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di Ugo Gianni Rosenberg, membro del coordinameno di Chicco di Senape – Torino.

Agli italiani di confessione cattolica-romana.
E per conoscenza agli italiani di tutte le confessioni cristiane e a chiunque, religioso o non religioso, voglia leggere.

Senza conoscerne le motivazioni, ma solo all’annunzio televisivo, ho provato uno spontaneo moto consolazione per la sentenza della corte europea che ha dato ragione a una madre che sostiene che il crocifisso non deve stare, per disposizione amministrativa statale, in un’aula scolastica della scuola dello stato italiano (scuola finanziata con le imposte di tutti i contribuenti, anche non cristiani o cristiani di altre confessioni diverse dalla cattolica-romana).

Tuttavia mi rendo conto che nella chiesa cattolica-romana forse non sono tanti a provare quello che provo io. Molti cattolici e fra loro molti vescovi potrebbero ora essere confusi e amareggiati perché pensano di trovarsi di fronte a un atto ostile della cultura laicista. Vorrei dunque offrire soprattutto a loro elementi di consolazione, dando le ragioni della mia gioia.

Mi rallegro innanzi tutto come cattolico perché la sentenza rappresenta per la chiesa cattolica una opportunità non comune. Infatti:

  • la possibilità di rinunziare pubblicamente, da parte nostra, a un privilegio statale potrebbe migliorare i rapporti con le altre confessioni cristiane che non usano il crocifisso come simbolo (ortodossi ed evangelici), l’ebraismo e le altre religioni, ed anche con chi non professa nessuna religione
  • crescerebbe la libertà e la indipendenza della nostra chiesa di predicare un Cristo crocifisso proprio se si accettasse la cancellazione di un dono (avvelenato perché non senza implicita attesa di scambio) dello stato
  • il crocifisso è riconosciuto in primo luogo, finalmente, come un simbolo religioso, dunque interno a una esperienza dove è decisiva la fede.

Mi rallegro poi anche come cittadino della res publica, perché si riafferma il principio che lo stato è di tutti i cittadini a qualsiasi tradizione religiosa o  non religiosa appartengano.

Ma soprattutto mi rallegro come uno che porta il nome “cristiano”, legato inscindibilmente alla croce di Cristo. Cacciata fuori dalla città come Gesù, la croce può cessare di essere annoverata fra gli oggetti di antiquariato del pantheon perbenista per tornare a splendere come nuda, spiazzante e solare via di redenzione. Infatti la croce di Cristo non può non essere “segno di contraddizione” (Lc 2,34) e spada che trapassa la nostra anima (cfr Lc 2,35), “scandalo” e “follia” (1Cor 1). La croce non ha da essere luogo di conciliazione filosofica del tipo “non possiamo non dirci cristiani”: punto della storia in cui “il mondo” ha rifiutato Dio in Gesù Cristo, essa è e resta “giudizio” su “questo mondo: adesso il principe di questo mondo sarà cacciato fuori. Ed io quando sarò levato in alto da terra attirerò tutti a me (Giov 12, 31-32); ovvero essa diventa idolo della libido di trionfo costantiniano e militare: “in hoc signo vinces”. Ma non può essere le due cose assieme: bisogna scegliere.

Lasciamo dunque che si straccino le vesti quelli per i quali la croce è prima di tutto un oggetto culturale, quelli che non hanno mai vegliato un’ora sola per adorare e cantare “Adoramus te Christe, benedicimus Tibi, quia per crucem Tuam redemisti mundum”; che non hanno mai meditato sull’inno di Filippesi 2; che credono che la “giustificazione” sia quella che firmano i genitori sui diari scolastici. Per loro, se il crocifisso non si riduce a  un complemento di arredo, a innocuo souvenir di un passato tanto remoto quanto vano (dicono “a chi può far male un crocifisso?”), diviene peggio ancora un vessillo, un elemento “forte” di identità nazionale, che dunque esclude dalla nazione, di per sé, dei cittadini che in quel simbolo non possono riconoscersi: almeno ebrei e pagani (1Cor. 1,23), per non parlare di evangelici, ortodossi, musulmani, credenti di altre religioni.

La successiva lettura della sentenza ha confermato il mio sentimento. Sappiamo (o meglio, forse non molti di quelli che parlano lo sanno, ma i dirigenti della chiesa dovrebbero informarsi) che il crocifisso è esposto nelle aule dello stato italiano in virtù di due atti amministrativi degli anni Venti ma successivi al 28 ottobre 1922: l’art. 118 del Regio Decreto n. 965 del 30 aprile 1924 e l’art. 119 del Regio Decreto n.  1297 del 26 aprile 1928. Il primo stabilisce (ritraduco dal francese della sentenza) che ogni edificio scolastico deve avere la bandiera nazionale e ogni aula l’immagine del crocifisso e il ritratto del Re, mentre il secondo include il crocifisso fra le dotazioni e i materiali necessari alle aule scolastiche. Ora lo spirito e i fini propri, mondani e politici, delle citate disposizioni, che nulla hanno che fare con la predicazione del Crocifisso in ordine alla fede in Cristo, sono leggibili in due ulteriori circolari ministeriale del M.P.I., la n. 68 del 22 novembre 1922, secondo cui la mancata esposizione del crocifisso “attenta alla religione dominante dello Stato come pure all’unità della Nazione” e la n. 2134-1867 del 26 maggio 1926, la quale vede nel crocifisso “il simbolo della nostra [cioè dello Stato] religione, sacro per la fede come pure per il sentimento nazionale. Non so neppure se i dirigenti della chiesa abbiano a suo tempo avanzato una richiesta informale in tal senso – sarebbe interessante fare un poco di storia – ma certo i documenti ora disponibili non ne fanno alcun cenno.  Del resto all’epoca vigeva lo Statuto albertino, secondo cui la religione cattolica apostolica romana è “la sola [corsivo mio] religione dello stato” e gli altri culti sono “tollerati”. Sono passati quasi sessantadue anni dall’entrata in vigore della costituzione repubblicana, ma in questo campo mi pare invano, perché il crocifisso è ancora lì assieme ai citati regi decreti. Attendevo perciò da tanti anni una sentenza che intervenisse su questa anomalia. Ma non è stato purtroppo possibile averla in Italia, perché la Corte Costituzionale dichiarò il 15 dicembre 2004 la sua incompetenza di giurisdizione nella causa in quanto il crocifisso, abbiamo visto, non è nelle aule in virtù di una legge ma di semplici provvedimenti amministrativi. Trovo tuttavia estremamente interessante riferire (senza poterli controllare sull’originale) i termini con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ricostruisce la posizione del Governo italiano nella citata procedura (del 2004!) avanti la Corte Costituzionale: “Il Governo sostenne che la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche era un ‘fatto naturale’, in quanto non era soltanto un simbolo religioso ma anche la “bandiera della chiesa cattolica”, la quale era la sola chiesa nominata nella Costituzione (art. 7 ). Bisognava dunque considerare il crocifisso come un simbolo dello Stato italiano [corsivo mio]”.

