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“Tante famiglie in autunno saranno a rischio. Siamo la capitale della carità. Lavoro, c’è più attenzione”

di Flavio Corazza “La Stampa” – 5 settembre 2009

Cardinale Poletto, lei è arrivato 10 anni fa sulla cattedra di San Massimo, e stasera celebrerà una messa alla Consolata alle 18,15. Com’è cambiata la città da allora?
«Dieci anni fa conoscevo questa città per sentito dire. Sia sul piano ecclesiale che civile. Giungevo da Asti, e avevo il cuore pieno di timore e tremore. Mi affidai al Signore, chiedendogli un aiuto speciale per lavorare in una città così importante, affascinante ma complessa. La prima preoccupazione fu di conoscere le varie realtà. Nel primo anno ho incontrato ciascun sacerdote e ho ascoltato i laici. E ho elaborato un piano ecclesiale che non avesse scadenza annuale ma decennale. Poi mi sono inserito in punta di piedi nella realtà civile e sociale, avviando un confronto fin dal Giubileo 2000 che è stata la prima occasione di dialogo. Invitai a un convegno 1200 persone rappresentative del territorio a Teatro Nuovo e mi misi in ascolto. Da quella esperienza costituii un forum permanente con la società. Da allora riunisco qui da me due volte l’anno per un pomeriggio 14 persone rappresentative. Rispetto a 10 anni fa la città è cresciuta molto nell’attenzione alle povertà e alle problematiche connesse al lavoro: nella diocesi ci sono 600 centri di ascolto per dare aiuto ai poveri. Ho ascoltato lavoratori e imprenditori in decine di crisi aziendali, per incoraggiare la ricerca di soluzioni positive».

Insediandosi, disse che Torino aveva delle ferite aperte: sono rimarginate e se ne sono aperte altre?
«Oggi c’è la grande ferita aperta e sanguinante che la crisi finanziaria mondiale provoca in migliaia di famiglie. Cassintegrati, operai in mobilità, licenziati: molte famiglie che prima vivevano decorosamente con due stipendi ora sono magari senza reddito o con salari ridotti. Mentre il mutuo casa e la rata per l’auto restano».

E la Chiesa, oltre a stare vicino a queste persone, che cosa fa in concreto?
«Io cerco di aiutare i poveri grazie a una mia San Vincenzo, che ho trovato già organizzata. Ricevo tutti i giorni, anche oggi, tante richieste di aiuto. Per fortuna la San Vincenzo è strutturata in modo da andare a domicilio per verificare come dare aiuto nei limiti del possibile».

Quello che inizia potrebbe essere un autunno molto difficile per tanti, con decine di aziende che potrebbero non riaprire. E’ la situazione peggiore che ha vissuto?
«No, il momento peggiore fu quando si temeva che la Fiat non ce la facesse e potesse chiudere o fallire. Allora era peggio di oggi, con decine di migliaia di famiglie a rischio. Per fortuna Umberto Agnelli, succeduto al fratello Avvocato al timone della Fiat, prese la decisione giusta, investendo sull’auto. Da lì la svolta e poi l’arrivo di Marchionne e lo slancio degli ultimi anni. Il dialogo con la nuova dirigenza è meno formale di un tempo, e si entra spesso nel concreto».

Papa Wojtyla chiudendo la messa per il centenario della morte di don Bosco in piazza Maria Ausiliatrice nel 1988 invitò energicamente Torino a «convertirsi». La città si è convertita?
«Il Papa a pranzo manifestò un problema, e quell’invito forse nacque in quel contesto».

Che problema?
«Chiese a noi vescovi presenti: come mai una città così ricca di santi è anche così laica? Noi dicemmo: Santità, non pensiamo a nessuna causa particolare. E’ il frutto della storia passata, che ha lasciato tracce di laicismo poi consolidate. Io credo che tutti abbiano sempre bisogno di conversione. Il Papa, forse, avrà voluto dire: sono qui per ricordarvelo, e per invitarvi a non cancellare l’eredità dei santi. Da allora la situazione è migliorata. Ci sono ancora atei e gente che combatte i valori religiosi, ma ci sono più rispetto e considerazione nei confronti della realtà ecclesiale. Il clima di dialogo, pur su posizioni diverse, è sempre cresciuto».

