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Posts Tagged ‘Vangelo che abbiamo ricevuto’

di Simona Borello (per Adista – Segni nuovi n.82 30 ottobre 2010)

È trascorso del tempo dal fine settimana vissuto a Napoli il 17-19 settembre per il convegno “Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini” e non è più tempo di cronaca (numerosi commenti e interventi sono stati pubblicati sulle riviste interessate a questi temi e sul sito www.statusecclesiae.net). Si può giusto ricordare che si è trattato del terzo incontro del “Vangelo che abbiamo ricevuto” (dopo i due convegni di Firenze a maggio 2009 e a febbraio 2010), un percorso che ha provocato un certo clamore, suscitando reazioni quanto mai variegate: per alcuni, assembramento di dissidenti strenuamente opposti alla Conferenza episcopale; per altri, iniziativa troppo distante dalle reali necessità di rinnovamento; per altri, ancora opportunità di incontro generatrice di altre proposte. Quasi che ciascuno vedesse in questa modalità di incontro quello che attendeva, desiderava, forse perfino temeva. Nel frattempo, però, “Il Vangelo che abbiamo ricevuto” ha iniziato a tracciare la propria identità, proponendosi come uno “spazio libero di comunione, confronto e ricerca sinodale” nel quale tutti potessero sentirsi accolti per dialogare e per confrontarsi.

Questo a Napoli si è respirato, anche grazie alla formula residenziale che ha permesso tempi più distesi e maggiori occasioni di scambio, e da questo si può ripartire per immaginare il modo di vivere la fede e la testimonianza nel tempo in cui viviamo. Troppo a lungo si è sentita nostalgia degli anni immediatamente successivi alla fine del Concilio Vaticano II, ricordando con appassionato struggimento lo stile vissuto in quegli anni e irritandosi per quanto si legge, si ascolta, si vive oggi.

Il mio sentire è che occorra un cambiamento di prospettiva: possiamo assumere con la dovuta serietà che è avvenuto un mutamento antropologico nel clero e nei laici negli ultimi anni, attraverso la delineazione di un contesto nel quale la pluralità di opinioni, l’apertura al dialogo, l’attitudine al confronto non sono sempre conosciute e benvenute. Si tratta di un riconoscimento che si deve fare con obiettività, senza indugiare nell’eccessivo criticismo o nella candida benevolenza che caratterizzano alcune realtà ecclesiali, e con responsabilità: non servono rimpianti o rimorsi ma piuttosto entusiasmo e coraggio per abbracciare la strada più impegnativa della ricerca e della costruzione.

Aprire un cantiere dove ideare linguaggi, pensieri, modalità di incontro per spezzare il pane teologico e biblico che ci nutre (anche quello stesso condiviso a Napoli) e per condividerlo con chi ha strumenti e tempo solo per capire un’omelia domenicale e, soprattutto, con chi nemmeno quel linguaggio comprende. È necessario, per non trasformare la ricchezza delle nostre conoscenze ed esperienze in un rifugio élitario, inevitabilmente minoritario e inutile alla trasformazione antropologica della Chiesa.

Un cantiere che permetta di lasciarsi ispirare gli uni dagli altri, di rafforzarsi, di insegnare e apprendere, ma che lasci uno spazio vuoto, dedicato alla vita nella propria Chiesa e nel proprio ambiente, dove ciascuna esperienza e ogni persona potranno trovare i modi per essere lievito, per morire e risorgere, seminando senza sapere quanto renderà il campo.

Sono cosciente che molte altre questioni ci attenderanno domani – dalla delineazione di una forma più strutturata all’accrescimento dell’opinione pubblica, alla proposta di azioni comuni, eccetera – e che per qualcuno possano anche essere più urgenti delle mie aspettative per il cammino che ci attende, ma questo non intacca la condivisione della gioia dell’aver ricevuto il Vangelo e il fervore per la costruzione del Regno.

* Gruppo “Chicco di Senape”, Torino

 

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