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A proposito di tradizionalisti cui non piace papa Francesco

in “Jesus” del novembre 2013

Sul quotidiano il Foglio, diretto da Giuliano Ferrara, lo scorso 9 ottobre è apparso un lungo articoloa firma di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro dal titolo Questo Papa non ci piace. Dei due autori si precisa che «sono espressione autorevole del mondo tradizionalista cattolico» (lo stesso mondo che voleva celebrare i funerali di Priebke ad Albano? Speriamo di no). Il sottotitolo dell’articolo, poi, sintetizza il senso della presa di posizione contro Bergoglio: «Le sue interviste e i suoi gesti sono un campionario di relativismo morale e religioso, l’attenzione del circuito mediatico-ecclesiale va alla persona di Bergoglio e non a Pietro. Il passato è rovesciato». Per motivi di spazio, non è possibile qui esaminare tutti i rilievi che la lunga requisitoria muove al Papa. Quindi ci concentreremo su alcune considerazioni fondamentali. La prima è che, nelle parole di Gnocchi e Palmaro, si misura l’inquietudine, anzi il rigetto, che questo Papa, il suo stile e il suo modo di rivolgersi al “mondo”, stanno provocando tra i cattolici tradizionalisti. Trovandosi nella scomoda condizione di criticare il Papa in nome della difesa dell’autorità papale e del papato, sono costretti all’acrobazia di distinguere e opporre Simone e Pietro nell’unico «Simon Pietro» dei Vangeli. E finiscono così nella paradossale situazione di farsi sostenitori di una posizione — l’invito a non prendere per infallibile qualunque cosa il Papa dica, e a evitare la «papolatria» —che è uno dei motivi per i quali i cattolici “conciliari” sono sempre stati attaccati dai tradizionalisti!

Entrando nel merito dell’articolo, si nota che il primo e fondamentale «capo di accusa» contro Bergoglio è il suo riconoscimento della ultimità della coscienza, che Gnocchi e Palmaro oppongono all’enciclica Veritatis splendor di Giovanni Paolo II, la quale condanna una concezione radicalmente soggettivistica del giudizio morale. Ma le due cose non stanno affatto in contrasto. Dai Padri della Chiesa a san Tommaso d’Aquino, al beato cardinale John H. Newman, c’è concordia sul fatto che è sempre un dovere seguire la coscienza e mai è lecito trasgredirla, neppure quando oggettivamente si sia in errore. E ciò perché, come dice sant’Agostino, è nella coscienza che troviamo impressa in noi — da Dio — una originaria conoscenza del bene, da cui nasce la capacità di giudizio morale. Per questo il cardinal Newman poté scrivere in una Lettera al Duca di Norfolk la famosa frase: «Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo — cosa che non è molto opportuno fare — allora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa».

Leggendo i nostri due «autorevoli» tradizionalisti, sembra che il cambiamento sia la maggiore insidia per il cristianesimo. Il magistero papale, dunque, dovrebbe difendere a spada tratta l’immutabilità delle formule con cui, a un certo punto, sono state espresse le verità della fede. Ma la permanenza cui si aspira è quella della pietra che non cambia, non quella dell’identità dei viventi, che è l’esser sempre sé stessi in forza della capacità di mutare. La custodia dell’identità delle tradizioni umane (le «tradizioni degli antichi» che Gesù invita a non idolatrare: Matteo 15, 2-3), fissate poi a una ristretta fase del cammino della Chiesa nella storia (ossia al periodo tra il Concilio di Trento e papa Pio XII), viene scambiata per la cura della Tradizione con la maiuscola. Ma questa è tale solo se è viva, seme che germina in forme sempre nuove. Il vero bersaglio è, in effetti, il Concilio Vaticano II.

I Papi precedenti sono esaltati in quanto avrebbero «conservato»: ma quando san Pio X ha abbassato l’età della prima comunione perché «per essa non è necessaria la piena cognizione della dottrina cristiana», non ha forse innovato profondamente? Papa Francesco avrebbe sbagliato a dire «io credo in Dio, non in un Dio cattolico». Ma che cosa sarebbe un «Dio cattolico»?

Il Dio della rivelazione ebraico-cristiana non è meno «Dio di tutti» per il solo fatto di essere il Dio di coloro che credono in modo esplicito in Lui. E il Credo che la Chiesa proclama da sempre non conosce la formula «lo credo in un Dio cattolico».

Papa Francesco viene poi attaccato per i suoi «bagni di folla». Ma il contatto con i mass media non è certo un’invenzione di Bergoglio. Già Pio XII innovò profondamente al riguardo e poi papa Giovanni Paolo II ne fece un uso a dir poco generoso. Altro che «contemporanea salita alla ribalta della persona»! Che poi sia un quotidiano laicissimo come il Foglio di Giuliano Ferrara, legato auna precisa parte politica italiana, a ospitare la requisitoria anti-Bergoglio fa riflettere sui significati politici dell’opposizione alla linea dell’attuale vescovo di Roma.

Un’ultima considerazione: a Gnocchi e Palmaro non piace questo Papa? Peccato! A noi e a moltissimi altri, cattolici e non cattolici, invece piace. Ma farne questione di diversità di gusti — come fanno i due «autorevoli» tradizionalisti — non sarà già di per sé indizio del contagio di quel (presunto) relativismo morale e religioso che essi tanto aborrono?

Maria Cristina Bartolomei

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