Proprio a lei, per due anni e mezzo prete operaio autorizzato dal vescovo a Casale, è toccato celebrare i funerali dei 7 morti della Thyssen, la più grande tragedia del mondo del lavoro dell’Italia moderna. C’è stato un momento in cui ci si è scordati dei problemi dei lavoratori?
«Qui l’industria manifatturiera ha avuto e ha ancora grande spazio rispetto ad altri posti, ed è ben viva l’attenzione alle problematiche del mondo del lavoro. Indubbiamente quando capitano certe disgrazie le coscienze sono interrogate con più forza. Ancor prima della strage di dicembre, a giugno per San Giovanni, presi posizione contro la proprietà di quella fabbrica che aveva annunciato la chiusura per trasferire a Terni i dipendenti. Quando un’industria per qualche decennio ha insediato un suo stabilimento in un territorio ritengo abbia doveri di riconoscenza verso il territorio stesso. Questo concetto si è fatto strada, si veda quanto accaduto alla Indesit».

Ma è stato fatto qualcosa per migliorare la vita nei luoghi di lavoro? Anche l’Osservatore Romano ha a lungo tenuto la conta del numero dei morti sul lavoro, poi ha lasciato perdere.
«La prima cosa da fare, soprattutto nel campo dell’edilizia che ha il primato delle vittime, è la sicurezza della salute e della vita dei dipendenti. E lì le cose vanno migliorando. A Casale si muore ancora per il mesotelioma provocato dall’amianto della Eternit. Però ho anche visto come segni di progresso tre realtà produttive di Mirafiori – la linea della Grande Punto, il Centro Design e il Centro Produzione Abarth – che Marchionne mi ha chiamato a benedire di recente. Questi luoghi sono strutturati con un’attenzione particolare verso le persone».

Torino è ancora una città che fa carità, coltiva speranza e ha fiducia?
«Che faccia carità è fuori discussione, è la città della carità. Nessuna grande città ha strutture e disponibilità come la nostra. Vuole un esempio? Al Cottolengo c’è una donna di 86 anni, piccola di statura, che è stata portata lì quando ne aveva 6, e da allora non s’è mai mossa da questo luogo di carità. Realtà e storie come questa contagiano l’intera città, dai santi sociali ai giorni nostri. Un giorno Chiamparino mi ha detto: se tutte le parrocchie improvvisamente chiudessero io non saprei come tenere in piedi Torino. E’ un riconoscimento che il sindaco fa al grande ruolo della Chiesa nella città. Quanto alla fede, se guardiamo alla partecipazione alle messe domenicali siamo purtroppo a livelli molto bassi».

Dieci per cento?
«Circa, con situazioni a macchia di leopardo, da zone con il 2-3% al 10%, ma nei paesi si arriva anche al 40. Ma la fede non si può misurare solo così. Tanti tornano a messa al paese d’origine. Ma per fortuna quelli che vanno a messa sono più convinti di una volta. Quanto alla fiducia, certo non è periodo buono, con questa brutta botta della crisi… Molti si sono ritrovati a condizioni di vita che ritenevano superate, ma il mio messaggio è che bisogna credere alla Provvidenza. Il Padre celeste ci farà senz’altro uscire da questa brutta situazione».

E la crisi delle vocazioni?
«Non posso negarla. Il card. Fossati ordinava anche 30 sacerdoti l’anno, io uno-due se va bene. Il record è stato nove. Ma le vocazioni sono migliorate in qualità. Oggi quasi tutti i giovani che entrano in seminario hanno il diploma di maturità e la loro formazione è accurata».

