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Posts Tagged ‘Torino’

Care amiche e cari amici,
il “chiccodisenape” torna nelle vostre caselline di posta elettronica con due nuove importanti iniziative:
1) l’organizzazione di un convegno sulla “Camminare insieme“, la lettera pastorale del cardinale Pellegrino, che quest’anno compie quaranta anni anche se continua a essere profetica e attuale. Ne parleremo insieme a Giovanni Ferretti, Marta Margotti e Ugo Perone il 26 novembre nella sala conferenze di Santa Rita (Torino) dalle 15 alle 18.
La nostra idea e’ di comprendere quanto essa possa ancora ispirarci per la nostra missione e il nostro impegno per il Regno, nei giorni di oggi, con le nuove sfide e difficolta’ che portano con se’.
Trovate in allegato il volantino che vi chiediamo di stampare e diffondere tra le vostre conoscenze facendovi promotori di un volantinaggio cartaceo tra amici e parenti.
Sul sito si trova anche una copia della “Camminare insieme“, per rinfrescarla nella mente o per leggerla per la prima volta.
2) la ripresa del percorso di riflessione sull’eucarestia: abbiamo pensato di darci ancora qualche mese di tempo per riflettere insieme, visto che molti di noi erano gia’ impegnati in altri percorsi di confronto negli scorsi mesi.
Alla scheda lunga che abbiamo mandato nei mesi scorsi (e che trovate sul sito) aggiungiamo ora la scheda in allegato, strutturata in alcuni punti cruciali e intorno ad alcune domande. Magari questo strumento puo’ essere utile alla riflessione di qualche gruppo.
Vi chiediamo di segnalare il vostro interesse a partecipare scrivendoci a chiccodisenape@gmail.com e di inviarci il materiale entro la meta’ di marzo.
Vi aspettiamo numerosi il 26!
Un carissimo saluto,
gli amici e le amiche di “chiccodisenape”
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di Ugo Gianni Rosenberg, membro del coordinameno di Chicco di Senape – Torino.

Agli italiani di confessione cattolica-romana.
E per conoscenza agli italiani di tutte le confessioni cristiane e a chiunque, religioso o non religioso, voglia leggere.

Senza conoscerne le motivazioni, ma solo all’annunzio televisivo, ho provato uno spontaneo moto consolazione per la sentenza della corte europea che ha dato ragione a una madre che sostiene che il crocifisso non deve stare, per disposizione amministrativa statale, in un’aula scolastica della scuola dello stato italiano (scuola finanziata con le imposte di tutti i contribuenti, anche non cristiani o cristiani di altre confessioni diverse dalla cattolica-romana).

Tuttavia mi rendo conto che nella chiesa cattolica-romana forse non sono tanti a provare quello che provo io. Molti cattolici e fra loro molti vescovi potrebbero ora essere confusi e amareggiati perché pensano di trovarsi di fronte a un atto ostile della cultura laicista. Vorrei dunque offrire soprattutto a loro elementi di consolazione, dando le ragioni della mia gioia.

Mi rallegro innanzi tutto come cattolico perché la sentenza rappresenta per la chiesa cattolica una opportunità non comune. Infatti:

  • la possibilità di rinunziare pubblicamente, da parte nostra, a un privilegio statale potrebbe migliorare i rapporti con le altre confessioni cristiane che non usano il crocifisso come simbolo (ortodossi ed evangelici), l’ebraismo e le altre religioni, ed anche con chi non professa nessuna religione
  • crescerebbe la libertà e la indipendenza della nostra chiesa di predicare un Cristo crocifisso proprio se si accettasse la cancellazione di un dono (avvelenato perché non senza implicita attesa di scambio) dello stato
  • il crocifisso è riconosciuto in primo luogo, finalmente, come un simbolo religioso, dunque interno a una esperienza dove è decisiva la fede.

Mi rallegro poi anche come cittadino della res publica, perché si riafferma il principio che lo stato è di tutti i cittadini a qualsiasi tradizione religiosa o  non religiosa appartengano.