A sua volta la magistratura amministrativa percorsa fino all’ultimo grado e cioè al Consiglio di Stato dichiarò con due sentenze che il crocifisso è in sostanza un simbolo culturale (e quindi non un simbolo della fede cristiana). Infatti con sentenza del 17 marzo 2005 n. 1110 il tribunale amministrativo del Veneto ritenne, nel respingere il ricorso, che  il crocifisso era insieme “il simbolo della storia e della cultura italiane e pertanto dell’identità italiana, nonché simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza come pure della laicità dello stato”. Mentre il Consiglio di Stato, che pure respinse il ricorso il 13 febbraio 2006, argomentò “che la croce era diventato uno dei valori laici della Costituzione italiana e rappresentava i valori della vita civile”. Come se mi dicessero che anziché una riproduzione di Raffaello o di Giotto o del volto di Dante o di Garibaldi (altri simboli culturali o storici) sul muro appendo un crocifisso. Io come cristiano mi sento offeso da una simile possibilità. In tal modo lo scandalo e il paradosso della croce è banalizzato e ridotto a un oggetto sul muro. O peggio ancora, come ho detto sopra, la debolezza di Dio passa nel suo contrario, l’identità forte e ostile. Si rischia di arrivare alla idolatria.

Ma “è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione” (I Cor 1,21) e “ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”( I Cor 1,25). Più di quaranta anni sono passati pure dalla fine del concilio Vaticano II. Ho sognato che fossero i vescovi della chiesa italiana, per bocca della conferenza episcopale, a domandare allo stato: “togliete i crocifissi dalle aule pubbliche; la causa del Vangelo e della chiesa non ne ha alcun vantaggio, anzi ne viene danneggiata. ‘Noi annunziamo un Cristo crocifisso’ e possiamo rivolgerci a tutti con la bocca e con i nostri gesti fraterni, senza bisogno di oggetti simbolici e privilegi che creino pregiudizio verso la predicazione”. Ma non ricordo di avere parlato di quel sogno a nessuno: sarebbe stato temerario. Ora lo confido a tutta la chiesa per mostrare che alla sentenza della corte europea un cristiano-cattolico romano può guardare anche senza turbamento, anzi forse con riconoscenza, come oggi possiamo guardare alla fine del regime temporale. Non avendo noi il coraggio di seguire nostro Signore fino in fondo è inevitabile che non ci piaccia rinunziare al privilegio: accettiamo perciò almeno, senza resistere, quando a rinunziare ci obbligano altri. La sentenza non è insulto o persecuzione, ma anche se mai soggettivamente per i sentimenti di alcuni di noi lo fosse a causa dei motivi della madre ricorrente, proprio per questo essi si possono rallegrare (Mt 5,11-12). La sentenza non è oltraggiosa, ma se qualcuno di noi cattolici pensasse di essere oltraggiato potrà chiedere al Signore di esserne lieto, come in Atti 5,41 i discepoli se ne andarono “lieti di essere stati giudicati degni di essere stati oltraggiati per il nome di Gesù”. Se però non c’è letizia allora non vi è neppure oltraggio per il nome di Gesù.

Abbiamo udito una sera a Torino, alla sala del Santo Volto, una conferenza del prof. Cacciari invitato dal nostro Arcivescovo. Cacciari affermò con forza che la religio civilis rappresenta la fine per il cristianesimo occidentale, al quale viene assegnato un posto nel salotto mondano: “si accomodi lì”. Ebbene, questo è quello che interessa a chi si ripromette di mantenere i crocifissi dove stanno, purché poi la società sia ordinata a piacimento di chi ha potere, con buona pace di Gesù Cristo. Accettare che il crocifisso sia rimosso si muove invece, paradossalmente, proprio nella stessa logica del Crocifisso.

Invito a dibattito

Il Concilio, con tutte le speranze che aveva riattivato e la sua nuova concezione del “popolo di Dio”, è definitivamente sepolto?
E’ ancora vivo ed attuale un modo di essere chiesa che voglia stare dalla parte degli ultimi, non da quella del potere?
Quante esperienze vivaci, anche sotterranee, anche piccole, ma vive, rendono feconda e dinamica una dimensione di chiesa di base?
Su tutte queste domande vi invitiamo al dibattito su:
Il Concilio incompiuto: esperienze di base nella chiesa italiana
con Marcello VIGLI, autore del libro COSTRUIRE SPERANZA una chiesa altra per un altro mondo possibile
ed Enrico PEYRETTI direttore de IL FOGLIO
moderatore: Davide PELANDA caporedattore di TEMPI DI FRATERNITÀ

L’appuntamento è per venerdì 13 novembre 2009 ore 17.30 al Centro Studi Sereno Regis, via Garibaldi 13 – Torino

Carlo Maria Martini (Cardinale, arcivescovo emerito di Milano)
Corriere della Sera – 7 settembre 2009

«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito»: sono, secondo l’evangelista Lu­ca (23,46), le ultime parole che Gesù morente «grida a gran vo­ce ». Sono parole già presenti nel­la tradizione ebraica, dove figura­no nel Salmo 31, una sofferta pre­ghiera nella prova, che inizia con le parole «In te, Signore, mi so­no rifugiato; mai sarò deluso». Al verso 6 si trovano le parole fat­te proprie da Gesù morente: «Al­le tue mani affido il mio spirito; tu mi hai riscattato, Signore, Dio fedele». Ma molte altre nella Bib­bia sono le espressioni che indi­cano un abbandono dell’uomo nelle mani di Dio, come ad esem­pio il Sal 16[17],7: «Mi affido alle tue mani; tu mi riscatti, Signore Dio fedele». Nel Vangelo si può notare che Gesù, invece di invo­care il «Signore, Dio fedele», si rivolge al «Padre», il che dà all’af­fidamento una accentuazione di ancora maggiore fiducia e tene­rezza.

