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Posts Tagged ‘Stato’

di Gad Lerner – Repubblica 23 aprile 2008

Ogni giorno che passa, fra i difensori della laicità si accentua la sensazione desolante di presidiare una frontiera già attraversata in lungo e in largo dalle incursioni nemiche. Ma saranno poi sempre nemiche, tali incursioni? Se il “vescovo rosso” Fernando Lugo vince le elezioni in Paraguay ponendo fine a oltre mezzo secolo di regime di destra, salutiamo in lui un´avanzata della democrazia.
E se all´altro capo del mondo, in Polonia, un politico come Lech Walesa dichiara che “sarebbe una disgrazia” la nomina del reazionario monsignor Slawoj Leszek Glodz alla guida della diocesi di Danzica, apprezziamo il coraggio con cui – da cristiano – interferisce pubblicamente in una scelta del suo papa.
Gli esempi potrebbero essere numerosi. Basti per tutti l´importanza che l´argomento religioso riveste nella campagna elettorale di Barack Obama. Bisognerà pure che i suoi numerosi estimatori laici riconoscano quanto Gesù è presente nei suoi discorsi. Fin da quando gli ultraconservatori lo attaccavano: «Gesù Cristo non voterebbe per Barack Obama, perché Obama si è comportato in modo inconcepibile per Cristo». Sollecitandolo a invadere il loro stesso terreno con le motivazioni bibliche del suo impegno pubblico: «Dopo la stagione dei condottieri come Mosè, capaci di sfidare il faraone affermando i diritti degli afroamericani, io sento di appartenere alla generazione di Giosuè, dei continuatori». Dovremmo forse accusarlo di integralismo?
Al contrario, temo che il ritardo con cui la politica italiana si è emancipata dall´egemonia di partiti fondati su un´appartenenza religiosa, oggi ci stia giocando un brutto scherzo. La nascita del Partito democratico, inteso dai suoi fondatori come superamento degli steccati identitari, è stata così faticosa da sollecitarli a una cautela eccessiva. Tra i democratici italiani prevale tuttora l´idea anacronistica che la motivazione religiosa dell´impegno politico vada sottaciuta. Pena il rischio di urtare le suscettibilità altrui o, peggio, di evidenziare le divisioni culturali esistenti nel campo cattolico.
Naturalmente un tale scrupolo è ben lungi dallo sfiorare la destra, protesa nel tentativo di appropriarsi in toto dell´argomento religioso, ma nel frattempo svelta ad accusare di tradimento i pochi pastori d´anime che osano criticare la sua politica. Mentre i benpensanti laici restano appostati in trincea a denunciare ogni sconfinamento tra politica e religione, i leghisti milanesi non hanno esitato un minuto a rivendicare il “loro” Vangelo (in ruvido, discutibile stile padano) volantinando di fronte alle chiese contro l´arcivescovo Tettamanzi, colpevole di eccessiva sensibilità per i diritti degli immigrati senzatetto. Quarant´anni fa, nel 1968, era il dissenso cattolico a osare simili contestazioni pubbliche nei confronti della gerarchia. Trattenuto da una malintesa concezione della laicità, oggi il cattolicesimo di sinistra mugugna stordito nell´attesa che si levi, sempre più rara, la voce di un cardinale amico a rappresentarne il malessere.
Il problema italiano non è infatti che Camillo Ruini parla troppo di politica. Il problema è che nessun esponente politico gli risponde sul suo medesimo terreno della testimonianza, della prossimità, della misericordia, della coerenza, della spiritualità. I vari Prodi, Rutelli, Marini, Bindi, Parisi se lo sono proibiti, come se la sfida culturale fosse ancora delegabile ai loro riferimenti conciliari, quasi tutti scomparsi se non altro per ragioni anagrafiche.
Così si consolida il luogo comune che nel mondo contemporaneo il messaggio religioso sia appannaggio della destra. E viceversa che non possa più esistere una sinistra religiosa.
Tale rinuncia produce l´effetto di una vera e propria mutilazione. Posti di fronte alla ripetuta, frequente violazione del comandamento («Non invocherai il nome di Dio falsamente»); e di fronte allo stravolgimento dello spirito evangelico riguardo a tante persone di cui viene negata la stessa umanità, molti politici religiosi si autocensurano e con ciò si diminuiscono. Evitano di significare pubblicamente le motivazioni più profonde del loro impegno civile.
Attardandosi sulla frontiera colabrodo della laicità, rischiamo di esagerare l´importanza dei nuovi compagni di viaggio “teodem”, faticando a riconoscerli membri a pieno titolo del Partito democratico. Il fastidio diffuso nei confronti di Paola Binetti si alimenta di un equivoco. Tutt´altro che un retaggio clericale d´altri tempi, né impiccio né residuo, col suo cilicio e la sua affiliazione all´Opus Dei, la Binetti è figura politica modernissima. Il futuro ce ne riserverà sempre di più, non necessariamente agganciate come lei a una relazione fiduciaria con la gerarchia ecclesiale. Del resto il passato del cattolicesimo democratico è ricco di figure capaci di esprimere sé stesse per intero, senza che ciò violi alcun imperativo di laicità.
Vale la pena citare un ricordo di Raniero La Valle, estensore trent´anni fa del fondamentale articolo 1 della legge 194 sulla tutela sociale della maternità e l´interruzione volontaria della gravidanza. Intervenendo al Senato in difesa della legge, il cattolico di sinistra La Valle non esitò a citare il fiat evangelico di Maria al concepimento del figlio di Dio come episodio di autodeterminazione imprescindibile della donna, riconosciuta titolare inaggirabile del rapporto col nascituro anche nel Vangelo. La scelta politica e la scelta religiosa si sovrappongono più di quanto certi guardiani retrogradi della laicità siano disposti a riconoscere. Negarlo regala spazio a chi pratica l´ostentazione dei valori come strumento di potere.
Come il resto del mondo, è facile prevedere che anche l´Italia sarà palcoscenico in futuro di una sfida tra destra e sinistra religiosa, anche se baldanzosamente la destra s´illude di averla già vinta. Tale sfida rischia ovunque di logorare la tenuta del sistema democratico e il principio di laicità dello Stato. Aggrediti pure dalla miscela di fede, nostalgia, sessuofobia, pregiudizio antiscientifico, disagio esistenziale, cui ricorrono gli integralismi. Ma l´antidoto non sarà mai il divieto di una pulsione incomprimibile. Semmai è la reciproca interferenza, la contestazione dell´oscurantismo sullo stesso terreno della spiritualità.
Perché il confronto avvenga proficuamente va preservata una cornice di regole pubbliche, quelle sì da difendere in trincea. La scuola statale di tutti, per prima, come luogo formativo e d´integrazione nei valori democratici. E poi le norme laiche di un codice civile che non s´illuda di replicare mai il modello di convivenza già fallito nella democrazia ex-imperiale britannica: un comunitarismo – per dirla con Amartya Sen – che frantuma la cittadinanza in affiliazioni separate, il cui destino è finire in rotta di collisione.
Salvaguardata la laicità dello Stato. Conseguito un sistema democratico moderno i cui partiti ospitano senza distinzioni credenti, non credenti, diversamente credenti. Nel nostro tempo impaurito la politica tornerà a nobilitarsi solo rappresentando una speranza globale, e dunque – perché no – anche religiosa.

