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Sul numero 19 di Adista del 23 maggio 2015 vengono pubblicate le riflessioni del chiccodisenape in merito al questionario del Sinodo sulla famiglia. Qui puoi scaricare il numero della rivista.

 

 

 

adista19

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Chi siamo
“chiccodisenape” è un progetto ecclesiale nato nel 2007. Nei nostri sei anni di attività abbiamo proposto diversi percorsi di riflessione tematica che hanno coinvolto 16 gruppi di diversa provenienza e missione ecclesiale, organizzando quattro convegni -Vi ho chiamato amici (2008), Non sapete interpretare i segni dei tempi? (2010), A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio? (2011) ed Eucarestia e Chiesa di comunione (2012)- ai quali hanno partecipato altri amici e amiche intorno ad alcune questioni ritenute vitali per l’annuncio del Vangelo. In questo momento stiamo conducendo una riflessione sul ruolo delle donne nella chiesa Di che cosa parli con lei? portato avanti insieme al Coordinamento Teologhe Italiane.

Le nostre risposte

PREMESSA
Abbiamo molto apprezzato la decisione di procedere a un confronto aperto su questo tema cruciale per i credenti, perché ascoltare tutti è una qualità di Chiesa sinodale indipendentemente dai risultati.
Segnaliamo, tuttavia, che il questionario dà l’idea di essere rivolto ai soli credenti praticanti e, in particolare, alle sole realtà parrocchiali, non rivolgendosi espressamente alle altre realtà ecclesiali, privandosi dei punti di vista di coloro che vivono esperienze più variegate che possono essere molto arricchenti per questo tipo di confronto.
Aderiamo a questo percorso con la speranza di vedere una Chiesa sempre più accogliente, desiderosa di proporre dei modelli di vita ma, al contempo, capace di camminare a fianco di chi vive percorsi differenti, non senza sofferenza.
Dato l’esiguo tempo a disposizione, abbiamo deciso di rispondere solamente ad alcune domande, quelle che sono state oggetto della discussione all’interno dell’assemblea e della nostra attenzione specifica nei nostri anni di attività.
Le risposte sono la sintesi della riflessione e della discussione che ha coinvolto numerose persone e gruppi collegati alla nostra rete.

 

SULLA DIFFUSIONE DELLA SACRA SCRITTURA E DEL MAGISTERO DELLA CHIESA RIGUARDANTE LA FAMIGLIA

b) Dove l’insegnamento della Chiesa è conosciuto, è integralmente accettato? Si verificano difficoltà nel metterlo in pratica?  Quali?

È nostra impressione che l’insegnamento della Chiesa sia conosciuto da un numero significativo di credenti ma non sia integralmente accettato. La maggiore difficoltà pensiamo risieda nell’eccessiva importanza data alle prescrizioni e agli obblighi del Magistero rispetto alla conoscenza della Scrittura e alle richieste dell’annuncio evangelico (per molti aspetti più esigente del Magistero, ma anche più fecondo ed efficace).

 

SUL MATRIMONIO SECONDO LA LEGGE NATURALE
a) Quale posto occupa il concetto di legge naturale nella cultura civile, sia a livello istituzionale, educativo e accademico, sia a livello popolare? Quali visioni dell’antropologia sono sottese a questo dibattito sul fondamento naturale della famiglia?
b) Il concetto di legge naturale in relazione all’unione tra l’uomo e la donna è comunemente accettato in quanto tale da parte dei battezzati in generale?
c) Come viene contestata nella prassi e nella teoria la legge naturale sull’unione tra l’uomo e la donna in vista della formazione di una famiglia? Come viene proposta e approfondita negli organismi civili ed ecclesiali?

