti i Confratelli Vescovi una lettera con le mie riflessioni, con quelle che avrei comunicato se mi fossi recato in Assemblea. Lo facevo in segno di collegialità, ritenendo che pur tagliato ormai fuori dalla corresponsabilità della pastorale italiana, potessi ancora manifestare vicinanza al cammino della Chiesa italiana. Questa volta partecipo le mie riflessioni, sollecitate dagli incontri che ancora faccio su e giù per l’Italia, anche agli amici di “Mosaico di pace” come semplici auspici, sui quali pregherò, specialmente nei giorni dell’Assemblea della CEI.
Non so quale sarà il giudizio della CEI sui risultati delle recenti elezioni. La nostra gente ha sempre pensato che i Vescovi, pur astenendosi da interventi diretti, non riuscissero a nascondere una certa simpatia per il Centrodestra, forse perché, almeno apparentemente, si dichiara più severo nei confronti dell’aborto e dei problemi degli omosessuali e più favorevole alle scuole e alle organizzazioni confessionali.
Credo peraltro che siamo stati meno generosi verso il Governo Prodi, non come approvazione della sua politica – dopotutto meritoria di aver evitato il fallimento finanziario del nostro Stato di fronte all’Europa (anche se questo può aver rallentato l’impegno, già avviato, di attenzione ai settori di popolazione più in difficoltà), quanto come riconoscimento di un esempio di cattolicesimo vissuto – personalmente, familiarmente, programmaticamente – in situazioni e in compagnie particolarmente problematiche. Anche perché in un mondo, come il nostro Occidente, dominato dal capitalismo, che sta impoverendo sempre più la maggioranza dei popoli e tutto teso, tra noi e fuori di noi, verso la ricchezza e il potere – la “mammona” evangelica, che Gesù contrappone drasticamente a Dio – tra i valori “non negoziabili”, accanto alla campagna per la vita nascente e per le famiglie “regolari”, va messo il rispetto per la vita e lo sviluppo della vita di tutti, in tempi in cui si allarga la divaricazione già denunciata da Paolo VI nella “Populorum progressio” (quarant’anni fa!) tra i popoli e i settori più sviluppati e più ricchi e quelli più poveri e dipendenti, avviati a situazioni di fame inappagata e di malattie non curate, vanno messi l’impegno per un progressivo disarmo, richiesto da Benedetto XVI all’ONU, e quello per la nonviolenza attiva, che è la caratteristica del messaggio e dell’esempio di Gesù (“Obbediente fino alla morte, e a morte di croce” – Fil 2, 16).
Forse siamo sempre più pronti a dare drastiche norme per la morale individuale, sfumando quelle per la vita sociale, che pure sono altrettanto impegnative per un cristiano, e che sono non meno importanti per un’autentica presenza cristiana, proprio a cominciare dalla pastorale giovanile. Mi chiedo come possiamo meravigliarci che i giovani si frastornino nelle discoteche o nella droga, si associno per violenze di ogni genere, si esaltino nel bullismo, quando gli adulti, anche quelli che si proclamano “cattolici”, nel mondo economico e in quello politico danno troppo spesso esempio di arrivismo e di soprusi, giustificano la loro illegalità ed esaltano le loro “furberie”, e noi uomini di Chiesa tacciamo per “non entrare in politica”, finendo con sponsorizzare questo esempio deleterio, che corrompe l’opinione pubblica e sgretola ogni cammino di sana educazione. Ci stracciammo le vesti quando all’on. Prodi scappò detto che non aveva mai sentito predicare l’obbligo di pagare le tasse; ma avremmo dovuto farlo altrettanto quando altri invitavano a non pagarle…
Lo dico come riflessione personale. Perché mi consola pensare che il nuovo Presidente della CEI – a cui auguro un proficuo lavoro – proprio nell’intervento inaugurale di questo suo ministero richiamava il principio tipicamente evangelico del “partire dagli ultimi”, che era stato proclamato in una mozione del Consiglio Permanente della CEI nel 1981 (!), e che risulta più che mai importante in un mondo (anche quello italiano! e qualche segnale ce lo fa temere sempre più per l’avvenire…), in cui si suole invece partire “dai primi”, garantendo i loro profitti e i loro interessi, che non possono poi non essere pagati dalle crescenti difficoltà di troppe famiglie italiane.
L’auspicio è confortato dalla recente Settimana Sociale dei Cattolici italiani – e qui il compiacimento si rivolge al loro Presidente, che è il mio successore in Ivrea – che ha richiamato un altro centro nodale della Dottrina sociale della Chiesa e quindi della pastorale di ogni suo settore, che è il “bene comune”, sul quale dovremmo comprometterci in un tempo in cui troppi – politici, impresari, categorie professionali e commerciali – pensano e lavorano solo per il “bene particolare”, a spese – ovviamente – di chi non si può o non si sa difendere. Che questo dunque, dopo essere stato un messaggio così significativo sul piano dottrinale, appaia davvero come un impegno concreto e quotidiano, come qualche Vescovo già ha iniziato a dichiarare, sfidando riserve e mugugni.
Come si vede, sono tanti i motivi per auspicare, tanti i motivi per pregare, in vista di questa annuale Assemblea dei Vescovi italiani.

