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Ecco un nuovo contributo di don Severino Dianich per stimolare la riflessione sulle nuove forme di Chiesa

La Chiesa italiana verso la sua riforma: come e per mano di chi?

di Severino Dianich

in “Koinonia-Forum” n. 499 del 23 novembre 2016

1. Una consapevolezza adeguata della situazione presente

In Europa la secolarizzazione della cultura e la laicizzazione dell’ordinamento sociale, con l’instaurazione del sistema liberal democratico di governo della società, sono una novità vecchia, maturata almeno lungo i due ultimi secoli.
Un lungo processo che sta giungendo al suo definitivo e irreversibile compimento. Ma la straordinaria possibilità di convivere fra uomini e gruppi sociali di etnie, culture e religioni diverse garantita solo dal sistema democratico nel quale tutti hanno gli stessi diritti, e non la chiesa cattolica più di alcun altro, ancora sembra mettere a disagio vasti strati della coscienza cattolica: vedi p. e. le polemiche sul presunto diritto di un vescovo di entrare nella scuola pubblica o contro la costruzione delle moschee.

E’ che oggi più che nel passato la fine definitiva della societas christiana comporta per la chiesa la perdita del ruolo di suprema anzi unica istanza di legittimazione morale del costume e della legislazione civile.
Non è mutato solo l’ordinamento politico della società, né solo il quadro demografico della popolazione, frammentato e pluralista, ma anche il costume degli italiani: vedi lo scollamento fra il costume diffuso e la morale cattolica, già testimoniato nel 1974 dal referendum sul divorzio e con quel 68% degli italiani che nel 1981 hanno rifiutano di abrogare la legge sulla liberalizzazione dell’aborto.
Si aggiunga la crescita numerica dell’abbandono della fede (non solo della pratica) l’abbandono progressivo del matrimonio religioso in favore di quello civile, ormai praticato da quasi il 50 % dei giovani che si sposano, l’abbandono di qualsiasi forma di matrimonio, che in 20 anni si è decuplicato, la diminuzione della percentuale dei battesimi dei bambini (in Italia dei nati nel 2008, sono stati battezzati solo il 71,5% con un calo di 18 punti in 10 anni).
Se si aggiunge la presenza degli immigrati con il loro sviluppo demografico molto più alto dei nativi non è improponibile l’ipotesi che nei prossimi decenni i cristiani cessino di essere anagraficamente la maggioranza della popolazione europea.

Sono i dati di fatto che non permettono più la continuazione di prassi pastorali che affidavano per tradizione millenaria la trasmissione della fede in seno alle famiglie in relazione ai loro bambini.
E’ necessario diffondere questa consapevolezza nelle nostre comunità, valorizzando le potenzialità e la ricchezza di grazia che accompagna la nuova era di una chiesa che riprende a evangelizzare gli adulti, e non cedendo (Evangelii gaudium 85 – EG) a una delle tentazioni più serie che soffocano il fervore e l’audacia … il senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura. Tramontano i modelli di vita ecclesiale degli ultimi quindici secoli e ritornano quelli dei primi cinque.

 2. Il primato dell’evangelizzazione

Quello che per natura sua è il nucleo portante della missione della chiesa, paradossalmente rimasto in ombra nel passato, torna sulla scena nella sua imponenza: l’evangelizzazione intesa nel suo senso essenziale come comunicazione della fede ai non cristiani e ai non credenti.
Il primato che le attribuisce Francesco ha per il suo pontificato“un significato programmatico e dalle conseguenze importanti. Ora non ci serve una «semplice amministrazione ». Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un « stato permanente di missione»” (EG 25).
Per il papa l’evangelizzazione va pensata nel suo senso radicale EG 14 “la proclamazione del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato…anche in paesi di antica tradizione cristiana. …I cristiani hanno il dovere di annunciarlo”.
Anche se resta la necessità della evangelizzazione all’interno della chiesa che oggi, però, si presenta con confini incerti, in una ricca tipologia di posizioni diversificate sia rispetto alla fede in Dio e in Cristo, sia rispetto all’appartenenza alla chiesa.

Citando la Redemptoris missio di Giovanni Paolo II il quale afferma che “questo è il compito primo della Chiesa”, la sua “massima sfida”, Francesco si domanda: “Che cosa succederebbe se prendessimo realmente sul serio queste parole?” (EG 15)
La domanda va posta a partire dalle “strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore” (EG 26).

