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L’impegno laicale nella chiesa – dall’evangelizzazione alla formazione – nonostante la grande spinta innovatrice di papa Francesco, continua ad apparire poco incisivo e creativo. Del resto se guardiamo agli ultimi decenni possiamo dire che, malgrado l’elaborazione da parte del Vaticano II di una matura teologia del laicato, abbiamo assistito a una progressiva restrizione del suo ruolo. Le associazioni che in passato fornivano un laicato preparato a compiti non solo parrocchiali sono da tempo in difficoltà e non hanno saputo finora davvero reinventarsi. Anche il maggior coinvolgimento dei laici come operatori pastorali, là dove il progetto si realizza, non cambia il quadro generale; è una ministerialità che tende ad essere solo sostitutiva.

La Evangelii Gaudium indica chiaramente che l’evangelizzazione è un compito primario dei laici: «Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado d’istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni» (120). E ciò nell’orizzonte di una Chiesa in uscita. «Non possiamo più rimanere tranquilli, in attesa passiva, dentro le nostre chiese» ed è necessario passare da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria» (15). Linguaggi e strutture devono trasformarsi per diventare più missionari (27).

A queste esigenze non sembrano rispondere in modo adeguato né i consigli pastorali a livello parrocchiale e diocesano né il vasto mondo delle aggregazioni laicali. Dobbiamo rassegnarci a questa situazione? Mentre viviamo una profonda rottura della tradizione cristiana che richiede un rinnovamento di visione e di azione e siamo sollecitati a vivere e a proporre la gioia del Vangelo, qual è la nostra risposta? Che cosa ci tocca fare per non essere blandamente assenti in questo momento della fede e della chiesa? Come coinvolgere le generazioni più giovani che non hanno sperimentato forme attive e significative di partecipazione laicale alla vita della chiesa? E come promuovere un’assunzione di responsabilità e un ruolo decisionale da parte delle donne nella vita ecclesiale?

 

Su questi temi il chiccodisenape vorrebbe sollecitare un’ampia riflessione nella nostra diocesi a partire da queste considerazioni[1]:

– Nella diocesi si sta avviando un riassetto delle parrocchie, che risponda alla diminuzione del clero. Questo può essere un passaggio inevitabile, che tuttavia rischia di evadere la reale questione in gioco, che è quella, sollecitata dall’Evangelii gaudium, di ripensare profondamente le modalità dell’annuncio evangelico.

– Finito il regime di cristianità, la fede non viene più trasmessa in forma solo istituzionale e sacramentale. C’è domanda di ascolto e di confronto e, se pure si corre il rischio di una religione fai-da-te, oggi non si può più prescindere (ed è un bene) da una forte personalizzazione dell’esperienza religiosa. Ciò richiede sicuramente un ripensamento della trasmissione della fede nella catechesi parrocchiale, ma richiede anche la ricerca di nuove modalità di annuncio attraverso percorsi più personali o di gruppo.

– L’azione pastorale della chiesa sembra concentrarsi quasi esclusivamente nei confini parrocchiali. E la diocesi di solito non è che la somma della vita delle parrocchie. Ma le parrocchie, quando sono in grado di avere una certa vivacità, sono spesso autocentrate. I laici che partecipano alle loro attività pastorali altrettanto raramente hanno uno sguardo che sia un po’ più ampio. La chiesa è la parrocchia – questo è lo schema che sta diventando la norma. Non si riflette abbastanza sul fatto che il radicamento territoriale si è indebolito e resta molto forte soltanto per i bambini e per gli anziani; i luoghi di lavoro o i non luoghi del commercio e del trasporto, i luoghi di aggregazione intorno agli interessi più che alla territorialità diventano gli spazi più importanti e frequentati, quelli dunque in cui occorre portare l’annuncio. Allo stesso modo sono cambiati i tempi della vita quotidiana e della festa. Dove e quando l’uomo secolare può incontrare l’annuncio del Vangelo? Dove e in quali tempi può vivere la comunità cristiana?

– Non si può più prescindere dal confronto ecumenico e interreligioso ed anzi diventa necessario includerlo nell’annuncio. L’identità cristiana non è un elemento di differenziazione rispetto alle altre esperienze religiose; se è differenziata, lo è solo in quanto è più includente. Ma ciò richiede di ripensare le modalità e i contenuti dell’annuncio.

