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Messa Vigiliare della V Domenica dopo Pentecoste concelebranti i Vescovi provenienti da Europa, Africa, Asia e America latina partecipanti alla Delegazione dei Cardinali, dei Vescovi e dei Rappresentanti di Organizzazioni, Associazioni e Movimenti cattolici del Sud e del Nord del mondo in occasione del G8 – Milano, Duomo – 4 luglio 2009

Omelia 

L’umanità ha bisogno di un “cuore nuovo” - La speranza di Cristo, fonte di solidarietà 

Carissimi,

abbiamo aperto questa celebrazione vigiliare con l’ascolto dell’annuncio della risurrezione del Signore. Un annuncio di speranza, anzitutto: in Gesù infatti risorge non solo la sua umanità, ma grazie a lui all’intera umanità è ridata una speranza nuova, capace di varcare persino i confini della morte.

Di questa speranza e di questa vita nuova – che anche oggi ci vengono promesse e donate – siamo chiamati ad essere non semplici uditori, ma annunciatori, testimoni e promotori. Si tratta infatti di una speranza troppo grande perché possa rimanere confinata dentro di noi; è invece offerta “per voi e per tutti”, come diremo tra poco, è per l’intera umanità!

Ci è chiesto di risalire al fondamento di questa speranza, affinché non venga intesa in modo riduttivo – quasi un semplice appello emotivo che sfiora appena la superficie del nostro animo – ma inquieti la nostra coscienza, smuova in profondità le nostre decisioni e le nostre scelte e susciti in noi e negli altri un impegno responsabile, deciso e costante. 

1. Le pagine della Sacra Scrittura che abbiamo ascoltato ci parlano di una speranza che viene da lontano. Il libro della Genesi, cioè delle origini del mondo e dell’umanità, ci ha mostrato come la fedeltà di Dio, che è da sempre, si manifesta anzitutto come alleanza con Abramo e insieme con l’intera sua discendenza: «Ecco, la mia alleanza è con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni […] e da te nasceranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te» (Genesi 17,4.6-7).

Il testo sacro ci rivela un legame profondo, radicale, indissolubile che in Abramo Dio istituisce in modo definitivo con l’umanità. E’ un legame non di tipo contrattuale, perché Dio non dona in vista di una restituzione (peraltro impraticabile), ma dona, ama e amerà per sempre e senza condizioni ogni uomo, ogni popolo e nazione: così si è manifestato in Gesù, venuto – come afferma il vangelo che poco fa abbiamo ascoltato – «non per condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Giovanni 12,47).

Dio mette in gioco se stesso per primo, crea in Abramo un’alleanza unilaterale; domanda però che l’amore con cui ci raggiunge non sia gelosamente trattenuto da noi, ma attraverso di noi possa arrivare responsabilmente a molti altri. Dio non si attende “restituzioni”; vuole però che, in forza del suo patto d’amore, riconosciamo con gioia e serietà la fraternità che tutti ci lega: una fraternità universale che non può più essere solo enunciata in modo vago o solo sussurrata in contesti lontani da quelli in cui si decidono le sorti dei popoli e il loro sviluppo e si progettano i passi del riconoscimento di una vera dignità di tutti e di ciascuno. I diritti dei deboli non sono diritti deboli! Sono diritti che vanno proclamati, riconosciuti, difesi e promossi! Con tutte le nostre forze! Ciò vale per i singoli e ciò vale per i popoli, vale per l’unica grande famiglia umana.

In altre parole, potremmo dire che in ogni nostra scelta – ma soprattutto nelle decisioni che riguardano la società o il mondo – ci troviamo di fronte ad un’inquietante, drammatica alternativa: scegliere in vista del proprio interesse o in vista del bene comune, di tutti, e di tutti nel loro insieme. Sì, la prospettiva dischiusa dall’alleanza in Abramo ha purtroppo come alternativa la logica perversa di Caino, e quindi il mancato riconoscimento della fraternità. Alla domanda del Signore: dov’è Abele, tuo fratello? Caino rispose: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Genesi 4,9). 

2. Siamo così introdotti ad una riflessione di particolare attualità. Esiste, ed è quanto mai diffuso, un egoismo che potremmo chiamare “sociale”, un egoismo che, dietro il velo dell’apparente difesa dei propri diritti, nasconde visioni quanto mai ristrette, di chiusura, di vera e propria contrapposizione. E se queste visioni vengono lasciate cadere è solo quando si è certi che gli altri possano essere funzionali ai propri interessi. E così, sia nei comportamenti individuali sia in quelli pubblici, l’apertura agli altri e il riconoscimento dei loro giusti diritti spesso cambia a seconda che gli altri rientrino o meno nei nostri progetti e ci possano recare qualche vantaggio.

Ma questa è una forma di ingiustizia accuratamente ricoperta di apparenti “buone” ragioni. Troppo spesso l’ingiustizia si diffonde nascondendosi sotto il velo dell’apparente difesa dei propri diritti! Eppure, per chi è onesto, non è difficile distinguere la vera dalla falsa giustizia: il criterio principale è riconoscere se è compatibile con i diritti di tutti o di alcuni soltanto.

Questo nostro tempo, tuttavia, ci offre non poche possibilità di dare risposta a questo “egoismo sociale”, o collettivo, che confonde la difesa degli interessi di alcuni con il riconoscimento del bene e dei diritti di tutti, l’unico – quest’ultimo – in grado di garantire una pace autentica.

L’incontro tra i Leader del G8, che avverrà nei prossimi giorni nel nostro Paese nella città dell’Aquila, è un’opportunità che ci è data per far sentire la voce che esprime la coscienza cristiana che avverte come proprie le necessità di molti popoli del mondo, che purtroppo non hanno voce. Di questa “non-voce” la nostra coscienza vuole farsi carico!

In piena sintonia con la Lettera delle Conferenze Episcopali Cattoliche ai Leader dei Paesi del G8 dello scorso 22 giugno, non posso non riaffermare con forza, in primo luogo, che le conseguenze dell’attuale crisi – la cui responsabilità e le cui origini sono dei Paesi più ricchi – non devono alla fine ricadere pesantemente sui Paesi più poveri. In questo senso lo sviluppo dei popoli deve essere considerato questione assolutamente prioritaria e da condividere da parte di tutti: è da porsi ai primi posti nell’agenda di chi ha responsabilità nell’ambito dell’economia mondiale.

Come scrivono nella lettera citata i Presidenti delle Conferenze Episcopali ai rispettivi Leader: “I Paesi Membri del G8 dovrebbero far fronte alle loro responsabilità nella promozione del dialogo con le altre maggiori potenze economiche per aiutare e prevenire ulteriori crisi finanziarie”. E proseguono: “Inoltre dovrebbero onorare i loro impegni nell’aumento degli Aiuti allo Sviluppo per ridurre la povertà globale e raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, specialmente nei Paesi Africani”. Lo sviluppo, oltre che esigenza imprescindibile di ogni persona e di ogni popolo, è premessa indispensabile per la pace. E lo sviluppo economico, che pure non rappresenta ancora quello sviluppo integrale dell’umanità che tutti auspichiamo, ne è comunque l’indispensabile premessa.

In questo senso, la cancellazione del debito estero, la necessità di contrastare gli effetti devastanti dovuti ai cambiamenti climatici, l’esigenza di una governance globale dell’economia e della finanza come pure di una nuova regolamentazione del mercato delle risorse e dei beni a raggio internazionale, sono altrettante priorità che non ammettono dilazione alcuna. E se al riguardo si sono decisi degli interventi, è il caso di dire che pacta sunt servanda!

Milioni di persone al mondo subiscono ingiuste e drammatiche sofferenze, costrette come sono a migrare a causa delle difficili – se non proibitive – condizioni di vita nei Paesi d’origine. Molte di queste sofferenze sono provocate ai migranti talvolta da discutibili provvedimenti messi in atto da quei Paesi più ricchi che dovrebbero maggiormente impegnarsi in percorsi di accoglienza e integrazione seri, ragionati e rigorosi. Sono sofferenze che devono essere risparmiate ai migranti e alle popolazioni dei Paesi poveri realizzando con lungimiranza e coraggio gli interventi specificati dall’Agenda della speranza. Potrà avvenire così la desiderabile giusta regolazione del fenomeno migratorio e dei problemi che genera. 

3. A fondamento di questi interventi deve essere posto un sistema di relazioni rinnovate tra i popoli; e, ancor più profondamente, una cultura nuova, uno sguardo nuovo sugli altri, una libertà capace di impegno creativo, assiduo, intelligente. Anzitutto, da parte di chi possiede responsabilità tali da poter decidere le sorti di interi popoli. Ma anche da parte di tutti, chiamati ciascuno per nome come Abramo quest’oggi, a sentirsi “parte in causa” e non semplici spettatori dello sviluppo dell’umanità.

In una parola di sintesi, all’umanità occorre oggi un cuore nuovo, capace di pulsare in tutti con lo stesso ritmo e verso la stessa meta del vero, del bene e del giusto. Occorre quel rinnovamento profondo che solo il cuore di Dio può donarci – come sta accadendo in questa celebrazione eucaristica – come principio di una moralità e di una solidarietà a raggio mondiale.

A Dio, alla sua alleanza d’amore che non conosce incertezze o infedeltà, desideriamo adesso, tutti insieme, affidarci. E’ Dio in Cristo Gesù la nostra speranza. Guardando al mondo con i suoi occhi e il suo cuore riscopriremo sempre più le ragioni profonde della speranza autentica, che ci spingerà verso un futuro comune, condiviso e solidale, secondo il disegno di Dio e le attese del cuore d’ogni uomo. Al Signore chiediamo la forza e la gioia di continuare a camminare «sulle orme della fede del nostro padre Abramo» (Romani 4,12), entro quell’alleanza di fraternità universale che con lui ha preso inizio e che in noi ogni giorno si radica e si fa “vita della nostra vita”. 

+ Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano

 

(http://www.nuovasocieta.it/intervista/902-sp.html)

Padre Sorge, nella presentazione del suo editoriale sulla laicità in Giuseppe Lazzati, che apre il numero di maggio 2009 di «Aggiornamenti Sociali» [n. 05 (2009), pp. 325-330] si legge: «La prima preoccupazione di un laico cristiano non è quella di difendere un’identità, ma di maturare il coraggio di un impegno responsabile secondo lo spirito del Vangelo».Nel testo, lei scrive a proposito della «passione apostolica per la formazione di un laicato adulto» e di «laicità matura». Cosa si intende, dunque, per «laicità matura» e «laicato adulto»? Il concetto di laicità va interpretato in modo nuovo, più maturo. Il laicismo, quello classico di matrice illuminista, è superato storicamente e teologicamente. Storicamente, anzitutto. Oggi è difficile trovare posizioni assimilabili a quelle espresse da Jacques Chirac con la legge sul laicismo, che fece approvare al termine del suo mandato, con la quale si vieta in pubblico (a scuola) ogni simbolo religioso: dal velo delle ragazze musulmane alla kippah degli ebrei, al crocifisso (di «grandi dimensioni»!) dei cristiani.

Ormai, questa concezione di laicità è vecchia e superata. Non è un caso che il primo a parlare di «laicità positiva», oggi sia stato il nuovo presidente francese, Nicolas Sarkozy. Nella sua visita a Roma nel dicembre 2997 e poi ricevendo in Francia il Papa, nel settembre 2008, è arrivato a ripetere più volte che la coscienza religiosa non solo non è contraria alla laicità dello Stato e alla democrazia, ma che lo Stato ha il dovere (oltre che una grande utilità) di intessere il dialogo con le religioni e con le Chiese, in particolare con il cristianesimo. È il medesimo concetto, che era già stato recepito dal primo Trattato costituzionale europeo (quello bocciato nel 2005 dalla Francia e dall’Olanda). All’art. 52 esso non solo riconosceva la valenza sociale della religione (comma 1), ma stabiliva che le istituzioni europee avrebbero dovuto intrattenere un dialogo trasparente e continuativo con le Chiese.

