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Posts Tagged ‘Rom’

Riportiamo un’articolo pubblicato sul sito web Dialoghi, portale attraverso il quale l’Azione Cattolica Italiana si confronta con il dibattito in corso nel Paese e offre il proprio contributo al Progetto culturale della Chiesa italiana.

Quello che impressiona è la scarsità di reazioni. Uno Stato europeo – anzi, fondatore del “miracolo” politico dell’Unione Europea -, uno Stato con una tradizione culturale e giuridica importante, propone nel XXI secolo una schedatura su base etnica

Facciamo fatica a pensarlo. Ma facciamo ancora più fatica a comprendere il perché della reazione assonnata, indifferente, se non complice. Non è questione di parte: si può essere di destra o di sinistra, di centro o apolitici, ma non si può non rendersi conto e non applicare un principio di elementare civiltà giuridica.

Propongo due riflessioni in proposito, cercando di evidenziare due errori di ragionamento molto comuni.

Il primo errore confonde il motivo per cui qualcuno è sanzionabile.
Si possono prendere provvedimenti verso chi commette reati. Anzi, compito primario dello Stato è garantire la sicurezza. Rinunciamo, nella convivenza civile, all’uso privato della forza per delegarla a un sistema di sicurezza pubblica democraticamente organizzato e controllato. Il monopolio della forza da parte dello Stato da una parte è garanzia verso i deboli (in quanto protegge dal sopruso del più forte) e dall’altra principio di equità della pena (che deve distinguersi dalla vendetta).

Può anche accadere che di fatto la maggior parte dei membri di un certo gruppo abbiano compiuto un determinato reato e siano per questo motivo giustamente sanzionati. In ogni caso vale il principio che si è sanzionati non per l’appartenenza a un gruppo, ma per aver commesso un reato. Anche se tutti i Rom fossero, per esempio, sanzionati per aver rubato, resterebbe forte il principio che sono sanzionati in quanto ladri e non in quanto Rom.

Il secondo errore consiste nel fidarsi di conoscenze “ovvie”, talmente diffuse che nessuno si preoccupa di verificare.
La Fondazione Migrantes ha commissionato al dipartimento di Psicologia e antropologia culturale dell’Università di Verona una ricerca sugli stereotipi legati ai Rom. Vengono analizzati i presunti casi di sottrazione di minore (un’accusa tipica verso i Rom) dal 1986 al 2007. Non esiste un solo caso accertato di rapimento su 30 denunce e 11 iniziative dirette dell’autorità giudiziaria. Rom e Sinti sono assieme 150.000 persone in Italia, di cui 70.000 cittadini italiani. Sono lo 0,3% della popolazione del nostro Paese, la media Ue è del 2%).

Detto questo il rispetto della legge vale anche per Rom e Sinti, come per gli autoctoni, gli stranieri, gli studenti, le casalinghe e le alte cariche dello Stato. Non vorremmo che a fare la differenza fosse lo status sociale e il reddito – visto che nessuno sembra preoccuparsi dell’appartenenza all’etnia Rom quando ci si chiama ad esempio Ibrhaimovic, che guadagna 4,5 milioni di euro l’anno all’Inter.

Forse questa esperienza ci aiuta a comprendere meglio la passività con cui vennero accettate – ma non da tutti – le leggi razziali del 1938. E, ancor prima, i tanti pregiudizi che si sviluppano nella storia. Si veda ad esempio il recente libro di Francesco Germinario Argomenti per lo sterminio (Bollati Boringhieri 2008 ) in cui si narra come si sviluppò in modo oscuro e poco appariscente il pregiudizio antisemita nella pubblicistica francese da metà Ottocento in poi.

“Famiglia Cristiana” (26) ha narrato la storia di Goffredo Bezzecchi, Rom cittadino italiano, schedato dai fascisti nel 1942 quando aveva 13 anni. E schedato una seconda volta a 69 anni da agenti della polizia e da carabinieri il 6 giugno 2008 alle 5.20 di mattina, assieme agli altri 34 abitanti di un campo nomadi comunale vicino a Milano. Tutti cittadini italiani, tutti con lavoro regolare, tutti con figli che frequentano regolarmente le scuole.