– In Europa sono sorte nuove esperienze di presenza e di annuncio cristiano, che sembrano rispondere ai mutamenti appena richiamati e fanno pensare non a un superamento della parrocchia, ma alla sua integrazione con modi e stili di presenza più adeguati ai tempi e ai luoghi della vita in città. Pensiamo in particolare alle esperienze francesi delle Maison d’église. Forse è arrivato il momento anche in Italia di pensare coraggiosamente a nuove strutture e modalità di annuncio, ma anche ad aggiornare in modo sostanziale le strutture esistenti, in particolare le parrocchie e le associazioni.

 

La nostra proposta è di avviare un percorso di riflessione nelle associazioni e nelle parrocchie, che conduca a un convegno ecclesiale nel quale approfondire questi temi e lanciare proposte operative. Per preparare il convegno vi invitiamo a riflettere e a farci pervenire le vostre considerazioni sulle seguenti questioni:

  1. Perché la Evangelii gaudium ha, anche nella nostra diocesi, una risonanza così debole e non sembra aver prodotto significativi mutamenti nel modo di vivere e praticare la missione cristiana?
  2. Quali sono i più rilevanti mutamenti nei modi e negli stili di vita urbani e come rispondono ad essi le tradizionali forme di presenza e di annuncio della Chiesa?
  3. Come può l’annuncio cristiano incontrare da un lato il crescente indifferentismo e dall’altro il crescente pluralismo religioso? E che significano, concretamente, le proposte di Papa Francesco di una Chiesa nelle periferie e come ospedale da campo?
  4. Oltre all’indispensabile revisione e conversione dello stile di vita di ciascun cristiano (che resta sempre la condizione fondamentale), a quali nuovi contenuti, luoghi, tempi e modalità di annuncio del Vangelo e della sua gioia possiamo pensare? Non è forse giunto il tempo di un nuovo slancio missionario, che richiede anche un impegno ideativo e progettuale?
  5. In quali ambiti della vita sociale e con quale modalità si deve oggi testimoniare la carità evangelica?

 

Le associazioni, i gruppi e le parrocchie, che vogliano rispondere a questi interrogativi, sono pregati di farci pervenire le loro riflessioni entro la fine dell’anno all’indirizzo: chiccodisenape@gmail.com.

[1] Su questi punti il chiccodisenape ha organizzato un seminario il 2 aprile scorso con relazioni di Baldacci, Castellani, Coha, Garelli, Momo, Robiglio.  Gli interventi si possono ascoltare qui

 

Scarica la proposta di riflessione: Documento per le associazioni e le parrocchie 2

 

 

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Sin delle prime iniziative che chiccodisenape ha proposto alla città, una particolare attenzione è stata dedicata all’annuncio evangelico. In questi ultimi tempi, in particolare, si sta interessando alle nuove forme dell’annuncio e alle modalità di presenza pastorale nella città, che richiedono non un superamento della parrocchia, ma la sua integrazione con modi e stili di presenza più adeguati ai tempi e ai luoghi o non luoghi della vita in città.

Lo spunto ci è stato offerto dai progetti diocesani di revisione dell’assetto delle parrocchie per rispondere alla diminuzione del clero, progetti che ci sono sembrati una semplice risposta organizzativa a un problema di portata ben più ampia. Abbiamo incominciato a riflettere sul problema insieme a don Geppe Coha, parroco dell’Assunzione di Maria Vergine, che intenderebbe procedere a una sperimentazione di presenza pastorale in locali di cui la parrocchia dispone, ma non annessi ad essa, locali in posizione strategica tra il Lingotto, la fermata del metro, il nuovo palazzo della Regione. Siamo anche venuti a conoscenza, tramite Morena Baldacci, delle esperienze delle Maison d’église che si stanno diffondendo in Francia, che Morena ha visitato. Esperienze analoghe sono presenti in altre nazioni europee.

Pensiamo che siano questioni cruciali per la chiesa torinese e su questi ci impegneremo per organizzare un convegno di approfondimento e di sensibilizzazione.