Quando nel 2007 fu presentata a Lisbona la nuova versione del Trattato costituzionale europeo (in forma abbreviata), andai subito a vedere che fine avesse fatto il vecchio art. 52. Ebbene, nonostante le proporzioni ridotte del nuovo Trattato, e nonostante la forte opposizione dei radicali che volevano abolirlo, il vecchio articolo 52 è rimasto tale e quale anche nel testo rifatto, ovviamente cambiando di numero: è divenuto infatti l’art. 16C. Non era mai successo, dall’Illuminismo a oggi, che in una Costituzione moderna si facesse riferimento esplicito al dialogo con le Chiese!

La ragione è che la situazione storica è evoluta. Chi oggi potrebbe ancora negare le ricadute sociali della coscienza religiosa? Basta vedere come e perché è caduto il Muro di Berlino oppure che cosa ha rappresentato la coscienza religiosa in America latina per la liberazione di interi popoli dalla dittatura, o l’importanza del fattore religioso – se mi è consentito ricordare un’esperienza personale – nella lotta alla mafia in Sicilia negli anni della «Primavera di Palermo», una battaglia che continua.

Dunque, sul piano storico, ormai è dimostrata la falsità del presupposto del laicismo illuministico, secondo il quale la religione sarebbe solo un fatto privato della coscienza individuale, senza alcuna valenza sociale.

In secondo luogo, però, oltre all’evoluzione storica, si deve ammettere che anche la Chiesa ha camminato. Il Concilio Vaticano II è arrivato ad affermare che la laicità è un valore cristiano, e ha fondato questa sua asserzione sulla teologia delle realtà terrestri e sulla teologia del laicato. Infatti – spiega la Gaudium et spes – nella natura delle cose esistono finalità intermedie e strumenti propri per raggiungerle che non dipendono dalla rivelazione: cioè non sono di origine confessionale, ma laici. È il caso della politica, dell’economia, della scienza e della tecnica, della cultura.

Di conseguenza, se il cristiano vuole dare una testimonianza coerente della sua fede, deve essere laico, cioè deve rispettare le finalità, le regole proprie e l’autonomia che Dio Creatore ha immesso nelle realtà temporali.

Questa, dunque, è la laicità matura (o «positiva»). Essa, quindi, non va più intesa come frattura o estraneità, ma – come si legge anche nel preambolo e nell’articolo 1 della revisione dei Patti lateranensi tra Stato italiano e Santa Sede del 1984 – come collaborazione tra Stato e Chiesa nel pieno rispetto dell’autonomia delle due parti. È necessario che, senza invasioni di campo, Stato e Chiesa non si ignorino a vicenda, ma cooperino al bene comune dei cittadini i quali, nello stesso tempo, sono membri dello Stato e figli della Chiesa.

Di fronte all’acquisizione di questa forma più matura di laicità, perdono importanza e sono del tutto anacronistici i residui spezzoni di vecchio laicismo illuministico che tuttora sopravvivono anche in Italia.

Rispetto al rapporto concettuale e storico tra religione e politica; religione, democrazia e libertà, l’idea del popolarismo di Luigi Sturzo che, a suo tempo, si mosse tra intransigenza religiosa e intransigenza non religiosa, oggi rappresenta una prospettiva attuabile?

Non solo l’intuizione sturziana è attuabile, ma credo che – debitamente aggiornata – sia del tutto valida nella nostra società pluralistica. Infatti, il vero problema della democrazia matura – quella, per intenderci, a cui puntava Aldo Moro quando parlava della «terza fase» (e sono convinto che le Brigate rosse l’abbiano ucciso proprio per impedirla) – è come fare l’unità tra diversi nel rispetto delle differenze.

Per raggiungere questa mèta non c’è via migliore di una laicità nuova, sulla quale appunto si fonda anche l’intuizione di Sturzo: egli infatti rivolse il suo appello non ai soli cattolici (non accettò mai l’idea di un partito cattolico o di cattolici) ma a tutti gli uomini liberi e forti, credenti e non credenti [appello agli uomini liberi e forti del 1919, ndr].

Sturzo stesso era consapevole che, così facendo, si sarebbe prodotta una divisione tra cattolici, ma – come disse alla fine del famoso discorso di Caltagirone del 1905 – è meglio essere divisi tra progressisti e conservatori, piuttosto che stare uniti e poi elidersi a vicenda e rimanere tutti prigionieri dell’immobilismo.

Pertanto, il genio politico e la sua fede profonda spinsero Sturzo ad andare al di là di ogni impostazione confessionale della politica, convinto che il servizio cristiano al bene comune passa attraverso la capacità di mediare in scelte politiche «laiche», accettabili da tutti gli uomini di buona volontà, della luce che il Vangelo e il Magistero sociale della Chiesa gettano sull’uomo. Ebbene, questa intuizione originaria di Sturzo non si è mai potuta realizzare finora: la nascita del Partito popolare italiano, prima, e della Democrazia cristiana, poi, fu imposta da necessità storiche e contingenti; ma non era questa la sua linea, come egli stesso confessa apertamente nell’introduzione alla storia del Partito Popolare, scritta nel 1959, poche settimane prima di morire. Egli, invece, sognava la nascita di un’«area popolare democratica», riformista e non conservatrice, fondata su determinati principi morali, su un ethos condiviso, capace di fare unità tra soggetti provenienti da tradizioni politiche diverse. Fu lo spirito che poi sarebbe passato nella Costituzione repubblicana del 1948. Tante volte mi sono chiedo come abbiano fatto De Gasperi, Togliatti, Nenni, La Malfa, uomini così diversi tra loro e ideologicamente contrapposti, a firmare tutti insieme i primi dieci articoli della Costituzione. E, dopo averli firmati, De Gasperi certamente non si fece comunista, né Togliatti democristiano. Diversi erano, diversi sono rimasti. Eppure hanno trovato il modo di incontrarsi su un ethos comune, che poi altro non era che il DNA del bimillenario patrimonio culturale del popolo italiano. Posto questo comune fondamento etico, la diversità non è più un ostacolo, ma una ricchezza. I tentativi più recenti di ripensare l’intuizione sturziana furono certamente quelli messi in atto da Prodi, dall’Ulivo alla Margherita, al partito Popolare, fino all’esperienza del Partito Democratico. Il fallimento di questa iniziativa, in sé necessaria e benemerita, è stato causato soprattutto dalla mancata realizzazione di una comune cultura politica, eticamente fondata, che consentisse ai partner di andare al di là delle gabbie ideologiche di provenienza.

Non crede che oggi l’idea di laicità vada ben oltre il tradizionale confronto istituzionale tra la Chiesa e lo Stato?

Certamente. Di solito, quando parliamo di laicità, commettiamo l’errore di riferirci soltanto ai rapporti tra Stato e Chiesa. Ora, non c’è dubbio che questo fu, in principio, il senso predominante. Tuttavia, c’è anche una «laicità ideologica» che non è meno importante del significato primitivo illuministico. Infatti, esiste un dogmatismo ideologico non dissimile nelle sue manifestazioni da quello religioso, che impedisce la realizzazione di una laicità matura ed è un ostacolo altrettanto serio alla costruzione dello Stato «laico». In altre parole, accanto al confessionalismo religioso esiste pure un confessionalismo ideologico, altrettanto negativo.

Per fare un esempio, la crisi del governo di Romano Prodi nel 2008, fu causata dal fatto che, a un certo punto, vennero meno i due voti di maggioranza di cui godeva al Senato; la ragione fu che due esponenti di Rifondazione comunista furono bloccati dal loro dogmatismo ideologico (l’attaccamento ai principi marxisti della lotta di classe). Ciò fece risaltare maggiormente il comportamento esemplare di Enrico Berlinguer che, negli anni Settanta, divenuto segretario del suo partito, disse subito che avrebbe fatto ogni sforzo per rendere «laico» il PCI, intendendo «laicità» in senso ideologico, cioè come strappo dal dogmatismo marxista-leninista di Mosca. Cosa che egli puntualmente fece. Oggi dunque, quando parliamo di «laicità positiva», non ci riferiamo soltanto ai rapporti tra Stato e Chiesa, ma diamo al termine un’estensione molto più ampia.

In conclusione, non è possibile realizzare l’unità nella pluralità, necessaria sia per governare il Paese, sia per costruire l’Unione Europea e la pace nel mondo, se non si parte da una nuova concezione di laicità, intesa come superamento di ogni confessionalismo non solo religioso, ma anche ideologico. Le grandi carte internazionali dell’Onu sui diritti umani sono già un esempio di questa laicità positiva e matura.

Padre Sorge, qual è la sua idea riguardo al fondamento etico-religioso della democrazia, e sulla sua capacità di autoalimentarsi?

Penso, in particolare, alle elaborazioni di Ernst-Wolfgang Böckenförde, e al celebre dialogo bavarese tra Jürgen Habermas e Joseph Ratzinger. In questo contesto, vorrei introdurre anche il tema della «religione civile», secondo il sistema affermato negli Stati Uniti durante gli anni dell’influenza politica del pensiero neo e teoconservatore. E, di qui, la critica che lei ha rivolto all’idea di religione intesa come «identità culturale da difendere».

La necessità di dare un fondamento trascendente alla vita democratica, allo Stato, non è un’idea nuova. Mi viene in mente uno studio del 1911 di Benedetto Croce, il quale – oltre ad aver scritto il famoso saggio Perché non possiamo non dirci cristiani – sosteneva che nessun modello di società può sorreggersi, senza un fondamento etico; nello stesso tempo però – aggiungeva – non è possibile fondare eticamente un modello di società, se manca il supporto della coscienza religiosa. Croce, dunque – lui che non era cristiano – arriva a dire che la democrazia non è autosufficiente, non è in grado di autorigenerarsi, ma ha bisogno di un apporto di natura trascendente.

Questa stessa tesi è stata poi ripresa in anni recenti da Norberto Bobbio e, ai nostri giorni, soprattutto da Jürgen Habermas nel famoso dialogo con l’allora cardinale Joseph Ratzinger: c’è bisogno – conclude pure il grande filosofo – di un’ispirazione religiosa che rianimi il fondamento etico della democrazia europea.

Non credo che la soluzione sia da ricercare nella cosiddetta religione civile, che dall’America si è diffusa ora anche da noi. Essa, infatti, è viziata dall’uso strumentale che fa della religione a fini politici. Ciò appare chiaramente, per esempio, dalla teorizzazione che ne fanno gli «atei devoti» nostrani, da Marcello Pera a Giuliano Ferrara e altri. Essi pretendono, da atei, di usare il Cristianesimo come scudo culturale e politico, in particolare contro l’«invasione» dell’Islam. Purtroppo non mancano monsignori che ci vanno a braccetto; ma bisogna avere il coraggio di dire, come ha chiarito bene il Concilio che la religione, pur potendo ispirare le culture più diverse, tuttavia non si potrà mai ridurre a cultura, senza distruggere insieme e la religione e la cultura.

Se si guarda al primo emendamento della Costituzione americana sull’incompetenza dello Stato in materia di religione (un concetto riferibile anche alla dichiarazione conciliare Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa), l’idea americana come espressione libera della religione nello spazio pubblico si può legare all’idea della nuova laicità?

Da un certo punto di vista, direi di sì. Tuttavia – come ho appena detto –, occorre evitare il rischio di strumentalizzare la religione a finalità civiche. Su questo punto occorre essere chiari. La fede non può essere strumentalizzata a fini politici e civici, né la politica può essere usata a fini di evangelizzazione. L’autonomia della Chiesa e dello Stato deve essere totale e va preservata, senza indebite commistioni.