Quasi tutte le voci critiche sono venute dal mondo cattolico. Anche qualche intellettuale ebreo, come Moni Ovadia, si è espresso. Vorremmo che ci fossero più voci. Come ha detto a suo tempo il pastore luterano Niemoller al tempo del Terzo Reich: “Prima vennero per i comunisti, non dissi nulla perché non ero comunista; dopo vennero per i socialdemocratici, non dissi nulla perché non lo ero; poi vennero per i sindacalisti, non dissi nulla perché non ero sindacalista; dopo vennero per gli ebrei, non dissi nulla perché non ero ebreo; quindi vennero a prendere me, e non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa”.
 

Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena, Facoltà di Filosofia

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E’ notizia (Agr) di pochi minuti fa. Un incendio, probabilmente di natura dolosa, e’ divampato nel campo nomadi del quartiere Ponticelli a Napoli. Il fuoco ha distrutto alcune delle baracche abbandonate dai rom il mese scorso. Proprio in questi giorni alcune famiglie stavano tornando nel campo. Secondo gli accertamenti dei carabinieri e dei vigili del fuoco, nessuno e’ rimasto ferito.

La sicurezza dei cittadini, tutti i cittadini, l’immigrazione, i rom … sono temi che continuano ad alimentare il dibattito nel nostro paese.

L’iniziativa del comunicato “Il volto di ogni uomo è immagine di Dio” è stato condivisa, ad oggi, da 392 persone che hanno sottoscritto l’appello. Più di 100 amici hanno inserito un commento al post e decine di blog hanno ripreso l’appello ampliandone la sua diffusione. Per quanto è possibile Chicco di Senape, con le sue piccole forze, continuerà a tener alta l’attenzione.

Al riguardo riportiamo l’interessante articolo “Il valzer della paura” di Barbara Spinelli pubblicato oggi su la Stampa; l’editoriale “Prima però le impronte ai parlamentari e i loro figli” pubblicato questa settimana da Famiglia Cristiana; il comunicato della Fondazione Cei Migrantes diffuso al termine di un corso di formazione svoltosi nei giorni scorsi a Verona; il comunicato di Pax Christi del 30 giugno; la dichiarazione di Andrea Olivero, presidente nazionale delle Acli (3 luglio), la conferenza stampa della Comunità di Sant’Egidio (3 luglio).

“Accoglienza, legalità e sicurezza, per tutti” è la lettera, resa pubblica oggi, scritta da 10 preti del Friuli Venezia Giulia e uno del Veneto per dire no alle discriminazioni e al razzismo.

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Riportiamo l’omelia dell’Arcivescovo Severino Poletto in occasione della solennità di San Giovanni.

Questa è una Celebrazione particolare, unica nell’anno, perché nell’Eucaristia della festa del Santo Patrono della nostra città, San Giovanni Battista, la comunità cattolica di Torino e le Autorità civili si ritrovano unite davanti all’altare del Signore e non per fare un convegno dove si dicono parole umane, bensì per confrontarsi con quanto Dio stesso desidera dire oggi a questa nostra città affinché continui il suo cammino di crescita con attenzione particolare ai valori civili che riguardano la vita delle persone, ma anche valutando la qualità del nostro rapporto con Dio. San Giovanni ci chiede di confrontarci con il problema di Dio. Non possiamo fingere che questa non sia una questione seria per la vita di ognuno, specialmente delle persone intelligenti, le quali in forza della loro capacità di ragionare non possono sfuggire alla domanda fondamentale sul senso dell’esistenza umana, considerando che mentre vorremmo tutti che la vita non finisse mai, la realtà della morte ci inchioda su una questione di fondo: “E dopo? Che sarà di noi?”. Questo è il momento di ricuperare un po’ di umiltà per ascoltare Dio che ci viene in aiuto e illumina la nostra mente attraverso la Parola di Gesù che ci garantisce che siamo stati creati per l’immortalità.