Ma soprattutto mi rallegro come uno che porta il nome “cristiano”, legato inscindibilmente alla croce di Cristo. Cacciata fuori dalla città come Gesù, la croce può cessare di essere annoverata fra gli oggetti di antiquariato del pantheon perbenista per tornare a splendere come nuda, spiazzante e solare via di redenzione. Infatti la croce di Cristo non può non essere “segno di contraddizione” (Lc 2,34) e spada che trapassa la nostra anima (cfr Lc 2,35), “scandalo” e “follia” (1Cor 1). La croce non ha da essere luogo di conciliazione filosofica del tipo “non possiamo non dirci cristiani”: punto della storia in cui “il mondo” ha rifiutato Dio in Gesù Cristo, essa è e resta “giudizio” su “questo mondo: adesso il principe di questo mondo sarà cacciato fuori. Ed io quando sarò levato in alto da terra attirerò tutti a me (Giov 12, 31-32); ovvero essa diventa idolo della libido di trionfo costantiniano e militare: “in hoc signo vinces”. Ma non può essere le due cose assieme: bisogna scegliere.

Lasciamo dunque che si straccino le vesti quelli per i quali la croce è prima di tutto un oggetto culturale, quelli che non hanno mai vegliato un’ora sola per adorare e cantare “Adoramus te Christe, benedicimus Tibi, quia per crucem Tuam redemisti mundum”; che non hanno mai meditato sull’inno di Filippesi 2; che credono che la “giustificazione” sia quella che firmano i genitori sui diari scolastici. Per loro, se il crocifisso non si riduce a  un complemento di arredo, a innocuo souvenir di un passato tanto remoto quanto vano (dicono “a chi può far male un crocifisso?”), diviene peggio ancora un vessillo, un elemento “forte” di identità nazionale, che dunque esclude dalla nazione, di per sé, dei cittadini che in quel simbolo non possono riconoscersi: almeno ebrei e pagani (1Cor. 1,23), per non parlare di evangelici, ortodossi, musulmani, credenti di altre religioni.

La successiva lettura della sentenza ha confermato il mio sentimento. Sappiamo (o meglio, forse non molti di quelli che parlano lo sanno, ma i dirigenti della chiesa dovrebbero informarsi) che il crocifisso è esposto nelle aule dello stato italiano in virtù di due atti amministrativi degli anni Venti ma successivi al 28 ottobre 1922: l’art. 118 del Regio Decreto n. 965 del 30 aprile 1924 e l’art. 119 del Regio Decreto n.  1297 del 26 aprile 1928. Il primo stabilisce (ritraduco dal francese della sentenza) che ogni edificio scolastico deve avere la bandiera nazionale e ogni aula l’immagine del crocifisso e il ritratto del Re, mentre il secondo include il crocifisso fra le dotazioni e i materiali necessari alle aule scolastiche. Ora lo spirito e i fini propri, mondani e politici, delle citate disposizioni, che nulla hanno che fare con la predicazione del Crocifisso in ordine alla fede in Cristo, sono leggibili in due ulteriori circolari ministeriale del M.P.I., la n. 68 del 22 novembre 1922, secondo cui la mancata esposizione del crocifisso “attenta alla religione dominante dello Stato come pure all’unità della Nazione” e la n. 2134-1867 del 26 maggio 1926, la quale vede nel crocifisso “il simbolo della nostra [cioè dello Stato] religione, sacro per la fede come pure per il sentimento nazionale. Non so neppure se i dirigenti della chiesa abbiano a suo tempo avanzato una richiesta informale in tal senso – sarebbe interessante fare un poco di storia – ma certo i documenti ora disponibili non ne fanno alcun cenno.  Del resto all’epoca vigeva lo Statuto albertino, secondo cui la religione cattolica apostolica romana è “la sola [corsivo mio] religione dello stato” e gli altri culti sono “tollerati”. Sono passati quasi sessantadue anni dall’entrata in vigore della costituzione repubblicana, ma in questo campo mi pare invano, perché il crocifisso è ancora lì assieme ai citati regi decreti. Attendevo perciò da tanti anni una sentenza che intervenisse su questa anomalia. Ma non è stato purtroppo possibile averla in Italia, perché la Corte Costituzionale dichiarò il 15 dicembre 2004 la sua incompetenza di giurisdizione nella causa in quanto il crocifisso, abbiamo visto, non è nelle aule in virtù di una legge ma di semplici provvedimenti amministrativi. Trovo tuttavia estremamente interessante riferire (senza poterli controllare sull’originale) i termini con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ricostruisce la posizione del Governo italiano nella citata procedura (del 2004!) avanti la Corte Costituzionale: “Il Governo sostenne che la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche era un ‘fatto naturale’, in quanto non era soltanto un simbolo religioso ma anche la “bandiera della chiesa cattolica”, la quale era la sola chiesa nominata nella Costituzione (art. 7 ). Bisognava dunque considerare il crocifisso come un simbolo dello Stato italiano [corsivo mio]”.