Tuttavia, come abbiamo visto, autonomia non è sinonimo di estraneità, né laicità è sinonimo di contrapposizione: entrambe sono destinate a incontrarsi in una leale collaborazione per il bene comune, ma senza sovrapposizioni. Quindi, i partiti non possono cercare il consenso politico usando simboli o strumenti religiosi, né la comunità ecclesiale può cercare appoggi politici alla propria missione religiosa, restituendo l’aiuto ricevuto in termini di consenso elettorale…

Padre Sorge, il neo e teoconservatorismo hanno ridotto il Cristianesimo al suo volto istituzionale eliminando il suo valore spirituale?

Direi proprio di sì. Rischiano di svuotare le istituzioni ecclesiastiche della loro anima. Infatti, la religione è essenzialmente fede. Se questa manca o si trasforma in cultura e in ideologia, le istituzioni della Chiesa che di per sé sono necessaria al servizio della fede, si trasformano invece in strumenti di potere, con danno e con scandalo per gli stessi fedeli. Cosa, purtroppo, oggi non infrequente!

In questo senso, nel suo editoriale di «Aggiornamenti Sociali» [maggio 2009] sostiene che la religione non va brandeggiata per difendere un’identità, o non si riduce a identità culturale?

Esattamente.

Anche il radicalismo laico riduce la religione a istituzione senza guardare alla sua qualità spirituale?

Certo. Tuttavia, riconoscere e salvaguardare il valore e la missione trascendente delle istituzioni ecclesiali, mentre non si può esigere da chi non ha fede, diventa invece grave responsabilità per i credenti.

Quindi, di fatto, il neoconservatorismo, il teoconservatorismo e il radicalismo laico si muovono, sebbene in certa opposizione fra loro, secondo il medesimo criterio?

Sì, la logica è la stessa. E coincidono nel fatto di essere e rimanere esterni a un ottica genuinamente religiosa.

Padre Sorge, quando la Santa Sede parla ufficialmente dei temi legati alla vita (molto più che a quelli legati alla pace nel mondo) non vi è una comunicazione adeguata degli organi di stampa? Come mai, insomma, sui giornali e telegiornali, il messaggio diffuso dalla Santa Sede non viene mai spiegato, chiarito, non ne sono mai illustrate le vere e profonde ragioni? In questo senso, l’ascoltatore o il lettore o l’analista spesso accusano la Chiesa cattolica di esporre una dottrina, addirittura, di tipo teocratico o oscurantista. Non le sembra che la sola diffusione di uno slogan (senza spiegazione), possa far fiorire – dall’una e dall’altra parte, religiosa e non religiosa – solo i radicalismi che, in quanto tali, scartano la complessità dei problemi? E, di qui, anche la povertà semplificatrice del linguaggio politico, che rivela assenza di strategia culturale…

Il problema è reale ed è grave. Esso è ulteriormente aggravato dal fatto che la Chiesa, in generale, continua a esprimere il suo insegnamento etico usando sostanzialmente termini e concetti oggi non immediatamente comprensibili, che appartengono piuttosto alla tradizione filosofica e teologica neoscolastica. Anche alcuni decreti conciliari risentono di questo limite di linguaggio. È un linguaggio che risulta assai chiaro e preciso per esprimere la dottrina. Anch’io, che ho studiato filosofia e teologia prima del Concilio Vaticano II, ho preso dimestichezza con la neoscolastica. E devo dire che mi è servita molto non solo perché mi ha insegnato a ragionare, ma anche perché mi ha consentito di compiere gli studi teologici in forma approfondita e serena.

Tuttavia mi rendo conto che se io oggi utilizzassi quelle categorie, molti non mi capirebbero. Non solo perché non si studia più la neoscolastica, ma soprattutto perché è cambiata la cultura, e con la cultura è cambiato il modo di confrontarsi con la realtà e con i problemi, il modo di esprimersi e di esprimerli.

È il problema che il cardinale Carlo Maria Martini affronta nel suo libro recente: Conversazioni notturne a Gerusalemme. Il suo merito è quello di usare categorie diverse da quelle tradizionali della neoscolastica, preferndo ricorrere all’uso di categorie bibliche, che risultano molto più comprensibili alla cultura di oggi, più aperte al soggettivismo dominante del pensiero moderno.

Penso anch’io che le maggiori difficoltà nella comunicazione degli insegnamenti della Chiesa oggi, specialmente per quanto riguarda alcuni problemi etici fondamentali, più che dalla dottrina in sé, provengano dal linguaggio usato e dal modo con cui vengono presentati. Voglio dire che oggi più che far cadere dall’alto della cattedra definizioni e decreti, serve l’accompagnamento della coscienza e delle persone, le quali vanno aiutate a superare dubbi e problemi. Spesso la Chiesa viene rifiutata senza neppure essere stata capita: o perché usa un linguaggio incomprensibile o perché indispone con il suo modo (giudicato «arrogante» e poco rispettoso della libertà di coscienza) di «imporre la verità».

Quando il Pontefice parla, si rivolge all’umanità intera, al mondo, e non solo a un Paese. Di qui la difficoltà di mediazione del cattolico liberale o democratico causata dalla comunicazione parziale che offrono i mezzi di comunicazione che, in genere, favoriscono la superficialità di giudizio o, peggio, l’integrismo. L’Arcivescovo Rino Fisichella [rettore della Pontificia Università Lateranense e presidente della Pontificia Accademia per la Vita] ha molto insistito sulle argomentazioni razionali del messaggio dei vescovi, cioè sull’etica più che sulla morale. In questo senso, ha spesso ribadito che le argomentazioni dei vescovi parlano alla ragione, dunque, da parte della gerarchia non vi è imposizione fideistica. Vorrei anche chiederle la ragione per la quale, all’interno della Chiesa, non si può parlare di conservatori e progressisti, come invece spesso si sente dire.

Vi sono due ragioni. Una più esterna: avendo noi italiani il Papa in casa ed essendo egli il Primate della Chiesa italiana, siamo abituati ab immemorabili a considerarlo, per così dire, soprattutto «nostro», interessato alle «nostre» faccende. Altrove, invece, lontano da Roma, è più facile pensare, e cogliere l’aspetto universale del suo messaggio.

C’è poi una ragione più interna e di fondo. Nella Chiesa italiana, e non da oggi, si confrontano due sensibilità diverse, che fra loro non sono alternative, ma rischiano di divenirlo. Lo scontro più forte si è avuto, forse, subito dopo il Concilio, quando le due sensibilità erano indicate l’una come la «cultura della presenza» e l’altra come la «cultura della mediazione». La prima sensibilità, tanto per intenderci, era quella tipica di Comunione e Liberazione, la seconda quella dell’Azione Cattolica.

Con la «scelta religiosa», compiuta negli anni ’70, da Paolo VI di fatto favoriva la linea della mediazione culturale (e della nuova laicità). Sostenuto dall’Azione Cattolica di Vittorio Bachelet, Papa Montini riuscì a portare tutta la Chiesa italiana su questa posizione. Si trattava, in pratica, di rivalutare la missione essenzialmente religiosa della Chiesa (ribadita con chiarezza dal Concilio), ponendo termine al «collateralismo» politico tra la Chiesa e la DC, nato nella situazione eccezionale dell’immediato dopoguerra quando, dopo vent’anni di dittatura fascista, gli italiani del tutto impreparati dovevano non solo ristabilire il regime democratico, ma scegliere l’appartenenza a uno dei blocchi in cui era diviso il mondo: tra gli Stati Uniti e il blocco sovietico (verso il quale spingeva il PCI, il partito comunista più forte d’Occidente). La Chiesa, in quel frangente, dovette svolgere un’azione di supplenza e sostenne la presenza dei cattolici nella DC. Ora però, negli anni ’70, era chiaro che, dopo decenni di vita democratica, quell’appoggio non aveva più senso. Con la «scelta religiosa», la Chiesa italiana voleva sottolineare, in fedeltà agli orientamenti del Concilio, che il compito dei Pastori è quello di formare e illuminare le coscienze, ma senza collateralismi politici, come spiega la Gaudium et spes. La scelta di Paolo VI non significava affatto disprezzo o noncuranza per la politica. La Chiesa avrebbe seguito sempre con molto interesse e attenzione le vicende politiche del Paese, ma lo avrebbe fatto rimanendo sul suo piano specifico, che è quello etico-religioso e culturale.

Nello stesso tempo, accanto alla «cultura della mediazione», è sempre stata viva nella comunità ecclesiale italiana la «cultura della presenza», più cara a Comunione e Liberazione e alla quale si sentiva più vicino lo stesso Giovanni Paolo II. Infatti, egli tornò subito a parlare di «presenza sociale» trainante della Chiesa e di unità dei cattolici sul piano culturale e politico, in occasione del Convegno ecclesiale di Loreto (1985). Secondo questa sensibilità pastorale, il primato della «presenza sociale» deve tradursi a cominciare dall’affermazione della verità e dei «valori assoluti non negoziabili», anziché dal dialogo. Il rischio, ovviamente, è quello dell’integrismo e del fondamentalismo religioso. Specialmente in politica. Infatti, l’arte politica è per definizione l’arte della mediazione; i valori assoluti non si possono tradurre immediatamente in legge, ma in regime democratico e nella società pluralistica bisogna fare i conti con il consenso e con una certa gradualità nell’avvicinarsi all’ideale. Ciò impone ai cristiani l’impegno di mediare in termini laici, accettabili anche dai non credenti, la luce che proviene dalla fede e dalla Dottrina sociale della Chiesa, seguendo fedelmente le regole democratiche, mentre si sforzano di realizzare il maggior bene possibile.

L’errore in cui spesso si cade sta nel considerare il primato della verità in opposizione al primato della carità. In realtà, carità e verità non sono alternative tra loro. Benedetto XVI lo ha messo in luce molto bene sia nell’enciclica Deus caritas est (2005), sia nel discorso al Convegno ecclesiale di Verona (2006) dove ha mostrato l’importanza di unire tra loro la «scelta religiosa» di Paolo VI e la «presenza sociale» di Giovanni Paolo II. Approfondirà questo discorso nella prossima sua enciclica sociale, della quale conosciamo il titolo Veritas in caritate? Ce bisogno: che tutti ci convinciamo che la fede non sta in una fredda adesione intellettuale alla verità, non sta nell’imporre agli altri i valori in cui crediamo; sta invece nel «fare la verità nella carità», come dice san Paolo (Efesini, 4,15). È molto importante che si faccia finalmente chiarezza su questo punto.

Anche la vicenda di Eluana Englaro (gennaio-febbraio 2009) ha escluso – o posto in secondo piano – la carità, almeno stando a quanto appreso dagli organi di informazione?

Questa, per lo meno, è stata l’impressione. Ritorna sempre più spesso, sul piano pastorale, la necessità di distinguere l’errore dall’errante, di coniugare la fedeltà alla dottrina con la misericordia verso chi sbaglia, la lotta al peccato con l’amore per il peccatore, la verità con la carità. La missione della Chiesa non è applicare freddamente le disposizioni del diritto canonico. Come Gesù, anche la Chiesa è nata non a giudicare e a condannare, ma a salvare e a dare la vita. La legge, certo, va tutelata e accettata con fede: non però a colpi di scomunica, ma per amore.

Ho sofferto molto, tempo fa, quando ho sentito della dura reazione di quel vescovo brasiliano, senza alcuna misericordia nei confronti di quella bambina di nove anni, con due gemelli in grembo, che è stata fatta abortire. Certo l’aborto è un grave peccato. E occorre ribadirlo. Ma, anziché insistere sul rigore della punizione e della scomunica prontamente comminata, perché non far sentire a quella povera bambina l’affetto materno della Chiesa, che desidera soprattutto starle vicina per aiutarla a superare quella drammatica situazione e a rifarsi una vita? Come si sarebbe comportato Gesù, lui che non ha condannato – come invece chiedeva la Legge – la donna colta in flagrante adulterio? È forse cristiano riaffermare i «valori assoluti non negoziabili», senza carità?