Giovanni Battista, del quale oggi celebriamo la nascita prodigiosa, ha avuto la missione di preparare i suoi contemporanei alla ormai imminente venuta di Gesù, il Messia annunciato dai profeti. E questo compito Egli continua a svolgerlo anche nei nostri confronti perché Gesù è già venuto e chiede a ciascuno di noi di essere accolto. Quando la gente, commentando gli eventi straordinari che hanno accompagnato la nascita del Battista, si domanda: “Che sarà mai questo bambino?” lo fa soprattutto perché Zaccaria, suo padre, rompendo la tradizione che voleva che al figlio fosse dato il nome del padre, decide a sorpresa che venga chiamato Giovanni, nome che significa “Dio concede la sua grazia”, cioè “Dio è misericordioso”. Dire misericordia significa, rifacendosi alla tradizione ebraica, pensare ad un’alleanza tra due parti che prevede un impegno di solidarietà concreta verso quella più debole. Perciò Giovanni sarà profeta della misericordia di Dio.

Questo è un grande richiamo per noi, perché essendo Egli il nostro Patrono, deve essere considerato un punto fermo di riferimento, il modello attorno al quale ricomporre e ravvivare lo spirito di fraternità che sta alla base della vita delle nostre comunità, quella cristiana e quella civile. Anche nell’oggi della nostra città Egli ci chiede di saper manifestare l’amore misericordioso di Dio: lo chiede anzitutto alla comunità cristiana, ma lo chiede anche a tutta la società civile. Torino sta vivendo un tempo di sfide, in parte paragonabile a quello nel quale si trovava a profetare Isaia come abbiamo sentito nella prima lettura. Sfide sul piano culturale, sociale, economico, etico e religioso. Per la fede cristiana ogni situazione difficile più che occasione di preoccupazione è piuttosto un’opportunità di cogliere una luce, una grazia che viene dall’alto. Guardare in faccia i problemi ci stimola a non scoraggiarci bensì a crescere nella responsabilità. Torino è chiamata al coraggio di andare oltre, di proporsi ancora una volta come città laboratorio, di approfondire il ruolo di “esperta in umanità” che la grande storia dei Santi sociali ci ha consegnato. Una città dove non mancano le risorse di cuore, di intelligenza e di capacità organizzativa utili per accogliere l’appello che i segni dei tempi le propongono anche attraverso eventi complessi e, talvolta, di forte impatto.

1. Vivere insieme, non contro.

È chiaro per tutti che il volto di Torino sta cambiando anche per la presenza di persone che per circa un decimo dell’intera popolazione provengono da altri paesi, da altre culture e con altre convinzioni religiose. È evidente che questa diversità può suscitare sentimenti di incertezza, di smarrimento e addirittura di sconcerto e paura. L’occhio misericordioso di Dio ci aiuta a non rimanere alla superficie della questione. Così come capitò nel difficile momento del primo incontro tra le comunità cristiane provenienti dal giudaismo e quelle di origine pagana, anche noi dobbiamo procedere ad un serio discernimento alla luce della Parola di Dio e della preghiera. Un discernimento che ci aiuti a capire che il futuro di Torino va costruito “insieme” e non “contro”, nella logica evangelica del bene comune, che pone nelle mani di ognuno la responsabilità verso tutti, postulando per ciascuno diritti e doveri. L’incontro con lo straniero non può in alcun modo sottovalutare o eludere il dovere di onorare la dignità dell’altro, specie se costretto a fuggire da conflitti o da situazioni di povertà. Il mio cuore di Pastore pensa soprattutto alle persone vittime di tratta: questa è una piaga dove è urgente fare di più sia sul versante dei protettori che dei clienti. Questo però è un problema che non va sottovalutato soprattutto per quanto riguarda la moralità pubblica e il rispetto della dignità della donna. Penso inoltre alle famiglie che soffrono perché impossibilitate a ricongiungersi, alle mamme sole con bambini piccoli, a chi cerca rifugio da noi per sfuggire a situazioni di vita insostenibili sul piano politico o economico. Torino non deve mai smarrire una sua tipica caratteristica di “città accogliente” in modo che nessuno qui da noi si senta straniero e ospite. Nel giusto stile evangelico di tolleranza dobbiamo coltivare il dialogo pacato e continuativo a tutti i livelli, nella certezza che la conoscenza reciproca giova all’abbattimento della paura. Ma, nello stesso tempo e con pari sforzo, tutti, anche gli immigrati, si devono sentire impegnati a vivere i propri doveri di cittadinanza, nel rispetto delle persone e della collettività. Questa convergenza di intenti è necessaria per costruire la nuova Torino che si va delineando con questi flussi migratori.

