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di BARBARA SPINELLI – La Repubblica, 21 settembre 2011

IL SOSTEGNO che i vertici della Chiesa continuano a dare a Berlusconi è non solo uno scandalo, ma sta sfiorando l’incomprensibile. Che altro deve fare il capo di governo, perché i custodi del cattolicesimo dicano la nuda parola: “Ora basta”? Qualcosa succede nel loro animo quando leggono le telefonate di un Premier che traffica favori, nomine, affari, con canaglie e strozzini? Non sono sufficienti le accuse di aver prostituito minorenni, di svilire la carica dimenticando la disciplina e l’onore cui la Costituzione obbliga gli uomini di Stato? Non basta il plauso a Dell’Utri, quando questi chiamò eroe un mafioso, Vittorio Mangano? Cosa occorre ancora alla Chiesa, perché si erga e proclami che questa persona, proprio perché imperterrita si millanta cristiana, è pietra di scandalo e arreca danno immenso ai fedeli, e allo Stato democratico unitario che tanti laici cattolici hanno contribuito a costruire?

Un tempo si usava la scomunica: neanche molto tempo fa, nel ’49, fu scomunicato il comunismo (il fascismo no, eppure gli italiani soffrirono il secondo, non il primo). Se Berlusconi non è uomo di buona volontà, e tutto fa supporre che non lo sia, la Chiesa usi il verbo. Ha a suo fianco la lettera di Paolo ai Corinzi: “Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello, ed è immorale o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro; con questi tali non dovete neanche mangiare insieme. Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? Non sono quelli di dentro che voi giudicate? Quelli di  fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi!”.

Anche l’omissione è complicità. Sta accadendo l’intollerabile dal punto di vista morale, in politica, e i vertici della Chiesa tacciono: dunque consentono. Si può scegliere l’afonia, certo, o il grido inarticolato di disgusto: sono moti umani, ma che bisogno c’è allora di essere papa o vescovo? (avete visto, in Vaticano, Habemus Papam?). Dicono che parole inequivocabili son state dette: “desertificazione valoriale”, “società dei forti e dei furbi”, “cultura della seduzione”. Ma sono analisi: manca la sintesi, e le analisi stesse son fiacche. D’un sol fiato vengono condannati gli eccessi dei magistrati, pareggiando ignominiosamente le condanne. Da troppo tempo questo è, per tanti laici cattolici scandalizzati ma non uditi, incomprensibile. Quasi che il ritardo nella presa di coscienza fosse ormai connaturato nella Chiesa. Quasi che l’espiazione (penso ai mea culpa di Giovanni Paolo II, nobili ma pur sempre tardivi) fosse più pura e santa che semplicemente non fare il male: qui, nell’ora che ci si spalanca davanti.

Un gesto simile a quello di Cristo nel tempio, un no inconfondibile, allontanerebbe Berlusconi dal potere in un attimo. Alcuni veramente prezzolati resterebbero nel clan. Ma la maggior parte non potrebbero mangiare insieme a lui, senza doversi ogni minuto giustificare. Non è necessario che l’espulsione sia resa subito pubblica, anche se lo sapete, uomini di Chiesa: c’è un contagio, del male e del malaffare. Forse basterebbe che un alto prelato vada da Berlusconi, minacci l’arma ultima, la renda nota a tutti. Questa è l’ora della parresia, del parlar chiaro: la raccomanda il Vangelo, nelle ore cruciali.

Sarebbe un’interferenza non promettente per il futuro, lo so. Ma l’interferenza è una prassi non disdegnata in Vaticano, e poi non dimentichiamolo: già l’Italia è governata da podestà stranieri in questa crisi (Mario Monti l’ha scritto sul Corriere: “Le decisioni principali sono prese da un “governo tecnico sopranazionale”), e Berlusconi d’altronde vuole che sia così per non assumersi responsabilità. Resta che gli alleati europei possono poco. E una maggioranza che destituisca Berlusconi ancora non c’è in Parlamento. Lo stesso Napolitano può poco, ma la sua calma è d’aiuto, nel mezzo del fragore di chi teme chissà quali marasmi quando il Premier cadrà. Il marasma postberlusconiano è fantasia cupa e furba, piace a chi Berlusconi ce l’ha ormai nelle vene. Il marasma, quello vero, è Berlusconi che non governa la crisi ma si occupa di come evitare i propri processi: tanti processi, sì, perché di tanti reati è sospettato. L’Italia è un battello ebbro, il capitano è un simulacro. Non ci sono congiure di magistrati, per indebolire la carica. Il trono è già vuoto. Il pubblico ministero, organo dello Stato che rappresenta l’interesse pubblico, deve per legge esercitare l’azione penale, ogni qualvolta abbia notizia di un reato, e in molte indagini Berlusconi è centrale: come corruttore o vittima-complice di ricatti.