Come si coniuga il riconoscimento storico dell’affermazione del fattore religioso quale elemento decisivo della storia degli uomini, con le possibilità di affermazione del popolarismo, in particolare a proposito di laicità? Mutando il ruolo della religione dopo la caduta delle ideologie, e mutando dunque anche l’idea di politica, deve mutare anche l’idea di laicità? E, in questo contesto, le ripeto, occorrerebbe una ripresa del popolarismo per la definizione della nuova laicità alla luce dei mutamenti storici nel mondo attuale?

Penso proprio che sarebbe auspicabile. Finora il popolarismo, così come lo concepiva don Sturzo, non si è mai realizzato. Non c’erano le condizioni storiche per la sua attuazione, perché la società europea del ‘900 è stata tutta attraversata e pervasa dalle grandi ideologie, che rendevano praticamente impossibile realizzare una piena unità tra riformisti appartenenti a correnti di cultura politica tra loro opposte e dogmatiche.

Oggi, quelle ideologie sono finite, il dogmatismo ideologico di ieri non c’è più, e ciò apre la prospettiva della nuova laicità ideologica come possibilità di fare unità nella diversità. In questo nuovo contesto l’intuizione sturziana di unire tutti i riformisti in un’unica area politica non è più un’utopia. Purtroppo, come mostrano le vicende della politica italiana, siamo ancora troppo condizionati da cinquant’anni di vecchie lotte ideologiche. Ancora non siamo preparati.

Per quanto concerne in particolare i cattolici italiani, dopo la fine della «cristianità», non hanno ancora risolto il problema della loro presenza sociale e politica, anche perché non hanno ancora risolto il problema di una fede adulta, non più sociologica. Anche la Chiesa negli ultimi decenni ha mancato all’appuntamento; non si è impegnata come avrebbe dovuto nella formazione di un laicato maturo. È vero, sono nati tanti movimenti che, in qualche modo, hanno cercato di supplire; ma si è perso troppo tempo, e lo stesso Concilio non è stato ancora pienamente compreso e interiorizzato. Si sono perpetuate forme immature di fede, che spesso degenerano in forme di pietismo devozioni stico o addirittura di superstizione.

È urgente fare in modo che la domanda religiosa, che ritorna forte, diventi incontro con il Risorto nella Chiesa e non finisca – come spesso avviene – col rimanere una mera forma di religiosità naturalistica e psicologica e di sfociare in spiritualità tipo New Age, Yoga o Zen. L’incontro vivo con Gesù è un’altra cosa!

C’è dunque bisogno di una rinascita di fede autentica, che poi necessariamente si manifesterà nella carità, di cui il servizio politico e sociale è una delle forme più alte, accanto alla «scelta dei poveri». L’Italia ormai è da rievangelizzare.

Padre Sorge, oggi il laicato cattolico, anche rispetto alla produzione culturale, è indebolito? A parte qualche figura isolata, appare silente.

Me lo chiedo spesso anch’io: possibile che a parlare dei grandi temi etici oggi in discussione (famiglia, vita, embrione, procreazione assistita, eutanasia…) siano solo i vescovi? Se ne parlano solo i vescovi, tutti diranno che si tratta di questioni confessionali. Sono invece questioni di civiltà umana. I laici dove sono?

Certo non mancano ottimi fedeli laici, uomini e donne di fede matura e professionalmente preparati. Ma perché la loro voce non si sente? Dove sono oggi i De Gasperi, i Lazzati, i Moro? Quando lo chiedo, spesso mi sento rispondere: i laici ci sono, ma non li lasciano parlare! Forse è vero anche questo. C’è ancora troppa immaturità nella Chiesa. I ruoli della Gerarchia e dei fedeli laici non sono ancora ben definiti e, di fatto, i vescovi non si fidano dei laici.

Ora, i laici non vanno solo formati, ma bisogna riconoscere che vi sono scelte nell’ordine temporale che tocca a loro di compiere. I vescovi, certamente, devono parlare (purtroppo più spesso tacciono e la profezia è spenta dalla diplomazia!). Formare le coscienze è la loro missione. Pertanto devono giudicare anche della conformità o meno di una legge con il vero bene dell’uomo e della società, con la morale cristiana e con il Vangelo. Detto questo, però, non tocca ai vescovi dire ai parlamentari cristiani come devono votare in Parlamento, come una legge va emendata o se convenga indire un referendum. La missione evangelizzatrice della Chiesa è identica per tutti i battezzati, ma la funzione della Gerarchia e dei laici è diversa. Senza un laicato maturo e responsabile, non vi sarà neppure una comunità cristiana matura. Dopo il Concilio, la vecchia concezione «clericale» della Chiesa è ormai definitivamente superata non solo storicamente, ma anche teologicamente.

La laicità culturale presuppone la ragionevolezza (utilizzo un termine kantiano). La superstizione mina tale ragionevolezza?

Sì. Tuttavia bisogna stare attenti a non confondere la superstizione con la religiosità popolare. La religiosità popolare è una forma immatura di fede, ma è vera fede e, a modo suo, non è priva di ragionevolezza; invece la superstizione non è fede ed è del tutto irrazionale. Senza ragionevolezza, la religiosità popolare è destinata a rimanere una fede debole. Infatti, se è vero che la fede trascende la ragione, è anche vero che deve essere razionale, non può essere contro la ragione, ma su di essa si fonda. Pertanto, la superstizione, minando la ragionevolezza, mina anche la fede.

La laicità presuppone la categoria della libertà, e in essa vive sviluppandosi. Come intende il cristiano la libertà?

L’atto di fede è l’atto più alto di libertà. Io credo perché voglio liberamente credere, non perché l’oggetto della fede sia evidente. Una fede evidente non sarebbe più fede. Nella visione beatifica perderemo tutti la fede, proprio perché vedremo Dio così come egli è, e la conoscenza di lui sarà evidente. Io non posso credere, se non sono libero anche di non credere. Certo, la fede non è irrazionale, anzi suppone la ragione; tuttavia la ragione su cui l‘atto di fede si fonda non potrà mai darmi l’evidenza di ciò che credo.

Perciò, è fondamentale educare i fedeli alla libertà. Essi devono sapere che andare a messa la domenica perché è obbligatorio, non è fede matura; anche gli schiavi eseguono ciò che sono obbligati a fare. Invece, si deve andare a Messa perché si crede, cioè per libera scelta, per amore; non per forza o per dovere.

Mi inginocchio dinanzi all’Eucaristia non perché sia evidente che Cristo è presente nel pane e nel vino consacrati (visus, tactus, gustus in te fallitur), ma perché voglio liberamente credere alla Parola del Figlio di Dio (auditu solo tuto creditur). Che poi io avverta, nel fondo del cuore, la grazia dello Spirito che mi attira, mi fortifica e mi aiuta a credere…, questa è un’altra cosa; ma il mio atto di fede rimarrà un atto libero di volontà. In questo sta la gloria che diamo a Dio, credendo liberamente a Lui per amore.

Credo sia utile chiarire le ragioni della sospensione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani (2009). In questo gesto del Pontefice, si può rintracciare un segno di connessione con l’elaborazione della nuova o sana laicità?

Più che di sana laicità, propriamente si deve parlare di carità. Il Papa ha detto esplicitamente di aver voluto fare un atto di misericordia, in obbedienza al comando di Cristo: «se tu presenti la tua offerta all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5, 23s). Ciò che maggiormente mi ha colpito nel gesto del Papa è il fatto che egli sia andato oltre il diritto e oltre la doverosa preoccupazione dottrinale. Su tutto ha dato la precedenza all’amore, in piena aderenza allo «spirito» del Concilio. Da un lato, ha ribadito con chiarezza la necessità di essere fedeli alla dottrina (i lefebvriani – ha detto – devono sapere che «non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962»!), ma nello stesso tempo ha offerto ai vescovi scismatici l’opportunità di intraprendere un cammino di riconciliazione con la Chiesa. Il Papa con il suo gesto ha offerto loro l’occasione di dimostrare l’attaccamento che i lefebvriani professano alla Tradizione: come potrebbero rifiutare cinquant’anni di vita della Chiesa e di insegnamento magisteriale?

La maggioranza delle critiche rivolte al Pontefice rivelano, dunque, una incomprensione diffusa del suo gesto..

Credo che esista un certo clima di prevenzione nei confronti di Benedetto XVI, sia per i lunghi anni in cui è stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sia in seguito ad alcuni incidenti o disavventure, quali il discorso di Regensburg o il non essere al corrente del «negazionismo» della Shoah da parte del vescovo Williamson (uno dei quattro lefebvriani assolti). Certo bisognerà stare attenti che simili casi non si ripetano (di questo dovrebbe preoccuparsi la Curia romana…). Ciò detto, però, non possiamo non riconoscere il coraggio con cui Benedetto XVI nei suoi atti di governo della Chiesa rimane fedele ai criteri evangelici. Anche nel caso dei lefebvriani assolti, ha detto chiaramente che la sospensione dalla scomunica non comporta il loro pieno reinserimento, il quale vi sarà solo dopo che essi avranno accettato il Concilio e l’obbedienza alla Chiesa.

Quindi, essendo stato un atto di misericordia che si inquadra in un disegno molto più ampio, il Papa non ha voluto dare un segnale di accoglienza di un’istanza integrista, quale quella lefebvriana? Non si è trattato, insomma, si aprire a concezioni preconciliari…

No, in nessun modo. Nella sua lettera [Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai vescovi della Chiesa cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei quattro vescovi consacrati dall’arcivescovo Lefebvre, ndr] Benedetto XVI lo scrive esplicitamente, distinguendo tra «il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione»: dunque, amore e misericordia verso le persone, ma nello stesso tempo fermezza dottrinale. La scomunica è tolta, ma finché le questioni concernenti la dottrina non saranno chiarite, «la Fraternità San Pio X non avrà alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa».

In questo modo, il Papa riesce a eliminare anche la possibilità che si possano nominare altri vescovi lefebvriani?

Certamente. È questo il primo passo con il quale i lefebvriani dimostreranno di accettare la mano tesa del Papa.

Quindi l’esperienza lefebvriana si chiuderà con la vita dei quattro vescovi? È un modo, per così dire, di circoscrivere l’esperienza scismatica nel tempo?

Certamente il permanere della scomunica avrebbe alimentato lo scisma. Come poi andrà a finire la vicenda ora che la scomunica non c’è più, è difficile dire. Ma era importante che con un gesto distensivo si compisse il primo passo verso la riconciliazione. Non resta che pregare e operare affinché essa si realizzi pienamente e quanto prima.

Quindi, concludendo, non vi è una relazione tra il gesto di Benedetto XVI e la sua idea della nuova laicità…

Formalmente parlando è difficile far rientrare il gesto di carità di Benedetto XVI nel discorso che abbiamo fatto sulla laicità. Nonostante tutto, però, un accostamento si può fare per analogia. Si potrebbe dire che la «carità», in certo senso, è il corrispettivo teologico della «laicità», in quanto la carità realizza sul piano spirituale quella unità nella pluralità, che la laicità la rende possibile sul piano socioculturale e politico. Una bella espressione di Benedetto XVI sembra autorizzare questo accostamento un po’ audace: «Il cristiano – scrive il Papa (Deus caritas est, n. 31c) – sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore. Egli sa che Dio è amore (cfr I Gv 4,8) e si rende presente proprio nei momenti in cui nient’altro viene fatto fuorché amare». In altre parole – possiamo tradurre – vi sono casi in cui è meglio evitare di fare discorsi «confessionali» e lasciar parlare «laicamente» solo l’amore; infatti, così facendo, sarà Dio stesso – che è Amore – a parlare («laicamente») di sé.