Noi sappiamo bene che que­sto concetto del «mi affido alle tue mani» è decisivo per ogni esi­stenza umana, a partire dal but­tarsi fiducioso del piccolo nelle braccia della mamma e del papà, fino a tutte quelle realtà a cui affi­diamo una buona parte della no­stra crescita e della nostra matu­razione, come la scuola, il grup­po di amici, le autorità civili e po­litiche, l’opinione pubblica e così via.

C’è oggi un’altra autorità a cui, più che in passato, noi sentiamo a un certo punto di essere «nelle sue mani». È l’autorità del medi­co, soprattutto quella che soprav­viene quando non siamo più ca­paci di aiutarci da soli nella no­stra vita fisica, quando si svilup­pano in noi malattie gravi, che ri­chiedono una cura competente e prolungata. Per questo il titolo dato al suo ultimo libro da Igna­zio Marino Nelle tue mani: medi­cina, fede, etica e diritti corri­sponde a questa esperienza di mettere, in certi momenti, il no­stro futuro e la nostra sopravvi­venza nelle mani di chi ha studia­to il corpo umano, le sue malat­tie e le sorprese che esso può ri­serbarci: quali sono in questo ca­so le mie giuste aspettative, quali i miei diritti e doveri, che cosa spetta alle autorità pubbliche, quali i dilemmi che il medico vi­ve in prima persona?

Emerge così chiaramente che quell’espressione «nelle tue ma­ni » non si riferisce soltanto ad al­tri, ma tocca anche in prima per­sona ciascuno di noi, che sente di essere «nelle proprie mani». Così vengono a collegarsi i due elementi, cioè la forza della me­dicina e il sapiente e prudente giudizio della persona. I progres­si dell’arte medica potrebbero portare avanti per molto tempo, usufruendo di macchine spesso complicate, anche una esistenza senza più coscienza né contatti con il mondo circostante, ridotta a pura vita vegetativa. Qui inter­viene il giudizio prudenziale non solo del medico, ma anzitutto della persona interessata o di chi ne ha la responsabilità, per di­stinguere tra mezzi ordinari e mezzi straordinari e decidere di quali mezzi straordinari vuole an­cora servirsi.

Il libro esamina tanta di que­sta casistica e lo fa non tanto con assiomi generali, ma con la me­moria di fatti avvenuti, di cui l’au­tore è stato testimone in prima persona. Una tale situazione in cui la vita fisica si trova in perico­lo è anche l’occasione per descri­vere da vicino i problemi e i di­lemmi che si pongono al malato come al medico e a tutti coloro che hanno a cuore il malato stes­so. Le enormi possibilità della scienza medica pongono non di rado di fronte a situazioni in cui è molto difficile stabilire che co­sa sia un «rimedio ordinario», cioè quegli strumenti che ciascu­no è tenuto, non per obbligo le­gale, ma per dovere e impulso in­teriore, a utilizzare, e che cosa si­ano invece quei «mezzi straordi­nari » che il malato o chi lo rap­presenta, può decidere per ragio­nevoli motivi, di utilizzare o di re­spingere. Nasce qui quella do­manda che vediamo emergere sempre più distintamente nel di­battito pubblico: fino a che pun­to può e deve spingersi la medici­na? Certamente, come afferma l’autore «è dovere del medico non accanirsi, sapersi fermare quando non c’è più nulla da fare anche se questo provoca frustra­zioni e sconforto». Ma quando si verificano questi casi, che vor­remmo ancora chiamare «estre­mi », in particolare quando «c’è uno stato che non solo impedi­sce di esprimersi e di relazionar­si col mondo esterno, ma blocca la coscienza e riduce la persona a un puro vegetare e tale stato si ri­vela, dopo un attento e prolunga­to esame, come irreversibile?».

L’autore cerca di informare il lettore di tutte queste realtà e queste possibilità, pubblicando anche i documenti relativi, talo­ra poco noti. Come narratore, egli ci fa partecipare ai suoi dub­bi e alle sue certezze, facendoci per così dire vivere come in pri­ma persona gli eventi narrati. Non si tratta solo di eventi riguar­danti l’interrogativo dei limiti della medicina, ma anche di fatti riguardanti per esempio le sfide della sperimentazione, in parti­colare dei trapianti. Dal tutto traspare una umani­tà e una onestà nel considerare i singoli casi che spinge alla fidu­cia nel mettersi «nelle mani» di tanti servitori della vita. Ciò però non esclude il rischio e la respon­sabilità che ciascuno deve saper assumere quando venisse il mo­mento di farlo. È così che chi sen­te il mistero di Dio incombere sulla propria vita potrà anche esprimere quella fiducia nelle mani del Padre, da cui siamo par­titi in questa breve riflessione.

“Tante famiglie in autunno saranno a rischio. Siamo la capitale della carità. Lavoro, c’è più attenzione”

di Flavio Corazza “La Stampa” – 5 settembre 2009

Cardinale Poletto, lei è arrivato 10 anni fa sulla cattedra di San Massimo, e stasera celebrerà una messa alla Consolata alle 18,15. Com’è cambiata la città da allora?
«Dieci anni fa conoscevo questa città per sentito dire. Sia sul piano ecclesiale che civile. Giungevo da Asti, e avevo il cuore pieno di timore e tremore. Mi affidai al Signore, chiedendogli un aiuto speciale per lavorare in una città così importante, affascinante ma complessa. La prima preoccupazione fu di conoscere le varie realtà. Nel primo anno ho incontrato ciascun sacerdote e ho ascoltato i laici. E ho elaborato un piano ecclesiale che non avesse scadenza annuale ma decennale. Poi mi sono inserito in punta di piedi nella realtà civile e sociale, avviando un confronto fin dal Giubileo 2000 che è stata la prima occasione di dialogo. Invitai a un convegno 1200 persone rappresentative del territorio a Teatro Nuovo e mi misi in ascolto. Da quella esperienza costituii un forum permanente con la società. Da allora riunisco qui da me due volte l’anno per un pomeriggio 14 persone rappresentative. Rispetto a 10 anni fa la città è cresciuta molto nell’attenzione alle povertà e alle problematiche connesse al lavoro: nella diocesi ci sono 600 centri di ascolto per dare aiuto ai poveri. Ho ascoltato lavoratori e imprenditori in decine di crisi aziendali, per incoraggiare la ricerca di soluzioni positive».