Oltre alla prospettiva, non facile e certamente non prossima, di una riforma delle istituzioni, resta il sogno di papa Francesco
Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie. (EG 27)

Su questo piano sta la fiducia da porre nella capacità missionaria dell’istituzione più determinante che è la parrocchia, la cui struttura è il luogo della fede non per singoli o gruppi particolari, ma semplicemente per il popolo di Dio, che è un “popolo messianico” (LG 9).

E’ vero che associazioni e movimenti si sono impegnati nei fatti nell’evangelizzazione, mediamente, assai più delle prassi e delle iniziative delle parrocchie, ma ciò nulla toglie alla fondamentale grande potenzialità della parrocchia, presenza capillare della chiesa sul territorio, che raccoglie i credenti cattolici senza alcuna forma di discernimento particolare al di là del battesimo e della professione di fede cattolica.
Per questo fra l’altro è la parrocchia il punto d’arrivo dell’appartenenza ecclesiale e non l’ordinereligioso o l’associazione grazie alla quale è avvenuta una conversione alla fede.

3. per mano di chi?

La via per attribuire all’evangelizzazione il suo primato, non sarà la creazione (salvo opportunità particolari) di iniziative specifiche, ma la formazione dei fedeli ad esserne i primi e fondamentali soggetti responsabili (LG 9; can 781).
L’evangelizzazione è compito della Chiesa. Ma questo soggetto dell’evangelizzazione è ben più di una istituzione organica e gerarchica poiché anzitutto è un popolo in cammino verso Dio”. (EG 111)
“Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. (EG 120)

Si tratta di maturare la convinzione di LG 9 che è tutto il popolo di Dio investito della missione messianica, “strumento della redenzione”. I padri conciliari avevano notato che l’evangelizzazione dei laici
“acquista una certa nota specifica e una particolare efficacia dal fatto che viene compiutanelle comuni condizioni del secolo”. (LG 35)

Non si deve quindi pensare che i pastori della chiesa
“siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione”. (GS 43)

Il ritorno all’impegno dell’evangelizzazione dovrebbe propiziare un salto di qualità nella partecipazione dei laici, dal piano fino ad ora più frequentato della collaborazione nella vita della comunità a quello del versante estroverso della vita ecclesiale.
E’ una prospettiva nella quale il rapporto fra pastori e fedeli tende a rovesciarsi essendo i carismi laicali nel rapporto della chiesa con coloro che non appartengono alla comunità.
Ma solo l’ampiezza dei carismi laicali, a partire da quello sacramentalmente fondato del matrimonio e della educazione dei figli, può assicurare all’evangelizzazione la possibilità di realizzarsi come testimonianza cristiana a tutto campo e di una fede vivibile in tutte le situazioni di vita dell’uomo.

4. Come?

E’ più facile dire quello che non si deve fare, che suggerire le vie positive da percorrere, perché queste devono essere commisurate al soggetto, al destinatario e alle situazioni.
Una prima indicazione di carattere negativo è sulla necessità di superare il vecchio atteggiamento apologetico (e polemico) soprattutto quando si muove sul piano della storia della chiesa.
L’atteggiamento apologetico entra inevitabilmente nel clima del dibattito e dello scontro, che non permette il rapporto fiduciario necessario per la trasmissione della fede:
EG 14 La Chiesa non cresce per proselitismo ma « per attrazione ». (Ratzinger).
Un altro atteggiamento inadeguato è il moralismo che pone la precettistica morale avanti alla fede e così, soprattutto nella trasmissione dei media,
EG 34. “Il messaggio che annunciamo corre più che mai il rischio di apparire mutilato ridotto ad alcuni suoi aspetti secondari … sembra allora identificato con tali aspetti secondari che, pur essendo rilevanti, per sé soli non manifestano il cuore del messaggio diGesù Cristo. Dunque, conviene essere realisti e non dare per scontato che i nostriinterlocutori conoscano lo sfondo completo di ciò che diciamo o che possano collegare ilnostro discorso con il nucleo essenziale del Vangelo che gli conferisce senso, bellezza eattrattiva”.

Se l’accento viene spostato rispetto a quello che è il centro del vangelo
EG 39 “l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del Vangelo”.

Papa Francesco non manca di fustigare la supponenza frequente nel mondo cattolico di coloro che
EG 94 “si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. È una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare”.

Al contrario, se si assume
EG 35 “uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa”.

A questa impostazione si aggiunge l’atteggiamento personale del fedele
EG 10 “un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale. … Possa il mondo del nostro tempo –che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo …che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo”.

EG 83 non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!”