Tettamanzi, l’Expo e la solidarietà:
«Milano smarrita, torni capitale morale»

Il cardinale: la città ha energie e creatività, ma deve accogliere senza paura

(di Giangiacomo Schiavi, Corriere della Sera, 20 maggio 2009)

MILANO — Una città smarrita, frantumata, in­cattivita. Cadono i miti in questa Milano con poco orgoglio e molte paure. Era la città dell’accoglien­za. Oggi si discute di apartheid in metrò. Soffia un vento di intolleranza: e a volte il Duomo sembra un fortino assediato. Tempo fa sventolava uno stri­scione della Lega: «Vescovo di Kabul». C’è chi esa­gera, anche con le minacce. Il cardinale Dionigi Tettamanzi considera gli im­migrati una risorsa e parla a una città che ha perso un po’ della sua anima. «La diversità è sempre un problema — dice — ma noi dobbiamo avere la vi­sta lunga dei profeti, preparare il domani. L’inte­grazione è più avanti di quel che si pensi: basta im­parare dal mondo dei ragazzi, recuperare un po’ della loro saggezza». C’è una paura che nasce dal­l’egoismo, dall’assenza di visione. «Alla Milano di oggi manca la consapevolezza del suo ruolo, della sua responsabilità verso i propri abitanti e il Paese, della sua vocazione europea». Non c’è futuro senza solidarietà, gli ha scritto una giovane studentessa. La lettera è diventata il titolo del suo ultimo libro. Con la crisi bisogna ri­tessere tessuti sociali sfilacciati, riscoprire la so­brietà, lavorare per una convivenza più umana. «Dobbiamo assumerci tutti le nostre responsabili­tà — spiega — chi non lo fa non è solo inutile, è anche dannoso». La notte di Natale ha messo a di­sposizione dei nuovi poveri e di chi ha perso il po­sto qualcosa di suo e poi ha detto: ai poveri le case dei preti. Certi immobili del clero sono troppo grandi, possono essere usati da chi ha più biso­gno. È il concetto del buon samaritano. Si sono per­se queste pratiche solidali nella città di Milano? «No. La solidarietà non si è persa a Milano. Ne ho prove concrete. Il Fondo Famiglia-Lavoro ha raccolto in poco più di quattro mesi 4,3 milioni di euro tra la gente. E al tempo stesso nelle parroc­chie sono state donate ingenti quantità di denaro per i terremotati d’Abruzzo, in Quaresima dalle mille comunità della Diocesi sono scaturiti senza clamore altrettanti rivoli di solidarietà che hanno dissetato i bisogni di tanti poveri assistiti dai mis­sionari ».

Questo è un Paese che riesce a dare il meglio nei momenti di difficoltà. Milano è risorta dalle macerie con un progetto di speranza e di acco­glienza…
«Ricordo quei giorni, c’erano le macerie ma an­che molti fermenti positivi. Oggi vedo tanta gene­rosità, nonostante la crisi. Ma c’è una condizione che fonda la solidarietà: come si può essere solida­li se non a partire da una prossimità offerta e da una condivisione sperimentata? È l’individuali­smo a minare la solidarietà. Questa forma di soli­tudine genera in sequenza paura, chiusura, rifiuto dell’altro, specie se portatore di una diversità. Co­me purtroppo accade verso gli immigrati».

Trova una maggior difficoltà nella borghesia di oggi a donare un po’ del superfluo per chi ha bisogno?
«Da sempre l’esercizio della carità — un eserci­zio discreto, silenzioso, evangelico — è patrimo­nio per tante famiglie di ogni estrazione sociale. È un modo per essere responsabili verso la società. Piuttosto mi domando se esista ancora la borghe­sia della Milano dei decenni scorsi…».

Dov’è Milano e dove sono i milanesi è una do­manda ricorrente in questi giorni. Qual è la Mi­lano che si vede dalla stanza del cardinale?
«Milano è una città che sfugge alle semplifica­zioni immediate e chiede tempo e perspicacia per essere conosciuta e amata. Io vedo una Milano ge­nerosa nell’aiutare ma talora diffidente ad aprirsi e a intrecciare legami di conoscenza e arricchimen­to reciproco, specie se l’altro è portatore di qual­che diversità. Vedo anche una città piena di ener­gia, di creatività, di risorse, con la fatica però a fa­re sistema, a dare piena espressione alle proprie potenzialità attraverso progetti concreti e condivi­si di grande respiro e di corale coinvolgimento. L’Expo rappresenta, in questo senso, una grande chance».

Tra polemiche e ritardi, la partenza però non è stata incoraggiante. Bisognerebbe spiegare a Milano cos’è Milano, riunire le tante radici posi­tive in un disegno comune…
«Ci sono oggi tante città impenetrabili: la città della fiera, la città della moda, della finanza, di un gruppo etnico, le periferie, il centro storico… Ma solo una città che ritrova l’ambizione della pro­pria identità civica — pensata come sintesi viva delle sue tante originalità — può tornare a fare ap­passionare al bene comune e a suscitare il deside­rio di una partecipazione responsabile. Una città così ritiene dovere fondamentale garantire un’abi­tazione decorosa ai suoi abitanti, si preoccupa di tutelare tutti e in modo particolare i deboli. Se in­vece si alimentano le contrapposizioni questa identità non si realizza, l’atteggiamento della cor­responsabilità decresce e scompare, ad alcune ca­tegorie di persone non vengono riconosciuti tutti i diritti».

Esiste una vocazione per la Milano del futu­ro?
«Milano può e deve ritrovare la sua vocazione di capitale morale del Paese, di crocevia dei popoli e di laboratorio italiano della metropoli postmo­derna».

Oggi sono più i segnali di allarme o quelli di speranza?
«Io dico che c’è una speranza Milano che può contagiare il Paese intero. Incontro la speranza vi­sitando le parrocchie, seguendo il lavoro pastora­le dei miei preti, delle associazioni, del volontaria­to. Ma questa speranza perché non ha visibilità? Perché non fa notizia? Perché anche i media non si assumono la responsabilità di far circolare la speranza? Servono occhi di speranza per ricono­scere quanto c’è di positivo e anche per suscitar­lo».

Che cosa chiede il cardinale a chi governa una città complessa?
«Di stare vicino alla gente, alle necessità mate­riali e spirituali del vivere quotidiano; ma insieme di coltivare una grande apertura al senso alto della politica. Occorre ricondurre tutte le scelte ammini­strative ad una grande, organica visione di città, consapevoli che Milano è parte e protagonista del sistema Paese. La responsabilità della vita della cit­tà e del territorio non può ricadere solo sui suoi amministratori. Tutti sono responsabili di tutto. Ma è compito degli amministratori mettere i citta­dini e le associazioni nelle condizioni di dare il proprio insostituibile contributo a beneficio di tut­ti ».

C’è a suo giudizio un rallentamento del pro­cesso di integrazione influenzato da calcoli elet­torali?
«C’è una fatica della nostra società a confrontar­si con l’immigrazione, una realtà che è un proble­ma ma che resta una opportunità. È all’immigra­zione che Milano deve non poco della sua fortuna: questa città è frutto di ripetuti e successivi proces­si di integrazione. È una memoria da recuperare, una memoria che è incarnata anche dalla sapienza biblica nel libro del Levitico: ‘Tratterete lo stranie­ro, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stra­nieri’ ».

Come dovrebbe essere la politica dell’acco­glienza nella legalità?
«Occorre intervenire per regolare doverosa­mente il fenomeno migratorio, garantendo la lega­lità, attivandosi di concerto con le altre nazioni e le istituzioni sovranazionali, sempre nel rispetto dell’inviolabile dignità di ogni persona. Una digni­tà spesso umiliata nei paesi d’origine degli immi­grati: non possiamo dimenticare da quali condizio­ni fuggono coloro che bussano alle nostre porte. La politica deve muoversi — ma qui le lacune so­no evidenti — sul piano della progettazione, per immaginare e realizzare modelli di convivenza e di integrazione, aggregando tutte quelle forze so­ciali, culturali, educative, istituzionali che ne han­no competenza. Chiesa compresa».

In una recente omelia ha detto che da questa crisi si può uscire migliori. Ne è ancora convin­to?
«Cito una frase dell’economista Marco Vitale che mi ha colpito. ‘Se la crisi aiuterà questa muta­zione dovremo essere grati alla crisi, perché ci avrà aiutato a trasformare la paura in energia’. Sperimentiamo la paura perché sentiamo venir meno le facili certezze sulle quali abbiamo fonda­to tanto della nostra vita. Aiutare a trasformare la paura in energia è anche compito delle Istituzioni, della politica, delle agenzie educative, della Chie­sa. E la solidarietà è un’energia che si sta già spri­gionando. Vorrei che lasciasse il segno».

(dal Corriere della Sera)

Carlo Maria Martini – Non so se sono sveglio o sto sognando. So che mi trovo completamente al buio, mentre un lento sciabordio mi fa pensare che sono su una barca che scivola via sull´acqua. Cerco a tastoni di stabilire meglio il luogo in cui mi trovo emi accorgo che vicino ame vi è un albero, forse l´albero maestro dell´imbarcazione. A poco a poco mi avvicino così da potermi aggrappare a esso con le mani, per avere un po´ di sicurezza e di stabilità nei sempre più frequenti moti della barca sulle onde. In questo tentativo incontro qualcosa che mi sembra come una mano d´uomo. Forse è un altro passeggero che sta cercando anche lui di appoggiarsi all´albero maestro. Non so chi sia, come non so io stesso come mi sia trovato su questa barca. Ma il tocco di quella mano mi dà fiducia: mi spingo avanti così da poterla stringere ed esprimere la mia solidarietà con qualcuno in quell´oscurità che mette i brividi. Vorrei anche tentare di dire qualcosa, pur non sapendo se il mio compagno di barca capisce l´italiano.

Ma nel frattempo lui inizia a farmi qualche breve domanda, a cui sono lieto di rispondere. Si tratta di una persona che non conoscevo, ma di cui avevo sentito parlare. Mi colpiva il suo interesse per me in quel momento difficile, in cui ciascuno avrebbe voglia di pensare solo a se stesso. Dialogando così nella notte fonda, in quel momento di incertezza e anche di pericolo si videro a poco a poco spuntare le prime luci dell´alba. Riconobbi il luogo in cui mi trovavo: eravamo noi due soli in barca. E usando alcuni remi che trovammo in fondo a essa, ci mettemmo a remare verso la riva, fermandoci ogni tanto per assaporare la tranquillità del lago. Ci siamo detti molte cose in quelle ore. È venuto chiaramente alla luce durante la conversazione che eravamo tanto diversi l´uno dall´altro. Ma ci rispettavamo come persone e ci amavamo come figli di Dio. Anche il fatto di trovarci sulla stessa barca ci permetteva di comprenderci e di accoglierci, così come eravamo. Tra le prime cose che ci siamo detti c´è naturalmente un poco di autopresentazione. Così ho appreso che il mio interlocutore aveva nientemeno che ottantanove anni, mentre io ne avevo ottantadue. Don Luigi Verzé (tale appresi poi essere il nome di colui che viaggiava con me) presentava la sua vita come quella di uno che aveva vissuto sessantuno anni di sacerdozio. (…)

Luigi Maria Verzé – Quanto è cambiata ora la valutazione etica ecclesiastica, rispetto a quella imposta ai tempi della mia infanzia. D´altra parte, poiché la moralità è imperativo categorico, la gente si fa una propria etica laica e la Chiesa resta con un´etica cristiana incongruente perché incondivisa dagli stessi devoti. Ricordo, per esempio, che nella mia visita alle favelas del Brasile frequentemente mi incontravo con povere donne senza marito con un bimbo in seno, un altro in braccio e una sfilza di altri che le seguivano, tutti prodotti di diversi mariti. Era giocoforza concludere che la pillola anticoncezionale andava consigliata e fornita. Il Brasile, totalmente cattolico fino agli anni Ottanta, ora è disseminato di chiese e chiesuole semicristiane, organizzate però sui bisogni anche spiccioli della gente. La Chiesa cattolica è troppo lontana dalla realtà, e le fiumane di gente, quando arriva il Papa, hanno più o meno il valore delle carnevalate e delle feste per la dea Iemanjà, l´antica Venere cui tutti, compreso il prefetto cristiano, gettano tributi floreali. La Chiesa, più che vivere, sopravvive sulle ossa degli eroici primi missionari. E poiché siamo in tema di morale pratica, che cosa dice, Eminente Padre, della negazione dei sacramenti a devotissimi divorziati? Io penso che anche ai sacerdoti dovrebbe essere presto tolto l´obbligo del celibato, poiché temo che per molti il celibato sia una finzione. E non sarebbe più vantaggioso che la consacrazione dei vescovi avvenisse su acclamazione del popolo di Dio, oggi così estraneo ai fatti della Chiesa? Forse non si è ancora maturi per tutto questo, ma Lei non crede che siano temi ai quali si dovrebbe pensare pregando lo Spirito?