Insediandosi, disse che Torino aveva delle ferite aperte: sono rimarginate e se ne sono aperte altre?
«Oggi c’è la grande ferita aperta e sanguinante che la crisi finanziaria mondiale provoca in migliaia di famiglie. Cassintegrati, operai in mobilità, licenziati: molte famiglie che prima vivevano decorosamente con due stipendi ora sono magari senza reddito o con salari ridotti. Mentre il mutuo casa e la rata per l’auto restano».

E la Chiesa, oltre a stare vicino a queste persone, che cosa fa in concreto?
«Io cerco di aiutare i poveri grazie a una mia San Vincenzo, che ho trovato già organizzata. Ricevo tutti i giorni, anche oggi, tante richieste di aiuto. Per fortuna la San Vincenzo è strutturata in modo da andare a domicilio per verificare come dare aiuto nei limiti del possibile».

Quello che inizia potrebbe essere un autunno molto difficile per tanti, con decine di aziende che potrebbero non riaprire. E’ la situazione peggiore che ha vissuto?
«No, il momento peggiore fu quando si temeva che la Fiat non ce la facesse e potesse chiudere o fallire. Allora era peggio di oggi, con decine di migliaia di famiglie a rischio. Per fortuna Umberto Agnelli, succeduto al fratello Avvocato al timone della Fiat, prese la decisione giusta, investendo sull’auto. Da lì la svolta e poi l’arrivo di Marchionne e lo slancio degli ultimi anni. Il dialogo con la nuova dirigenza è meno formale di un tempo, e si entra spesso nel concreto».

Papa Wojtyla chiudendo la messa per il centenario della morte di don Bosco in piazza Maria Ausiliatrice nel 1988 invitò energicamente Torino a «convertirsi». La città si è convertita?
«Il Papa a pranzo manifestò un problema, e quell’invito forse nacque in quel contesto».

Che problema?
«Chiese a noi vescovi presenti: come mai una città così ricca di santi è anche così laica? Noi dicemmo: Santità, non pensiamo a nessuna causa particolare. E’ il frutto della storia passata, che ha lasciato tracce di laicismo poi consolidate. Io credo che tutti abbiano sempre bisogno di conversione. Il Papa, forse, avrà voluto dire: sono qui per ricordarvelo, e per invitarvi a non cancellare l’eredità dei santi. Da allora la situazione è migliorata. Ci sono ancora atei e gente che combatte i valori religiosi, ma ci sono più rispetto e considerazione nei confronti della realtà ecclesiale. Il clima di dialogo, pur su posizioni diverse, è sempre cresciuto».

Proprio a lei, per due anni e mezzo prete operaio autorizzato dal vescovo a Casale, è toccato celebrare i funerali dei 7 morti della Thyssen, la più grande tragedia del mondo del lavoro dell’Italia moderna. C’è stato un momento in cui ci si è scordati dei problemi dei lavoratori?
«Qui l’industria manifatturiera ha avuto e ha ancora grande spazio rispetto ad altri posti, ed è ben viva l’attenzione alle problematiche del mondo del lavoro. Indubbiamente quando capitano certe disgrazie le coscienze sono interrogate con più forza. Ancor prima della strage di dicembre, a giugno per San Giovanni, presi posizione contro la proprietà di quella fabbrica che aveva annunciato la chiusura per trasferire a Terni i dipendenti. Quando un’industria per qualche decennio ha insediato un suo stabilimento in un territorio ritengo abbia doveri di riconoscenza verso il territorio stesso. Questo concetto si è fatto strada, si veda quanto accaduto alla Indesit».

Ma è stato fatto qualcosa per migliorare la vita nei luoghi di lavoro? Anche l’Osservatore Romano ha a lungo tenuto la conta del numero dei morti sul lavoro, poi ha lasciato perdere.
«La prima cosa da fare, soprattutto nel campo dell’edilizia che ha il primato delle vittime, è la sicurezza della salute e della vita dei dipendenti. E lì le cose vanno migliorando. A Casale si muore ancora per il mesotelioma provocato dall’amianto della Eternit. Però ho anche visto come segni di progresso tre realtà produttive di Mirafiori – la linea della Grande Punto, il Centro Design e il Centro Produzione Abarth – che Marchionne mi ha chiamato a benedire di recente. Questi luoghi sono strutturati con un’attenzione particolare verso le persone».

Torino è ancora una città che fa carità, coltiva speranza e ha fiducia?
«Che faccia carità è fuori discussione, è la città della carità. Nessuna grande città ha strutture e disponibilità come la nostra. Vuole un esempio? Al Cottolengo c’è una donna di 86 anni, piccola di statura, che è stata portata lì quando ne aveva 6, e da allora non s’è mai mossa da questo luogo di carità. Realtà e storie come questa contagiano l’intera città, dai santi sociali ai giorni nostri. Un giorno Chiamparino mi ha detto: se tutte le parrocchie improvvisamente chiudessero io non saprei come tenere in piedi Torino. E’ un riconoscimento che il sindaco fa al grande ruolo della Chiesa nella città. Quanto alla fede, se guardiamo alla partecipazione alle messe domenicali siamo purtroppo a livelli molto bassi».

Dieci per cento?
«Circa, con situazioni a macchia di leopardo, da zone con il 2-3% al 10%, ma nei paesi si arriva anche al 40. Ma la fede non si può misurare solo così. Tanti tornano a messa al paese d’origine. Ma per fortuna quelli che vanno a messa sono più convinti di una volta. Quanto alla fiducia, certo non è periodo buono, con questa brutta botta della crisi… Molti si sono ritrovati a condizioni di vita che ritenevano superate, ma il mio messaggio è che bisogna credere alla Provvidenza. Il Padre celeste ci farà senz’altro uscire da questa brutta situazione».