2. Fiducia e non paura.

Non dobbiamo lasciarci incatenare dal panico, dallo scoraggiamento, dal senso di incertezza che può venire da questo problema. Come ha recentemente ricordato il Santo Padre parlando a Brindisi il 15 Giugno u.s. la carità che si prende cura dell’altro non è questione di pietistico buonismo, ma di robusto senso di giustizia. Questo non è un obiettivo facile da perseguire e neppure immediato. Si tratta di impegnarsi per instaurare un processo che investa tutta la nostra società e porti alla formazione di un rinnovato modello di cittadinanza per tutti. Anche per quelle persone che, almeno all’apparenza, sembrano così lontane dalla possibilità di inserimento. Mi riferisco, ad esempio e con particolare sofferenza nel cuore, ai fratelli e sorelle, soprattutto minori, delle diverse etnie ROM presenti – seppur in numero contenuto – nella nostra regione e in città. Siamo ben coscienti della tipicità culturale che li contraddistingue e dei molteplici elementi che rendono oggettivamente difficili forme avanzate di integrazione. Eppure da anni Torino sta pazientemente sperimentando percorsi di integrazione sostenibili. Un lavoro nascosto e quasi mai arrivato alla ribalta della cronaca che, però, ci assicura che c’è la possibilità di fare qualcosa di significativo. Dobbiamo convincerci che esiste un diritto di convivere tra popoli diversi. Ma questo obiettivo va coniugato con l’accompagnamento, il presidio del territorio va sostenuto con concrete azioni di coinvolgimento sociale, la legalità va ricercata con una decisa volontà educativa. Si deve cominciare con quanti sono disponibili a fare questo attraverso il vasto e fiorente campo del volontariato. Non servono facili slogans demagogici, non serve usare toni polemici fomentando il clima del sospetto e della contrapposizione. È necessario conoscere, valutare ed eventualmente intervenire là dove fosse necessario a vantaggio degli stessi nomadi per sanare situazioni illegali.

3. Aprire gli occhi sulle crescenti povertà.

La festa del Patrono è per me anche occasione per invitare tutti a prendere coscienza di un altro evento che sta attraversando la nostra società torinese. Cresce di giorno in giorno la percezione della vulnerabilità e della fragilità soprattutto in relazione alla minore disponibilità di risorse economiche e sempre più frequenti difficoltà relazionali nelle nostre famiglie. Nonostante la nostra sia città tra le più organizzate rispetto al sostegno ai poveri, assistiamo a fenomeni di sempre più vistoso impoverimento che non vanno sottovalutati. Non ci sono soltanto i casi di povertà estreme che non devono mai essere dimenticate, penso però in questo momento alle molte famiglie, giudicate normali e fino a ieri abbastanza garantite economicamente, che sono cadute, quasi di colpo, in quella povertà di soglia che sta creando non poche difficoltà. Ci sono famiglie nelle quali si vive l’ansia per il lavoro, dove al dramma della sicurezza sul posto di lavoro così grave in tutta Italia e ancora così vivo nel ricordo di tutti noi per la tragedia dello scorso Dicembre, si aggiunge un’altra preoccupazione: quella della sicurezza “del” lavoro.

È ancora troppo scarsa per i giovani la certezza di avere un lavoro sicuro che dia loro la possibilità di poter progettare un futuro di famiglia e di vita. Ci sono giovani coppie appesantite da mutui o acquisti con pagamento differito, anziani rimasti soli a fare spesso i conti con una salute malferma e risorse economiche sempre più ridotte. Come Chiesa di Torino ci sentiamo di avere ancora una parola di speranza da dire a quanti vivono in queste situazioni. Sul versante della carità e della solidarietà le nostre comunità cristiane non arretreranno mai. Ma, insieme a noi, l’intera Torino deve ritrovare più coraggio per ripartire dai più poveri. Perché il Vangelo ci insegna che il povero è il primo dopo l’Unico, che è Gesù Cristo. Si deve osare di più per saper dare concretezza e risposte adeguate ai bisogni antichi e nuovi delle persone, cominciando dalla questione delicata e importante della possibilità di avere e poter mantenere una casa. Dobbiamo conservare la sensibilità di saper ascoltare e vedere il santo volto del Signore impresso in quello dei più piccoli e poveri. Come vostra guida spirituale sento il dovere di sostenere e spronare tutti gli sforzi che a più livelli si mettono in campo per farsi carico, il più direttamente possibile, di queste nuove e svariate povertà. Questo è un modo concreto per costruire quel clima di sicurezza che tutti avvertiamo necessario per una vita più serena. Anche se non va mai dimenticato che dobbiamo saper distinguere l’insicurezza provocata dai delinquenti, sulla quale si deve intervenire con mano ferma, dall’insicurezza provocata dai disperati, alla quale si può rimediare soltanto con la prevenzione e l’educazione. Nell’attuale situazione sociale di Torino vorrei segnalare un duplice appello che ci viene dal Signore.