Carlo Maria Martini – Oggi ci sono non poche prescrizioni e norme che non sempre vengono capite dal semplice fedele. Per questo, la Chiesa appare un po´ troppo lontana dalla realtà. Purtroppo sono d´accordo che le fiumane di gente che vanno a manifestazioni religiose non sempre le vivono con profondità. Occorre prepararle, e occorre dopo dare un seguito di riflessione nell´ambito della parrocchia o del gruppo. Non credo, però, che si possa dire che in Paesi come il Brasile, la Chiesa non vive ma sopravvive soltanto sulle ossa dei primi eroici missionari. La Chiesa vive là anche su gente semplice, umile, che fa il proprio dovere, che ama, che sa comprendere e perdonare. È questa la ricchezza delle nostre comunità. Tanti laici di queste nazioni e anche tanti laici vicino a noi sono seri e impegnati. Lei mi chiede che cosa penso della negazione dei sacramenti a devotissimi divorziati. Io mi so no rallegrato per la bontà con cui il Santo Padre ha tolto la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Penso, però, con tanti altri, che ci sono moltissime persone nella Chiesa che soffrono perché si sentono emarginate e che bisognerebbe pensare anche a loro. E mi riferisco, in particolare, ai divorziati risposati. Non a tutti, perché non dobbiamo favorire la leggerezza e la superficialità, ma promuovere la fedeltà e la perseveranza.

Ma vi sono alcuni che oggi sono in stato irreversibile e incolpevole. Hanno magari assunto dei nuovi doveri verso i figli avuti dal secondo matrimonio, mentre non c´è nessun motivo per tornare indietro; anzi, non si troverebbe saggio questo comportamento. Ritengo che la Chiesa debba trovare soluzioni per queste persone. Ho detto spesso, e ripeto ai preti, che essi sono formati per costruire l´uomo nuovo secondo il Vangelo. Ma in realtà debbono poi occuparsi anche di mettere a posto ossa rotte e di salvare i naufraghi. Sono contento che la Chiesa mostri in alcuni casi benevolenza e mitezza, ma ritengo che dovrebbe averla verso tutte le persone che veramente la meritano. Sono, però, problemi che non può risolvere un semplice sacerdote e neppure un vescovo. Bisogna che tutta la Chiesa si metta a riflettere su questi casi e, guidata dal Papa, trovi una via di uscita. Dopo di ciò Lei affronta un problema molto importante, dicendo che ai sacerdoti andrebbe tolto l´obbligo del celibato. È una questione delicatissima. Io credo che il celibato sia un grande valore, che rimarrà sempre nella Chiesa: è un grande segno evangelico. Non per questo è necessario imporlo a tutti, e già nelle chiese orientali cattoliche non viene chiesto a tutti i sacerdoti. Vedo che alcuni vescovi propongono di dare il ministero presbiterale a uomini sposati che abbiano già una certa esperienza e maturità (viri probati). Non sarebbe, però, opportuno che fossero responsabili di una parrocchia, per evitare un ulteriore accrescimento del clericalismo. Mi pare molto più opportuno fare di questi preti legati alla parrocchia come un gruppo che opera a rotazione. Si tratta in ogni caso di un problema grave.

E credo che quando la Chiesa lo affronterà avrà davanti anni davvero difficili. Non mancheranno coloro che diranno di aver accettato il celibato unicamente per arrivare al sacerdozio. D´altra parte, sono certo che ci saranno sempre molti che sceglieranno la via celibataria. Perché i giovani sono idealisti e generosi. Inoltre ci sono nel mondo alcune situazioni particolarmente difficili, in alcuni continenti in particolare. Penso però che tocchi ai vescovi di quei Paesi fare presente queste situazioni e trovarne le soluzioni. Lei si domanda anche se non sarebbe più vantaggioso che la consacrazione dei vescovi avvenisse su acclamazione del popolo di Dio. L´elezione dei vescovi è sempre stato un problema difficile nella Chiesa. Nelle situazioni antiche in cui partecipava maggiormente il popolo, si verificavano litigi e molte divisioni. Oggi forse è stata portata troppo in alto loco. Mi ricordo che un canonista cardinale intervenne in una riunione per dire che non era giusto che la Santa Sede facesse due processi per la stessa persona: uno dovrebbe essere fatto in loco e il secondo dal Nunzio. Quanto alla partecipazione della gente, vi sono alcune diocesi in Svizzera e in Germania che lo fanno, ma è difficile dire che le cose vadano senz´altro meglio. In conclusione, si tratta di una realtà molto complessa. Però l´attuale modo di eleggere i vescovi deve essere migliorato. Sono temi sui quali si dovrebbe riflettere molto, e parlare anche di più. Nei sinodi qualcosa emergeva, ma poi non veniva mai approfondito. Il problema, però, esiste e deve potersi fare una discussione pubblica a questo proposito.

CARLO MARIA MARTINI e
LUIGI MARIA VERZÉ
19 maggio 2009

Commento del 20 maggio pubblicato su Corriere della Sera

Chiccodisenape a Firenze

(intervento di Chiccodisenape in occasione dell’incontro “Il Vangelo che abbiamo Ricevuto” Firenze, 16 maggio 2009)

Vorrei che guardaste intorno a voi.
Noi, noi non esistiamo.
Questo ci dicono i nostri amici non credenti: i cattolici critici non esistono perché è una contraddizione in termini. Questo forse spera qualche altro amico, episcopo: i cattolici critici si portano fuori dalla comunione diocesana.
Eppure siamo qui… e quindi forse dovremmo cercare di far vedere che esistiamo.

Il Vangelo che abbiamo ricevuto, noi che abitiamo a Torino, ci ha portati a riunirci sotto il nome di “chiccodisenape”. Il terreno che nutre il nostro chicco è il Concilio Vaticano II, ma non è un ricordo nostalgico di un passato glorioso – seppure molti dei nostri gruppi provano smarrimento ripensando a quello che sperimentarono quarant’anni fa e quanto, invece, vivono oggi – è piuttosto uno stile, uno stimolo, un cibo per il nostro camminare.
Non vi raccontiamo cosa abbiamo proposto come “chiccodisenape”, come rete di 15 gruppi di diversa provenienza ecclesiale, potete scoprirlo visitando il nostro blog all’indirizzo presente nei volantini che sono in distribuzione. Preferiamo piuttosto destinare questo tempo a condividere alcune nostre considerazioni e a lanciare alcune domande.

È tempo di uscire dalle cittadelle!
Poco importa che siano quelle costruite dalla gerarchia, rievocando gli antichi fasti di quando vigeva una sorta di regime di cristianità, o quelle generate dal nostro élitarismo – di noi che sappiamo davvero che cosa è stato il Concilio – incapace di coinvolgere i semplici, i distratti, gli affaticati nella ricerca del Regno.
Uscire dalle cittadelle ma decisi fermamente a rimanere nella chiesa per «starci e realizzarla, come uomini – e donne – liberi e innamorati, con gioia e passione, fedeli e pazienti. Dobbiamo stare attaccati alla chiesa come Dio l’ha sognata e l’ha data, esservi annodati come un nodo alla fune», per usare le parole di Michele Do.
È necessario ripensare profondamente i nostri linguaggi e i nostri strumenti: i convegni e i libri sono strumenti indispensabili e imprescindibili ma non sono sufficienti. Dobbiamo essere capaci di parlare alle e con le persone del nostro tempo, di diffondere materiali divulgativi, di adoperare mezzi di comunicazione gratuiti e facilmente reperibili, di incontrare veramente le vite e i problemi delle persone “distanti” spesso così differenti dalle nostre….

È tempo di superare gli steccati!
Siamo qui laici, preti, consacrati. Ciascuno ha risposto in modo specifico e personale alla comune vocazione a essere cristiani, ma siamo qui perché siamo consapevoli della responsabilità di dover essere testimoni credibili affinché rifioriscano altre vocazioni… laicali (non si parli solamente di “matrimoniali”, per favore, come se fosse possibile ridurre solo a questo la vocazione dei cristiani), presbiterali, religiose.
Possiamo attendere semplicemente che le questioni demografiche a cui stiamo assistendo facciano collassare il sistema e provochino un ritorno alle dinamiche tipiche della chiesa primitiva. Oppure possiamo iniziare ad agire affinché il cambiamento prenda forma.
Abbiamo il dovere – e non solo il diritto – di avere parola nelle chiese, di essere responsabili delle comunità, di studiare teologia, di interpretare il Vangelo, di riflettere sulla morale, di sostenere i presbiteri inascoltati dai loro pastori e oberati di incarichi, di curare le vocazioni verso ciascun ministero. Abbiamo il dovere di essere lievito positivo e propositivo.
Guardiamo la soglia: quanti amici hanno deciso di vivere la loro fede al di là? Quanti, poi, l’hanno abbandonata perché si sono trovati soli e non hanno più trovato una comunità accogliente?
Non ci può bastare ripetere l’espressione “scisma sommerso”: siamo noi a essere scissi, separati, mancanti di qualcosa. E l’irritazione verso coloro che lo scisma forse lo hanno provocato non può essere più forte del nostro desiderio di essere una chiesa fraterna, comunitaria, sinodale, ricca di carismi diversi, libera nel nome di Gesù.

È tempo di uscire dalle strade conosciute!
I tempi che viviamo sono nuovi e più ancora lo saranno i giorni che sono ancora da arrivare: non ci possono bastare le soluzioni e i pensieri finora adoperati. Non saremmo diversi da quello che diciamo di non condividere.
Siamo chiamati a vivere il nostro ministero profetico: capaci di essere strumenti per l’annuncio nel presente e allo stesso tempo aperti al futuro.
Abbiamo molte cose da vigilare e da interpretare: il mondo che viviamo ci disorienta non meno della chiesa. Ma noi le nostre roccaforti abbiamo deciso di lasciarle e siamo dunque pronti a imparare a condividerne “le gioie e le speranze” del mondo contemporaneo, permettendo ai nostri occhi di scovarle nascoste nelle pieghe delle bruttezze con cui coesistono.
Siamo determinati a esplorare i linguaggi e i pensieri per far superare l’estraneità del cristianesimo con il nostro tempo, incarnando in questi giorni e in questa storia l’annuncio del regno.
Siamo speranzosi di poter continuare a essere annunciatori del Vangelo, anche se non sappiamo dire oggi quali saranno i luoghi – se davvero le strutture cambieranno – e quali saranno le persone – se le nostre comunità saranno diventate più accoglienti.
Soprattutto siamo desiderosi di dare risposte alle grandi questioni dei nostri giorni – la bioetica, l’ecologia, l’accoglienza, la pace – a partire da Gesù, dal nostro Signore. Da Lui che ci ha mostrato passioni forti e altrettanto forti tenerezze, che ci ha parlato di misericordia, della libertà dei figli di Dio, della supremazia dell’amore. Da Lui che tanto spesso dimentichiamo di citare nei nostri discorsi, così pieni di disquisizioni sulle istituzioni e sugli atteggiamenti da cambiare.