E la crisi delle vocazioni?
«Non posso negarla. Il card. Fossati ordinava anche 30 sacerdoti l’anno, io uno-due se va bene. Il record è stato nove. Ma le vocazioni sono migliorate in qualità. Oggi quasi tutti i giovani che entrano in seminario hanno il diploma di maturità e la loro formazione è accurata».

Costruzione della moschea e sistemazione dei profughi, due casi aperti. Come risolverli?
«La Chiesa è per favorire l’accoglienza. Il diritto a emigrare è sacrosanto, ne hanno usufruito anche gli italiani. Ma sempre nel rispetto delle leggi e della legalità. Chi viene da noi per migliorare il tenore di vita deve avere la possibilità di trovare un lavoro e una vita decorosa. Quanto alla moschea penso che i musulmani abbiano diritto a un luogo di preghiera, ma secondo me deve passare ancora un po’ di tempo per costruire un minareto accanto a un campanile. Torino non è pronta. Nulla in contrario invece alle sale di preghiera, non li dobbiamo costringere a pregare in piazza».

La critica che l’ha ferita di più in questi 10 anni forse è stata per la costruzione della chiesa del Santo Volto, vero?
«Sì. Ho accettato le critiche ma sono andato avanti lo stesso anche perché avevo fatto una consultazione con il clero impegnandomi in anticipo ad accettarne l’esito. Il risultato fu un incoraggiamento ad andare avanti. Ora possiamo constatare che nel complesso del Santo Volto firmato da un architetto di fama come Mario Botta abbiamo realizzato una chiesa per una parrocchia di 13 mila abitanti, gli uffici della curia metropolitana, un centro congressi per 700 posti con un grande foyer e due piani di parcheggi. Il tutto senza chiedere offerte ai sacerdoti o ai fedeli, ma con il contributo di enti e fondazioni bancarie e con risparmi interni. Senza far debiti o intaccare le riserve diocesane».

E il momento più bello?
«La chiusura delle missioni diocesane, con 7 mila fedeli torinesi al pellegrinaggio e all’udienza del Papa per concludere l’anno di redditio fidei. Lì il Santo Padre annunciò l’Ostensione della Sindone dell’anno prossimo e ci promise che verrà a Torino».

Che ricaduta avrà sulla città l’Ostensione?
«Spero molto positiva. All’inizio pensavo di attendere ancora qualche anno, poi ho accolto le tante richieste ricevute anche per far vedere la Sindone dopo il restauro del 2002. Credo che la presenza della Sindone a Torino sia il segno che la città è benedetta da Dio».

Come sono i rapporti con gli enti locali?
«Con il Comune non ci sono mai stati contrasti, con la Regione – perché ha competenze diverse che abbracciano il campo sanitario e quindi anche etico – ci sono state a volte prese di posizione divergenti, ma sempre con rispetto delle persone».

Il pregio dei torinesi?
«Sono molto sensibili al rispetto delle istituzioni, forse retaggio dell’eredità sabauda. Pensano che le istituzioni, Chiesa compresa, sono cose serie. Con il passare degli anni ho scoperto una Torino migliore di quella che conoscevo prima».

E il difetto?
«Come potrei guardare la pagliuzza nell’occhio di gente che mi ha accolto così bene, senza prima vedere i miei limiti?».

(editoriale di Vittorio Rapetti - n.60, agosto 2009, Servizio di informazione e documentazione per responsabili e assistenti dell’Azione Cattolica – Delegazione Piemonte)

Appare alquanto necessario; fuori dai rischi di propaganda elettorale ma dentro – fino al collo – alla deriva della politica italiana.

Non mi sto a dilungare sulle vicende cosiddette “private” del capo del governo registro semplicemente lo sconcerto per quanto accade; ed è significativo che l’indebolimento di uno non sia motivo di soddisfazione per gli avversari, perchè tutti percepiscono che la questione non riguarda semplicemente un individuo, seppur tanto potente;

ma vi è uno sconcerto ancora più forte, che riguarda almeno due questioni alle quali sovente abbiamo accennato in questi anni (siamo arrivati al n.60 della nostra rassegna, iniziata 7 anni orsono !)

- la prima questione riguarda la condizione dell’informazione in Italia: essa è sempre più a rischio, visto il controllo pesantissimo su TV e giornali esercitato da un unico soggetto (o comunque da un blocco politico che rappresenta il 50-60% di italiani), ma considerando anche lo stile che hanno adottato in questi anni numerosi giornali, divenuti vere e proprie armi politiche che privilegiano la violenza verbale e la semplificazione, alimentando la divisione sociale e la paura, screditando persone e istituzioni, con obiettivo diverso dalla natura loro propria: fornire quelle informazioni utili a coagulare il consenso verso una persona e un blocco politico. E questo ha ben poco a che fare con la funzione di una stampa libera in un paese democratico.

- la seconda questione riguarda l’atteggiamento della Chiesa, o almeno di una parte consistente della gerarchia, ma anche del clero: molti non hanno voluto o saputo riconoscere i pericoli del berlusconismo e del leghismo (assai prima delle vicende sessuali di questo o quel personaggio, dei respingimenti o delle ronde), il loro stridente contrasto con i principi cristiani e con le affermazioni della dottrina sociale della chiesa. Si è lasciato correre sulla vera e propria “semina” di odio, di istigazione all’illegalità e all’intolleranza che in questi anni si è attuata in Italia. Si sono preferite altre battaglie, si sono denigrati e messi ai margini i cattolici democratici, si è parlato a lungo di “valori irrinunciabili” e di “principi non negoziabili”, sostenendo politici che – a parole – sbandieravano la “difesa della cristianità”.

La Chiesa è stata usata per far prevalere un blocco politico. Ora il disegno si è in larga misura realizzato (e registra inquietanti affinità con il vecchio progetto della loggia massonica ‘deviata’ P2). L’appoggio della Chiesa alla politica oggi sembra meno rilevante e necessario, ormai il consenso è conquistato e la fiducia (o quel che ne resta) è riposta e delegata al nuovo “Cesare”. I più recenti interventi di alcuni esponenti della gerarchia e del quotidiano “Avvenire” sono indubbiamente significativi, ma giungono ormai “fuori tempo massimo” per pensare che possano incidere sulla mentalità diffusa dei cattolici italiani; una mentalità formatasi negli ultimi 15 anni grazie ad una apertura di credito al centro-destra, che ha fatto leva sempre di più sul sentimento di insicurezza e di paura della gente (rispetto ad una questione ineludibile come quella delll’integrazione degli immigrati), ma che non ha certo promosso una riflessione diffusa sul modello di società che intendiamo costruire, nè su una nuova mediazione tra fede e realtà storica in trasformazione.