È un tema cruciale. L’idea di legge naturale può aver avuto un grande significato come istanza critica del diritto positivo e di salvaguardia di ciò che è indisponibile. Tuttavia è necessario che si chiarisca che cosa si intende per “legge naturale”: o la si intende in termini scientifici e allora serve una dimostrazione empirica (e quindi difficilmente il matrimonio potrebbe rientrarvi) o si deve pensare che si vuole parlare dell’originario disegno di Dio sull’uomo e sulla famiglia (e sappiamo che si tratta di un argomento largamente discusso a partire dai testi biblici di riferimento e riflesso dall’ interpretazione della Bibbia). Se la Chiesa può individuare in un modello di matrimonio la forma più adeguata e conforme al disegno originario, questo non la autorizza a presentarlo come naturale, soprattutto per le ambiguità filosofiche e teologiche a cui questo concetto si presta. Ne consegue che non è del tutto appropriato vedere nella legge naturale il principio di regolazione del matrimonio, che è piuttosto un fatto culturale che si evolve nel corso nella storia. Si rischierebbe, inoltre, di dare più valore a un istituto rispetto alla persona.

 

SULLA PASTORALE PER FAR FRONTE AD ALCUNE SITUAZIONI MATRIMONIALI DIFFICILI

a) La convivenza ad experimentum è una realtà pastorale rilevante nella Chiesa particolare? In quale percentuale si potrebbe stimare numericamente?
b) Esistono unioni libere di fatto, senza riconoscimento né religioso né civile? Vi sono dati statistici affidabili?
c) I separati e i divorziati risposati sono una realtà pastorale rilevante nella Chiesa particolare? In quale percentuale si potrebbe stimare numericamente? Come si fa fronte a questa realtà attraverso programmi pastorali adatti?
La sensazione è che queste situazioni e condizioni siano molto diffusi, ma è difficile poter ricavare dei dati statistici significativi partendo dalle esperienze dei singoli. Si tratta di individuare o, ancor più, favorire delle ricerche statistiche scientifiche che possano permettere di conoscere veramente la situazione. È evidente la tendenza di ampia parte delle nuove generazioni a non dare valore alle forme istituzionali, sia religiose che civili. Si attribuisce questo stato di cose alla condizione di precarietà, in cui essi vivono e che rende difficile fare progetti di lungo termine (e tanto meno per l’intera vita), alla fragilità dei rapporti interpersonali, ad una cultura che rifiuta scelte definitive, ma anche al debole richiamo che l’insegnamento tradizionale della Chiesa ha ormai verso gran parte delle persone. Eppure non siamo affatto sicuri che queste altre forme di unione, anche quando non sono consolidate da una promessa di fedeltà così radicale, ma in cui comunque si sperimenta in modo autentico l’amore, non possano avere la possibilità di una qualche accoglienza nella Chiesa. Il matrimonio cristiano, oggi inizio di una vita comune di coppia, potrebbe essere pensato come approdo responsabile e cosciente di cammini diversi (perché diverse sono le persone, la loro formazione, la loro storia, i contesti sociali), anche con una prassi pastorale più raffinata in grado di uscire dalla dicotomia “o sacramenti o niente”. Infine, pensiamo che possa essere molto importante allearsi con il mondo civile per riconoscere il valore del matrimonio tout court, vedendo nel matrimonio civile un passo importante e magari preparatorio per il matrimonio religioso.
e) Quali sono le richieste che le persone divorziate e risposate rivolgono alla Chiesa a proposito dei sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione? Tra le persone che si trovano in queste situazioni, quante chiedono questi sacramenti?
Riteniamo che al di là dell’incidenza di questi fenomeni, la Chiesa debba comunque interessarsi alle persone che hanno percorsi diversi da quelli regolari e sperimentare pratiche di accoglienza e di accompagnamento spirituale. Se la Chiesa deve continuare a sostenere fortemente l’indissolubilità del matrimonio, non si può ignorare che in alcune situazioni la separazione non solo è inevitabile ma anche necessaria anche per il bene degli eventuali figli. Bisognerà immaginare dei percorsi di accompagnamento che aiutino a confrontarsi con l’esperienza che si vive (oltre che con il dolore esistenziale che la persona prova), in vista di una partecipazione piena ai sacramenti.
f) Lo snellimento della prassi canonica in ordine al riconoscimento della dichiarazione di nullità del vincolo matrimoniale potrebbe offrire un reale contributo positivo alla soluzione delle problematiche delle persone coinvolte? Se sì, in quali forme?
Lo snellimento della prassi canonica è necessario per far sì che più persone possano conoscere questa procedura e accedervi agevolmente.
È forse però più urgente interrogarsi se l’annullamento sia il solo istituto a cui il credente praticante può ricorrere oppure se si possono trovare altre forme, come ad esempio quelle accettate nella Chiesa del primo millennio e che sono ancora in uso nelle chiese orientali. È opportuno reintrodurre il “principio di economia” che permette il recupero di persone che hanno avuto delle difficoltà matrimoniali. È altresì opportuno riprendere l’esame e l’approfondimento di alcune proposte di iter di reintegrazione, come quello della conferenza episcopale tedesca.
Questa soluzione sarebbe feconda anche in una prospettiva ecumenica nei confronti delle chiese con cui condividiamo la sacramentalità del matrimonio.