 

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L’Azione Cattolica Italiana per una politica profondamente rinnovata

1. L’Azione Cattolica Italiana, nei suoi 140 anni di storia, è sempre stata attenta ai processi che concorrono a costruire il tessuto civile e sociale del Paese. Anche oggi, nell’imminenza di elezioni politiche anticipate, vogliamo riaffermare la necessità di un rinnovato impegno per la costruzione della città dell’uomo, che riporti al centro della politica il primato del bene comune. Il nostro radicamento popolare e la diffusione capillare sul territorio ci portano a una lettura preoccupata dell’attuale deterioramento dell’etica pubblica e del rapporto tra cittadini e istituzioni. È sotto gli occhi di tutti la crisi di governabilità che caratterizza la vita della “seconda repubblica” e che ci costringe nuovamente al voto, a soli due anni dalle ultime elezioni. Una vera e propria questione morale emerge oltre il fenomeno allarmante della degenerazione del clima politico, all’origine di ingiustificate inefficienze del sistema e di ritardi nelle riforme, che stridono scandalosamente con gli inaccettabili costi della politica e gli sprechi delle risorse pubbliche. Ancora una volta, ci sembra importante riproporre un nostro contributo, avendo sullo sfondo il ricco magistero sociale della Chiesa. Giovanni Paolo II ci ha ricordato che “l’identità sociale e culturale dell’Italia e la missione di civiltà che essa ha adempiuto ed adempie in Europa e nel mondo ben difficilmente si potrebbero comprendere al di fuori di quella linfa vitale che è costituita dal cristianesimo”. Nello stesso tempo, ha richiamato un insegnamento fondamentale del Concilio Vaticano II: “La comunità politica esiste […] in funzione di quel bene comune nel quale essa trova significato e piena giustificazione e dal quale ricava il suo ordinamento giuridico, originario e proprio (Gaudium et Spes, 74)” (Discorso al Parlamento italiano, 14.XI.2002). Anche una Nota della “Congregazione per la dottrina della fede” riafferma “la legittima libertà dei cittadini cattolici di scegliere, tra le opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune” (Circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24.XI.2002). Auspichiamo quindi anche noi, insieme al Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il card. Angelo Bagnasco, che questa circostanza “si riveli un’occasione di crescita morale e civile […]. L’Italia ha bisogno di un soprassalto di amore per se stessa, per ricomprendere le proprie radici e dare slancio al proprio avvenire, interpretando adeguatamente il proprio compito nel concerto delle nazioni. Facciamo in modo dunque che risalti la civiltà della politica, e le sue acquisizioni volte al rispetto della persona e allo sviluppo della comunità” (Prolusione, 10.III.2008). Alla luce di questa consapevolezza, desideriamo rilanciare l’invito a porre al centro di ogni autentica progettazione politica soprattutto il rispetto, la difesa e la promozione della vita e della pace. La vita umana è il valore primario, la misura ultima che giustifica e orienta l’esercizio del potere politico; la pace rappresenta una modalità fondamentale e irrinunciabile di servire la vita, la sua dignità e inviolabilità. Da questi valori discende un’intera rete di sostegno ai luoghi di crescita della persona, a partire dalla famiglia, per espandersi progressivamente alla città e a tutte le istituzioni, nazionali e internazionali. Questo richiamo ci sembra indispensabile, non solo per risolvere in modo alto la conflittualità del sistema sociale, ma anche per evitare che il bipolarismo si trasformi, da semplice strumento di rappresentanza, in fattore di lacerazione del tessuto civile, aggravato dal continuo alternarsi di progetti di riforma ad ogni cambio di maggioranza. Riteniamo che il patto tra società civile e sfera istituzionale sia messo in crisi dal complessivo indebolimento delle ragioni del vivere in comune e della solidarietà che deve sostenere la vita della comunità politica. È grave che il ritorno alle urne preveda ancora l’utilizzo di una legge elettorale sulla quale tutte le forze politiche e sociali hanno espresso un giudizio negativo, ma il cui cambiamento non ha trovato posto nell’agenda parlamentare. Tale legge non aiuta il coinvolgimento democratico, né la piena trasparenza nella scelta dei candidati e della loro posizione nelle liste dei partiti. Tutto questo ci spinge a chiedere che gli eletti si impegnino per una stagione di riforme istituzionali davvero condivise, volte ad assicurare governabilità e stabilità, che interessino il sistema di governo, il ruolo e le funzioni delle camere, i regolamenti parlamentari e infine la pessima legge elettorale. Chiediamo ai responsabili dei partiti di impegnarsi per una riqualificazione di questi essenziali organismi di partecipazione e rappresentanza. Vorremmo tornare ad avere partiti in grado di produrre discussione e mediazione tra progetti, e non degradati nella gestione di interessi di parte. Come abbiamo scritto nel nostro “Manifesto”, “il Paese merita un futuro all’altezza del proprio patrimonio di fede cristiana, di cultura umanistica e scientifica, di passione civile e di solidarietà sociale. Ha diritto alla speranza”. In sintonia con l’appello di “Retinopera”, anche noi ci impegniamo a fare la nostra parte, cercando di porre il nostro impegno educativo, secondo un principio di autentica laicità, al servizio di quell’orizzonte primario di valori irrinunciabili che fondano la convivenza civile e precedono ogni legittima dialettica democratica.