Costruzione della moschea e sistemazione dei profughi, due casi aperti. Come risolverli?
«La Chiesa è per favorire l’accoglienza. Il diritto a emigrare è sacrosanto, ne hanno usufruito anche gli italiani. Ma sempre nel rispetto delle leggi e della legalità. Chi viene da noi per migliorare il tenore di vita deve avere la possibilità di trovare un lavoro e una vita decorosa. Quanto alla moschea penso che i musulmani abbiano diritto a un luogo di preghiera, ma secondo me deve passare ancora un po’ di tempo per costruire un minareto accanto a un campanile. Torino non è pronta. Nulla in contrario invece alle sale di preghiera, non li dobbiamo costringere a pregare in piazza».

La critica che l’ha ferita di più in questi 10 anni forse è stata per la costruzione della chiesa del Santo Volto, vero?
«Sì. Ho accettato le critiche ma sono andato avanti lo stesso anche perché avevo fatto una consultazione con il clero impegnandomi in anticipo ad accettarne l’esito. Il risultato fu un incoraggiamento ad andare avanti. Ora possiamo constatare che nel complesso del Santo Volto firmato da un architetto di fama come Mario Botta abbiamo realizzato una chiesa per una parrocchia di 13 mila abitanti, gli uffici della curia metropolitana, un centro congressi per 700 posti con un grande foyer e due piani di parcheggi. Il tutto senza chiedere offerte ai sacerdoti o ai fedeli, ma con il contributo di enti e fondazioni bancarie e con risparmi interni. Senza far debiti o intaccare le riserve diocesane».

E il momento più bello?
«La chiusura delle missioni diocesane, con 7 mila fedeli torinesi al pellegrinaggio e all’udienza del Papa per concludere l’anno di redditio fidei. Lì il Santo Padre annunciò l’Ostensione della Sindone dell’anno prossimo e ci promise che verrà a Torino».

Che ricaduta avrà sulla città l’Ostensione?
«Spero molto positiva. All’inizio pensavo di attendere ancora qualche anno, poi ho accolto le tante richieste ricevute anche per far vedere la Sindone dopo il restauro del 2002. Credo che la presenza della Sindone a Torino sia il segno che la città è benedetta da Dio».

Come sono i rapporti con gli enti locali?
«Con il Comune non ci sono mai stati contrasti, con la Regione – perché ha competenze diverse che abbracciano il campo sanitario e quindi anche etico – ci sono state a volte prese di posizione divergenti, ma sempre con rispetto delle persone».

Il pregio dei torinesi?
«Sono molto sensibili al rispetto delle istituzioni, forse retaggio dell’eredità sabauda. Pensano che le istituzioni, Chiesa compresa, sono cose serie. Con il passare degli anni ho scoperto una Torino migliore di quella che conoscevo prima».

E il difetto?
«Come potrei guardare la pagliuzza nell’occhio di gente che mi ha accolto così bene, senza prima vedere i miei limiti?».

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Riportiamo l’omelia dell’Arcivescovo Severino Poletto in occasione della solennità di San Giovanni.

Questa è una Celebrazione particolare, unica nell’anno, perché nell’Eucaristia della festa del Santo Patrono della nostra città, San Giovanni Battista, la comunità cattolica di Torino e le Autorità civili si ritrovano unite davanti all’altare del Signore e non per fare un convegno dove si dicono parole umane, bensì per confrontarsi con quanto Dio stesso desidera dire oggi a questa nostra città affinché continui il suo cammino di crescita con attenzione particolare ai valori civili che riguardano la vita delle persone, ma anche valutando la qualità del nostro rapporto con Dio. San Giovanni ci chiede di confrontarci con il problema di Dio. Non possiamo fingere che questa non sia una questione seria per la vita di ognuno, specialmente delle persone intelligenti, le quali in forza della loro capacità di ragionare non possono sfuggire alla domanda fondamentale sul senso dell’esistenza umana, considerando che mentre vorremmo tutti che la vita non finisse mai, la realtà della morte ci inchioda su una questione di fondo: “E dopo? Che sarà di noi?”. Questo è il momento di ricuperare un po’ di umiltà per ascoltare Dio che ci viene in aiuto e illumina la nostra mente attraverso la Parola di Gesù che ci garantisce che siamo stati creati per l’immortalità.