 

SULLE UNIONI DI PERSONE DELLA STESSO SESSO

c) Quale attenzione pastorale è possibile avere nei confronti delle persone che hanno scelto di vivere secondo questo tipo di unioni?

È necessario che la Chiesa sia accogliente e materna anche nei confronti delle persone e delle coppie omosessuali, superando gli atteggiamenti insofferenti e intolleranti che sono spesso diffusi in molti ambienti e associazioni ecclesiali. Pensiamo che si debba sostenere una maggiore conoscenza di questi argomenti, soprattutto in coloro che hanno incarichi di responsabilità pastorale e magisteriale, avvalendosi della letteratura scientifica di riferimento e incoraggiando ulteriori indagini bibliche e teologiche.
Si tratta di strumenti indispensabili per andare oltre l’attuale situazione che porta a non affrontare questi argomenti o a trattarli a partire da pregiudizi radicati e facili stereotipi. Questo clima diventa poco favorevole per la nascita di un dibattito ecclesiale serio e motivato sulle prassi pastorali, sull’accesso ai sacramenti, sulle questioni di teologia morale, sull’educazione degli eventuali figli.
È, altresì, urgente che la Chiesa non si opponga alle soluzioni giuridiche che gli Stati possono individuare per tutelare il legame stabile tra due persone omosessuali. Si tratta di un’attenzione opportuna per diversi motivi, in particolare per rispettare la laicità dello Stato e per offrire la possibilità alle persone più deboli (che esistono anche nelle coppie omosessuali) di essere tutelate.

 

SULL’EDUCAZIONE DEI FIGLI IN SENO ALLE SITUAZIONI DI MATRIMONI IRREGOLARI

Non abbiamo particolarmente approfondito questa sezione, ma abbiamo trovato curioso che le domande riferite sull’educazione dei figli siano state pensate solo nei confronti delle situazioni matrimoniali irregolari. Forse gli stessi problemi non emergono in seno alle situazioni di matrimonio “regolare”?

 

SULL’APERTURA DEGLI SPOSI ALLA VITA

a) Qual è la reale conoscenza che i cristiani hanno della dottrina della Humanae vitae sulla paternità responsabile? Quale coscienza si ha della valutazione morale dei differenti metodi di regolazione delle nascite? Quali approfondimenti potrebbero essere suggeriti in materia dal punto di vista pastorale?

b) È accettata tale dottrina morale? Quali sono gli aspetti più problematici che rendono difficoltosa l’accettazione nella grande maggioranza delle coppie?