A sua volta la magistratura amministrativa percorsa fino all’ultimo grado e cioè al Consiglio di Stato dichiarò con due sentenze che il crocifisso è in sostanza un simbolo culturale (e quindi non un simbolo della fede cristiana). Infatti con sentenza del 17 marzo 2005 n. 1110 il tribunale amministrativo del Veneto ritenne, nel respingere il ricorso, che  il crocifisso era insieme “il simbolo della storia e della cultura italiane e pertanto dell’identità italiana, nonché simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza come pure della laicità dello stato”. Mentre il Consiglio di Stato, che pure respinse il ricorso il 13 febbraio 2006, argomentò “che la croce era diventato uno dei valori laici della Costituzione italiana e rappresentava i valori della vita civile”. Come se mi dicessero che anziché una riproduzione di Raffaello o di Giotto o del volto di Dante o di Garibaldi (altri simboli culturali o storici) sul muro appendo un crocifisso. Io come cristiano mi sento offeso da una simile possibilità. In tal modo lo scandalo e il paradosso della croce è banalizzato e ridotto a un oggetto sul muro. O peggio ancora, come ho detto sopra, la debolezza di Dio passa nel suo contrario, l’identità forte e ostile. Si rischia di arrivare alla idolatria.

Ma “è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione” (I Cor 1,21) e “ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”( I Cor 1,25). Più di quaranta anni sono passati pure dalla fine del concilio Vaticano II. Ho sognato che fossero i vescovi della chiesa italiana, per bocca della conferenza episcopale, a domandare allo stato: “togliete i crocifissi dalle aule pubbliche; la causa del Vangelo e della chiesa non ne ha alcun vantaggio, anzi ne viene danneggiata. ‘Noi annunziamo un Cristo crocifisso’ e possiamo rivolgerci a tutti con la bocca e con i nostri gesti fraterni, senza bisogno di oggetti simbolici e privilegi che creino pregiudizio verso la predicazione”. Ma non ricordo di avere parlato di quel sogno a nessuno: sarebbe stato temerario. Ora lo confido a tutta la chiesa per mostrare che alla sentenza della corte europea un cristiano-cattolico romano può guardare anche senza turbamento, anzi forse con riconoscenza, come oggi possiamo guardare alla fine del regime temporale. Non avendo noi il coraggio di seguire nostro Signore fino in fondo è inevitabile che non ci piaccia rinunziare al privilegio: accettiamo perciò almeno, senza resistere, quando a rinunziare ci obbligano altri. La sentenza non è insulto o persecuzione, ma anche se mai soggettivamente per i sentimenti di alcuni di noi lo fosse a causa dei motivi della madre ricorrente, proprio per questo essi si possono rallegrare (Mt 5,11-12). La sentenza non è oltraggiosa, ma se qualcuno di noi cattolici pensasse di essere oltraggiato potrà chiedere al Signore di esserne lieto, come in Atti 5,41 i discepoli se ne andarono “lieti di essere stati giudicati degni di essere stati oltraggiati per il nome di Gesù”. Se però non c’è letizia allora non vi è neppure oltraggio per il nome di Gesù.