In preparazione del convegno organizziamo un seminario, aperto a tutti, che si svolgerà il 2 aprile dalle 9.30 alle 12.30 in corso Matteotti 11 (4° piano), con gli interventi di Morena Baldacci, Valentino Castellani, Geppe Coha, Franco Garelli, Maurizio Momo, Matteo Robiglio.

 

Per informazioni: chiccodisenape@gmail.com e www.chiccodisenape.org

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Chi siamo
“chiccodisenape” è un progetto ecclesiale nato nel 2007. Nei nostri sei anni di attività abbiamo proposto diversi percorsi di riflessione tematica che hanno coinvolto 16 gruppi di diversa provenienza e missione ecclesiale, organizzando quattro convegni -Vi ho chiamato amici (2008), Non sapete interpretare i segni dei tempi? (2010), A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio? (2011) ed Eucarestia e Chiesa di comunione (2012)- ai quali hanno partecipato altri amici e amiche intorno ad alcune questioni ritenute vitali per l’annuncio del Vangelo. In questo momento stiamo conducendo una riflessione sul ruolo delle donne nella chiesa Di che cosa parli con lei? portato avanti insieme al Coordinamento Teologhe Italiane.

Le nostre risposte

PREMESSA
Abbiamo molto apprezzato la decisione di procedere a un confronto aperto su questo tema cruciale per i credenti, perché ascoltare tutti è una qualità di Chiesa sinodale indipendentemente dai risultati.
Segnaliamo, tuttavia, che il questionario dà l’idea di essere rivolto ai soli credenti praticanti e, in particolare, alle sole realtà parrocchiali, non rivolgendosi espressamente alle altre realtà ecclesiali, privandosi dei punti di vista di coloro che vivono esperienze più variegate che possono essere molto arricchenti per questo tipo di confronto.
Aderiamo a questo percorso con la speranza di vedere una Chiesa sempre più accogliente, desiderosa di proporre dei modelli di vita ma, al contempo, capace di camminare a fianco di chi vive percorsi differenti, non senza sofferenza.
Dato l’esiguo tempo a disposizione, abbiamo deciso di rispondere solamente ad alcune domande, quelle che sono state oggetto della discussione all’interno dell’assemblea e della nostra attenzione specifica nei nostri anni di attività.
Le risposte sono la sintesi della riflessione e della discussione che ha coinvolto numerose persone e gruppi collegati alla nostra rete.

 

SULLA DIFFUSIONE DELLA SACRA SCRITTURA E DEL MAGISTERO DELLA CHIESA RIGUARDANTE LA FAMIGLIA

b) Dove l’insegnamento della Chiesa è conosciuto, è integralmente accettato? Si verificano difficoltà nel metterlo in pratica?  Quali?

È nostra impressione che l’insegnamento della Chiesa sia conosciuto da un numero significativo di credenti ma non sia integralmente accettato. La maggiore difficoltà pensiamo risieda nell’eccessiva importanza data alle prescrizioni e agli obblighi del Magistero rispetto alla conoscenza della Scrittura e alle richieste dell’annuncio evangelico (per molti aspetti più esigente del Magistero, ma anche più fecondo ed efficace).

 

SUL MATRIMONIO SECONDO LA LEGGE NATURALE
a) Quale posto occupa il concetto di legge naturale nella cultura civile, sia a livello istituzionale, educativo e accademico, sia a livello popolare? Quali visioni dell’antropologia sono sottese a questo dibattito sul fondamento naturale della famiglia?
b) Il concetto di legge naturale in relazione all’unione tra l’uomo e la donna è comunemente accettato in quanto tale da parte dei battezzati in generale?
c) Come viene contestata nella prassi e nella teoria la legge naturale sull’unione tra l’uomo e la donna in vista della formazione di una famiglia? Come viene proposta e approfondita negli organismi civili ed ecclesiali?