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Jesus

di Angelo Bertani – Jesus n.4 aprile 2008

Alle imminenti elezioni anticipate, seguite alla crisi del governo Prodi, la Chiesa e i cattolici arrivano in un’atmosfera complessa: dopo una campagna elettorale in cui sono stati corteggiati dalle forze politiche dei vari schieramenti, dopo il lungo dibattito sui “valori non negoziabili”, dopo l’esame dei diversi programmi alla luce della dottrina sociale cristiana, che cosa resta? Forse rimane l’incognita sul risultato elettorale che riscuoterà il centro; restano i dubbi sull’assetto istituzionale della democrazia italiana, tra nostalgia del proporzionale e necessità di un bipolarismo compiuto. Ma resta, sopra ogni cosa, la sensazione di una reciproca strumentalizzazione tra fede e politica che non fa bene né all’una né all’altra.

«Non possiamo negare che nei mesi trascorsi si sia accresciuta una sensazione di disagio e di sofferenza all’interno della Chiesa di Dio che è in Italia e nei rapporti tra i cristiani e la società civile: la contrapposizione sembra aver preso il sopravvento sul dialogo, lo schierarsi in antagonismi sulla riflessione condivisa, l’affermazione di sé sull’ascolto dell’altro. Le opzioni di fondo dei nostri fratelli e sorelle in umanità vengono dipinte sempre più spesso a tinte fosche, con accenti cupi, come se non si sapesse scorgere altro che “prevaricazione e rovina”… Quante durezze in nome di “valori non negoziabili” che fanno trasparire nello stesso linguaggio usato un approccio “mercantile” ai fondamenti etici del bene comune!».