Non un atteggiamento che sia superficiale, ma che viene dal profondo della fede
EG 264 “La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore. Se lo accostiamo in questo modo, la sua bellezza ci stupisce, torna ogni volta ad affascinarci. Perciò è urgente ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri”.

E’ tutto l’insieme della chiesa che è convocato così ad una nuova vivacità, contro quella che Francesco ritiene
EG 83. “La più grande minaccia, che « è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità». (Ratzinger). Si sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo. Delusi dalla realtà, dalla Chiesa o da se stessi, vivono la costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce del cuore come «il più prezioso degli elisir del demonio» (Bernanos)”.

 5. La riforma delle strutture

Per i fedeli laici si dà una doppia via per essere soggetti attivi della missione della chiesa: dentro le istituzioni ecclesiastiche e fuori di esse.
Attualmente i due percorsi scorrono paralleli, con un certo influsso delle istituzioni ecclesiastiche nell’azione dei laici nel mondo, ma senza una adeguato rimbalzo dell’esperienza credente nel mondo sulle strutture e sulle attività istituzionali all’interno della chiesa.
Una riforma dovrebbe muoversi per assicurare la collaborazione laicale agli organismi interni, formulando parametri di partecipazione, p.e. nei consigli pastorali, che non la limitino al coinvolgimento di coloro che si assumono una mansione all’interno della comunità, ma che favoriscano la partecipazione di fedeli rappresentativi dei diversi stati di vita, delle professioni, delle posizioni sociali e politiche.

Oltre ai metodi della partecipazione, si sente il bisogno che più al fondo si dia vita a forme di sinodalità più decisive sul piano istituzionale.
La sola promozione di più ampie forme di ascolto e di consultazione non basta: è necessario promuovere lo sviluppo della corresponsabilità decisionale dei fedeli in tutti gli ambiti diversi da quelli che la stessa fede nella grazia del sacramento dell’ordine disegna come propri ed esclusivi dei pastori della chiesa.

Don Severino Dianich

Pistoia 20 novembre 2016

Scarica il documento: 161124dianich

In Francia la Conferenza Episcopale avvia una riflessione che è simile a quella che intende svolgere chiccodisenape e che ci può aiutare nella ricerca.

«Non è forse Dio che ha scelto di mandarci meno preti?»
di Bernard Paillot
in “www.baptises.fr” del 13 novembre 2016 (traduzione: http://www.finesettimana.org)

Che gioia scoprire che la Conferenza episcopale francese affronta finalmente la riflessione comune sul “sacerdozio comune dei battezzati”! Da più di 50 anni, i padri conciliari del Vaticano II avevano aperto la porta.

Per tutta la mia vita (di settuagenario) ho sentito i nostri preti invitare a pregare per le vocazioni (presbiterali, nella maggior parte dei casi), e, finalmente, Mons. Eychenne osa dire pubblicamente (con prudenza, in forma interrogativa): «Non è forse Dio che ha scelto di mandarci meno preti?». Quanto tempo di discernimento è stato necessario per arrivare ad una cosa così evidente, se si crede davvero all’efficacia della preghiera, sapendo che Dio non dà necessariamente la risposta che ci aspettiamo! Forse, anche, c’è voluto molto tempo per arrendersi all’evidenza dei fatti: ci sono sempre meno preti, ma sempre più laici preparati e disponibili.

E, finalmente, si parla (sempre in forma interrogativa) dell’uso sbagliato dei preti! Evidentemente non viviamo più come ai tempi del Concilio di Trento, e anche su questo il Concilio Vaticano II apriva gli occhi a chi accettava di vedere. Il battesimo non è forse il primo dei sacramenti (fondamentalmente sul piano teologico, e statisticamente sul piano demografico)? Non è forse il sacramento universale dei cristiani, quello che apre la porta all’ecumenismo pratico a cui ci invita papa Francesco?

Certo, non ignoro i molti laici impegnati in diversi servizi ecclesiali a tutti i livelli, ma dobbiamo constatare che si tratta, per lo più, di ovviare alla mancanza di preti e che l’attività di quei laici dipende sempre dalla buona volontà individuale di un certo prete o di un certo vescovo. Fa quindi enormemente piacere vedere i vescovi, nel loro insieme, affrontare la questione. Ed è assolutamente normale, in una prospettiva di ecclesiologia pratica, che questo venga fatto non a Roma, né a livello diocesano o parrocchiale, ma che sia a livello delle Conferenze episcopali che la riflessione venga svolta. Essa non deve, tuttavia, essere lasciata alla buona volontà o, inversamente, all’autoritarismo individuale del clero. Soprattutto, non deve trattarsi di una soluzione di “soccorso”, in mancanza di “meglio”.