Gli italiani non possono permettersi un timoniere così. Se sono economicamente declassati, la colpa è essenzialmente sua. Berlusconi non farà passi indietro, gli oppositori si ridicolizzano implorandolo senza mai cambiare copione. Oppure vuole qualcosa in cambio, e anche questo sarebbe vituperio dell’Italia. Il salvacondotto proposto da Buttiglione oltraggia la Costituzione. Casini lo ha smentito: “Sarebbe tecnicamente e giuridicamente impossibile perché siamo in uno Stato di diritto”.

Perché la Chiesa non dice basta? Si dice “impressionata” dalle cifre dell’evasione fiscale, ma la vecchia domanda di Prodi resta intatta: “Perché, quando vado a messa, questo tema non è mai toccato nelle omelie? Eppure ha una forte carica etica” (Famiglia cristiana, 5-8-07). E come si spiega tanta indulgenza verso Berlusconi, mentre Prodi fu accusato di voler essere cristiano adulto? Pare che sia la paura, ad attanagliare i vertici ecclesiastici: paura di perdere esenzioni fiscali, sovvenzioni. Berlusconi garantisce tutto questo ma da mercante, e mercanti sono quelli che con lui mercanteggiano, di quelli che Cristo cacciò dal tempio rovesciandone i banchi. E siete proprio sicuri di perdere privilegi? Tra gli oppositori vi sono persone a sufficienza, purtroppo, che non ve li toglieranno. Paura di un cristianesimo che in Italia sarebbe saldamente ancorato a destra? Non è vero. Non posso credere che lo spauracchio agitato da Berlusconi (un regime ateo-comunista)abbia ancora presa. Oppure sì? Penso che la Chiesa sia alle prese con la terza e più grande tentazione. Alcuni la chiamano satanica, perché di essa narra il Vangelo, quando enumera le prove cui Cristo fu sottoposto: la prova della ricchezza, del regno sui mondi: “Tutte queste cose ti darò, se prostrandoti mi adorerai”. La Chiesa sa la replica di Gesù.

Il Papa ha detto cose importanti sulla crisi. Che agli uomini vengon date pietre al posto del pane (Ancona, 11 settembre). La soluzione spetta a politici che arginino i mercati con la loro autorevolezza. Non saranno mai autorevoli, se ignorano la quintessenza della decenza umana che è il Decalogo. Ma neanche la Chiesa lo sarà. Diceva Ilario di Poitiers all’imperatore Costanzo, nel IV secolo dC: “Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro”.

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Di seguito articolo di Alberto Melloni (Corriere della Sera, 28 agosto 2011)