Giovanni Battista, del quale oggi celebriamo la nascita prodigiosa, ha avuto la missione di preparare i suoi contemporanei alla ormai imminente venuta di Gesù, il Messia annunciato dai profeti. E questo compito Egli continua a svolgerlo anche nei nostri confronti perché Gesù è già venuto e chiede a ciascuno di noi di essere accolto. Quando la gente, commentando gli eventi straordinari che hanno accompagnato la nascita del Battista, si domanda: “Che sarà mai questo bambino?” lo fa soprattutto perché Zaccaria, suo padre, rompendo la tradizione che voleva che al figlio fosse dato il nome del padre, decide a sorpresa che venga chiamato Giovanni, nome che significa “Dio concede la sua grazia”, cioè “Dio è misericordioso”. Dire misericordia significa, rifacendosi alla tradizione ebraica, pensare ad un’alleanza tra due parti che prevede un impegno di solidarietà concreta verso quella più debole. Perciò Giovanni sarà profeta della misericordia di Dio.

Questo è un grande richiamo per noi, perché essendo Egli il nostro Patrono, deve essere considerato un punto fermo di riferimento, il modello attorno al quale ricomporre e ravvivare lo spirito di fraternità che sta alla base della vita delle nostre comunità, quella cristiana e quella civile. Anche nell’oggi della nostra città Egli ci chiede di saper manifestare l’amore misericordioso di Dio: lo chiede anzitutto alla comunità cristiana, ma lo chiede anche a tutta la società civile. Torino sta vivendo un tempo di sfide, in parte paragonabile a quello nel quale si trovava a profetare Isaia come abbiamo sentito nella prima lettura. Sfide sul piano culturale, sociale, economico, etico e religioso. Per la fede cristiana ogni situazione difficile più che occasione di preoccupazione è piuttosto un’opportunità di cogliere una luce, una grazia che viene dall’alto. Guardare in faccia i problemi ci stimola a non scoraggiarci bensì a crescere nella responsabilità. Torino è chiamata al coraggio di andare oltre, di proporsi ancora una volta come città laboratorio, di approfondire il ruolo di “esperta in umanità” che la grande storia dei Santi sociali ci ha consegnato. Una città dove non mancano le risorse di cuore, di intelligenza e di capacità organizzativa utili per accogliere l’appello che i segni dei tempi le propongono anche attraverso eventi complessi e, talvolta, di forte impatto.

1. Vivere insieme, non contro.

È chiaro per tutti che il volto di Torino sta cambiando anche per la presenza di persone che per circa un decimo dell’intera popolazione provengono da altri paesi, da altre culture e con altre convinzioni religiose. È evidente che questa diversità può suscitare sentimenti di incertezza, di smarrimento e addirittura di sconcerto e paura. L’occhio misericordioso di Dio ci aiuta a non rimanere alla superficie della questione. Così come capitò nel difficile momento del primo incontro tra le comunità cristiane provenienti dal giudaismo e quelle di origine pagana, anche noi dobbiamo procedere ad un serio discernimento alla luce della Parola di Dio e della preghiera. Un discernimento che ci aiuti a capire che il futuro di Torino va costruito “insieme” e non “contro”, nella logica evangelica del bene comune, che pone nelle mani di ognuno la responsabilità verso tutti, postulando per ciascuno diritti e doveri. L’incontro con lo straniero non può in alcun modo sottovalutare o eludere il dovere di onorare la dignità dell’altro, specie se costretto a fuggire da conflitti o da situazioni di povertà. Il mio cuore di Pastore pensa soprattutto alle persone vittime di tratta: questa è una piaga dove è urgente fare di più sia sul versante dei protettori che dei clienti. Questo però è un problema che non va sottovalutato soprattutto per quanto riguarda la moralità pubblica e il rispetto della dignità della donna. Penso inoltre alle famiglie che soffrono perché impossibilitate a ricongiungersi, alle mamme sole con bambini piccoli, a chi cerca rifugio da noi per sfuggire a situazioni di vita insostenibili sul piano politico o economico. Torino non deve mai smarrire una sua tipica caratteristica di “città accogliente” in modo che nessuno qui da noi si senta straniero e ospite. Nel giusto stile evangelico di tolleranza dobbiamo coltivare il dialogo pacato e continuativo a tutti i livelli, nella certezza che la conoscenza reciproca giova all’abbattimento della paura. Ma, nello stesso tempo e con pari sforzo, tutti, anche gli immigrati, si devono sentire impegnati a vivere i propri doveri di cittadinanza, nel rispetto delle persone e della collettività. Questa convergenza di intenti è necessaria per costruire la nuova Torino che si va delineando con questi flussi migratori.