Parallelamente, deve essere condotta una riflessione sulle missioni presbiterali, e occorre pensare all’articolazione, all’armonia dei ministeri, affinché il vangelo sia vissuto all’interno delle nostre istituzioni e dei nostri servizi.

In preparazione all’ itinerario che vogliamo compiere sulla responsabilità dei laici oggi nella Chiesa e nel mondo, vi offriamo alla lettura una sintesi di una riflessione di Joseph Moingt, centenario gesuita francese, che in questi ultimi anni ci ha proposto molte sollecitazioni di ordine teologico e pastorale, in particolare sul potere nella chiesa.

Nel link allegato troverete una sintesi della sua ultima opera. Fuori degli schemi e acuta nelle indicazioni storiche e attuali.

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201610/161019kerimel.pdf

Pubblichiamo il documento, già anticipato in giugno, che ora diffonderemo nella sua versione definitiva. Attediamo entro la fine dell’anno i contributi di riflessione a partire dai quali progettiamo per il prossimo anno un convegno da cui possano scaturire suggerimenti per la nostra Chiesa locale.

PROPOSTA DI RIFLESSIONE PER PARROCCHIE, ASSOCIAZIONI E GRUPPI SULL’IMPEGNO LAICALE NELLA CHIESA E SULLE NUOVE FORME DI ANNUNCIO DEL VANGELO

L’impegno laicale nella chiesa – dall’evangelizzazione alla formazione – nonostante la grande spinta innovatrice di papa Francesco, continua ad apparire poco incisivo e creativo. Del resto se guardiamo agli ultimi decenni possiamo dire che, malgrado l’elaborazione da parte del Vaticano II di una matura teologia del laicato, abbiamo assistito a una progressiva restrizione del suo ruolo. Le associazioni che in passato fornivano un laicato preparato a compiti non solo parrocchiali sono da tempo in difficoltà e non hanno saputo finora davvero reinventarsi. Anche il maggior coinvolgimento dei laici come operatori pastorali, là dove il progetto si realizza, non cambia il quadro generale; è una ministerialità che tende ad essere solo sostitutiva.

La Evangelii Gaudium indica chiaramente che l’evangelizzazione è un compito primario dei laici: «Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado d’istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni» (120). E ciò nell’orizzonte di una Chiesa in uscita. «Non possiamo più rimanere tranquilli, in attesa passiva, dentro le nostre chiese» ed è necessario passare da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria» (15). Linguaggi e strutture devono trasformarsi per diventare più missionari (27).

A queste esigenze non sembrano rispondere in modo adeguato né i consigli pastorali a livello parrocchiale e diocesano né il vasto mondo delle aggregazioni laicali. Dobbiamo rassegnarci a questa situazione? Mentre viviamo una profonda rottura della tradizione cristiana che richiede un rinnovamento di visione e di azione e siamo sollecitati a vivere e a proporre la gioia del Vangelo, qual è la nostra risposta? Che cosa ci tocca fare per non essere blandamente assenti in questa situazione dell’esperienza di fede e di vita della chiesa? Come coinvolgere le generazioni più giovani che non hanno sperimentato forme attive e significative di partecipazione laicale alla vita della chiesa? E come promuovere in essa un’assunzione di responsabilità e un ruolo decisionale da parte delle donne?

 

Su questi temi il chiccodisenape vorrebbe sollecitare un’ampia riflessione nella nostra diocesi a partire da queste considerazioni[1]:

– Nella diocesi si sta avviando un riassetto delle parrocchie, che risponda alla diminuzione del clero. Questo può essere un passaggio inevitabile, che tuttavia rischia di evadere la reale questione in gioco, che è quella, sollecitata dall’Evangelii gaudium, di ripensare profondamente le modalità dell’annuncio evangelico.

– Finito il regime di cristianità, la fede non viene più trasmessa in forma solo istituzionale e sacramentale. C’è domanda di ascolto e di confronto e, se pure si corre il rischio di una religione fai-da-te, oggi non si può più prescindere (ed è un bene) da una forte personalizzazione dell’esperienza religiosa. Ciò richiede sicuramente un ripensamento della trasmissione della fede nella catechesi parrocchiale, ma richiede anche la ricerca di nuove modalità di annuncio attraverso percorsi più personali o di gruppo.