È un tema cruciale. L’idea di legge naturale può aver avuto un grande significato come istanza critica del diritto positivo e di salvaguardia di ciò che è indisponibile. Tuttavia è necessario che si chiarisca che cosa si intende per “legge naturale”: o la si intende in termini scientifici e allora serve una dimostrazione empirica (e quindi difficilmente il matrimonio potrebbe rientrarvi) o si deve pensare che si vuole parlare dell’originario disegno di Dio sull’uomo e sulla famiglia (e sappiamo che si tratta di un argomento largamente discusso a partire dai testi biblici di riferimento e riflesso dall’ interpretazione della Bibbia). Se la Chiesa può individuare in un modello di matrimonio la forma più adeguata e conforme al disegno originario, questo non la autorizza a presentarlo come naturale, soprattutto per le ambiguità filosofiche e teologiche a cui questo concetto si presta. Ne consegue che non è del tutto appropriato vedere nella legge naturale il principio di regolazione del matrimonio, che è piuttosto un fatto culturale che si evolve nel corso nella storia. Si rischierebbe, inoltre, di dare più valore a un istituto rispetto alla persona.

 

SULLA PASTORALE PER FAR FRONTE AD ALCUNE SITUAZIONI MATRIMONIALI DIFFICILI

a) La convivenza ad experimentum è una realtà pastorale rilevante nella Chiesa particolare? In quale percentuale si potrebbe stimare numericamente?
b) Esistono unioni libere di fatto, senza riconoscimento né religioso né civile? Vi sono dati statistici affidabili?
c) I separati e i divorziati risposati sono una realtà pastorale rilevante nella Chiesa particolare? In quale percentuale si potrebbe stimare numericamente? Come si fa fronte a questa realtà attraverso programmi pastorali adatti?
La sensazione è che queste situazioni e condizioni siano molto diffusi, ma è difficile poter ricavare dei dati statistici significativi partendo dalle esperienze dei singoli. Si tratta di individuare o, ancor più, favorire delle ricerche statistiche scientifiche che possano permettere di conoscere veramente la situazione. È evidente la tendenza di ampia parte delle nuove generazioni a non dare valore alle forme istituzionali, sia religiose che civili. Si attribuisce questo stato di cose alla condizione di precarietà, in cui essi vivono e che rende difficile fare progetti di lungo termine (e tanto meno per l’intera vita), alla fragilità dei rapporti interpersonali, ad una cultura che rifiuta scelte definitive, ma anche al debole richiamo che l’insegnamento tradizionale della Chiesa ha ormai verso gran parte delle persone. Eppure non siamo affatto sicuri che queste altre forme di unione, anche quando non sono consolidate da una promessa di fedeltà così radicale, ma in cui comunque si sperimenta in modo autentico l’amore, non possano avere la possibilità di una qualche accoglienza nella Chiesa. Il matrimonio cristiano, oggi inizio di una vita comune di coppia, potrebbe essere pensato come approdo responsabile e cosciente di cammini diversi (perché diverse sono le persone, la loro formazione, la loro storia, i contesti sociali), anche con una prassi pastorale più raffinata in grado di uscire dalla dicotomia “o sacramenti o niente”. Infine, pensiamo che possa essere molto importante allearsi con il mondo civile per riconoscere il valore del matrimonio tout court, vedendo nel matrimonio civile un passo importante e magari preparatorio per il matrimonio religioso.
e) Quali sono le richieste che le persone divorziate e risposate rivolgono alla Chiesa a proposito dei sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione? Tra le persone che si trovano in queste situazioni, quante chiedono questi sacramenti?
Riteniamo che al di là dell’incidenza di questi fenomeni, la Chiesa debba comunque interessarsi alle persone che hanno percorsi diversi da quelli regolari e sperimentare pratiche di accoglienza e di accompagnamento spirituale. Se la Chiesa deve continuare a sostenere fortemente l’indissolubilità del matrimonio, non si può ignorare che in alcune situazioni la separazione non solo è inevitabile ma anche necessaria anche per il bene degli eventuali figli. Bisognerà immaginare dei percorsi di accompagnamento che aiutino a confrontarsi con l’esperienza che si vive (oltre che con il dolore esistenziale che la persona prova), in vista di una partecipazione piena ai sacramenti.
f) Lo snellimento della prassi canonica in ordine al riconoscimento della dichiarazione di nullità del vincolo matrimoniale potrebbe offrire un reale contributo positivo alla soluzione delle problematiche delle persone coinvolte? Se sì, in quali forme?
Lo snellimento della prassi canonica è necessario per far sì che più persone possano conoscere questa procedura e accedervi agevolmente.
È forse però più urgente interrogarsi se l’annullamento sia il solo istituto a cui il credente praticante può ricorrere oppure se si possono trovare altre forme, come ad esempio quelle accettate nella Chiesa del primo millennio e che sono ancora in uso nelle chiese orientali. È opportuno reintrodurre il “principio di economia” che permette il recupero di persone che hanno avuto delle difficoltà matrimoniali. È altresì opportuno riprendere l’esame e l’approfondimento di alcune proposte di iter di reintegrazione, come quello della conferenza episcopale tedesca.
Questa soluzione sarebbe feconda anche in una prospettiva ecumenica nei confronti delle chiese con cui condividiamo la sacramentalità del matrimonio.