Innanzitutto dobbiamo badare a che le maggiori difficoltà non ci dividano, non portino a spinte corporativistiche e ad un riflusso nel privato. Un simile atteggiamento, che talora si intravvede, andrebbe ad acuire la distanza tra quella parte di popolazione che soffre gli esiti della vulnerabilità e quella che riesce a mantenere un livello più che accettabile di vita. Porterebbe alla separazione e alla contrapposizione.

In secondo luogo l’esperienza di impoverimento va interpretata anche come un richiamo educativo per la vita di tutti. Il Signore ci chiede di ritrovare la saggezza di riscoprire il valore evangelico della sobrietà e di stili di vita più essenziali. Come per Giovanni l’austerità della vita nel deserto fu occasione di maturazione e di unione con Dio, così la situazione di oggi diventi per ciascuno di noi un richiamo a riscoprire il valore di una vita meno orientata su cose materiali non strettamente necessarie e più attenta ai bisogni dei nostri fratelli più poveri. Si tratta di fare qualche rinuncia, che ci consentirà di realizzare una solidarietà più profonda, la quale darà un valore aggiunto al nostro esistere perché il Signore ci ricorda che “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20, 35). La Torino del futuro deve essere certamente frutto di processi strutturali ormai consolidati, ma sarà più serena se saprà vivere con più convinzione ed impegno una scelta di vita più sobria. Spesso si diventa più poveri perché si è persa la capacità di rinunciare ad alcune cose superflue. È anche questo un aspetto importante dell’educazione che le famiglie devono mettere in atto soprattutto nei confronti di giovani e ragazzi. Conclusione Il Patrono San Giovanni Battista e la Vergine Consolata, che abbiamo festeggiato quattro giorni fa, ci aiutino a guardare al futuro con maggiore speranza. Questa diventa possibile se ciascuno accetta di fare la propria parte affinché la nostra città sia non solo bella, ma anche accogliente e casa comune dove diversi popoli e nazioni arrivino a costruire con i torinesi quel clima di legalità e fraternità che è condizione essenziale per essere felici.

Severino Card. POLETTO
Arcivescovo di Torino

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Tettamanzi: “Un errore militarizzare le città: la paura non passa con un decreto”
di Zita Dazzi e Roberto Rho – Repubblica 21 giugno

«Militarizzare le città serve solo ad aumentare il senso di smarrimento e la paura. Perché la paura non passa per decreto legge».
Guarda dalla finestra del suo studio, il cardinale Dionigi Tettamanzi, e vede una piazza Duomo affollata di milanesi che la attraversano di corsa per spostarsi da un ufficio all´altro, ma anche di immigrati che si incontrano, bevono, bivaccano, litigano. «Non sempre – dice l´arcivescovo di Milano – affacciandomi vedo il cuore della mia città. Molto più spesso vedo piazza Duomo come il teatro in cui tante, troppe solitudini si sfiorano». Perché questo è il punto: «È la solitudine, causata soprattutto dalla privatizzazione dei tempi e degli spazi e dal conseguente calo della qualità della socializzazione, ad aver generato le paure della gente. Sono soli tanti anziani. Soli troppi giovani. Soli molti adulti, anche con posizioni sociali prestigiose. La solitudine causa ulteriore sfiducia verso l´altro e genera la paura dell´incontro. Le parrocchie e il volontariato, non solo cattolico, sono delle oasi di relazioni».