Non sono parole sfuggite dalle labbra di qualche contestatore: è la meditazione che i fratelli e le sorelle della comunità monastica ecumenica di Bose offrivano nella loro Lettera agli amici per la Pentecoste dello scorso anno. Parole largamente condivise nella comunità ecclesiale italiana: «I politici guardano oltre Tevere fino al torcicollo», lamenta un’autorevole rivista cattolica.

È da parecchi anni (forse dal discorso di Giovanni Paolo II al Convegno ecclesiale di Loreto nel 1985) che la Chiesa italiana ha accresciuto il suo impegno in campo sociale e politico. Con la fine della Dc e la nascita del bipolarismo sono sorti all’interno di ogni schieramento gruppi più o meno organizzati che si dichiarano cattolici. I vescovi hanno cercato di impegnare i cattolici a essere uniti su alcuni temi considerati non negoziabili (lotta all’aborto e all’eutanasia, alle unioni di fatto e al loro riconoscimento, difesa di scuole e ospedali cattolici, presenza pubblica della Chiesa e dei segni della fede cattolica ecc.). Sembra addirittura che la gerarchia rimproveri allo stesso Concilio e postconcilio un atteggiamento troppo arrendevole di fronte al mondo moderno, alla cultura e alla scienza e all’etica di una società pluralista. Vicende come la cancellazione della visita papale alla Sapienza di Roma hanno acuito la tensione e sui giornali atei devoti, cattolici integralisti, laici e cattolici democratici incrociano il fioretto e le spade. Il Tevere sembra oggi più stretto che in passato, attraversato da molti ponti visibili e da molti cunicoli sotterranei.

Credenti e non credenti sono spesso d’accordo nel ritenere che assistiamo a una doppia involuzione. Da un lato la Chiesa sembra abbandonare lo spirito del Concilio e le linee-guida del postconcilio che proponevano un ritorno alle sorgenti evangeliche, rispetto della laicità, atteggiamento cordiale e fiducioso con tutti, dialogo con la cultura, la scienza e le speranze degli uomini; torna invece una ricerca dell’esteriorità, dei mezzi materiali, del potere, della visibilità mondana, dedicando meno cura alla vita di fede e alla formazione delle coscienze.

Dall’altra parte, anche la vita civile e politica sembra farsi più arida e brutale: guidata dalla ricerca del potere, del danaro e dall’uso strumentale della comunicazione e dell’«immagine». Un ritorno del machiavellismo volgare e spregiudicato: poca coerenza, pochissima cultura, niente “progetto”. E poca democrazia.

Questa doppia debolezza, della religione e della politica, espressa da una crisi della vitalità ecclesiale e da una diminuzione della fiducia e della partecipazione dei cittadini alla politica, provoca una reciproca invasione di campo. La Chiesa (ecclesiastici e laici, non pochi) vorrebbe entrare in politica per rendersi più incisiva, determinare leggi e progetti, scegliersi interlocutori affidabili, ottenere condizioni favorevoli. E la politica (alcuni politici, non pochi) vorrebbe sbandierare credenziali e favori del mondo religioso per averne una “copertura morale”, per avvalersi di sostegni etici e materiali e conquistare consensi. In realtà la cattiva politica entra così nella Chiesa; e il clericalismo nella politica.

Non c’è dubbio che Chiesa e istituzioni, religione e politica, possano e debbano collaborare, ma conservando la propria identità, ciascuno con i propri strumenti, i propri fini e il proprio stile. «Anche la preghiera è un problema politico», ammoniva Danielou; e «ogni parola di Dio ha una valenza geo-politica», spiega il cardinale Martini. La storia è ricca di esempi che dimostrano come una buona politica possa essere di aiuto anche alla vita religiosa e morale; e che una Chiesa viva sia una forza amica per tutta la società, anche per i non credenti. Purché tutti rispettino lealmente il «date a Cesare quel che è di Cesare», con quel che segue. È il tema della laicità che, come Claudio Magris giustamente spiegava, «non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis; è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede, a prescindere dall’adesione o meno a tale fede; di distinguere le sfere e gli ambiti delle diverse competenze, in primo luogo quelle della Chiesa e quelle dello Stato».