Abbiamo udito una sera a Torino, alla sala del Santo Volto, una conferenza del prof. Cacciari invitato dal nostro Arcivescovo. Cacciari affermò con forza che la religio civilis rappresenta la fine per il cristianesimo occidentale, al quale viene assegnato un posto nel salotto mondano: “si accomodi lì”. Ebbene, questo è quello che interessa a chi si ripromette di mantenere i crocifissi dove stanno, purché poi la società sia ordinata a piacimento di chi ha potere, con buona pace di Gesù Cristo. Accettare che il crocifisso sia rimosso si muove invece, paradossalmente, proprio nella stessa logica del Crocifisso.

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(intervento di Chiccodisenape in occasione dell’incontro “Il Vangelo che abbiamo Ricevuto” Firenze, 16 maggio 2009)

Vorrei che guardaste intorno a voi.
Noi, noi non esistiamo.
Questo ci dicono i nostri amici non credenti: i cattolici critici non esistono perché è una contraddizione in termini. Questo forse spera qualche altro amico, episcopo: i cattolici critici si portano fuori dalla comunione diocesana.
Eppure siamo qui… e quindi forse dovremmo cercare di far vedere che esistiamo.

Il Vangelo che abbiamo ricevuto, noi che abitiamo a Torino, ci ha portati a riunirci sotto il nome di “chiccodisenape”. Il terreno che nutre il nostro chicco è il Concilio Vaticano II, ma non è un ricordo nostalgico di un passato glorioso – seppure molti dei nostri gruppi provano smarrimento ripensando a quello che sperimentarono quarant’anni fa e quanto, invece, vivono oggi – è piuttosto uno stile, uno stimolo, un cibo per il nostro camminare.
Non vi raccontiamo cosa abbiamo proposto come “chiccodisenape”, come rete di 15 gruppi di diversa provenienza ecclesiale, potete scoprirlo visitando il nostro blog all’indirizzo presente nei volantini che sono in distribuzione. Preferiamo piuttosto destinare questo tempo a condividere alcune nostre considerazioni e a lanciare alcune domande.

È tempo di uscire dalle cittadelle!
Poco importa che siano quelle costruite dalla gerarchia, rievocando gli antichi fasti di quando vigeva una sorta di regime di cristianità, o quelle generate dal nostro élitarismo – di noi che sappiamo davvero che cosa è stato il Concilio – incapace di coinvolgere i semplici, i distratti, gli affaticati nella ricerca del Regno.
Uscire dalle cittadelle ma decisi fermamente a rimanere nella chiesa per «starci e realizzarla, come uomini – e donne – liberi e innamorati, con gioia e passione, fedeli e pazienti. Dobbiamo stare attaccati alla chiesa come Dio l’ha sognata e l’ha data, esservi annodati come un nodo alla fune», per usare le parole di Michele Do.
È necessario ripensare profondamente i nostri linguaggi e i nostri strumenti: i convegni e i libri sono strumenti indispensabili e imprescindibili ma non sono sufficienti. Dobbiamo essere capaci di parlare alle e con le persone del nostro tempo, di diffondere materiali divulgativi, di adoperare mezzi di comunicazione gratuiti e facilmente reperibili, di incontrare veramente le vite e i problemi delle persone “distanti” spesso così differenti dalle nostre….