Quali risposte devono dare le istituzioni a questo disagio?
«Guardiamo in avanti, non speculiamo sulla paura. Da sempre il forestiero desta sospetti e pregiudizi. Ma nel passato Milano è stata capace di rimettere in discussione la propria identità per ridefinirla insieme ai nuovi venuti. Penso alla migrazione dal Veneto o dal Mezzogiorno che ha raddoppiato in pochi decenni il numero di abitanti di Milano e decuplicato la popolazione dell´hinterland. Sono stati processi non privi di fatiche e ferite. Il principio che ha portato alla costruzione del volto sintetico della città è stato il forte senso di solidarietà che la animava. Una forza inclusiva che si è indebolita».

Sì, ma come si spiegano alla gente i valori dell´accoglienza e della solidarietà, in una città dove si susseguono i reati, perfino i più odiosi come le violenze sulle categorie più deboli?
«Milano saprà trasformare tutti suoi abitanti, anche gli immigrati, in cittadini. È per il bene, la sicurezza, l´arricchimento di tutti che dobbiamo compiere questo sforzo. Barricarsi in casa, criminalizzare alcune categorie di persone, presidiare militarmente le città, sono gesti che aumentano il senso di smarrimento e solitudine. La solitudine cessa se si sperimenta la bellezza dell´incontro. Chi ne è deputato faccia rispettare la legge per impedire quegli atteggiamenti che rendono spiacevoli o pericolosi questi incontri».

Legalità, appunto. È – dicono il governo e le istituzioni locali – il perno intorno a cui far ruotare le politiche sulla sicurezza e l´immigrazione.
«Non è mio compito promuovere o bocciare le leggi dello Stato. Papa Benedetto XVI ai vescovi italiani ha chiesto di non chiudere gli occhi di fronte alle povertà, rispettando le leggi. Sia all´interno dello Stato che nei confronti di chi vi giunge dall´esterno. Solidarietà, rispetto delle leggi e accoglienza devono coniugarsi. Da anni a Milano promuoviamo il “patto di legalità” con chi chiede di vivere da noi. Le istituzioni devono far rispettare le leggi e creare le condizioni affinché siano rispettate e gli immigrati non siano risucchiati dall´illegalità. Carità e legalità non sono mai in contrapposizione: gli immigrati, prima di essere tali, sono persone. Chi delinque sia affidato celermente alla giustizia. Ma il rispetto
della dignità delle persone non può mai essere omesso».

Di recente la Curia ha sottolineato che in alcuni casi, per esempio lo sgombero del campo rom della Bovisasca, si è agito sotto i livelli minimi di rispetto della dignità umana. Ne è nata una polemica con il sindaco di Milano, Letizia Moratti.
«Quando il vescovo interviene lo fa a partire dal Vangelo e per ricordare a tutti che esistono valori umani così alti che esigono di essere non solo proclamati ma rispettati, sempre».

Lei pensa che i blitz all´alba nei campi rom, le schedature, i controlli a tappeto sui mezzi pubblici, gli slogan “zero campi rom”, la carcerazione dei clandestini abbiano effetti positivi e siano compatibili con il rispetto della dignità delle persone?
«Che beneficio portano certi metodi? Servono veramente a risolvere il problema, a rassicurare adeguatamente la gente contro la paura, oppure corrono il rischio di rivelarsi tentativi effimeri? Ho la sensazione che causino l´effetto contrario a quello sperato…».

Cardinal Tettamanzi, l´Expo a Milano è un´opportunità o un rischio?
«È un´opportunità grande e un motivo di orgoglio. Mi piace lasciarmi guidare da una suggestione, dal significato del nome della nostra città. Milano rimanda a Mediolanum, ad una terra che “sta nel mezzo”.
Un luogo dove si converge, ci si incontra, si dialoga. Che opportunità l´Expo se – già da oggi – permette a Milano di essere sempre più città dell´incontro. Tra religioni e culture differenti, tra collocazioni sociali diverse, tra chi è cittadino a tutti gli effetti e chi lo vorrebbe diventare, tra età della vita distanti, tra chi ha un lavoro e chi l´ha perso o non l´ha mai avuto, tra chi è sano e chi è malato…»