Oggi è in crisi proprio questo reciproco rispetto tra dimensione religiosa e dimensione civile. Così la vita civile è turbata da inutili polemiche e si rischia di perdere il senso del bene comune, mentre la vita ecclesiale rischia di perdere il suo stile profetico, la sua differenza qualitativa. Giustamente Alberto Melloni ha ricordato che «il problema della Chiesa è quello della sua credibilità evangelica, non politica».

Qualcuno aveva intuito la deriva che si era iniziata qualche anno fa. Lo storico Pietro Scoppola parlava dei costi della Chiesa politicizzata. La piaga di un magistero che perde autorità proprio mentre accumula potere, che si getta nella politica alla stregua di un partito: «La lunga stagione della “Chiesa di parte” è finita», scriveva già nel 1995, «le ideologie sono crollate; il Paese vive una fase nuova di transizione non solo di sistema politico, ma di cultura, di mentalità, nella quale le ragioni stesse della convivenza e dell’unità nazionale sono rimesse in discussione. Il tema antico del rapporto della Chiesa con la democrazia, in una società frattanto profondamente secolarizzata a seguito degli stessi progressi economici e sociali realizzati, si ripropone in termini nuovi».

«Venuto meno il partito cui la Chiesa era legata», continuava Scoppola, «la tentazione è quella di chiudersi in difesa dei propri “valori”, di ridefinire la presenza in politica solo nei termini di una intesa fra cattolici di vario orientamento politico su alcuni problemi di immediata rilevanza etica, costituendo quasi una lobby trasversale, con il rischio di considerare irrilevante per tutto il resto il condizionamento della fede cristiana sulla politica… Insomma, ci sono sì dei valori cristiani da custodire ma ci sono anche delle virtù civili da promuovere». E concludeva: «Qui è il nodo per una visione del problema non chiusa sugli “interessi cattolici” e per riproporre la presenza della Chiesa come elemento ispiratore di una tensione etica senza la quale la convivenza in una società democratica è esposta a un inarrestabile degrado». L’articolo sta nell’ultimo libro uscito lo scorso anno (La coscienza e il potere, Laterza), ed è stato riproposto in questi giorni da Koinonia, una rivista di Pistoia ma diffusa in Toscana e oltre.

Di fronte alla politica, si insiste troppo sull’alternativa tra «rilevanza» e «irrilevanza», considerate nella loro dimensione più esteriore. E molti credenti oggi si chiedono, con i fratelli di Bose: «Dobbiamo davvero, in nome del Vangelo, imparare anche noi a contarci, a confidare nel numero? Nella Chiesa, negli anni scorsi, ci avevano insegnato la necessità di ben altri stili per la nostra testimonianza nella storia e nella solidarietà con tutti gli uomini».

Su rilevanza e irrilevanza dei cattolici, qualche giorno fa Giovanni Bachelet, parlando a un convegno di Azione cattolica in Toscana diceva con parole di oggi quello che suo padre Vittorio insegnava e testimoniava negli anni Sessanta e Settanta: «Secondo una vulgata alla quale non è facile replicare (per la progressiva rarefazione e inaccessibilità degli strumenti di pubblico confronto interno alla Chiesa), i cattolici italiani sarebbero stati rilevanti alla Costituente e nei quarant’anni democristiani, e risulterebbero invece irrilevanti negli ultimi vent’anni di rimescolamento e grandi trasformazioni economiche e sociali che hanno accompagnato la fine del comunismo, la globalizzazione, le nuove tecnologie informatiche e biomediche».

«In proposito», spiega Bachelet, «s’impongono domande. Negli ultimi vent’anni i cattolici italiani sono stati davvero politicamente irrilevanti? Come si misura e chi misura la loro rilevanza o irrilevanza? E quando c’è, come è stata ottenuta?». E poi, citando una riflessione di Paola Gaiotti, risponde: «Dire che i cattolici siano stati irrilevanti nella gestione difficile della crisi italiana, nell’individuazione delle vie d’uscita, si può solo se si cancellano sia i numeri, sia i nomi dei tanti cattolici adulti, da Nino Andreatta, Pietro Scoppola, Roberto Ruffilli (per citare solo gli scomparsi), ai giovani fucini che aprirono la stagione referendaria, e infine da Oscar Luigi Scalfaro a Romano Prodi, che li hanno rappresentati al livello più alto, riscoprendo il valore dell’impegno politico proprio in ragione della crisi del Paese».