 

SULLE UNIONI DI PERSONE DELLA STESSO SESSO

c) Quale attenzione pastorale è possibile avere nei confronti delle persone che hanno scelto di vivere secondo questo tipo di unioni?

È necessario che la Chiesa sia accogliente e materna anche nei confronti delle persone e delle coppie omosessuali, superando gli atteggiamenti insofferenti e intolleranti che sono spesso diffusi in molti ambienti e associazioni ecclesiali. Pensiamo che si debba sostenere una maggiore conoscenza di questi argomenti, soprattutto in coloro che hanno incarichi di responsabilità pastorale e magisteriale, avvalendosi della letteratura scientifica di riferimento e incoraggiando ulteriori indagini bibliche e teologiche.
Si tratta di strumenti indispensabili per andare oltre l’attuale situazione che porta a non affrontare questi argomenti o a trattarli a partire da pregiudizi radicati e facili stereotipi. Questo clima diventa poco favorevole per la nascita di un dibattito ecclesiale serio e motivato sulle prassi pastorali, sull’accesso ai sacramenti, sulle questioni di teologia morale, sull’educazione degli eventuali figli.
È, altresì, urgente che la Chiesa non si opponga alle soluzioni giuridiche che gli Stati possono individuare per tutelare il legame stabile tra due persone omosessuali. Si tratta di un’attenzione opportuna per diversi motivi, in particolare per rispettare la laicità dello Stato e per offrire la possibilità alle persone più deboli (che esistono anche nelle coppie omosessuali) di essere tutelate.

 

SULL’EDUCAZIONE DEI FIGLI IN SENO ALLE SITUAZIONI DI MATRIMONI IRREGOLARI

Non abbiamo particolarmente approfondito questa sezione, ma abbiamo trovato curioso che le domande riferite sull’educazione dei figli siano state pensate solo nei confronti delle situazioni matrimoniali irregolari. Forse gli stessi problemi non emergono in seno alle situazioni di matrimonio “regolare”?

 

SULL’APERTURA DEGLI SPOSI ALLA VITA

a) Qual è la reale conoscenza che i cristiani hanno della dottrina della Humanae vitae sulla paternità responsabile? Quale coscienza si ha della valutazione morale dei differenti metodi di regolazione delle nascite? Quali approfondimenti potrebbero essere suggeriti in materia dal punto di vista pastorale?

b) È accettata tale dottrina morale? Quali sono gli aspetti più problematici che rendono difficoltosa l’accettazione nella grande maggioranza delle coppie?

c) Quali metodi naturali vengono promossi da parte delle Chiese particolari per aiutare i coniugi a mettere in pratica la dottrina dell’Humanae vitae?
d) Qual è l’esperienza riguardo a questo tema nella prassi del sacramento della penitenza e nella partecipazione all’eucaristia?
Pensiamo che l’Humanae vitae sia piuttosto conosciuta ma non sia accolta pienamente.
L’aspetto che riteniamo più importante è la centralità data alla paternità e alla maternità responsabili, vale a dire la capacità dei credenti di fare delle scelte morali a partire dalla coscienza e dall’analisi del contesto in cui vivono. Questo richiede l’espressione dell’apertura generosa alla vita, ma, al contempo, la capacità di cogliere quando è necessario fare scelte differenti e ricorrere a pratiche contraccettive. Da questo punto di vista, riteniamo che non vi sia differenza sostanziale tra i presunti metodi naturali e gli altri strumenti di contraccezione (che sono ben diversi dalle pratiche abortive), sia da un punto di vista morale sia da un punto di vista pratico. Continuare a sostenere questa improbabile differenza rischia di allontanare dalla vita sacramentale, e non solo, coloro i quali hanno compiuto un’autentica e responsabile scelta morale.