È tempo, infine, di continuare a ricercare!
Lo stile che ci piacerebbe portare avanti è più avvezzo a continuare a interrogarci – come ama dire qualcuno “ad avere i dubbi che vibrano più forte delle preghiere” – senza accontentarci delle soluzioni più comode.
Lo stile che dobbiamo portare avanti non deve dimenticare la preghiera e la contemplazione, come fonte vitale del nostro impegno, per non far svuotare di senso e di coerenza quanto diciamo.
Continuiamo a farci le domande: sappiamo sperare e costruire una chiesa dialogica e sinodale? siamo pronti ad annunciare il Vangelo ai poveri… alle donne, ai giovani, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati, a chi non ci crede più, a chi mai ci ha creduto, a chi non ci crederà mai? siamo in grado di preparare le strade al Signore Gesù?
Questo è una parte di quello che crediamo che ci serva, ricordando quanto ebbe a scrivere Dietrich Bonhoeffer dal carcere di Tegel: «La Chiesa è Chiesa soltanto se esiste per gli altri. [...] Deve partecipare agli impegni mondani della vita della comunità umana, non dominando, ma aiutando e servendo. [...] Essa dovrà parlare di misura, autenticità, fiducia, fedeltà, costanza, pazienza, disciplina, umiltà, sobrietà, modestia. [...] La sua parola riceve rilievo e forza non dai concetti, ma dall’“esempio” [la cui origine è nell’umanità di Gesù]» (Resistenza e Resa, San Paolo 1988, 463-464).

(altri interventi: http://137.204.8.65/statusecclesiae/status/common.php?pagina=vangelo_16_maggio.htm)

di Simona Borello (pubblicato su Voce del Popolo, 4/05/2009)

“chiccodisenape” riprende a camminare e non rinuncia al proprio stile, che tanto ha fruttato nell’iniziativa promossa lo scorso anno e giunta al culmine nel convegno Vi ho chiamato amici dello scorso 8 novembre.

Uno stile contraddistinto dal desiderio di collegare realtà differenti – gruppi parrocchiali, associazioni culturali, credenti “di frontiera” – in vista di una riflessione comune su questioni cruciali per l’annuncio del Vangelo nella contemporaneità. Un tentativo di “mettere in rete” andando oltre la frequenza con cui questa espressione è usata per coglierne l’essenza: valorizzare la diversità dell’altro, accogliere un differente modo di procedere, confrontare punti di vista dissonanti per trovare idee e azioni che possano essere benefiche e arricchenti per tutti.

Per questo motivo anche quest’anno i gruppi sono invitati a procedere in modo personalizzato per quello che concerne la scelta della tematica su cui riflettere, l’organizzazione degli incontri e la modalità di dibattito. Il collegamento con gli altri gruppi avverrà tramite la consegna di una relazione che metta in luce gli elementi essenziali del percorso vissuto (nel mese di ottobre) e il confronto in un’assemblea aperta, per valorizzare l’esperienza vissuta e confrontarsi sui nodi problematici (sul finire del prossimo inverno).

Possono partecipare all’iniziativa sia associazioni e movimenti già esistenti sia gruppi costituiti per l’occasione, che possono avvalersi della vicinanza del coordinamento di “chiccodisenape”. Singole persone interessate a partecipare alle riunioni di uno dei 16 gruppi già attivi possono chiedere informazioni a chiccodisenape@gmail.com.

Il cammino proposto per quest’anno parte da quattro tracce: tre di esse sono la naturale evoluzione degli argomenti affrontati durante il convegno, la quarta è stata sollecitata dall’attualità del dibattito su questioni bioetiche degli scorsi mesi.

Senza voler presentare nel dettaglio le tracce (che possono essere scaricate dal sito), facciamo rapidi cenni alle quattro tematiche:

Come Dio si dice oggi: i segni dei tempi sprona a cercare i luoghi di incontro tra gli uomini e Dio, per vivere attivamente la speranza e l’annuncio all’interno della chiesa e del mondo.

Profezia di fraternità interroga sullo stile del credente nel mondo dal punto di vista dell’impegno civico per la costruzione di relazioni fraterne e giuste tra persone, popoli, religioni e civiltà.

Liturgia e partecipazione dei laici affronta la questione della partecipazione responsabile dei laici alla vita della chiesa in una forma meno verticistica e più comunitaria, come auspicato nella costituzione conciliare sulla liturgia.

La vita e la morte: le nuove tecniche mediche alla luce del disegno di Dio sulla creazione invita a riprendere il tema della vita e della morte con serenità e intelligenza, riconoscendo la pluralità delle posizioni.

Contemporaneamente al percorso vissuto in diocesi, “chiccodisenape” sta partecipando a un coordinamento nazionale tra realtà ecclesiali simili che si incontreranno a Firenze il prossimo 16 maggio nel convegno Il Vangelo che abbiamo ricevuto. “chiccodisenape” presenterà una sintesi dei numerosi contributi arrivati alla segreteria da tutta Italia, oltre naturalmente a raccontare il percorso vissuto negli ultimi due anni.

Piccoli passi, ma vitali, come un chicco di senape. 

Per leggere i materiali completi e avere maggiori informazioni su “chiccodisenape” e le attività promosse visitare www.chiccodisenape.wordpress.com o scrivere a chiccodisenape@gmail.com.

Per il convegno di Firenze: www.statusecclesiae.net

“Il Vangelo che abbiamo ricevuto”:
a Firenze sinodo informale di credenti

(da Jesus, maggio 2009)

Si sono autoconvocati a Firenze per il 16 maggio. Monaci, teologi, laici, sacerdoti, parrocchie, fedeli “sfusi” e membri attivi di associazioni ecclesiali. L´obiettivo, come hanno scritto nel manifesto di invito, non è la «creazione di un movimento» o di una «Chiesa alternativa», ma quello di non far spegnere «la libertà dei figli di Dio, il confronto sine ira, la comunione, lo scambio».

Il disagio che una parte del popolo di Dio sente, «la sofferenza di non vedere al centro della comune attenzione proprio il Vangelo del Regno annunciato da Gesù ai poveri, ai peccatori, a quanti giacciono sotto il dominio del male, mentre cresce a dismisura la predicazione della Legge», saranno al centro del dibattito. «Vorrei però che fosse chiaro che questo incontro non è contro nessuno, ma è per qualcosa», spiega don Paolo Giannoni, oblato camaldolese, e uno dei principali promotori dell´iniziativa. Dal suo eremo di Mosciano, in Toscana, precisa che «nessuno è escluso da questo cammino. L´atteggiamento è inclusivo, di apertura. E dice di una Chiesa che, come la veste di Gesù, tessuta tutta d´un pezzo, è unita, ma non uniforme. Uniformarla significherebbe perdere la sua grande ricchezza. Di fronte a un metodo, che da anni si va affermando in via escludente, vogliamo un´apertura che dica chiaramente che il Signore ci ha chiamati a edificare non una Chiesa che condanna, ma una Chiesa che manifesti la misericordia del Padre, viva nella libertà dello Spirito, sappia soffrire e gioire con ogni donna e con ogni uomo che le è dato di incontrare».

Non sono stati gli ultimi atteggiamenti di Cei e Vaticano, la mobilitazione per il caso di Eluana Englaro o il ritiro della scomunica ai Levebvriani, a spingere alla riflessione. La convocazione di Firenze non è una reazione a caldo alle ultime vicende. L´iniziativa ha preso corpo oltre un anno fa, il titolo del convegno Il Vangelo che abbiamo ricevuto è stato deciso già lo scorso novembre e la sede, infine, fissata all´inizio dello scorso febbraio. Quando l´invito ha cominciato a circolare, le adesioni si sono infittite di giorno in giorno, dal Sud al Nord, da comunità storiche a singoli fedeli, da teologi come Stella Morra, Armido Rizzi, Oreste Aime, a monaci come il servita Camillo De Piaz, a storici come Bruna Bocchini Camaiani, Fulvio De Giorgi, Alberto Melloni.

«Quando sono stato sollecitato a prendere questa iniziativa», racconta ancora don Giannoni, «ero un po´ incerto. Anche perché credo che, a volte, uscire in pubblico sia controproducente. Poi, però, ascoltando tante persone, anche quelle che vengono qui all´eremo, mi sono reso conto che c´è, nella Chiesa, un malessere che va portato a chiarimento. Ci sono persone che oggi sentono la difficoltà di essere Chiesa. Negli anni del Concilio si stava nella Chiesa per la sua bellezza, oggi per motivi di fede. Ma bisogna aiutare a credere. Vedo tante esperienze di parrocchie e gente comune che coltiva la ricerca di fedeltà al Vangelo e al Vaticano II ma, in questa ricerca, c´è molta solitudine. L´incontro di Firenze serve anche a mettersi in rete perché l´isolamento che si percepisce non determini sconforto». Un appuntamento, dunque, per confermarsi a vicenda nella fede, per riprendere la parola pubblicamente contro quello “scisma sommerso” già denunciato nel 1991 dallo stesso don Giannoni e poi da Pietro Prini. Per ridare coraggio e spazio ai tanti credenti che, in contrasto con l´apparente trionfo di una Chiesa che grida, si allontanano silenziosamente da essa.

Don Paolo Giannoni condurrà il secondo momento della riflessione di Firenze, quello sulla forza del Vangelo. La prima parte, invece, è affidata a Enrico Peyretti, torinese, esperto di nonviolenza. Peyretti sintetizzerà le numerose testimonianze raccolte in vista della giornata. Che si concluderà con la riflessione sulla Chiesa della fraternità e della sororità proposta dal teologo catanese Pino Ruggieri. «Sarà un´esperienza di Chiesa sinodale», conclude don Giannoni, «cui dovrebbe seguire una tre giorni che dia ordine a quanto emergerà. Ma non c´è nulla di stabilito. Decideremo lì, in libertà, come camminare insieme».

(di Angelo Bertani, “Adista” Segni nuovi – n. 48 del 2 maggio 2009)

“Non mi riconosco più in questa chiesa”. Di fronte a questa drammatica affermazione, che si sente ripetere con una certa frequenza, è necessario assumere un atteggiamento di grande attenzione e comprensione; ma anche offrire una risposta non banale e tantomeno autoritaria.

Attenzione e comprensione perché le ragioni di disagio ci sono, e sono diffuse. Chi parla così esprime non solo una protesta, ma anche la speranza di una chiesa più bella, più fedele al Vangelo e agli uomini.

Ma serve anche una risposta non banale. Non una risposta prefabbricata, ma una consapevolezza da costruire con pazienza e amore tutti insieme. Lungo la storia tante persone hanno sofferto perché la chiesa non si presentava con le parole e i gesti più limpidi e opportuni. Molti hanno scelto di lasciarla in silenzio, altri di combatterla, altri di riformarla.

Un punto di partenza è la consapevolezza che “noi siamo chiesa”. Dunque se noi ci sforziamo di essere migliori miglioriamo la chiesa. E l’essere migliori non dipende tanto dalle idee più giuste (chi può dirlo?) quanto da un amore più grande. Un altro punto di partenza è che errori, sconfitte e infedeltà hanno segnato tutti i secoli della storia cristiana, che tuttavia è stata anche una storia di santità, eroismi, testimonianze evangeliche. In questi giorni tutti celebrano don Primo Mazzolari.

Ma conviene ricordare quante lacrime ha pianto nella canonica di Bozzolo quando l’avevano ridotto al silenzio e solo un coraggioso libraio di Brescia, Vittorio Gatti, stampava i suoi libri che oggi riempiono le librerie. Eppure don Primo aveva resistito e non aveva mai smesso di amare la Chiesa.

Henri de Lubac, grande teologo anche lui emarginato (e poi… cardinale), nelle Meditazioni sulla Chiesa scriveva: “Certo se nella Chiesa tutti fossero quello che dovrebbero essere, è chiaro che il Regno di Dio progredirebbe con un altro ritmo…”. Ma “non ricominciamo neppure a sognare una chiesa trionfante. Il suo maestro non le ha promesso successi strepitosi e crescenti… essa deve essere come il Cristo in agonia fino alla fine del mondo”.