Farebbero malissimo i vescovi a sottovalutare la richiesta che arriva da più parti e che riguarda i «sacrifici» che anche la Chiesa dovrebbe fare nell’ indomabile montare della crisi. È ovvio che in molti casi queste istanze nascondono la stessa faciloneria che ha convinto milioni di italiani che il problema dei debiti sovrani dipenda in Italia dai privilegi dei politici che esistono e sono odiosi ma non sono certo il cuore della cosa. E dunque potrebbe essere fortissima la tentazione di respingere al mittente tali istanze con argomenti tecnicamente e giuridicamente solidi. Sui patroni basterebbe ammiccare ai sindaci e agli uffici scolastici per far sì che il calendario delle lezioni reintroduca dalla finestra festività che così verranno sottratte solo ai ceti operai e impiegatizi che non possono permettersi i ponti. Sulle festività che il concordato blinda ci si potrebbe limitare a richiamare la indisponibilità del tema (è la Repubblica che ha deciso insieme alla Santa Sede di mettere sotto l’ ombrello di un trattato internazionale le feste dei dogmi di Pio IX e di Pio XII anziché il triduo pasquale: per cui, se ne ha voglia, porti la politica al Papa una legge con allegato il trattato sul triduo di Hans Urs von Balthasar). Sull’ 8 per mille, materia decisa dal concordato Casaroli-Craxi, i vescovi potrebbero ricordare agli smemorati radicali che gli accordi di Villa Madama prevedevano un riesame in commissione paritetica (nell’ infondato timore che la quota stabilita non colmasse la «congrua») e che non è stato un ukaze Cei a impedirlo. Così pure sulle esenzioni Ici i vescovi potrebbero legittimamente rimandare ad una più attenta lettura all’ elenco delle Onlus fra le quali (con esiti insostenibili dal punto di vista costituzionale) si chiede di discriminare quelle che hanno «fini di religione», declinati nella libertà della loro espressione. Così facendo, però, verrebbero meno a quel dovere evocato dal presidente Napolitano nella sua orazione civica di Rimini, e che è una chiamata in attesa di reclute: porsi cioè al livello delle sfide che il Paese non può non affrontare. E qui i vescovi potrebbero cogliere in istanze vulnerabili o populiste una occasione. Il sistema dell’ 8 per mille, infatti, era stato inventato da grandi ecclesiastici (Casaroli, Silvestrini, Nicora) per dare alla Chiesa italiana, e non alla Santa Sede, una sua autonomia, specialmente rispetto alla politica: e quel sistema aveva una implicazione di parificazione fra Chiese e religioni che non è stato implementato dallo Stato che ne aveva il dovere. Se il miliardo e passa di entrate non basta a proteggere la Chiesa da una politica delle blandizie la questione, allora, è ancora più grande. Il denaro dato alla Cei, infatti, è stato speso (quasi sempre) bene: ha rimesso in sesto un patrimonio che il Fondo edifici di culto del ministero degli Interni non poteva mantenere; ha finanziato tanta solidarietà. Non mancano le ombre: ha certo foraggiato sacche di interessi e comprato consensi in vendita, ha dato fiducia a mezze tacche della finanza o della cultura, ha coperto operazioni meschine (d’ altronde, come spiegava un grande cardinale italiano, in fatto di denaro «i preti delinquenti si fidano sempre di delinquenti, perché sono anche loro delinquenti; i preti buoni si fidano dei delinquenti perché sono buoni»). Ma non è lo Stato che può dar lezioni di rigore, se non segna un punto e a capo per tutti. Quel denaro però ha eroso qualcosa di assai più profondo per la Chiesa italiana: e cioè la sua fede nella povertà come via necessaria della Chiesa, secondo il limpido dettato della costituzione conciliare Lumen Gentium 8. Perché – come ha insegnato l’ emersione dei crimini di pedofilia – ogni consiglio evangelico può essere vissuto in modo estrinseco o profondo: e come la superficialità esalta le turpitudini, la sincerità anche debole accresce la virtù. Così la scarsa fiducia, per dir così, nella povertà ha sottratto alla Chiesa una credibilità di cui oggi avrebbe bisogno, per essere nella svolta che stiamo vivendo fattore di unità profonda del Paese. Con quella credibilità potrebbe affrontare tutte le questioni sul tappeto difendendo il diritto delle feste religiose di tutti, cercando un punto di ripartenza del senso civico di tutti, insegnando quel «linguaggio di verità», che il presidente ha evocato sul presente, sui vent’ anni ultimi e che forse andrebbe spinto almeno indietro per poter produrre un rinnovamento vero della coscienza civica di tutti. Qualcosa di limpido e impolitico come un tale atto di fede – con tutte le conseguenze di rigore e di trasparenza che esso comporta – darebbe ai vescovi o comunque accrescerebbe quella autorevolezza di cui hanno bisogno loro, spettatori di rimpianti e di lotte di carriera ecclesiastica spudorate: e di cui ha ancor più bisogno il Paese. Nei giorni più difficili della sua storia post-fascista – l’ 8 settembre del 1943, il 9 maggio del 1978 – l’ Italia ha trovato nella Chiesa un sostegno infungibile e in quei gesti di coraggio la Chiesa ha guadagnato una credibilità capitalizzata per decenni. Nessuno può escludere che giorni, per fortuna diversi nella forma, ma non meno impegnativi nella sostanza, siano oggi innanzi al Paese.

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In questi giorni di indignazione proponiamo, cari amici, un testo di PierGiorgio Cattani pubblicato pochi giorni fa su Il Margine.

Cristiani d’Italia in attesa- Una lettera per i nostri vescovi
di PIERGIORGIO CATTANI

«Circa due mesi prima della sua morte accadde che Pascal, avendo raccolto in casa sua parecchie persone per conferire sullo stato presente degli affari della Chiesa, dopo aver loro presentato le difficoltà su certe cose, trovò che quelle persone non erano così decise come avrebbe voluto, e cedevano su qualche cosa che egli credeva importante per la verità.
«così decise come avrebbe voluto, e cedevano su qualche cosa che egli credeva importante per la verità. Ciò lo colpì in tal modo, che cadde svenuto e perse la con Circa due mesi prima della sua morte accadde che Pascal, avendo raccolto in casa sua parecchie persone per conferire sullo stato presente degli affari della Chiesa, dopo aver loro presentato le difficoltà su certe cose, trovò che quelle persone non erano oscenza e la parola. Rimase molto tempo in quello stato, e quando lo si fu fatto rinvenire con molta fatica, e mia madre che era presente gli chiese il motivo che gli aveva causato tutto ciò, disse: “Quando ho visto tutte quelle persone che io consideravo come le colonne della verità che si piegavano e mancavano in ciò che esse dovevano alla verità, ne fui colpito, e non potei sopportarlo, ed è stato necessario soccombere al dolore che ho provato”».
(Memoria su Pascal scritta da Marguerite Périer)