«Questi cattolici» – è sempre Giovanni Bachelet a parlare – «nonostante un appoggio e un entusiasmo da parte dei pastori molto più tiepido (uso un eufemismo) rispetto agli anni democristiani, sono stati rilevanti, eccome. Da adulti. Sono stati portatori di una lettura originale della crisi, della trasformazione della società, dell’economia: una lettura capace di produrre un disegno complessivo per il Paese e di competere non per un ministero, per una regione, per una manciata di seggi o di poltrone: di competere per la guida dell’intero Paese…».

Giovanni Bachelet si chiede a questo punto «come hanno fatto quei cattolici che hanno avuto un ruolo guida e salvato il Paese in alcuni recenti passaggi molto critici, come la bancarotta del 1992 o l’entrata nell’euro nel 1998, ad essere, malgrado i cambiamenti dell’Italia e del mondo e la sopravvenuta scarsa comprensione da parte della Chiesa, rilevanti quanto i cattolici della Costituente o i leader del primo quarantennio democristiano?».

La risposta è chiara: «Il segreto della loro rilevanza sta, a mio avviso, nel Concilio. I “cattolici rilevanti” dell’ultimo ventennio si sono, semplicemente, ispirati e uniformati allo stile dei loro predecessori: uno stile che nella Costituente e nel primo quindicennio democristiano anticipò il Concilio (e per questo De Gasperi, nell’ultima fase della vita, ebbe grane perfino con le massime autorità della Chiesa), e poi, nei successivi venticinque anni, lo realizzò. Ecco il n. 76 della Gaudium et spes, intitolato La comunità politica e la Chiesa: “È di grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori…”».

«Ancor più che alla rilevanza politica dei cristiani», conclude Bachelet, «questa distinzione, che permette alla Chiesa di non essere parte fra le parti e di parlare al cuore di tutti, giova all’annuncio della buona novella».

E si potrebbero ricordare su questo tema molti altri passi del Concilio, come questo: «La Chiesa non desidera affatto intromettersi nella direzione della società terrena; essa non rivendica a se stessa altra sfera di competenza se non quella di servire amorevolmente e fedelmente, con l’aiuto di Dio, gli uomini» (Ad gentes, n. 12). A sua volta l’Octogesima adveniens dichiara: «Spetta alle comunità cristiane individuare, con l’assistenza dello Spirito Santo – in comunione coi vescovi responsabili, e in dialogo con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà – le scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie in molti casi».

Come non ricordare, inoltre, il documento della Cei, del 1981, La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, in una stagione difficilissima per l’economia, il terrorismo, l’etica pubblica? Vi si legge: «Le difficoltà che l’Italia sperimenta oggi non sono frutto della fatalità. Sono invece segno che il vertiginoso cambiamento delle condizioni di vita ci è largamente sfuggito di mano, e che tutti siamo stati in qualche modo inadempienti… Ma innanzitutto bisogna decidere di ripartire dagli ultimi, che sono il segno drammatico della crisi attuale… Con gli ultimi e gli emarginati potremo tutti recuperare un genere diverso di vita».

E poi precisavano i vescovi italiani: «Il Paese non crescerà se non insieme. Ha bisogno di ritrovare il senso autentico dello Stato, della casa comune, del progetto per il futuro… Come cristiani, come vescovi e come Chiesa non possiamo né condividere né tantomeno coltivare stati d’animo o prospettive fallimentari. Non siamo però alla finestra, né possiamo accettare di chiuderci nelle sagrestie o nel privato. Non per questo ci contrapponiamo al Paese con progetti alternativi o concorrenziali o privilegi di sorta… siamo consapevoli del nostro impegno prioritario di quotidiana conversione a Cristo per imparare a servire. Non si tratta di serrare le fila per fare fronte al mondo… non c’è più prospettiva per una cristianità fatta di pura tradizione sociale… Si tratta di vivere il testamento di Gesù, oggi, perché il mondo creda… perciò le comunità cristiane devono sempre meglio trasformarsi oggi in permanenti scuole di fede, in cui la parola di Dio corra e si diffonda nella famiglia, nel paese, nel quartiere, tra i gruppi, là dove la gente parla e decide, nel cuore degli avvenimenti quotidiani… Ma oggi, in termini nuovi, l’Italia ha una particolare esigenza della presenza più diretta e specifica di laici cristiani…».