Nel frattempo – e proprio per questo – la Chiesa in Italia ha accumulato un notevole discredito presso non poche persone, che in essa nei decenni scorsi avevano scorto un riferimento “alto”, spirituale e morale. Inoltre questo rapporto con la politica ha condizionato anche la vita interna alla chiesa, facendo sempre più aumentare il peso delle componenti più clericali, tradizionaliste e anticonciliari, ma soprattutto lasciando un notevole disorientamento, anche per la evidente difficoltà a dialogare all’interno della chiesa.

Peraltro – nelle fasi in cui si è fatta meno acuta la battaglia in difesa della vita – in molte omelie è tornata a prevalere un atteggiamento volto a illustrare i tratti spirituali e teologici della fede, ma con una crescente difficoltà a raccordare/confrontare questi tratti con i dati esistenziali e socio-culturali; i temi della giustizia e dell’accoglienza hanno perso rilievo, pur in presenza di una crisi mondiale che sta pesando soprattutto sui più deboli. La prassi pastorale della chiesa – anche per il venir meno di persone e risorse – è sempre più concentrata sul campo liturgico e sacramentale; il ruolo dei laici resta sempre più ai margini, torna ad essere nella grande maggioranza delle parrocchie e diocesi quello di “collaborazione operativa”; ben poco si spende in formazione e nella costruzione di relazioni “adulte” e di “corresponsabilità” nella comunità cristiana.

In gioco non è il giudizio su una normale fase di governo gestita da forze politiche che hanno ottenuto un consenso dai cittadini, bensì è la mentalità diffusa che emerge dopo questa fase.

Gli italiani si ritrovano più impauriti, più violenti, più chiusi su se stessi, più disillusi della politica e della possibilità che questa si accompagni alla moralità e alla ricerca del bene comune.

Ed allora i comportamenti non solidali, egoistici, intolleranti o anche illegali trovano giustificazione, anzi diventano il vero modello di riferimento e rischiano di entrare in profondità anche nel modo di pensare dei cristiani, alcuni dei quali – anche praticanti – non riescono più a fare un collegamento tra valori cristiani e scelte concrete riguardo alla vita sociale e personale.

Tra i giovani tutto ciò è palese, ma la responsabilità principale va riferita al mondo adulto.

Ora non si tratta di fermarsi alla “denuncia”, ma di individuare i modi per fronteggiare questa crisi culturale e morale (ben più grave di quella economica, dalla quale comunque non si potrà certo uscire senza scelte di carattere solidale). Ogni soggetto dovrà fare la sua parte, sul piano politico, come su quello ecclesiale. Per questo la scelta dell’educazione come tema guida dell’attività pastorale e della riflessione culturale della chiesa italiana può diventare profetica, a condizione che sappia muovere da una lettura effettiva delle realtà e da una seria revisione delle attività pastorali svolte, senza tralasciare le questioni prima accennate : la questione del controllo dei mezzi di informazione/formazione, il rapporto tra chiesa e politica, il dialogo interno alla chiesa ed il ruolo del laicato.

Stranieri, non nemici

di Alberto Riccadonna (La Voce del Popolo – domenica 12 giugno 2009)

“Il reato di clandestinità esprime un inaccettabile rifiuto nei confronti dei popoli migranti”

A pochi giorni dal varo della nuova legge italiana sulla “sicurezza” abbiamo raccolto i commenti del giurista torinese Rodolfo Venditti, magistrato dal 1950 al 1993 e già docente di Diritto penale militare all’Università degli Studi. La notorietà del prof. Venditti – che fu tra l’altro dirigente regionale dell’Azione Cattolica – si estende da decenni in tutt’Europa soprattutto per i suoi studi sull’obiezione di coscienza al servizio militare e per il suo costante sforzo di affiancare la riflessione etica a quella giuridica.

Prof. Venditti, la nuova legge sulla sicurezza istituisce in Italia per la prima volta il reato d’immigrazione clandestina: chi entra o soggiorna illegalmente in Italia sarà d’ora innanzi punibile con un’ammenda (5-10 mila euro) e si terrà un processo davanti al giudice di pace per l’espulsione dal Paese. Quali valutazioni su questa nuova fattispecie di reato? È un reato che trova riscontro negli altri ordinamenti occidentali?

Va premesso che la nuova legge è un documento di 128 pagine che si occupa delle materie più disparate: dalla immigrazione alla mafia, dalle patenti di guida all’accattonaggio, dallo scioglimento dei consigli comunali all’imbrattamento degli edifici, dalla riforma di alcune norme del codice penale alla prevenzione di infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici, ecc….. La norma che istituisce il reato di immigrazione clandestina (detto anche “di clandestinità”) esprime in chiave giuridica un rifiuto netto (e, a mio avviso, gravissimo) che la società italiana, facente parte del cosiddetto “primo mondo” (sviluppatosi all’insegna del benessere economico e del consumismo), oppone allo straniero extracomunitario migrante, che proviene dal cosiddetto “terzo mondo” sottosviluppato e che è in cerca di una vita più umana rispetto a quella che ha sperimentato nella propria terra natale. È in atto un epocale movimento di popoli, provenienti dal “terzo mondo” e cioè, in massima parte, dall’Africa, dalla Cina, dal Sudamerica. Esso è conseguenza di squilibri demografici ed economici. In particolare l’Africa – da cui provengono le più recenti ondate migratorie verso l’Italia – è stata oggetto di uno sfruttamento plurisecolare da parte degli europei e dei nordamericani: uno sfruttamento disumano che non ha avuto alcun riguardo per le tradizioni di quei popoli, li ha depauperati delle loro risorse naturali, e tuttora monopolizza le grandi ricchezze di quei Paesi (dal petrolio ai diamanti). Vedere in ciascuno di quegli uomini e di quelle donne migranti un potenziale nemico e chiudergli la porta in faccia è un gesto disumano. Oltre tutto, è un gesto autolesionista, perché sappiamo bene che tanti umili lavori di cui la nostra società necessita sono oggi rifiutati dagli italiani e vengono accettati soltanto da stranieri immigrati. Non sono un esperto di diritto comparato, ma – per quel che so – non mi risulta che in altri Paesi occidentali sia previsto un reato di immigrazione clandestina. S’intende che se un immigrato commette un reato previsto dalla legge del Paese in cui si trova, verrà giudicato come viene giudicato qualunque cittadino di quel Paese che commetta un reato. Ma è assurdo che una semplice immigrazione non autorizzata venga punita come reato. Il massimo di sanzione non può essere che la espulsione. Il di più è xenofobia.