Caro vescovo, da semplici credenti, tenacemente appartenenti alla comunità ecclesiale e ancorati ai documenti magisteriali del Concilio Vaticano II, scriviamo a Lei, pastore a cui facciamo riferimento nella nostra Chiesa locale, per denunciare con dolore l’attuale clima politico e sociale, che la comunità cristiana appare incapace di affrontare. Certamente alcuni laici credenti non la pensano come noi e valutano coerente alla nostra fede questa stantia atmosfera che circonda l’attuale momento storico.
Ma siamo sicuri che tutti condividano l’odierna fatica della testimonianza cristiana in Italia.

Perdono e condanna. A senso unico
Sono anni che chiediamo alla nostra Chiesa di dire parole decisive sulla crisi della fede in atto da tempo, sul degrado morale e umano a cui l’Italia sembra condannata, sullo sfascio dell’etica pubblica, sulle questioni cruciali che riguardano l’uomo del mondo globalizzato e multietnico. Sentiamo voci discordanti. Chi ha il coraggio di smascherare apertamente il disegno truffaldino che la classe politica attualmente al potere (e purtroppo non solo quella che governa) sta portando avanti, con spregiudicata scientificità, ai danni della Chiesa cattolica e della coscienza dei credenti, viene subito messo a tacere o etichettato come partigiano, disfattista, laicista.
Ogni finestra socchiusa per far entrare un po’ d’aria ristoratrice viene immediatamente rinserrata e sigillata in modo ermetico da chi sembra aver scordato le parole del Vangelo che dovrebbe annunciare, conoscendo invece a memoria quelle della diplomazia più ritrita oppure del politichese più raffinato.
Come giudicare altrimenti queste parole di monsignor Fisichella, oggi presidente di un importante dicastero vaticano, a giustificazione della comunione data al capo del governo?
«Il presidente Berlusconi essendosi separato dalla seconda moglie, signora Veronica, con la quale era sposato civilmente, è tornato ad una situazione, diciamo così, ex ante … Il primo matrimonio era un matrimonio religioso. È il secondo matrimonio, da un punto di vista canonico, che creava problemi.
È solo al fedele separato e risposato che è vietato comunicarsi poiché sussiste uno stato di permanenza nel peccato … se l’ostacolo viene rimosso, nulla osta» (Il Messaggero, 21 aprile 2010).
Qualcuno, come il direttore di “Famiglia Cristiana” don Antonio Sciortino, ha avuto la forza di denunciare pubblicamente la gravità della situazione, che mette a repentaglio il cuore del messaggio evangelico dell’amore verso i poveri, vera prova concreta dell’amore per Dio: costui non è stato applaudito come difensore dei valori cristiani ma criticato, talora insultato, sempre marginalizzato.
In questi anni ci siamo abituati a tutto.
O meglio: i vertici della Chiesa italiana ci hanno abituato a tutto. Quasi come se la morale cattolica si applicasse per i nemici e si interpretasse per gli amici.
Abbiamo imparato che perfino il sacramento dell’eucaristia, perfino la bestemmia possono essere soggetti alle logiche politiche.
Ci hanno insegnato che la Segreteria di stato vaticana perdona settanta volte sette a Pilato, Erode e Caifa, ma lapida la peccatrice, dimentica al suo destino il buon ladrone e lascia Lazzaro nella tomba. Siamo stati abituati a vedere prelati e cardinali partecipare allegramente  e senza ritegno ai banchetti organizzati da Erode o dai suoi sodali per celebrare una triste union sacrée, dimentica di quanto avveniva fuori del palazzo.
Chi può scordare la cena a casa di Bruno Vespa dell’8 luglio, scorso con illustri commensali quali i cardinal Bertone, il sindaco di Roma Alemanno, Casini, Berlusconi e pure il maestro Muti? I vertici ecclesiali dovrebbero stare più attenti anche durante gli incontri ufficiali tra Stato e Chiesa, per non dare l’idea di un mercanteggiamento continuo (che già emerge implicitamente in locuzioni come quella dei “valori non negoziabili”… quasi gli altri valori fossero invece merce!) e di un contatto con il potere molto disdicevole per chi rappresenta un’autorità morale. Immaginiamo che governare la Chiesa sia difficile, specialmente in questo momento, ma la prudenza, la cautela e la sobrietà sembrano sparite dai sacri palazzi… Invochiamo maggiore fedeltà al dettato evangelico del «sia il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno».
Ci saremmo aspettati delle smentite se i fatti descritti dai mezzi di informazione non corrispondessero alla realtà.

