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Riflessione di don Oreste Aime, 7 febbraio 2010 “Questa terra è la tua terra”

Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e Sidone. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: « Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele ». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita. (Matteo 15, 21-28; || Marco 7, 24-30)

“Non merito l’ospitalità che ti devo. Accettala. Saprò che m’hai perdonato”, diceva un saggio. (Edmond Jabès, Il libro dell’ospitalità (1991), Cortina 1991, p. 18)

“Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele” – questa è la convinzione inattaccabile che guida il Maestro. Il suo compito è preciso, definito e non ammette eccezioni: la salvezza riguarda il popolo di Israele, il popolo di Dio, e non altri. La scena che possiamo ricostruire con la nostra immaginazione ci fa vedere Gesù che non guarda nella direzione di colei che implora la guarigione della figlia. I loro occhi sembrano non incontrarsi. Qualcosa li separa e li allontana. Stranamente, rispetto ad altre occasioni, sono i suoi discepoli che sono solleciti nei suoi confronti, forse solo perché disturbati da una presenza che con il suo grido li incomoda. Ma, ed è quasi disperante, non solo il maestro non vuole saperne di quella straniera, ma si oppone alle stesse richieste dei discepoli.

La situazione è insolita, senza paragone, inquietante. È stato perciò detto: è per educare l’una e gli altri che il Maestro si comporta in questo modo insolito e indisponente. A maggior tensione, corrisponde maggiore apprendimento e così tutti impareranno. L’ipotesi è plausibile, ma forse è solo pedante, esterna al dinamismo drammatico della scena.

È meglio seguire l’altra più impervia via: Gesù non si nasconde; consapevole di una missione ricevuta dall’alto, ritiene secondo i canoni della tradizione religiosa e nazionale cui appartiene che essa non riguardi gli stranieri, gli estranei, i goim. La salvezza è soltanto per Israele, unicamente per chi fa parte del popolo eletto. Dobbiamo ammettere, anche a malincuore, senza sottigliezze: l’elezione, intesa in un certo modo, crea estranei e stranieri.

I discepoli vorrebbero un accomodamento, ma il maestro, anche questa volta, è intransigente sulle questioni di principio. C’è una logica ferrea che abita questa intenzione: l’elezione ha le sue regole, a costo di creare esclusione e discriminazione. Sempre e ovunque. Non per un qualche calcolo, ma per un rigore coerente che fa dell’elezione qualcosa di simile al privilegio che non può essere condiviso, pena la sua manomissione o perdita. Ci sono frontiere che non possono essere valicate, dei muri invisibili e insormontabili.

Eppure quella logica così ferrea porta con sé una breccia. La straniera con le forze della sua intelligenza disperata la intuisce. Pure ai cagnolini spetta qualcosa, anche solo ciò che cade inavvertitamente dalla tavola dei padroni. Lo straniero appartiene sempre a un bestiario, a qualcosa di animalesco, a qualcosa di non umano. Per gli ebrei gli altri erano cani. E i cani non fanno parte dell’immaginario religioso biblico fatto di pecore e dei loro pastori. Eppure, anche i cani possono attendersi qualcosa. Forse poco, ma qualcosa sì.

La logica dell’elezione cede ad un’altra logica. Quella del dono, fosse pure casuale. Forse è la stessa elezione a richiederlo, quando si coglie per quello che è davvero, non per quello che si immagina. Perché questo avvenga sembra però indispensabile che appaia l’altro, l’estraneo, lo straniero, l’escluso. È lui, è lei soprattutto, a evocare qualcosa di sepolto, portato alla luce non solo dall’urlo ma da una domanda che si fa affermazione, che vale per tutti al di là di ogni barriera.

Prima dell’elezione, prima dei più alti progetti viene qualcosa che Gesù a questo punto riconosce come il suo stesso linguaggio, detto in altra lingua, ma con la stessa forza ed evidenza. È la fede e ciò che vi si rivela. Fede qui significa in termini assoluti. Fede che fa sfidare le logiche più agguerrite, le convinzioni che diventano privilegi, la religione che in nome del suo stesso essere-relazione diventa esclusione.

La fede è di una donna, di un straniera, di un’impura, di una vedova, madre solo di una figlioletta: la disperazione porta al ragionamento e alla sfida che capovolge le strade del messia. La fede può sorgere ovunque, dalle pietre come i figli di Abramo o dagli stranieri. Come le mura di Gerico caddero al suono delle trombe, così ora le fortificazioni del messia itinerante cadono di fronte alla fede. Fede vuol dire fiducia, ostinazione, intelligenza, logica al rovescio.

Anche Gesù dopo quell’incontro, non voluto né cercato, è un altro: uno straniero alla sua stessa missione. Dall’incontro con l’altro, chiunque sia, ma soprattutto se estraneo e straniero si esce trasformati. In questo caso è il primo barlume di universalità oltre i confini di Israele. Quelle terra oltre confine che Gesù sta calpestando diventa ora anche la sua terra, una terra evangelica, aperta all’evangelo.