Vari esponenti della Chiesa Cattolica ritengono che il nuovo reato (e altri contenuti della legge: per esempio la schedatura dei clochard) siano segnali di una involuzione della legge italiana in senso anti-solidale e xenofobo. Lei concorda?

Concordo pienamente con quegli esponenti della Chiesa cattolica (come, ad esempio, mons. Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei migranti) che ritengono “non umana” e “non cristiana” una normativa di tal genere e che mettono in evidenza come essa sia in contrasto con i “forum” internazionali degli ultimi anni, i quali si sono pronunciati a favore della utilità e positività della immigrazione. Contrastano con tale orientamento internazionale anche parecchie altre norme di questa legge, le quali pongono a carico degli immigrati pagamenti di somme non indifferenti in occasione di pratiche varie, relative al rinnovo del permesso di soggiorno o alla richiesta di cittadinanza, ed introducono altresì fortissime restrizioni in materia di locazioni e di ricongiungimenti familiari.

La legge sulla sicurezza apre le porte a interventi di giustizia “fai da te” (le ronde popolari, lo spray al peperoncino per autodifesa…). Sono interventi compatibili con i principi che ispirano l’ordinamento italiano? Lei come li giudica?

Sentir parlare di “ronde popolari” suscita in me un istintivo disagio. Mi evoca il ricordo delle “ronde” fasciste che segnarono la mia infanzia e la mia prima giovinezza, quando, durante la seconda guerra mondiale, le ronde avevano, tra gli altri compiti, quello di garantire l’oscuramento notturno delle città minacciate dai bombardamenti: urlavano dalla strada se trapelava uno spiraglio di luce ed erano capaci di sparare a quella finestra terrorizzandoci tutti. Oppure le ronde naziste, in cui potevi incappare per strada ed essere caricato su un camion che ti portava in un campo di lavoro in Germania senza che la tua famiglia sapesse più nulla di te. Certo, qui la “ronda” ha un significato diverso: vorrebbe essere una pacifica guardia, la cui presenza scoraggia i malintenzionati e ti dà un aiuto avvisando l’Autorità competente se ci sono situazioni sospette. Inoltre si tratta di persone disarmate, in massima parte provenienti da una esperienza di polizia. E questo è positivo. Non mi sentirei di parlare d’una “giustizia fai da te”. Ma chi può escludere che fra quelle persone ci sia qualche testa calda che abbia voglia di menar le mani? O che abbia qualche idiosincrasia per i neri, i rossi o i gialli? La xenofobia è una malattia oggi assai diffusa in Italia. Confesso che qualche preoccupazione ce l’ho.

I vertici delle associazioni di magistrati e di avvocati sostengono che la nuova legge “fa la voce grossa”, ma è solo di facciata, perché è difficilmente applicabile e intaserà i tribunali. Hanno ragione?

Penso che abbiano ragione. Anzitutto, mi fa sorridere il fatto che una maggioranza politica che è in aperto conflitto con la magistratura e che si è attivamente adoperata per sottrarre i propri comportamenti alle sanzioni legislativamente previste (ha abolito reati come il “falso in bilancio”, ha ridotto scandalosamente i tempi di prescrizione dei reati, ha inventato impunità mediante il “lodo Alfano”, ecc.), si rivolga con questa legge alla magistratura come alla extrema ratio a cui affidare la efficacia delle nuove norme sulla immigrazione. Ma – ironia a parte – l’attuale legislatore non si è reso conto, forse, che le Procure della Repubblica e i Giudici di pace che dovranno occuparsi di questo reato saranno sommersi da masse enormi di processi per immigrazione clandestina, con grave danno per il funzionamento della giustizia, già gravata da una enorme sproporzione tra carico di lavoro e carenze di personale giudiziario. E tutto ciò a quale scopo? Quello di emanare una condanna al pagamento di una ammenda, cioè di una somma in denaro (da 5 mila 10 mila euro!), che il clandestino condannato non sarà certamente in grado di pagare. Conseguenza: l’intasamento degli uffici giudiziari, con innegabile danno per i cittadini in attesa di giustizia.

La società civile indubbiamente esprime una domanda di maggiore sicurezza sociale. La legge appena approvata, in definitiva, risponde o non risponde?