L’educatore d’Italia
Sono anni che il cardinal Ruini parla giustamente di “emergenza educativa”.
Ricordiamo tutti come l’allora presidente della CEI aveva salutato la massiccia astensione al referendum sulla fecondazione assistita del 2004: il mancato raggiungimento del quorum sarebbe stato «frutto della maturità del popolo italiano, che si è rifiutato di pronunciarsi su quesiti tecnici e complessi, che ama la vita e diffida di una scienza che pretenda di manipolare la vita» (Radio Vaticana, 14 giugno 2005).
Ma dov’è oggi questa maturità, dov’è quest’Italia migliore? A Rosarno, sulla gru di Brescia, nei rifiuti di Napoli, nel canale di Sicilia? Ha forse il volto di un onorevole Scilipoti qualsiasi, grazie al “senso di responsabilità” del quale il cardinale Bagnasco ha potuto dire: «Ripetutamente gli italiani si sono espressi col desiderio di governabilità e quindi questa volontà, questo desiderio espresso in modo chiaro e democratico deve essere da tutti rispettato e perseguito con buona volontà e onestà» (dichiarazione alle agenzie di stampa, 15 dicembre 2010)?
Oppure la ritroviamo soltanto ad Arcore? È proprio il padrone di Villa San Martino il vero educatore dell’Italia, ormai da trent’anni. L’educatore che ha creato l’emergenza.
L’educatore a cui si domanda un appoggio per educare ancora e meglio gli italiani, questa volta nientemeno che ai valori cristiani, quelli “non negoziabili”. È questa la vera tragedia della Chiesa italiana. L’educatore farà forse le leggi che piacciono ai vertici ecclesiali, ma continuerà a immettere nel paese quei “valori” testimoniati dalla sua vita privata e determinanti per il suo successo prima imprenditoriale e poi politico.
I valori delle sue televisioni. Apparenza, denaro, successo, barzellette, bellezza artificiale, salutismo, volgarità, disprezzo della donna. È questo insieme ad essere la cifra della realtà italiana. E chi propugna questa visione antropologica dovrebbe sostenere i diritti di malati e disabili ad essere valorizzati e curati? Credono i vertici della CEI che l’ideale dei soldi a buon mercato sia un esempio per i giovani? Credono certi prelati che gli atteggiamenti maschilisti, maleducati e volgari nei confronti della donna favoriscano il rispetto nei suoi confronti? Sono realmente persuasi che un certo tipo di messaggio valorizzi una sessualità responsabile e matura, e promuova la tutela della vita?
Chi garantisce la Chiesa sull’8 per mille, sull’esenzione dall’ICI, sul testamento biologico, sulla scuola cattolica, sull’aborto è colui che propugna una visione della vita in cui la sofferenza è esclusa, la povertà è una colpa, l’edonismo è una virtù. Un uomo che tratta la CEI come il sindacato delle tonache, come l’associazione dei vescovi italiani, come una Confindustria qualsiasi alla cui platea dire: «il mio programma è il vostro».
L’uomo della  provvidenza che infatti afferma: «Da parte mia non verrà mai nulla contro il Vaticano» (Repubblica, 10 dicembre 2010).
O vi sta forse minacciando? Vi minaccia di aprire il fuoco con le sue corazzate mediatiche, per distruggere l’immagine della Chiesa in Italia? Abbiate il coraggio di dircelo, di denunciarlo.
Altrimenti saranno nuovamente altri a restare sotto le macerie, e il silenzio dell’episcopato vi porrà non tra le vittime, ma tra i colpevoli.
Qualche vescovo ha protestato per questo andazzo, ma la sua voce scompare dall’organo di informazione della conferenza episcopale: il cardinale di Milano Tettamanzi, pesantemente insultato da esponenti di governo, non è stato adeguatamente difeso. Ma si dice che il governo presieduto da
Berlusconi garantisce meglio di altri le istanze più importanti per i cattolici.
Lui farà le leggi che stanno a cuore alla Chiesa, lui fermerà la deriva secolarista.
Si pensa che siano le norme a costruire e a indirizzare la morale pubblica, ma il più delle volte è vero l’inverso in quanto sono i costumi, i modi di pensare diffusi, la sensibilità comune a venire sintetizzati in una legge valida per tutti. Se non c’è più fiducia nella coscienza individuale e, in fondo, nell’uomo, allora, per imporre la propria visione, si deve ricorrere alla forza coercitiva della legge. Una strada sbagliata e sicuramente perdente.
Un giorno apriremo tutti gli occhi e vedremo un paese imbarbarito, impoverito, più corrotto e corruttore, soprattutto meno aperto alla speranza.
Perché l’Italia vive un momento di gravissima crisi etica che si sta già riversando in una serie di norme lesive non solo della democrazia ma anche dei diritti umani. La politica dei respingimenti in mare, per esempio, di quanti fuggono dalla guerra e dalla miseria, il chiudere gli occhi di fronte a sofferenze e morti di cui anche noi siamo responsabili, sono offese alla dignità dell’uomo e a qualsiasi valore cristiano.
Chi ha voluto questi provvedimenti, secondo uno dei più mediatici esponenti di vertice le dichiarazioni ancora di monsignor Rino Fisichella, «manifesta una piena condivisione con il pensiero della Chiesa» (Corriere della Sera, 30 marzo 2010).
Perfetto: quindi la Chiesa, secondo uno dei vescovi più presente sui media, è d’accordo con i respingimenti in mare, con la politica della paura e dell’esclusione, con un’ideologia volgare e anticristiana benché dopo l’ampolla del dio Po oggi si tenga in mano il Crocifisso.
Tutti si rendono conto che i “difensori della fede” non hanno mai letto il Vangelo e in verità sono contro il Vangelo.
Tutti lo sanno, anche chi inneggia ai valori. Ma quel che conta è che sono contro la pillola Ru486, quella dell’aborto definito “fai da te”!
Peccato che la metà degli aborti sia praticato da donne straniere non di certo aiutate da certi provvedimenti, ma forse, così come loro sono di serie B, anche i loro bambini mai nati sono di serie B.