L’episodio, sia in Marco che in Matteo, fa irrompere, forse per la prima volta, l’estraneo nella vita di Gesù. Prima di allora, stando alla geografia delle narrazioni, la sua attività si era svolta in Galilea e sui suoi confini porosi perché esposti al mondo pagano esterno. Dopo questo incontro, in terra straniera, la via di Gesù ne è inaspettatamente cambiata. Chiunque egli sia – il vangelo lo deve ancora svelare – non è più lo stesso. Non è eccessivo parlare di metamorfosi del messia. Se questo incontro non fosse avvenuto, la sua strada sarebbe stata la stessa? Egli ha scoperto qualcosa in un luogo dove non lo immaginava presente: nel riconoscerlo Gesù non nasconde la sua meraviglia. Anche lui è sorpreso dalla gioia. I confini dell’elezione si sono mutati, quasi dall’esterno. Non per un rottura di frontiere fatte saltare per una forza endogena, ma per un’incursione esterna e inattesa.

L’incontro con l’altro spesso è misconoscimento, rifiuto, esclusione. Quando si realizza come incontro oscilla tra riconoscimento e trauma. È trauma perché l’altro rompe i confini sicuri della nostra esistenza: temendone la minaccia, lo si allontana. È riconoscimento quando la mano si apre al dono, all’accoglienza, all’ospitalità. Da alienus (estraneo) e hostis (nemico) l’altro si trasforma in alter (altro) e hospis (ospite). Resta quasi sempre un alone di ambivalenza. Il trauma potrebbe un giorno trasformarsi in rivolta e ripulsa, il dono potrebbe essere avvelenato. L’incontro è al tempo stesso effimero e definitivo. Potrebbe non diventare mai consuetudine.

Se la straniera ha cambiato, forse sconvolto, la via del messia in incognito, aprendolo alle dimensioni dell’universalità della fede e della salvezza, con pari meraviglia possiamo anche noi attendere questa epifania dell’altro – il prossimo e il lontano, l’estraneo e lo straniero – nella nostra vita.

Squillo alla porta
Ogni squillo alla porta da cui resto poi deluso
mi lascia come uno svuotato
Gesù che cerchi a notte fonda un posto per
dormire e rimanga davanti a porte chiuse.
E dunque ora gli apro, è mio dovere,
e lo avvolgo in un sudario e vesto me di bianco
e colgo l’occasione per toccare il suo
mantello che un tempo mi eluse.
E frugo per la stanza, trovo un posto in cui lui possa giacere, 
in cui se gli dovesse dolere, non dolga più di tanto,
e ricordo un filosofo che disse che l’uomo si misura
solo dalla sua disperazione, e che non c’è altro esame,
e lascio un po’ di spazio alla mia disperazione,
e molto alla sua.
Natan Zach, Sento cadere qualcosa, 199

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Dal sito www.dialoghi.net riportiamo un articolo di Mons. Sigalini, Vescovo della diocesi di Palestrina e Assistente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana.

Il pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti ha tenuto dal 1 al 4 settembre in Germania a Freising, nelle vicinanze di Monaco di Baviera, il sesto congresso mondiale per la pastorale degli zingari sul tema: i giovani zingari nella chiesa e nella società. Erano presenti 26 nazioni di tutti i continenti.

Io ero presente perché invitato a delineare le caratteristiche dei giovani rom e sinti, attraverso la conduzione di una tavola rotonda, vivacizzata dalle esperienze raccontate da giovani zingari. Era nutrita la delegazione italiana fatta dai responsabili nazionali e da alcuni operatori pastorali sia zingari che gagè. Ne è emerso un quadro molto interessante della vita dei giovani zingari. La consapevolezza di essere un popolo e non un ammasso di illegalità, di voler offrire alla società le proprie caratteristiche, la necessità di essere messi in condizione di vivere onestamente, di non essere discriminati ma riconosciuti come una minoranza con diritti e doveri, la possibilità di partecipare all’istruzione, senza scuole speciali che ghettizzano, poter trovarsi un lavoro… sono tra le aspirazioni più normali di questi giovani, che hanno gli stessi ideali e difficoltà di tutti i giovani, gli stessi sogni e le stesse difficoltà di dialogo con il mondo adulto.

La comunità cristiana è chiamata a fare un salto di qualità nei loro confronti, ad annunciare senza mezzi termini e formalismi che sono figli di Dio amati e stimati, che sono chiamati alla santità e a tutte le vocazioni che la vita cristiana esprime. Erano presenti giovani suore, preti, frati sinti e rom, fieri di appartenere a una etnia sopravvissuta a tante ingiustizie e pulizie etniche e campagne denigratorie, di sentirsi chiamati da Dio a far conoscere il suo amore a tutti anche entro il disprezzo dei benpensanti. Alcune nazioni hanno trovato una modalità di convivenza onesta, in Italia abbiamo ancora molto da fare sia come comunità cristiana che civile nell’aiutare un cambio di mentalità, nel favorire un dialogo responsabile e costruttivo tra tutti.

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Riportiamo un’articolo pubblicato sul sito web Dialoghi, portale attraverso il quale l’Azione Cattolica Italiana si confronta con il dibattito in corso nel Paese e offre il proprio contributo al Progetto culturale della Chiesa italiana.