 

ALTRE SFIDE E PROPOSTE

Ci sono altre sfide e proposte riguardo ai temi trattati in questo questionario, avvertite come urgenti o utili da parte dei destinatari?
Il più grande interrogativo che ci siamo posti durante la compilazione del questionario riguarda l’antropologia sottesa alla formulazione delle domande, che ci sembra ancorata a modelli passati e inadatta a cogliere le istanze cruciali della contemporaneità.
Sentiamo mancante una riflessione sul maschile in grado di farsi carico del cambiamento che gli uomini contemporanei vivono in un contesto in cui i modelli di riferimento tradizionali non sembrano più adeguati al funzionamento della società contemporaneo e a una relazione paritaria con le donne. Questo cambiamento si ripercuote sulle famiglie, sia in senso positivo (la maggiore disponibilità e condivisione delle necessità legate alla vita domestica e all’educazione dei figli) sia in senso negativo (la persistenza e, forse, l’incremento di forme di violenza verbale e fisica sul coniuge e sui figli). Alla Chiesa manca una riflessione specifica sul maschile, sia perché è stato considerato a lungo l’unico paradigma dell’umano sia perché è più rassicurante continuare a riproporre modelli conosciuti e definiti. Si tratta di tematiche da approfondire al più presto per conoscere davvero gli uomini del tempo in cui la Chiesa vive.
È parimenti mancante una riflessione sulle donne di oggi in grado di accogliere i frutti dell’emancipazione del Novecento (che pure era stata salutata come uno dei segni dei tempi da Giovanni XXIII nella Pacem in terris). Riteniamo che non solo la Chiesa non si sia ancora fatta carico di una riflessione approfondita che sappia cogliere le istanze femminili di una partecipazione alla vita ecclesiale significativa senza ridurle a “forme di femminismo ostile”, ma ancor più non abbia portato un cambiamento di mentalità rispetto al ruolo delle donne nei confronti della famiglia, continuando a sostenere un immaginario tradizionale sempre più lontano dalla realtà.
Infine, in nessun punto del questionario ci si sofferma sul tema dell’affettività come esperienza dell’amore. In questo modo si perdono aspetti cruciali come la spiritualità vissuta dalla coppia; le dimensioni di ordine teologico, psicologico, antropologico che intervengono alla costruzione della famiglia; la donazione reciproca e la fedeltà come cardini del matrimonio. Appare, inoltre, una percezione della sessualità ancora vincolata dalle sole necessità procreative, senza cogliere quanto le coppie cristiane testimoniano (anche nelle varie forme associate) e la riflessione scientifica su questo argomento.
Per quanto giustificabile da una certa angolazione pastorale, non possiamo non osservare che l’approccio proposto fa emergere una maggiore attenzione alla regolazione dottrinale e canonica piuttosto che al vissuto umano e cristiano, autentico e travagliato delle persone che formano le famiglie.

 

 

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A proposito di tradizionalisti cui non piace papa Francesco

in “Jesus” del novembre 2013

Sul quotidiano il Foglio, diretto da Giuliano Ferrara, lo scorso 9 ottobre è apparso un lungo articoloa firma di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro dal titolo Questo Papa non ci piace. Dei due autori si precisa che «sono espressione autorevole del mondo tradizionalista cattolico» (lo stesso mondo che voleva celebrare i funerali di Priebke ad Albano? Speriamo di no). Il sottotitolo dell’articolo, poi, sintetizza il senso della presa di posizione contro Bergoglio: «Le sue interviste e i suoi gesti sono un campionario di relativismo morale e religioso, l’attenzione del circuito mediatico-ecclesiale va alla persona di Bergoglio e non a Pietro. Il passato è rovesciato». Per motivi di spazio, non è possibile qui esaminare tutti i rilievi che la lunga requisitoria muove al Papa. Quindi ci concentreremo su alcune considerazioni fondamentali. La prima è che, nelle parole di Gnocchi e Palmaro, si misura l’inquietudine, anzi il rigetto, che questo Papa, il suo stile e il suo modo di rivolgersi al “mondo”, stanno provocando tra i cattolici tradizionalisti. Trovandosi nella scomoda condizione di criticare il Papa in nome della difesa dell’autorità papale e del papato, sono costretti all’acrobazia di distinguere e opporre Simone e Pietro nell’unico «Simon Pietro» dei Vangeli. E finiscono così nella paradossale situazione di farsi sostenitori di una posizione — l’invito a non prendere per infallibile qualunque cosa il Papa dica, e a evitare la «papolatria» —che è uno dei motivi per i quali i cattolici “conciliari” sono sempre stati attaccati dai tradizionalisti!