– L’azione pastorale della chiesa sembra concentrarsi quasi esclusivamente nei confini parrocchiali. E la diocesi di solito non è che la somma della vita delle parrocchie. Ma le parrocchie, quando sono in grado di avere una certa vivacità, sono spesso autocentrate. I laici che partecipano alle loro attività pastorali altrettanto raramente hanno uno sguardo che sia un po’ più ampio. La chiesa è la parrocchia – questo è lo schema che sta diventando la norma. Non si riflette abbastanza sul fatto che il radicamento territoriale si è indebolito e resta molto forte soltanto per i bambini e per gli anziani; i luoghi di lavoro o i non luoghi del commercio e del trasporto, i luoghi di aggregazione intorno agli interessi più che alla territorialità diventano gli spazi più importanti e frequentati, quelli dunque in cui occorre portare l’annuncio. Allo stesso modo sono cambiati i tempi della vita quotidiana e della festa. Dove e quando l’uomo secolare può incontrare l’annuncio del Vangelo? Dove e in quali tempi si può vivere la comunione cristiana?

– Non si può più prescindere dal confronto ecumenico e interreligioso ed anzi diventa necessario includerlo nell’annuncio. L’identità cristiana non deve essere un elemento di separazione rispetto alle altre esperienze religiose; se è differente, lo deve essere anzitutto in quanto è più includente. Ma ciò richiede di ripensare le modalità e i contenuti dell’annuncio.

– In Europa (e probabilmente anche altrove) sono sorte nuove esperienze di presenza e di annuncio cristiano, che sembrano rispondere ai mutamenti appena richiamati e fanno pensare non a un superamento della parrocchia, ma alla sua integrazione con modi e stili di presenza più adeguati ai tempi e ai luoghi della vita in città. Pensiamo in particolare alle esperienze francesi delle Maison d’église. Forse è arrivato il momento anche in Italia di pensare coraggiosamente a nuove strutture e modalità di annuncio, ma anche di aggiornare in modo sostanziale le strutture esistenti, in particolare le parrocchie e le associazioni.

 

La nostra proposta è di avviare un percorso di riflessione nelle associazioni e nelle parrocchie, che conduca a un convegno ecclesiale nel quale approfondire questi temi e lanciare proposte operative. Per preparare il convegno vi invitiamo a riflettere e a farci pervenire le vostre considerazioni sulle seguenti questioni:

  1. Perché la Evangelii gaudium ha, anche nella nostra diocesi, una risonanza così debole e non sembra aver prodotto significativi mutamenti nel modo di vivere e praticare la missione cristiana, (anche se la recentissima lettera pastorale del nostro Arcivescovo, La città sul monte, sembra volere rimediare a questo ritardo)?
  2. Quali sono i più rilevanti mutamenti nei modi e negli stili di vita urbani e come rispondono ad essi le tradizionali forme di presenza e di annuncio della Chiesa?
  3. Come può l’annuncio cristiano incontrare da un lato il crescente indifferentismo e dall’altro il crescente pluralismo religioso? E che significano, concretamente, le proposte di Papa Francesco di una Chiesa nelle periferie e come ospedale da campo?
  4. Oltre all’indispensabile revisione e conversione dello stile di vita di ciascun cristiano (che resta sempre la condizione fondamentale), a quali nuovi contenuti, luoghi, tempi e modalità di annuncio del Vangelo e della sua gioia possiamo pensare? Non è forse giunto il tempo di un nuovo slancio missionario, che richiede anche un impegno ideativo e progettuale?
  5. In quali ambiti della vita sociale e con quale modalità si deve oggi, con più urgenza, testimoniare la carità evangelica?

 

Le associazioni, i gruppi e le parrocchie, che vogliano rispondere a questi interrogativi, sono pregati di farci pervenire le loro riflessioni entro la fine dell’anno all’indirizzo: chiccodisenape@gmail.com.

[1] Su questi punti il chiccodisenape ha organizzato un seminario il 2 aprile scorso con relazioni di Baldacci, Castellani, Coha, Garelli, Momo, Robiglio. Gli interventi si possono ascoltare sul nostro sito.

 

Scarica il documento: documento-per-le-associazioni-e-le-parrocchie-2

In occasione delle giornate di studio al Monastero di Bose 8-9 ottobre 2016 dedicate a Michele Pellegrino: memoria del futuro
vi segnaliamo che attraversola nuova playlist sul nostro canale YouTube Michele Pellegrino – la “Camminare insieme” dopo 40 anni potete riascoltare gli interventi del convegno organizzato dal Chicco “Camminare insieme 1971-2011” tenutosi nel salone di Santa Rita il 24 novembre 2011
e scaricare i testi degli interventi dei relatori