2. Il nostro Paese deve investire con coraggio nelle forze più vive dalle quali dipende il futuro di tutti. Pensiamo in particolare ai giovani, ai quali non può essere negato il diritto a una vita piena e dignitosa. È compito della politica ascoltare i giovani, fare loro spazio concretamente nei luoghi di partecipazione, mettere a punto meccanismi e strumenti che offrano migliori opportunità di lavoro e favoriscano progetti di vita stabili. In questo quadro è decisiva una politica attenta alla famiglia e alla genitorialità, com’è anche richiesto dal “Forum delle associazioni familiari”. Tale sostegno si esprime prima di tutto nel riconoscimento della soggettività giuridica di ogni essere umano, dal concepimento al suo termine naturale, dando risposte concrete alla nuova sensibilità riguardo al tema della vita; attraverso una politica sanitaria capace di garantire diritti fondamentali, come il diritto alla salute e il sostegno, con servizi adeguati, alle famiglie con persone disabili o anziani non autosufficienti; favorendo una maggiore tutela della maternità nel mondo del lavoro, una forte politica per la casa, adeguate misure fiscali. Vogliamo un Paese capace di progettare il proprio futuro. Per farlo, occorre superare la logica dell’emergenza e dell’urgenza, rilevabile da tanti sintomi di fragilità economico-sociale. Progettare il futuro significa scommettere su ricerca, istruzione, cultura, ponendo l’istituzione scolastica e universitaria in condizione di assolvere concretamente il proprio compito, in un clima di libertà, in stretta connessione con le famiglie e con tutte le componenti sociali, valorizzando la passione e la creatività delle giovani generazioni. Progettare il futuro significa fare in modo che il lavoro divenga, come affermato dalla nostra Carta costituzionale, un diritto inalienabile. Al centro di questo diritto c’è la dignità di ogni uomo, ma anche la responsabilità di chi lavora e il rapporto tra lavoro e sviluppo. Una
dignità calpestata, se di lavoro ancora si muore, e se di lavoro non sempre si riesce a vivere; una dignità calpestata, se il lavoro non offre prospettive di crescita personale e professionale. Sicurezza, legalità, giustizia retributiva e sviluppo: su questo vorremmo si concentrassero i prossimi interventi di riforma del mercato del lavoro e delle politiche salariali. Progettare il futuro significa anche promuovere inclusione sociale e integrazione culturale. Alla luce dei fenomeni di immigrazione e dell’aumento delle situazioni diffuse di povertà e marginalità, non possiamo che chiedere, soprattutto a nome dei troppi emarginati e senza voce delle nostre città, un impegno operoso per garantire una sostenibilità piena del sistema sociale, dando risposte in termini di protezione sociale ai più deboli e aiutando gli stranieri a trovare le vie praticabili per sentirsi parte del tessuto culturale e civile italiano.

3. Davanti a queste sfide, come cattolici, chiamati ad essere “cittadini degni del Vangelo”, non possiamo tirarci indietro. Guardiamo con simpatia e solidarietà ai laici cristiani e ai tanti aderenti all’Ac che si impegnano nel servizio alla polis. “Si tratta di un compito – come ci ha ricordato Benedetto XVI – della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo” (Discorso al IV Convegno nazionale della Chiesa italiana, Verona 19.X.2006). Da loro ci aspettiamo un supplemento straordinario di responsabilità nell’elaborare sintesi politico-culturali alte, capaci di incarnare in modo esemplare la propria vocazione, aiutando la politica a ripensarsi nell’ottica del rispetto degli altri, della gratuità, della realizzazione del maggior bene possibile. L’ispirazione cristiana in politica non può ridursi a uno slogan da manifesto elettorale o ad un comodo lasciapassare, ma esige un di più di coerenza e di servizio, che si misura anche dalla concreta disponibilità a favorire un rinnovamento profondo dei metodi e dei contenuti della politica, a cominciare dalle candidature. Chiediamo a tutti i cittadini di resistere alle sirene dell’antipolitica e di non rinunciare all’esercizio consapevole del voto, operando una scelta meditata e responsabile, che sappia ben ponderare i programmi più affidabili, animati da alte progettualità e rette intenzioni, e i candidati più credibili, di provata moralità e competenza. Un paese migliore ha bisogno di coniugare la fedeltà ad un patrimonio condiviso di virtù e di valori, con l’audacia di riforme organiche e innovative, effettivamente all’altezza dei tempi. Ha bisogno di una politica aperta alla partecipazione e al contributo di tutti, ispirata al principio del bene comune, guidata da una logica di solidarietà. Una politica capace di contribuire allo sviluppo di un ordine civile fondato sul rispetto per la persona umana, la sua dignità, i suoi diritti inalienabili. Insomma, una politica profondamente rinnovata.

Roma, 31 marzo 2008 – La Presidenza Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana

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