È tempo di superare gli steccati!
Siamo qui laici, preti, consacrati. Ciascuno ha risposto in modo specifico e personale alla comune vocazione a essere cristiani, ma siamo qui perché siamo consapevoli della responsabilità di dover essere testimoni credibili affinché rifioriscano altre vocazioni… laicali (non si parli solamente di “matrimoniali”, per favore, come se fosse possibile ridurre solo a questo la vocazione dei cristiani), presbiterali, religiose.
Possiamo attendere semplicemente che le questioni demografiche a cui stiamo assistendo facciano collassare il sistema e provochino un ritorno alle dinamiche tipiche della chiesa primitiva. Oppure possiamo iniziare ad agire affinché il cambiamento prenda forma.
Abbiamo il dovere – e non solo il diritto – di avere parola nelle chiese, di essere responsabili delle comunità, di studiare teologia, di interpretare il Vangelo, di riflettere sulla morale, di sostenere i presbiteri inascoltati dai loro pastori e oberati di incarichi, di curare le vocazioni verso ciascun ministero. Abbiamo il dovere di essere lievito positivo e propositivo.
Guardiamo la soglia: quanti amici hanno deciso di vivere la loro fede al di là? Quanti, poi, l’hanno abbandonata perché si sono trovati soli e non hanno più trovato una comunità accogliente?
Non ci può bastare ripetere l’espressione “scisma sommerso”: siamo noi a essere scissi, separati, mancanti di qualcosa. E l’irritazione verso coloro che lo scisma forse lo hanno provocato non può essere più forte del nostro desiderio di essere una chiesa fraterna, comunitaria, sinodale, ricca di carismi diversi, libera nel nome di Gesù.

È tempo di uscire dalle strade conosciute!
I tempi che viviamo sono nuovi e più ancora lo saranno i giorni che sono ancora da arrivare: non ci possono bastare le soluzioni e i pensieri finora adoperati. Non saremmo diversi da quello che diciamo di non condividere.
Siamo chiamati a vivere il nostro ministero profetico: capaci di essere strumenti per l’annuncio nel presente e allo stesso tempo aperti al futuro.
Abbiamo molte cose da vigilare e da interpretare: il mondo che viviamo ci disorienta non meno della chiesa. Ma noi le nostre roccaforti abbiamo deciso di lasciarle e siamo dunque pronti a imparare a condividerne “le gioie e le speranze” del mondo contemporaneo, permettendo ai nostri occhi di scovarle nascoste nelle pieghe delle bruttezze con cui coesistono.
Siamo determinati a esplorare i linguaggi e i pensieri per far superare l’estraneità del cristianesimo con il nostro tempo, incarnando in questi giorni e in questa storia l’annuncio del regno.
Siamo speranzosi di poter continuare a essere annunciatori del Vangelo, anche se non sappiamo dire oggi quali saranno i luoghi – se davvero le strutture cambieranno – e quali saranno le persone – se le nostre comunità saranno diventate più accoglienti.
Soprattutto siamo desiderosi di dare risposte alle grandi questioni dei nostri giorni – la bioetica, l’ecologia, l’accoglienza, la pace – a partire da Gesù, dal nostro Signore. Da Lui che ci ha mostrato passioni forti e altrettanto forti tenerezze, che ci ha parlato di misericordia, della libertà dei figli di Dio, della supremazia dell’amore. Da Lui che tanto spesso dimentichiamo di citare nei nostri discorsi, così pieni di disquisizioni sulle istituzioni e sugli atteggiamenti da cambiare.