Entrando nel merito dell’articolo, si nota che il primo e fondamentale «capo di accusa» contro Bergoglio è il suo riconoscimento della ultimità della coscienza, che Gnocchi e Palmaro oppongono all’enciclica Veritatis splendor di Giovanni Paolo II, la quale condanna una concezione radicalmente soggettivistica del giudizio morale. Ma le due cose non stanno affatto in contrasto. Dai Padri della Chiesa a san Tommaso d’Aquino, al beato cardinale John H. Newman, c’è concordia sul fatto che è sempre un dovere seguire la coscienza e mai è lecito trasgredirla, neppure quando oggettivamente si sia in errore. E ciò perché, come dice sant’Agostino, è nella coscienza che troviamo impressa in noi — da Dio — una originaria conoscenza del bene, da cui nasce la capacità di giudizio morale. Per questo il cardinal Newman poté scrivere in una Lettera al Duca di Norfolk la famosa frase: «Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo — cosa che non è molto opportuno fare — allora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa».

Leggendo i nostri due «autorevoli» tradizionalisti, sembra che il cambiamento sia la maggiore insidia per il cristianesimo. Il magistero papale, dunque, dovrebbe difendere a spada tratta l’immutabilità delle formule con cui, a un certo punto, sono state espresse le verità della fede. Ma la permanenza cui si aspira è quella della pietra che non cambia, non quella dell’identità dei viventi, che è l’esser sempre sé stessi in forza della capacità di mutare. La custodia dell’identità delle tradizioni umane (le «tradizioni degli antichi» che Gesù invita a non idolatrare: Matteo 15, 2-3), fissate poi a una ristretta fase del cammino della Chiesa nella storia (ossia al periodo tra il Concilio di Trento e papa Pio XII), viene scambiata per la cura della Tradizione con la maiuscola. Ma questa è tale solo se è viva, seme che germina in forme sempre nuove. Il vero bersaglio è, in effetti, il Concilio Vaticano II.

I Papi precedenti sono esaltati in quanto avrebbero «conservato»: ma quando san Pio X ha abbassato l’età della prima comunione perché «per essa non è necessaria la piena cognizione della dottrina cristiana», non ha forse innovato profondamente? Papa Francesco avrebbe sbagliato a dire «io credo in Dio, non in un Dio cattolico». Ma che cosa sarebbe un «Dio cattolico»?

Il Dio della rivelazione ebraico-cristiana non è meno «Dio di tutti» per il solo fatto di essere il Dio di coloro che credono in modo esplicito in Lui. E il Credo che la Chiesa proclama da sempre non conosce la formula «lo credo in un Dio cattolico».

Papa Francesco viene poi attaccato per i suoi «bagni di folla». Ma il contatto con i mass media non è certo un’invenzione di Bergoglio. Già Pio XII innovò profondamente al riguardo e poi papa Giovanni Paolo II ne fece un uso a dir poco generoso. Altro che «contemporanea salita alla ribalta della persona»! Che poi sia un quotidiano laicissimo come il Foglio di Giuliano Ferrara, legato auna precisa parte politica italiana, a ospitare la requisitoria anti-Bergoglio fa riflettere sui significati politici dell’opposizione alla linea dell’attuale vescovo di Roma.

Un’ultima considerazione: a Gnocchi e Palmaro non piace questo Papa? Peccato! A noi e a moltissimi altri, cattolici e non cattolici, invece piace. Ma farne questione di diversità di gusti — come fanno i due «autorevoli» tradizionalisti — non sarà già di per sé indizio del contagio di quel (presunto) relativismo morale e religioso che essi tanto aborrono?

Maria Cristina Bartolomei

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