Insomma, proprio perché “noi siamo chiesa”, è inevitabile una sofferenza per la sua e nostra insufficienza; ma è anche possibile un impegno, una “lotta quotidiana” perché la vita della chiesa sia meno inadeguata e più evangelica. È in questo spirito che molti vivono e lavorano nelle strutture e istituzioni della chiesa ed anche nell’anonimato delle esperienze personali. La Chiesa vera va ben al di là di quel che si percepisce dai media e dai documenti ufficiali. In questi mesi, in questi giorni si moltiplicano nuove iniziative di riflessione, confronto di esperienze (per esempio l’incontro di Firenze il 16 maggio intitolato Il Vangelo che abbiamo ricevuto, l’iniziativa Nostro ’58 di Luigi Pedrazzi, il Chicco di senape in Piemonte, i Viandanti, i Galilei…) che in larga misura nascono proprio dal disagio per l’attuale momento e per il rischio di uno “scisma non dichiarato”, e dal desiderio di ricostruire o rafforzare lo spirito di comunione e di partecipazione alla vita ecclesiale nello spirito del vangelo e del concilio Vaticano II.

E qui arriviamo al punto decisivo: per superare le tentazioni di abbandono o di polemica è necessario che nella chiesa e nei rapporti ecumenici si diffonda di più uno stile di dialogo e di comunione, a cominciare dalla “gerarchia”. È necessario che dalle parrocchie in su tornino (o comincino) a funzionare i consigli pastorali, i sinodi, luoghi di ascolto e di confronto. Non è augurabile: è necessario che i credenti laici si sentano rispettati, riconosciuti, ascoltati; e possano così costruire insieme a preti, vescovi e suore il volto amorevole di una chiesa in cui riconoscersi.

Ed è necessario che nasca una mentalità, una cultura che don Tonino Bello chiamava “convivialità delle differenze” perché nella Chiesa – circumdata varietate, diceva padre Balducci – possono esserci anche molte idee e stili differenti che sono spesso una ricchezza condivisa. E quando sono una difficoltà costituiscono l’occasione di esercitare il discernimento, la comprensione reciproca e l’amore vicendevole, che è poi il cuore dell’esperienza cristiana. “Vedete come si amano!” è infatti il segno per riconoscere i cristiani. Se no, non è Chiesa.

In cammino

Cari amici e care amiche,
stiamo vivendo giorni complessi, nei quali la nostra fede e’ sollecitata da interrogativi e preghiere, e il nostro senso civico si indigna e si domanda come sarebbe stato possibile evitare la tragedia in Abruzzo e se mai qualcuno paghera’ per questo.

Offriamo questo dolore in questi giorni di triduo pasquale al Signore della Vita, a Gesu’ che muore e risorge per noi. Insieme ricordiamo anche le centinaia di vittime di cui nessuno parla piu’, scomparse dalle pagine dei giornali e dai nostri pensieri oltre che dalla vita, inghiottite dall’abitudine oltre che dalle acque del Mediterraneo.

Ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che partono in condizioni disperate per inseguire il desiderio di una vita dignitosa o anche solo per salvarsi da situazioni disperate non manchi la nostra preghiera e il nostro ricordo. E la promessa che ci batteremo anche per loro, nella storia e nella Chiesa, piccoli ma vitali, come un chicco di senape.

A questo proposito, vi ricordiamo che e’ iniziata una nuova fase del nostro lavoro: insieme continueremo a riflettere sulla presenza di Dio, sull’essere laici, sulla vita nella Chiesa. Da oggi, nella sezione Proposta 2009, sono disponibili le nuove piste di riflessione e la proposta del metodo da adoperare.

Invitiamo nuovi amici a unirsi al nostro percorso, aggregandosi ai gruppi esistenti (l’elenco completo e’ su www.chiccodisenape.wordpress.com) o creandone uno nuovo. Ai gruppi chiediamo di segnalare la ripresa delle attivita’ e l’eventuale cambio di referente da contattare.

Che Gesu’ muoia e risorga nel cuore e nelle mani di ciascuno di noi,
gli amici e le amiche di chiccodisenape

Scelte o equivoci?

di Vittorio Rapetti, 01 aprile 2009 (editoriale Servizio Informazione dell’AC regione Piemonte-Valle d’Aosta)

POCHE … POCHE … POCHE … le parole spese a proposito della politica messa in atto “contro” l’immigrazione nel cosiddetto “pacchetto sicurezza”…

POCHE – ANCHE SE AUTOREVOLI – LE VOCI che si sono levate nel mondo ecclesiale per dire che questo tipo di politiche sono sbagliate, sia per il merito, sia per le conseguenze contropoducenti tra gli immigrati, sia per l’effetto “diseducativo” che inducono nella popolazione.

Poche voci che non hanno fatto notizia, neppure quella pacata ma chiara dell’ex-ministro degli interni Pisanu.

La perdurante manipolazione della situazione sociale operata dall’informazione e cavalcata anche da forze di governo, specie a proposito degli immigrati, ha condotto molte persone a pensare ad es. come “necessaria” l’affermazione del reato di immigrazione clandestina, come se il tentativo di sfuggire dalla fame e dalla disperazione si potesse equiparare ad una forma di delinquenza.

E’ questo il punto cruciale (da cui è derivata anche l’improbabile proposta di far denunciare i clandestini dai medici, che ha comunque ottenuto un effetto: spaventare e allontanare una parte di essi dai presidi dove possono essere curati) che non ci rende più capaci di metterci dal punto di vista dell’altro.

Una operazione di questo genere – condotta con metodo ormai da anni – si intreccia con le diverse forme di intolleranza religiosa, in particolare anti-islamica. E ciò di fatto vanifica tutti i tentativi per educare almeno i più giovani ad una sana considerazione del rapporto diritti/doveri, al senso dell’accoglienza e del rispetto dell’altro, alla comprensione dei problemi dello squilibrio globale, alla lotta al razzismo e alla delinquenza – quella vera – delle mafie e delle camorre (ed intanto si sbandiera il progetto della educazione costituzionale !).

Anche per questo lascia davvero sconcertati l’editoriale che – in merito alla nascita del nuovo partito di Berlusconi –è stato pubblicato dall’ “Osservatore Romano”, dove si legge che il “Pdl appare, alla prova dei fatti, maggiormente in grado di esprimere i valori comuni della popolazione italiana, tra i quali quelli cattolici costituiscono una parte non secondaria”.

Forse il risultato parlamentare sulla legge riguardante il testamento biologico ha prodotto ulteriori distorsioni nel giudizio che conducono a non vedere (o a non voler guardare) gli effettivi comportamenti politici, praticati da anni riguardo a tutto lo spettro dei problemi della nostra società: si rischia così di selezionare solo una questione (la cosiddetta “difesa della vita” o dei “valori cattolici”) e a tralasciare tutto il resto: dalla politica economica, a quella scolastica e sanitaria, dal rispetto delle istituzioni alle politiche di accoglienza, dalla lotta all’evasione fiscale a quella alla mafia, dalla politica internazionale rispetto alla guerra a quella riguardo alla integrazione europea, dal tipo di valori che vengono veicolati dai mass-media all’atteggiamento nei confronti della Costituzione, dal pluralismo dell’informazione allo stesso modello di leader interpretato dal presidente del consiglio.

Si finisce così di non vedere neppure come anche certe posizioni sulle questioni bioetiche o del “fine vita” diventino strumentali ad acquisire un certo consenso proprio dal mondo cattolico o a condurre battaglia trasversali rispetto ad altre istituzioni (anche in tal senso il caso di Eluana è stato eclatante).

Non è quindi fuori luogo domandarsi (con molta sofferenza, per il bene che vogliamo alla chiesa) perchè i criteri fondamentali della dottrina sociale cristiana – il perseguimento del bene comune, il rispetto delle istituzioni, l’attenzione ai poveri, il principio della solidarietà – paiono finire sullo sfondo del giudizio espresso dal Vaticano.

Ovviamente la posizione dell’Osservatore Romano ha avuto forte risalto sul mass-media, mentre è stata del tutto trascurata la comunicazione dei vescovi italiani che, tramite il segretario della Cei, ha ribadito la posizione generale della Chiesa che ”non sposa nessuna parte politica ma si rapporta con tutti in maniera costruttiva e positiva”.

Forse occorre domandarci il motivo di tutto ciò … perchè questo ‘meccanismo’ (fatto di scelte o di equivoci o di entrambe le cose) continuerà, con riflessi non solo sul piano politico (siamo alle soglie di importanti consultazioni elettorali), ma anche interni alla chiesa, dove avranno sempre più credito le posizioni integraliste e intolleranti e dove gli sforzi di dialogo tra sensibilità diverse diventano sempre più ardui.

Esprimo un parere del tutto personale: a me pare che – in termini apparentemente certo nuovi – siamo in una situazione simile a quella dei primi anni ‘20. Anche all’epoca il cattolicesimo democratico venne messo ai margini e delegittimato dalla gerarchia a vantaggio del fascismo, nell’illusione forse di poter usare e orientare Mussolini o rassegnandosi ad un “male minore”. Certo in quegli anni c’era un forte timore per il socialismo rivoluzionario ed erano ancora aperte questioni istituzionali tra lo stato e la chiesa.

Ma oggi non c’è alcun pericolo comunista alle porte, non c’è alcun nuovo concordato da firmare, non ci sono ulteriori prerogative che come chiesa possiamo/dobbiamo chiedere allo stato. Ben altri sono i problemi ed i miti da mettere in discussione. All’epoca la gerarchia cattolica impiegò alcuni anni per rivedere radicalmente il suo giudizio ed evidenziare come il regime fascista e quello nazista rappresentavano un nuovo paganesimo, che – come tutti i totalitarismi – erano contrari alla concezione cristiana della persona e dello stato.

Oggi – anche di fronte al pericoloso fascino che le mitologie nazi-fasciste esercitano su molti giovani – non dovremmo più cadere in questi equivoci, anzi come cristiani dovremmo essere i primi a preoccuparci. La paura e la chiusura individualistica, la debolezza delle agenzie educative come la famiglia, la scuola e la parrocchia, la superficialità culturale su cui naviga gran parte degli italiani non permettono di parlare tanto facilmente di “valori comuni delle popolazione italiana”. Peraltro tali valori andrebbero riconosciuti non tanto nel progetto di una parte, quanto in quella “carta” che è posta a fondamento di tutti.

Si tratta allora di ribadire con calma e chiarezza i punti essenziali della convivenza civile, così come li disegna la nostra Costituzione (che invece viene sottoposta continuamente ad una opera di delegittimazione), lì ci sono i valori comuni – ampiamente intrisi di cultura “cristianamente orientata” – che debbono orientare sia i comportamenti politici che quelli civili, della comunità e di ciascun cittadino; lì ci sono i criteri per comprendere la validità di un progetto o di una legge.

Il rischio reale è che la vittoria totale di una parte politica stravolga il sistema democratico, producendo indubbi vantaggi di semplificazione al sistema politico, ma a scapito di un tessuto civile e culturale già estremamente logorato dal consumismo e dalla mentalità individualistica, assai diffidente – a tratti ostile – verso la politica.

La società civile – frantumata e fluida – non appare più in grado di costituire una riserva di rigenerazione e di garanzia democratica rispetto alla classe politica, la crisi dei grandi soggetti sociali ed ecclesiali non consente facili percorsi di recupero, né sul piano politico né su quello religioso.

Ciò che differenzia profondamente gli anni ’20 da oggi è proprio la mancanza di una forte capacità di aggregazione e di formazione che la chiesa svolse durante il regime tramite l’AC, grazie ad un radicamento sociale oggi impensabile. Quella “cristianità” è irrimediabilmente finita, a meno che non ci voglia accontentare di una semplice religione di facciata (utile al massimo per il supporto all’ identità fragile delle persone e delle società dell’occidente in crisi) o si intenda nuovamente giocare la carta del devozionalismo; nessun vento tradizionalista e di contrapposizione al mondo potrà però sortire effetti profondi e duraturi sul piano della evangelizzazione e della testimonianza cristiana.

Ma queste illusioni – proprio perché paiono assicurare un premio in tempi brevi – restano pericolose e fuorvianti tanto in campo ecclesiale, quanto in campo politico.

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