È tempo, infine, di continuare a ricercare!
Lo stile che ci piacerebbe portare avanti è più avvezzo a continuare a interrogarci – come ama dire qualcuno “ad avere i dubbi che vibrano più forte delle preghiere” – senza accontentarci delle soluzioni più comode.
Lo stile che dobbiamo portare avanti non deve dimenticare la preghiera e la contemplazione, come fonte vitale del nostro impegno, per non far svuotare di senso e di coerenza quanto diciamo.
Continuiamo a farci le domande: sappiamo sperare e costruire una chiesa dialogica e sinodale? siamo pronti ad annunciare il Vangelo ai poveri… alle donne, ai giovani, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati, a chi non ci crede più, a chi mai ci ha creduto, a chi non ci crederà mai? siamo in grado di preparare le strade al Signore Gesù?
Questo è una parte di quello che crediamo che ci serva, ricordando quanto ebbe a scrivere Dietrich Bonhoeffer dal carcere di Tegel: «La Chiesa è Chiesa soltanto se esiste per gli altri. […] Deve partecipare agli impegni mondani della vita della comunità umana, non dominando, ma aiutando e servendo. […] Essa dovrà parlare di misura, autenticità, fiducia, fedeltà, costanza, pazienza, disciplina, umiltà, sobrietà, modestia. […] La sua parola riceve rilievo e forza non dai concetti, ma dall’“esempio” [la cui origine è nell’umanità di Gesù]» (Resistenza e Resa, San Paolo 1988, 463-464).

(altri interventi: http://137.204.8.65/statusecclesiae/status/common.php?pagina=vangelo_16_maggio.htm)

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“Vi ho chiamato amici”: questo il tema del convegno del Chicco di senape, rete di gruppi ecclesiali torinesi, introdotto dalle relazioni di tre teologi e a cui hanno partecipato 280 persone.

Pino Ruggieri, parlando dell’annuncio cristiano, ha osservato che non siamo noi a “dire Dio” ma è Dio che ”si dice” come soggetto. Le parole della fede, quando sono pure e impegnate, sono portatrici di rivelazione. In Gesù questa coscienza è massimamente presente, nell’essere-per-voi. Così Dio viene all’uomo, prima per i cattivi e poi per i buoni. Come a Emmaus, noi lo vediamo nello spezzare del pane, corpo-donato per gli altri.

Dio è dentro la storia dell’uomo, nell’unione personale in Gesù. Il racconto realizza ed estende l’esperienza, è accadimento esso stesso. Come Pietro in Atti 10, la Chiesa ha da dire non tanto il diritto naturale o una dottrina, quanto l’evento Gesù ci ha coinvolto.

Dio si dice in alcuni luoghi dell’esistenza: la preghiera, la liturgia, la sofferenza, in cui stare davanti a Dio nella fiducia di essere ascoltati, e il peccato stesso, in cui ci raggiunge la misericordia di Dio.

Serena Noceti, interrogandosi sull’attuale momento ecclesiale ha rilevato che siamo ad un crocevia, perché la forma ecclesiale di ieri non regge più.

L’attuale tendenza interpretativa del Concilio privilegia la figura di Chiesa come comunione su quella di popolo di Dio, preferita dal Concilio, e sulla storicità della Chiesa e la sua relatività al Regno. Occorre tornare a parlare di popolo di Dio e dell’ uguale dignità battesimale dei credenti.

La Chiesa è relativa al Regno e al mondo, deve mantenere la memoria di Gesù, e non di se stessa. Deve riconoscere la propria storicità: tutte le sue forme sono provvisorie. Occorre una “figura fragile di Chiesa”, che non equivale ad un cristianesimo fragile . Oggi non esistono più sistemi totali, anche per la realtà ecclesiale: siamo salvati nella debolezza di un Messia sconfitto. E’ essenziale una Chiesa di cristiani adulti, sinodale, che vive l’accoglienza matura delle differenze e in cui le comunicazioni sono multidirezionali; e che ricupera la visione ecclesiale-relazionale dei ministeri, proposta dal Concilio, rispetto a quella sacralizzata. La via della Chiesa nella storia è la testimonianza evangelica sconvolgente, povera, anche nelle persecuzioni, come Cristo.

Per Marco Vergottini, la differenza laici-chierici è successiva a ciò che unifica tutti i fedeli di Cristo: la vocazione universale alla santità, l’unità di missione, nella pluralità di ministeri. Tutti i cristiani, non solo i laici, sono nella storia. Tutta la chiesa ha un compito “politico”, nella formazione dei cristiani. Senza dimenticare che “laikos” vuol dire suddito nel greco antico, e il clericalismo è spesso presente fra il laicato. E’ tempo che i laici diventino pienamente cristiani assumendosi le proprie responsabilità.
L’unica spiritualità evangelica è seguire Gesù, “vigilare nell’attesa del Signore, facendosi carico della città” (C.M. Martini), con speranza, perchè l’autocommiserazione non è sofferenza per il Vangelo.