Quello che impressiona è la scarsità di reazioni. Uno Stato europeo – anzi, fondatore del “miracolo” politico dell’Unione Europea -, uno Stato con una tradizione culturale e giuridica importante, propone nel XXI secolo una schedatura su base etnica

Facciamo fatica a pensarlo. Ma facciamo ancora più fatica a comprendere il perché della reazione assonnata, indifferente, se non complice. Non è questione di parte: si può essere di destra o di sinistra, di centro o apolitici, ma non si può non rendersi conto e non applicare un principio di elementare civiltà giuridica.

Propongo due riflessioni in proposito, cercando di evidenziare due errori di ragionamento molto comuni.

Il primo errore confonde il motivo per cui qualcuno è sanzionabile.
Si possono prendere provvedimenti verso chi commette reati. Anzi, compito primario dello Stato è garantire la sicurezza. Rinunciamo, nella convivenza civile, all’uso privato della forza per delegarla a un sistema di sicurezza pubblica democraticamente organizzato e controllato. Il monopolio della forza da parte dello Stato da una parte è garanzia verso i deboli (in quanto protegge dal sopruso del più forte) e dall’altra principio di equità della pena (che deve distinguersi dalla vendetta).

Può anche accadere che di fatto la maggior parte dei membri di un certo gruppo abbiano compiuto un determinato reato e siano per questo motivo giustamente sanzionati. In ogni caso vale il principio che si è sanzionati non per l’appartenenza a un gruppo, ma per aver commesso un reato. Anche se tutti i Rom fossero, per esempio, sanzionati per aver rubato, resterebbe forte il principio che sono sanzionati in quanto ladri e non in quanto Rom.

Il secondo errore consiste nel fidarsi di conoscenze “ovvie”, talmente diffuse che nessuno si preoccupa di verificare.
La Fondazione Migrantes ha commissionato al dipartimento di Psicologia e antropologia culturale dell’Università di Verona una ricerca sugli stereotipi legati ai Rom. Vengono analizzati i presunti casi di sottrazione di minore (un’accusa tipica verso i Rom) dal 1986 al 2007. Non esiste un solo caso accertato di rapimento su 30 denunce e 11 iniziative dirette dell’autorità giudiziaria. Rom e Sinti sono assieme 150.000 persone in Italia, di cui 70.000 cittadini italiani. Sono lo 0,3% della popolazione del nostro Paese, la media Ue è del 2%).

Detto questo il rispetto della legge vale anche per Rom e Sinti, come per gli autoctoni, gli stranieri, gli studenti, le casalinghe e le alte cariche dello Stato. Non vorremmo che a fare la differenza fosse lo status sociale e il reddito – visto che nessuno sembra preoccuparsi dell’appartenenza all’etnia Rom quando ci si chiama ad esempio Ibrhaimovic, che guadagna 4,5 milioni di euro l’anno all’Inter.

Forse questa esperienza ci aiuta a comprendere meglio la passività con cui vennero accettate – ma non da tutti – le leggi razziali del 1938. E, ancor prima, i tanti pregiudizi che si sviluppano nella storia. Si veda ad esempio il recente libro di Francesco Germinario Argomenti per lo sterminio (Bollati Boringhieri 2008 ) in cui si narra come si sviluppò in modo oscuro e poco appariscente il pregiudizio antisemita nella pubblicistica francese da metà Ottocento in poi.

“Famiglia Cristiana” (26) ha narrato la storia di Goffredo Bezzecchi, Rom cittadino italiano, schedato dai fascisti nel 1942 quando aveva 13 anni. E schedato una seconda volta a 69 anni da agenti della polizia e da carabinieri il 6 giugno 2008 alle 5.20 di mattina, assieme agli altri 34 abitanti di un campo nomadi comunale vicino a Milano. Tutti cittadini italiani, tutti con lavoro regolare, tutti con figli che frequentano regolarmente le scuole.

Quasi tutte le voci critiche sono venute dal mondo cattolico. Anche qualche intellettuale ebreo, come Moni Ovadia, si è espresso. Vorremmo che ci fossero più voci. Come ha detto a suo tempo il pastore luterano Niemoller al tempo del Terzo Reich: “Prima vennero per i comunisti, non dissi nulla perché non ero comunista; dopo vennero per i socialdemocratici, non dissi nulla perché non lo ero; poi vennero per i sindacalisti, non dissi nulla perché non ero sindacalista; dopo vennero per gli ebrei, non dissi nulla perché non ero ebreo; quindi vennero a prendere me, e non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa”.
 

Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena, Facoltà di Filosofia

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Proseguono le adesioni.

Il gruppo diocesano del Meic, Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale dell’Azione Cattolica di Torino, si incontrerà per discutere i temi trattati nel documento Chicco di senape.

L’incontro si svolgerà Sabato 15 dicembre alle 16,30 in Centro Diocesano (V° piano di c.so Matteotti, 11 – Torino).

Per chi volesse partecipare o avere ulteriori informazioni… potete scrivere una mail a meictorino.

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