2. Fiducia e non paura.

Non dobbiamo lasciarci incatenare dal panico, dallo scoraggiamento, dal senso di incertezza che può venire da questo problema. Come ha recentemente ricordato il Santo Padre parlando a Brindisi il 15 Giugno u.s. la carità che si prende cura dell’altro non è questione di pietistico buonismo, ma di robusto senso di giustizia. Questo non è un obiettivo facile da perseguire e neppure immediato. Si tratta di impegnarsi per instaurare un processo che investa tutta la nostra società e porti alla formazione di un rinnovato modello di cittadinanza per tutti. Anche per quelle persone che, almeno all’apparenza, sembrano così lontane dalla possibilità di inserimento. Mi riferisco, ad esempio e con particolare sofferenza nel cuore, ai fratelli e sorelle, soprattutto minori, delle diverse etnie ROM presenti – seppur in numero contenuto – nella nostra regione e in città. Siamo ben coscienti della tipicità culturale che li contraddistingue e dei molteplici elementi che rendono oggettivamente difficili forme avanzate di integrazione. Eppure da anni Torino sta pazientemente sperimentando percorsi di integrazione sostenibili. Un lavoro nascosto e quasi mai arrivato alla ribalta della cronaca che, però, ci assicura che c’è la possibilità di fare qualcosa di significativo. Dobbiamo convincerci che esiste un diritto di convivere tra popoli diversi. Ma questo obiettivo va coniugato con l’accompagnamento, il presidio del territorio va sostenuto con concrete azioni di coinvolgimento sociale, la legalità va ricercata con una decisa volontà educativa. Si deve cominciare con quanti sono disponibili a fare questo attraverso il vasto e fiorente campo del volontariato. Non servono facili slogans demagogici, non serve usare toni polemici fomentando il clima del sospetto e della contrapposizione. È necessario conoscere, valutare ed eventualmente intervenire là dove fosse necessario a vantaggio degli stessi nomadi per sanare situazioni illegali.

3. Aprire gli occhi sulle crescenti povertà.

La festa del Patrono è per me anche occasione per invitare tutti a prendere coscienza di un altro evento che sta attraversando la nostra società torinese. Cresce di giorno in giorno la percezione della vulnerabilità e della fragilità soprattutto in relazione alla minore disponibilità di risorse economiche e sempre più frequenti difficoltà relazionali nelle nostre famiglie. Nonostante la nostra sia città tra le più organizzate rispetto al sostegno ai poveri, assistiamo a fenomeni di sempre più vistoso impoverimento che non vanno sottovalutati. Non ci sono soltanto i casi di povertà estreme che non devono mai essere dimenticate, penso però in questo momento alle molte famiglie, giudicate normali e fino a ieri abbastanza garantite economicamente, che sono cadute, quasi di colpo, in quella povertà di soglia che sta creando non poche difficoltà. Ci sono famiglie nelle quali si vive l’ansia per il lavoro, dove al dramma della sicurezza sul posto di lavoro così grave in tutta Italia e ancora così vivo nel ricordo di tutti noi per la tragedia dello scorso Dicembre, si aggiunge un’altra preoccupazione: quella della sicurezza “del” lavoro.

