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L’Udc non ha l’esclusivadi Giorgio Merlo, Europa Quotidiano (12, marzo 2008)

L’intervento del cardinale Bagnasco all’assemblea dei vescovi ha cancellato le polemiche e le strumentalizzazioni alimentate in queste ultime settimane sulla presunta invadenza della Chiesa nella politica italiana.

Che il dibattito sul ruolo dei cattolici in politica sia antico, ma sempre attuale, è fuor di dubbio. Come, del resto, è sempre attuale il capitolo della presunta “interferenza” della Chiesa nelle vicende politiche italiane.

Ma l’intervento del presidente della Cei ha dissipato questi dubbi restituendo la politica alla sua autonomia e alla sua progettualità.

È sufficiente osservare con attenzione i temi sollecitati dal cardinale alla politica per rendersi conto che la Chiesa non interferisce nelle vicende proprie del temporale, ma richiama tutti a risolvere problemi che caratterizzano la nostra società contemporanea e che sono in cima all’agenda parlamentare: dall’aumento dei salari minimi alla difesa del potere d’acquisto delle pensioni, dall’emergenza abitativa alla maggiore sicurezza nei posti di lavoro allo stesso miglioramento delle infrastrutture per i pendolari. Insomma, problemi e argomenti che non sono di parte ma che rappresentano i nodi veri del vivere civile e che vanno affrontati e risolti a prescindere dallo schieramento vincente.

E, sul versante valoriale, la Chiesa non si limita a fare vaghe dichiarazioni ma ribadisce i punti irrinunciabili riconducibili alla dottrina cristiana. Non intravedo in questo atteggiamento nessuna “invasione” di campo né alcun tentativo teso a condizionare o, peggio ancora, a dettare l’agenda politica italiana.

Il vibrato appello alla difesa della vita e della famiglia non può essere grossolanamente scambiato come un’ipoteca confessionale ma, semmai, è un monito autorevole ma rispettoso delle scelte che il legislatore è chiamato a fare.
Come, del resto, non si può banalizzare il monito ad uscire dall’ «individualismo» e dal «pensare egoisticamente a se stessi e alla propria categoria» dimenticando tutti gli altri. La politica, insomma, deve saper recuperare uno spessore etico e una dimensione culturale per non ridursi ad una gestione eccessivamente “politicizzata”.

Insomma, i politici cattolici devono misurarsi laicamente con questi richiami e nessuno può pensare o, peggio ancora, rivendicare il monopolio esclusivo della rappresentanza dei cattolici in politica.

Le dichiarazioni un po’ affrettate e non del tutto disinteressate del direttore di Avvenire nei giorni scorsi sul partito di Casini sono state indirettamente ridimensionate dopo l’intervento del card. Bagnasco all’assemblea dei vescovi. Del resto, è grottesca la tesi dell’Unione di centro di rappresentare l’eccellenza della presenza politica dei cattolici.

Il tramonto definitivo dell’unità politica dei cattolici da un lato e il superamento definitivo del collateralismo dall’altro hanno già, di fatto, cancellato i goffi tentativi di tutti coloro che pensano di essere i depositari esclusivi della tradizione del cattolicesimo politico italiano.

Il reale, e non virtuale, pluralismo dei cattolici in tutte le formazioni politiche, come ci dicono tutte le analisi dei vari sondaggisti, confermano che nessuno può rivendicare oggi una primogenitura del tutto innaturale.

Se penso, ad esempio, alle liste del Partito democratico non posso non registrare che la presenza culturale e politica di candidati di provenienza cattolica è significativa e consistente. Come, del resto, in tutte le altre formazioni questo mondo variegato e pluralista segna la sua presenza.

Alla luce di questa banale considerazione, come è possibile che qualcuno possa ancora rivendicare ridicoli primati frutto di una concezione un po’ arcaica e un po’ furbesca nella capacità di rappresentare con maggior coerenza i valori cristiani nell’agone politico? Semmai, i politici, dice il cardinale, sono chiamati a «dare l’esempio» e quindi non ergersi ad interpreti esclusivi di una tradizione che è disseminata ormai in tutti gli schieramenti politici.

E questo aspetto è decisivo anche per riaffermare un altro principio: e cioè, non serve nell’Italia di oggi rialzare steccati ideologici od etici dando fiato ai tentativi – deboli ma pur sempre presenti nel sottosuolo della cultura politica nostrana – di contrapporre maldestramente il fronte laico con quello cattolico.

Se esistono partiti e formazioni che lavorano per centrare questo obiettivo rischiano di coltivare un fine che contrasta con lo stesso richiamo della Chiesa che, non a caso, invoca il perseguimento del bene comune e non interessi di parte.

Insomma, dalla Chiesa arriva un messaggio autorevole, coerente ed esigente. Tocca ai cattolici che si riconoscono in quell’insegnamento richiamarsi laicamente nella propria attività politica e legislativa. E questo senza goffe primogeniture e senza atteggiarsi a ridicoli interpreti e difensori esclusivi della millenaria tradizione cristiana.

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