In nome di Chi?
E tutto questo in nome dei valori? Di quale fede? Di quale carità? Oggi sono tanti i Simon Mago che bussano alla porta dei ministri della Chiesa per ottenere i poteri magici utili a vincere le elezioni: una dichiarazione ai microfoni, un appoggio dal pulpito, un chiudere gli occhi sulle più evidenti nefandezze.
E in cambio si ottiene notorietà, un lasciapassare per i salotti dei potenti, qualche gazebo per la “padania cristiana, mai musulmana”, qualche finanziamento in più per la scuola cattolica.
A questo punto non è soltanto una questione politica ma è un problema che investe la natura della Chiesa. E non ci riferiamo allo scandalo, seppur grave, della pedofilia, coraggiosamente affrontato da Papa Benedetto XVI, ma proprio alla simonia, ossia alla vendita di sacramenti in cambio di denaro e di visibilità, semplicemente per conservare un potere storicamente acquisito.
I vertici della Chiesa cattolica italiana sembrano rappresentare ormai una “Chiesa di Esaù” che si vende per una minestra. Mentre si ottengono a prezzi di saldo “politiche cristiane”, il cristianesimo stesso è oggettivamente in declino.
Facciamo con grande dolore queste affermazioni. Non le facciamo in nome di una visione astratta e insostenibile che vorrebbe un cristianesimo “che crede in Cristo e non nella Chiesa”. Le facciamo perché sappiamo che la Chiesa è l’unico spazio in cui possiamo incontrare la Parola di Dio, in cui possiamo ricevere i sacramenti, in cui siamo confermati nella fede.
Per questo deploriamo la svendita dell’immagine della Chiesa, svilita dai troppi mercanti nel Tempio.
Questi atteggiamenti offendono molti altri vostri confratelli nell’episcopato che in tutti i paesi poveri del mondo devono affrontare problemi veri che riguardano la vita e la morte di intere popolazioni; vescovi che vivono in povertà o che magari sono minacciati da chi lavora per il disordine e per la guerra.
Offendono i cristiani perseguitati a motivo della propria fede che vivono situazioni di estremo disagio in molte parti della terra.
Offendono molti preti che nel nostro Paese vedono vuotarsi le parrocchie, languire gli oratori, sfuggire sempre di più i fedeli, mentre buona parte delle alte gerarchie sono indaffaratissime a puntellare il governo in carica.
E infine offendono i semplici credenti, disgustati oramai da queste commistioni con il potere, dagli intrighi con personaggi molto discutibili, dall’incapacità di vedere e di denunciare il clima di corruttela presente nel paese.
Qual è la fede che testimoniamo? Quale speranza per i più poveri, in corpo e in spirito? Quale carità esigiamo se non quella di un’elemosina compassionevole, elargita dai miliardari senza scrupoli?