Numerose le domande e gli interventi dei partecipanti, cui i relatori hanno risposto nella tavola rotonda conclusiva moderata dalla teologa Stella Morra. Temi salienti: il titolo di “cristiano” comune a popolo e ministri, la sinodalità della chiesa, la circolarità della comunicazione, il primato della misericordia e dell’accoglienza.

Generale soddisfazione per il clima e i contenuti di questa scambio di riflessioni tra laici di base e teologi, e l’indicazione a far crescere questo ”chicco di senape” non solo nella Chiesa di Torino.

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Cari amici e care amiche di chiccodisenape,

qualcuno di voi riceve le nostre comunicazioni dalla lettera alla comunita’ di credenti e di persone di buona volonta’ del marzo 2007, qualcuno si e’ unito in occasione dell’appello Il volto di ogni uomo e’ immagine di Dio della scorsa primavera, qualche altro appartiene a uno dei 14 gruppi che ha vissuto l’esperienza chiccodisenape nelle fatiche degli incontri settimanali o mensili.

E’ ora arrivato il tempo di raccogliere qualche frutto di questa appassionante ricerca del modo di vivere da cristiani nel mondo e nelle chiese incontrandoci di persona in una giornata di riflessione -grazie alla presenza dei teologi Giuseppe Ruggieri, Serena Noceti, Marco Vergottini- e di proposte per il futuro -assieme a rappresentanti dei gruppi e delle realta’ ecclesiali torinesi-.

Trovate in allegato il manifesto dell’iniziativa e la sintesi del materiale elaborato dai gruppi, che speriamo possiate anche far circolare tra le vostre conoscenze.

Il convegno “Vi ho chiamati amici – Laici responsabili per il Vangelo e il mondo” si svolgera’ l’8 novembre presso la sala conferenze della parrocchia Santa Rita dalle 9.00 alle 17.30 (via Vernazza 30, ampio parcheggio in via Barletta 21, servito dalle linee di mezzi pubblici 5, 5b, 10, 12, 17, 55, 62).

E’ prevista una pausa pranzo di un’ora, che si potra’ passare insieme in una sala adiacente… portando qualche cibaria e bevanda da condividere in amicizia! In alternativa, nel quartiere sono presenti diversi caffe’ dove trovare panini e pasti caldi.

Le spese del convegno saranno coperte attraverso l’autofinanziamento del poco e del molto che ognuno di noi potra’ donare all’iniziativa (e sul sito sara’ pubblicato a fine convegno il bilancio consuntivo di entrate e uscite). 

Sperando che questo invito vi sia gradito e augurandoci di trovarvi numerosi l’8 novembre (oltre che scusandoci con chi ricevera’ piu’ di una comunicazione sull’argomento),

vi salutiamo caramente

gli amici e le amiche del coordinamento chiccodisenape
Oreste Aime; Simona Borello; Nino Cavallo; Paolo Chicco; Claudio Ciancio; Giuseppe Elia; Tommaso Giacobbe; Paola Giani; Marco Mazzaglia; Ugo Perone; Enrico Peyretti ; Franco Peyretti; Domenico Raimondi; Toni Revelli; Maria Adele Roggero; Ugo Gianni Rosenberg; Fiorenzo e Anna Maria Savio; Stefano Sciuto; Adriana Stancati Momo; Riccardo Torta.

 

N.B. Le relazioni e gli interventi saranno pubblicati in un numero della rivista Itinerari (link: http://www.arpnet.it/longo/itinerari.htm) edita dal Centro Studi “Bruno Longo” (link:http://www.arpnet.it/longo/home.htm) che è possibile prenotare via posta elettronica

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