In questo clima stiamo arrivando alle elezioni politiche anticipate; e sebbene nelle ultime settimane personalità vaticane e italiane come i cardinali Bertone e Bagnasco abbiano cercato di rasserenare l’atmosfera e di riportare l’attenzione ecclesiale verso i temi della pastorale e della vita ecclesiale, resta un fatto: il laicato cattolico adulto (quello che fu di Alcide de Gasperi e Giuseppe Dossetti, di Granelli e di Moro, di Gorrieri e di Prodi) si è sentito sfiduciato, emarginato, eterodiretto. Indebolito proprio quando avrebbe avuto più bisogno di forza e di fiducia. Solo attraverso la testimonianza di laici liberi e responsabili, infatti, la fede cristiana può offrire molta luce per un progetto e un’azione politica che unisca amore e visione del futuro, sapienza e dialogo, coerenza e speranza.

Mi sembra che tutto ciò si ritrovi nell’articolo scritto da Aldo Moro per Il Giorno in occasione della Pasqua 1977, un anno prima di essere rapito. Scriveva Moro parole che ancora oggi vanno pesate una a una: «Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo stesso identico destino; ma è invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo, tutti abbiano il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile, nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno all’altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo. La pace civile corrisponde puntualmente a questa grande vicenda del libero progresso umano, nella quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre si lavora, ciascuno a proprio modo, a escludere cose mediocri per fare posto a cose grandi».

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Camillo Ruini Giuliano Ferrara

Questa sera alle 20,30 su La7, il cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa a Roma, è ospite della puntata di “Otto e Mezzo” condotta da Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni.

Tema centrale la legge 194 e la moratoria sull’aborto promossa da Ferrara.

Il cardinale ha ammesso che “in Italia l’intervento della Chiesa ha un’efficacia maggiore rispetto a quanto avviene in altri Paesi più secolarizzati”, ma bisogna “sfatare l’idea che in Italia ci sia una maggior attenzione della Chiesa verso la politica interna rispetto ad altri Paesi”. La Chiesa, secondo il porporato, ha “il diritto-dovere della Chiesa a intervenire su questioni pubbliche. Oggi lo sviluppo tecnologico sta proponendo problemi etici drammatici anche a livello legislativo, di cui la Chiesa non può disinteressarsi”.

Riguardo alla legge 194 Ruini ha dichiarato che è’ una legge “intrinsecamente cattiva, che autorizza l’uccisione di un essere umano innocente. Ma esiste il gioco democratico: se una legge viene approvata dal Parlamento possiamo dire che non ci piace, che è ingiusta, ma non incitiamo alla rivolta”.

Ruini si è detto d’accordo con la proposta lanciata dal diretto de Il Foglio di una moratoria internazionale dell’aborto che l’Onu dovrebbe promuovere sulla falsariga di quella per la pena di morte. “Totalmente d’accordo. Credo che in Italia ci sia una piena convergenza tra le forze politiche. Non si può imporre l’aborto con una legge dello Stato”. Imporre?

Alla domanda di Ritanna Armeni sulla posizione della Chiesa contraria alla contraccezione Ruini ha precisato che ”è una scelta etica che attiene alla responsabilità nel rapporto tra uomo e donna. La Chiesa -ha spiegato- la propone ai cattolici senza pensare a una legge dello stato”.

Sul tema è interessante l’articolo di Gustavo Zagrebelsky “La moratoria sull’aborto ultima violenza alle donne” pubblicato oggi su Repubblica.

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Condividiamo l’articolo di Franco Garelli, pubblicato oggi su La Stampa.

Molti cittadini e credenti, che operano con semplicità nella società e nella Chiesa alla ricerca del dialogo tra culture diverse, hanno vissuto con sofferenza la vicenda della mancata partecipazione del Santo Padre a La Sapienza.

Episodio incredibile ed inquietante, come ha dichiarato Luigi Alici presidente nazionale dell’Azione Cattolica, ma che deve spingere, credenti e non, a non cadere nell’errore del muro contro muro, dell’intolleranza, del conflitto che certamente, oggi, a qualcuno interessa alimentare.

Continuare a tessere insieme, pazientemente, la rete del rispetto, dell’ascolto reciproco, del dialogo critico e costruttivo… Un cammino che intendiamo portare avanti in prima persona, con impegno e speranza, certi che il paese non può fare a meno di quella cultura della convivenza civile e del bene comune alla quale i cattolici hanno sempre contribuito.

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