c) Quali metodi naturali vengono promossi da parte delle Chiese particolari per aiutare i coniugi a mettere in pratica la dottrina dell’Humanae vitae?
d) Qual è l’esperienza riguardo a questo tema nella prassi del sacramento della penitenza e nella partecipazione all’eucaristia?
Pensiamo che l’Humanae vitae sia piuttosto conosciuta ma non sia accolta pienamente.
L’aspetto che riteniamo più importante è la centralità data alla paternità e alla maternità responsabili, vale a dire la capacità dei credenti di fare delle scelte morali a partire dalla coscienza e dall’analisi del contesto in cui vivono. Questo richiede l’espressione dell’apertura generosa alla vita, ma, al contempo, la capacità di cogliere quando è necessario fare scelte differenti e ricorrere a pratiche contraccettive. Da questo punto di vista, riteniamo che non vi sia differenza sostanziale tra i presunti metodi naturali e gli altri strumenti di contraccezione (che sono ben diversi dalle pratiche abortive), sia da un punto di vista morale sia da un punto di vista pratico. Continuare a sostenere questa improbabile differenza rischia di allontanare dalla vita sacramentale, e non solo, coloro i quali hanno compiuto un’autentica e responsabile scelta morale.

 

ALTRE SFIDE E PROPOSTE

Ci sono altre sfide e proposte riguardo ai temi trattati in questo questionario, avvertite come urgenti o utili da parte dei destinatari?
Il più grande interrogativo che ci siamo posti durante la compilazione del questionario riguarda l’antropologia sottesa alla formulazione delle domande, che ci sembra ancorata a modelli passati e inadatta a cogliere le istanze cruciali della contemporaneità.
Sentiamo mancante una riflessione sul maschile in grado di farsi carico del cambiamento che gli uomini contemporanei vivono in un contesto in cui i modelli di riferimento tradizionali non sembrano più adeguati al funzionamento della società contemporaneo e a una relazione paritaria con le donne. Questo cambiamento si ripercuote sulle famiglie, sia in senso positivo (la maggiore disponibilità e condivisione delle necessità legate alla vita domestica e all’educazione dei figli) sia in senso negativo (la persistenza e, forse, l’incremento di forme di violenza verbale e fisica sul coniuge e sui figli). Alla Chiesa manca una riflessione specifica sul maschile, sia perché è stato considerato a lungo l’unico paradigma dell’umano sia perché è più rassicurante continuare a riproporre modelli conosciuti e definiti. Si tratta di tematiche da approfondire al più presto per conoscere davvero gli uomini del tempo in cui la Chiesa vive.
È parimenti mancante una riflessione sulle donne di oggi in grado di accogliere i frutti dell’emancipazione del Novecento (che pure era stata salutata come uno dei segni dei tempi da Giovanni XXIII nella Pacem in terris). Riteniamo che non solo la Chiesa non si sia ancora fatta carico di una riflessione approfondita che sappia cogliere le istanze femminili di una partecipazione alla vita ecclesiale significativa senza ridurle a “forme di femminismo ostile”, ma ancor più non abbia portato un cambiamento di mentalità rispetto al ruolo delle donne nei confronti della famiglia, continuando a sostenere un immaginario tradizionale sempre più lontano dalla realtà.
Infine, in nessun punto del questionario ci si sofferma sul tema dell’affettività come esperienza dell’amore. In questo modo si perdono aspetti cruciali come la spiritualità vissuta dalla coppia; le dimensioni di ordine teologico, psicologico, antropologico che intervengono alla costruzione della famiglia; la donazione reciproca e la fedeltà come cardini del matrimonio. Appare, inoltre, una percezione della sessualità ancora vincolata dalle sole necessità procreative, senza cogliere quanto le coppie cristiane testimoniano (anche nelle varie forme associate) e la riflessione scientifica su questo argomento.
Per quanto giustificabile da una certa angolazione pastorale, non possiamo non osservare che l’approccio proposto fa emergere una maggiore attenzione alla regolazione dottrinale e canonica piuttosto che al vissuto umano e cristiano, autentico e travagliato delle persone che formano le famiglie.