È ancora troppo scarsa per i giovani la certezza di avere un lavoro sicuro che dia loro la possibilità di poter progettare un futuro di famiglia e di vita. Ci sono giovani coppie appesantite da mutui o acquisti con pagamento differito, anziani rimasti soli a fare spesso i conti con una salute malferma e risorse economiche sempre più ridotte. Come Chiesa di Torino ci sentiamo di avere ancora una parola di speranza da dire a quanti vivono in queste situazioni. Sul versante della carità e della solidarietà le nostre comunità cristiane non arretreranno mai. Ma, insieme a noi, l’intera Torino deve ritrovare più coraggio per ripartire dai più poveri. Perché il Vangelo ci insegna che il povero è il primo dopo l’Unico, che è Gesù Cristo. Si deve osare di più per saper dare concretezza e risposte adeguate ai bisogni antichi e nuovi delle persone, cominciando dalla questione delicata e importante della possibilità di avere e poter mantenere una casa. Dobbiamo conservare la sensibilità di saper ascoltare e vedere il santo volto del Signore impresso in quello dei più piccoli e poveri. Come vostra guida spirituale sento il dovere di sostenere e spronare tutti gli sforzi che a più livelli si mettono in campo per farsi carico, il più direttamente possibile, di queste nuove e svariate povertà. Questo è un modo concreto per costruire quel clima di sicurezza che tutti avvertiamo necessario per una vita più serena. Anche se non va mai dimenticato che dobbiamo saper distinguere l’insicurezza provocata dai delinquenti, sulla quale si deve intervenire con mano ferma, dall’insicurezza provocata dai disperati, alla quale si può rimediare soltanto con la prevenzione e l’educazione. Nell’attuale situazione sociale di Torino vorrei segnalare un duplice appello che ci viene dal Signore.

Innanzitutto dobbiamo badare a che le maggiori difficoltà non ci dividano, non portino a spinte corporativistiche e ad un riflusso nel privato. Un simile atteggiamento, che talora si intravvede, andrebbe ad acuire la distanza tra quella parte di popolazione che soffre gli esiti della vulnerabilità e quella che riesce a mantenere un livello più che accettabile di vita. Porterebbe alla separazione e alla contrapposizione.

In secondo luogo l’esperienza di impoverimento va interpretata anche come un richiamo educativo per la vita di tutti. Il Signore ci chiede di ritrovare la saggezza di riscoprire il valore evangelico della sobrietà e di stili di vita più essenziali. Come per Giovanni l’austerità della vita nel deserto fu occasione di maturazione e di unione con Dio, così la situazione di oggi diventi per ciascuno di noi un richiamo a riscoprire il valore di una vita meno orientata su cose materiali non strettamente necessarie e più attenta ai bisogni dei nostri fratelli più poveri. Si tratta di fare qualche rinuncia, che ci consentirà di realizzare una solidarietà più profonda, la quale darà un valore aggiunto al nostro esistere perché il Signore ci ricorda che “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20, 35). La Torino del futuro deve essere certamente frutto di processi strutturali ormai consolidati, ma sarà più serena se saprà vivere con più convinzione ed impegno una scelta di vita più sobria. Spesso si diventa più poveri perché si è persa la capacità di rinunciare ad alcune cose superflue. È anche questo un aspetto importante dell’educazione che le famiglie devono mettere in atto soprattutto nei confronti di giovani e ragazzi. Conclusione Il Patrono San Giovanni Battista e la Vergine Consolata, che abbiamo festeggiato quattro giorni fa, ci aiutino a guardare al futuro con maggiore speranza. Questa diventa possibile se ciascuno accetta di fare la propria parte affinché la nostra città sia non solo bella, ma anche accogliente e casa comune dove diversi popoli e nazioni arrivino a costruire con i torinesi quel clima di legalità e fraternità che è condizione essenziale per essere felici.

Severino Card. POLETTO
Arcivescovo di Torino

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