Come giudica lo sviluppo urbanistico di Milano? Interi pezzi della città stanno cambiando volto.
«Occorre che la città diventi “bella”. Bella nella sua dimensione più interiore, spirituale. Mi hanno incuriosito e affascinato i progetti da realizzare per il 2015. Abbiamo bisogno di questo e di molto altro splendore: una città “bella” nella sua architettura rende migliori anche i suoi abitanti. Occorre porre da subito l´uomo al centro della Milano che sarà, con i suoi bisogni. Anche spirituali: dove sono gli spazi per vivere questa dimensione? Progettando, pensiamo al 2015 ma anche e soprattutto ai cittadini di Milano nel 2016, quando i visitatori se ne saranno andati. Sento un gran discutere di grattacieli, finanziamenti, deleghe… Ma del bellissimo tema al centro di questa Expo “Nutrire il pianeta, energia per la vita” qualcuno se ne sta occupando?»

Ma lei preferisce i grattacieli dritti o quelli storti?
«E lei? Difficile dire in assoluto se siano più belli dritti o curvi. Ciascuno giudica secondo i suoi criteri estetici. Ma se devo proprio dire la mia opinione, io li preferisco dritti».

In definitiva, cardinale, che Milano vede dalle sue finestre? La Milano ricca metropoli internazionale proiettata nel futuro o la Milano metropoli delle diseguaglianze, dell´intolleranza e del disagio sociale?
«L´unico mio giudizio su Milano è l´amore per questa città e per i suoi abitanti. Sono fiero di essere milanese. È un amore che mi spinge ad appassionarmi a questa città e ai suoi abitanti, specie quando le circostanze ne causano la sofferenza. Più che di giudicarla, sento il bisogno di amarla».

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Oltre 20 organizzazioni della società civile e del no profit si sono ritrovate questa mattina nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma per confrontarsi sugli episodi di intolleranza degli ultimi tempi che hanno avuto per protagonisti immigrati e soprattutto rom.

Un appuntamento dal titolo “Mille voci contro il razzismo – Il razzismo ci rende insicuri” che di fatto da’ il via ad una sorta di mobilitazione contro una cultura ed una politica che si sta affermando nel nostro paese che non riconosce nel diverso, nello straniero, un soggetto di pieno diritto umano.

Dal dibattito e’ emersa una netta contrarieta’ al decreto sicurezza varato dal governo e sul quale si chiede un ripensamento al Parlamento. Contro la criminalita’, ribadiscono la strategia della prevenzione e della integrazione; principi affermati dalla Costituzione italiana e dal diritto internazionale.

Nutrito il gruppo di organizzazioni che hanno promosso l’iniziativa: Acli, Amnesty International, Antigone, Arci, Asgi, Cantieri Sociali, Cgil, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Federazione Rom e Sinti Insieme, Fuoriluogo, Giuristi Democratici, Libera, Link, Lunaria, Magistratura Democratica, Medici Contro la Tortura, Mensile Confronti, Progetto Diritti.

Presenti, fra i tanti, l’Unhcr, la Caritas Italiana, la Fondazione Migrantes, la Comunità di Sant’Egidio, il presidente della Regione Puglia Nicki Vendola, l’ex ministro Paolo Ferrero, Pietro Ingrao, Tullia Zevi, Gad Lerner.

Intanto a Milano nasce l’osservatorio sul rispetto dei diritti fondamentali. L’iniziativa è del Coordinamento rom, del quale fanno parte Caritas Ambrosiana, Acli, Arci, Camera del Lavoro e Casa della Carità. Pagani (Opera Nomadi): “Oltre che sbagliati da un punto di vista sociale, i provvedimenti del pacchetto sicurezza sono iniqui, discriminatori e in alcuni passaggi ricordano una sorta di pulizia etnica”. Domani sera, convegno alla Camera del Lavoro con avvocati e giuristi.

Riportiamo il comunicato stampa (.pdf) di Opera Nomadi di Milano inerente gli avvenimenti di questi giorni invitando gli amici di Chicco di Senape ad inviare un messaggio di solidarietà.

Infine, ricordiamo che è possibile sottoscrivere fino al 30 giugno il comunicato promosso da Chicco di Senape “Il volto di ogni uomo è immagine di Dio”.

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