In attesa della vostra parola
Non è questa la Chiesa in cui crediamo.
Noi vogliamo una Chiesa che sappia rinunciare «all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni» (Gaudium et spes, 76). Noi rimaniamo fermi al dettato conciliare.
Dovrebbero essere i vertici della Conferenza Episcopale Italiana e soprattutto della Curia romana a prendere atto della situazione.
Se fossero stati eletti democraticamente potremmo facilmente chiedere le loro dimissioni, ma sappiamo che la Chiesa non è una democrazia e che la CEI, unico consesso dei vescovi nel mondo, non elegge il suo presidente.
Ormai la sfiducia è presente nel cuore di moltissimi fedeli. Il silenzio accompagna un progressivo allontanamento dall’appartenenza ecclesiale.
Un silenzio che segna la cifra dello scisma sommerso ormai dilagante in seno a quella che un tempo era la tradizione cattolica del popolo italiano.
Molti non si preoccupano più della Chiesa. Tacciono, non si indignano, non criticano, vivono tranquilli: non perché approvino questa situazione ma perché semplicemente a loro non importa più nulla delle sorti della fede.
Ma noi che ci sentiamo ancora parte della Chiesa, e che mai rinunceremo a questa intima comunione, non possiamo tacere. Se non parliamo noi, grideranno le pietre.
Passeremo questo Natale in preghiera, nella fiducia in Gesù Cristo, che ha vinto il mondo (Giovanni 16,33), e nell’atteggiamento dell’ascolto, per dar modo a Lei e ai Suoi confratelli vescovi di pronunciare finalmente parole autorevoli e coraggiose capaci di finalmente restituire credibilità e coerenza evangelica al vostro Magistero.

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Approfondimenti

Cari amici e care amiche,

tanti auguri di buon anno nuovo!

A mo’ di regalo per iniziare bene il cammino, vi segnaliamo alcuni spunti che possono essere interessanti:

l’omelia di Natale di don Gallo;

documenti e considerazioni sul Motu Proprio del Papa per la prevenzione e il contrasto delle attività illegali in campo finanziario e monetario;

– l’articolo “Chiesa, che fare” di Severino Dianich pubblicato in  Regno-att., 20,2010, pp. 719-720.

Buona lettura e buona visione!

 

 

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di GIAN ENRICO RUSCONI – pubblicato oggi su La Stampa

I cattolici torneranno a condizionare direttamente la politica? Ma hanno forse mai smesso di contare nel berlusconismo in tutte le sue fasi: dal trionfo di ieri sino alla sua virtuale decomposizione? Dentro, fuori, contro. Grazie al berlusconismo hanno creato un consistente «pacchetto cattolico», con scritto sopra la perentoria frase «valori non negoziabili». Nel contempo hanno mantenuto aperti spazi giornalistici di franco dissenso.

Che cosa ci si aspetta ora da Pier Ferdinando Casini, che ha preso parte diretta e indiretta a tutte le fasi del berlusconismo? Anche quando se n’è tenuto lontano, è riuscito ad essere lo spauracchio della Lega e dei post-fascisti incorreggibili. Ma soprattutto a farsi rimpiangere dal Cavaliere.

E’ ovvio che ora, nella fase attuale di latente disarticolazione e disgregazione del berlusconismo, Casini riacquisti profilo. Si badi bene: non sto parlando affatto della fine del berlusconismo, tanto meno dell’esaurirsi dello stile politico-mediatico che ha prepotentemente segnato la vita politica italiana e ha deformato il modo di guardare e di giudicare la politica. Questo costume andrà avanti, sotto altre spoglie. Ma assistiamo alla disarticolazione dei pezzi della classe politica che il Cavaliere ha tenuto insieme sino ad ieri. Ma questa classe politica non sparirà affatto. Anche se sentimentalmente legata ancora a Berlusconi, è fermamente determinata a non finire con lui.

In questo contesto, Casini si presenta come l’uomo politico in grado di ricompattare l’intero segmento dei cattolici in politica, cominciando con il mettere al sicuro «il pacchetto cattolico» da un’ipotetica ripresa laica. E’ questo ciò che sta a cuore alla gerarchia ecclesiastica.