 

 

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di Simona Borello (per Adista – Segni nuovi n.82 30 ottobre 2010)

È trascorso del tempo dal fine settimana vissuto a Napoli il 17-19 settembre per il convegno “Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini” e non è più tempo di cronaca (numerosi commenti e interventi sono stati pubblicati sulle riviste interessate a questi temi e sul sito www.statusecclesiae.net). Si può giusto ricordare che si è trattato del terzo incontro del “Vangelo che abbiamo ricevuto” (dopo i due convegni di Firenze a maggio 2009 e a febbraio 2010), un percorso che ha provocato un certo clamore, suscitando reazioni quanto mai variegate: per alcuni, assembramento di dissidenti strenuamente opposti alla Conferenza episcopale; per altri, iniziativa troppo distante dalle reali necessità di rinnovamento; per altri, ancora opportunità di incontro generatrice di altre proposte. Quasi che ciascuno vedesse in questa modalità di incontro quello che attendeva, desiderava, forse perfino temeva. Nel frattempo, però, “Il Vangelo che abbiamo ricevuto” ha iniziato a tracciare la propria identità, proponendosi come uno “spazio libero di comunione, confronto e ricerca sinodale” nel quale tutti potessero sentirsi accolti per dialogare e per confrontarsi.

Questo a Napoli si è respirato, anche grazie alla formula residenziale che ha permesso tempi più distesi e maggiori occasioni di scambio, e da questo si può ripartire per immaginare il modo di vivere la fede e la testimonianza nel tempo in cui viviamo. Troppo a lungo si è sentita nostalgia degli anni immediatamente successivi alla fine del Concilio Vaticano II, ricordando con appassionato struggimento lo stile vissuto in quegli anni e irritandosi per quanto si legge, si ascolta, si vive oggi.

Il mio sentire è che occorra un cambiamento di prospettiva: possiamo assumere con la dovuta serietà che è avvenuto un mutamento antropologico nel clero e nei laici negli ultimi anni, attraverso la delineazione di un contesto nel quale la pluralità di opinioni, l’apertura al dialogo, l’attitudine al confronto non sono sempre conosciute e benvenute. Si tratta di un riconoscimento che si deve fare con obiettività, senza indugiare nell’eccessivo criticismo o nella candida benevolenza che caratterizzano alcune realtà ecclesiali, e con responsabilità: non servono rimpianti o rimorsi ma piuttosto entusiasmo e coraggio per abbracciare la strada più impegnativa della ricerca e della costruzione.

Aprire un cantiere dove ideare linguaggi, pensieri, modalità di incontro per spezzare il pane teologico e biblico che ci nutre (anche quello stesso condiviso a Napoli) e per condividerlo con chi ha strumenti e tempo solo per capire un’omelia domenicale e, soprattutto, con chi nemmeno quel linguaggio comprende. È necessario, per non trasformare la ricchezza delle nostre conoscenze ed esperienze in un rifugio élitario, inevitabilmente minoritario e inutile alla trasformazione antropologica della Chiesa.

Un cantiere che permetta di lasciarsi ispirare gli uni dagli altri, di rafforzarsi, di insegnare e apprendere, ma che lasci uno spazio vuoto, dedicato alla vita nella propria Chiesa e nel proprio ambiente, dove ciascuna esperienza e ogni persona potranno trovare i modi per essere lievito, per morire e risorgere, seminando senza sapere quanto renderà il campo.

Sono cosciente che molte altre questioni ci attenderanno domani – dalla delineazione di una forma più strutturata all’accrescimento dell’opinione pubblica, alla proposta di azioni comuni, eccetera – e che per qualcuno possano anche essere più urgenti delle mie aspettative per il cammino che ci attende, ma questo non intacca la condivisione della gioia dell’aver ricevuto il Vangelo e il fervore per la costruzione del Regno.

* Gruppo “Chicco di Senape”, Torino

 

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Cari amici e care amiche di chiccodisenape, 
in vista dell’importante momento della vita della diocesi che ci accingeremo a vivere nei prossimi mesi, l’arrivo del nuovo vescovo, in continuita’ con quanto avevamo espresso nel nostro comunicato “In attesa del vescovo che verra’” abbiamo deciso di promuovere una veglia di preghiera “Per la chiesa di Torino e i suoi vescovi” per il prossimo martedì 27 aprile alle 20.45 nella chiesa di San Rocco in via San Francesco d’Assisi 1.

Un saluto caro confidando nella vostra presenza o, comunque, nella comunione nella preghiera,
 
il coordinamento di chiccodisenape

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