Se questa operazione riesce, i cattolici continueranno a costituire una «lobby dei valori» (come se quegli degli altri fossero disvalori) senza riuscire ad essere una vera classe politica dirigente. Forse non se ne rendono neppure conto. Comincio a pensare che le ragioni di questa debolezza siano da ricercare anche nell’elaborazione religiosa di cui si sentono tanto sicuri. Cerco di spiegarmi – a costo di dire cose sgradevoli.

Non c’è bisogno di evocare «il ritorno della religione nell’età post-secolare» per constatare nel nostro Paese la forte presenza pubblica della religione-di-chiesa (cioè dell’espressione religiosa mediata esclusivamente dalle strutture della Chiesa cattolica). Ma la rilevanza pubblica della religione, forte sui temi «eticamente sensibili» (come si dice), è accompagnata da un sostanziale impaccio comunicativo nei contenuti teologici che tali temi dovrebbe fondare. O meglio, i contenuti teologici vengono citati solo se sono funzionali alle raccomandazioni morali. Siamo davanti ad una religione de-teologizzata, che cerca una compensazione in una nuova enfasi sulla «spiritualità». Ma questa si presenta con una fenomenologia molto fragile, che va dall’elaborazione tutta soggettiva di motivi religiosi tradizionali sino a terapie di benessere psichico. I contenuti di «verità» religiosa teologicamente forti e qualificanti – i concetti di rivelazione, salvezza, redenzione, peccato originale (per tacere di altri dogmi più complessi ) -, che nella loro formulazione dogmatica hanno condizionato intimamente lo sviluppo spirituale e intellettuale dell’Occidente cristiano, sono rimossi dal discorso pubblico. Per i credenti rimangono uno sfondo e un supporto «narrativo» e illustrativo, non già fondante della pratica rituale. La Natività che abbiamo appena celebrato è fondata sul dogma teologico di Cristo «vero Dio e vero uomo». Si tratta di una «verità» che ha profondamente inciso e formato generazioni di credenti per secoli. Oggi è ripetuta – sommersa in un clima di superficiale sentimentalismo – senza più la comprensione del senso di una verità che non è più mediabile nei modi del discorso pubblico.

Ricordo il commento di un illustre prelato davanti alla capanna di Betlemme: lì dentro – disse – c’era «la vera famiglia», sottintendendo che tali non erano le coppie di fatto e peggio omosessuali. Si tratta naturalmente di un convincimento che un pastore d’anime ha il diritto di sostenere, ma che in quella circostanza suonava come una banalizzazione dell’evento dell’incarnazione, che avrebbe meritato ben altro commento. Ma viene il dubbio che ciò che soprattutto preme oggi agli uomini di Chiesa nel loro discorso pubblico sia esclusivamente la difesa di quelli essi che chiamano «i valori» tout court, coincidenti con la tematica della «vita», della «famiglia naturale» e i problemi bioetici, quali sono intesi dalla dottrina ufficiale della Chiesa. Non altro. La crescita delle ineguaglianze sociali e della povertà, la fine della solidarietà in una società diventata brutale e cinica (nel momento in cui proclama enfaticamente le proprie «radici cristiane»), sollevano sempre meno scandalo e soprattutto non creano impegno militante paragonabile alla mobilitazione per i «valori non negoziabili».

Un altro esempio è dato dalla vigorosa battaglia pubblica condotta a favore del crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici. Una battaglia fatta in nome del valore universale di un simbolo dell’Uomo giusto vittima dell’ingiustizia degli uomini. O icona della sofferenza umana. Di fatto però, a livello politico domestico il crocifisso è promosso soprattutto come segno dell’identità storico-culturale degli italiani. E presso molti leghisti diventa una minacciosa arma simbolica anti-islamica. In ogni caso, l’autentico significato teologico – traumatico e salvifico del Figlio di Dio crocifisso, oggetto di una fede che non è condivisa da altre visioni religiose, tanto meno in uno spazio pubblico – è passato sotto silenzio. I professionisti della religione non riescono più a comunicarlo. E i nostri politici sono semplicemente ignoranti.

Se i cattolici hanno l’ambizione di ridiventare diretti protagonisti della politica, dovrebbero riflettere più seriamente sul loro ruolo. Il discorso politico, soprattutto quando porta alla deliberazione legislativa, rimane e deve rimanere rigorosamente laico, nel senso che non può trasmettere contenuti religiosi. Ma nello «spazio pubblico», che è molto più ampio e può ospitare discorsi di ogni tipo, si deve misurare la maturità di un movimento di ispirazione religiosa che sa essere davvero universalistico nell’interpretare e nel gestire l’etica pubblica. Non semplicemente una lobby in difesa di quelli che in esclusiva proclama i propri valori.

 

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