Sì e no. Non è una risposta sibillina. È una risposta dimensionata sulla enorme quantità di disposizioni che questa legge contiene. Dopo averne messi in evidenza alcuni gravi difetti, provo ad elencare alcuni pregi, cioè alcune norme che a me paiono positive. A) La previsione di nuove aggravanti del reato di rapina: a) fatto commesso all’interno di mezzi pubblici di trasporto; b) fatto commesso a danno di chi stia fruendo o abbia appena fruito dei servizi di istituti di credito, uffici postali o sportelli automatici per il prelievo di denaro. B) In tema di processi per mafia: a) art.41 bis reso più rigoroso e severo; severità estesa anche ai colloqui dei condannati con i loro parenti; b) esclusione dalle gare di appalto delle vittime di concussione e di estorsione aggravata che non abbiano denunciato i reati di cui sono state vittima (salvo il caso di “stato di necessità” o di “legittima difesa”). C) Non sono soggetti a revoca del permesso di soggiorno o alla espulsione gli stranieri che si trovino in Italia per asilo politico. Provvida disposizione; ma qui ci si imbatte nel fatto che in Italia non esiste ancora una legge sull’asilo politico. Tale lacuna dovrebbe essere urgentemente colmata. D) Finalmente, nel reato di rapina (art.628 codice penale) non sarà più possibile al giudice dichiarare la prevalenza delle attenuanti sulle aggravanti o la equivalenza tra le une e le altre, cioè – in pratica – togliere ogni rilevanza delle aggravanti nel computo della pena, facendole sparire in forza delle attenuanti. Tale riforma mi pare giusta, dato che le aggravanti previste per il reato di rapina attribuiscono a questo reato una connotazione di accentuata pericolosità sociale, della quale si deve tener conto nel determinare l’entità della pena. Si potrebbe obiettare: ma il giudice non era mica obbligato a dichiarare la prevalenza delle attenuanti. No, non era obbligato; ma tutte le volte che egli negava la prevalenza delle attenuanti, la difesa ricavava da ciò un motivo di appello o di ricorso per Cassazione. Questa nuova norma toglie dunque spazio ad inutili cavilli. E) Le severe disposizioni riguardanti chi imbratta i muri degli edifici e i fianchi dei treni e degli autobus pubblici: occorre reprimere con energia il comportamento di chi rivela un sovrano disprezzo per i beni pubblici e, comunque, per i beni altrui, compiendo atti di demenziale vandalismo che sporcano la città, i suoi edifici, i suoi monumenti, producendo grave danno, anche economico. Sembra una norma bagatellare, ma non lo è: è una importante norma di civiltà. L’ampiezza (piuttosto farraginosa) del testo legislativo in questione suggerirebbe molti altri spunti di riflessione. Ma il discorso diventerebbe lunghissimo.

sciopero blogger

il blog chiccodisenape aderisce alla giornata di silenzio per la libertà d’informazione on line solidarizzando con tutti i blogger italiani.

Chicco di senape (www.chiccodisenape.wordpress.com) è un gruppo di gruppi ecclesiali torinesi. Da una donna che ne fa parte viene questa meditazione, condivisa e fatta propria dal coordinamento, sul vangelo che giudica l´affanno pagano della nostra società. È questa paura che porta a leggi contro la giustizia, come quella del 2 luglio, cosiddetta sulla sicurezza, discriminante a danno degli immigrati. Il testo ci richiama all´impegno di solidarietà, si oppone alla politica dell´esclusione, chiede ai pastori della chiesa che parlino con forza evangelica per incoraggiarci tutti nella giustizia.

Nel sesto capitolo del Vangelo di Matteo meditiamo queste parole: 

[25]Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? [26]Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? [27]E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? [28]E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. [29]Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. [30]Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? [31]Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? [32]Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. [33]Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. [34]Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà gia le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

È un orizzonte di tranquilla fiducia nel Padre lo stile di vita a cui siamo chiamati come discepoli. Il mondo in cui siamo immersi, al contrario, ci vede continuamente correre ed affannarci per ciò che mangiamo, indossiamo, beviamo.

“Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia”.

Siamo in un mondo in cui ogni giorno tutto pressa per farci preoccupare, per farci reagire in termini di chiusura e di paura ai cambiamenti sociali e culturali che la storia ci invita a vivere.

“Ad ogni giorno basta la sua pena”.

E invece tutto ci sospinge verso atteggiamenti ansiosi e comportamenti diffidenti. Davanti alla reazione cosi pagana che il nostro Paese evidenzia nel momento in cui declina il sacrosanto diritto a vivere nella sicurezza solo per chi sicuro lo è già, noi vogliamo ricordare, con il nostro impegno di accoglienza, solidarietà, giustizia, che i credenti camminano come il cieco Bartimeo sulla strada dietro a Gesù, sapendo che l´unico peccato che non sarà mai perdonato è quello di non aver riconosciuto il Signore laddove si nascondeva: “ero povero e non mi avete accolto.”

Diciamo pertanto in nome del Signore Gesù che ci opponiamo a una modalità esclusivista che rifiuta la coesione sociale.

Chiediamo che i Pastori si pronuncino con forza e coerenza evangelica dando voce alla coraggiosa e continua opera dei credenti che anche nelle parrocchie e nelle associazioni ecclesiali di questo Paese si adoperano per ogni donna e ogni uomo che tendono la mano e chiedono misericordia e giustizia.

Messa Vigiliare della V Domenica dopo Pentecoste concelebranti i Vescovi provenienti da Europa, Africa, Asia e America latina partecipanti alla Delegazione dei Cardinali, dei Vescovi e dei Rappresentanti di Organizzazioni, Associazioni e Movimenti cattolici del Sud e del Nord del mondo in occasione del G8 – Milano, Duomo – 4 luglio 2009

Omelia 

L’umanità ha bisogno di un “cuore nuovo” - La speranza di Cristo, fonte di solidarietà 

Carissimi,

abbiamo aperto questa celebrazione vigiliare con l’ascolto dell’annuncio della risurrezione del Signore. Un annuncio di speranza, anzitutto: in Gesù infatti risorge non solo la sua umanità, ma grazie a lui all’intera umanità è ridata una speranza nuova, capace di varcare persino i confini della morte.

Di questa speranza e di questa vita nuova – che anche oggi ci vengono promesse e donate – siamo chiamati ad essere non semplici uditori, ma annunciatori, testimoni e promotori. Si tratta infatti di una speranza troppo grande perché possa rimanere confinata dentro di noi; è invece offerta “per voi e per tutti”, come diremo tra poco, è per l’intera umanità!

Ci è chiesto di risalire al fondamento di questa speranza, affinché non venga intesa in modo riduttivo – quasi un semplice appello emotivo che sfiora appena la superficie del nostro animo – ma inquieti la nostra coscienza, smuova in profondità le nostre decisioni e le nostre scelte e susciti in noi e negli altri un impegno responsabile, deciso e costante. 

1. Le pagine della Sacra Scrittura che abbiamo ascoltato ci parlano di una speranza che viene da lontano. Il libro della Genesi, cioè delle origini del mondo e dell’umanità, ci ha mostrato come la fedeltà di Dio, che è da sempre, si manifesta anzitutto come alleanza con Abramo e insieme con l’intera sua discendenza: «Ecco, la mia alleanza è con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni […] e da te nasceranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te» (Genesi 17,4.6-7).

Il testo sacro ci rivela un legame profondo, radicale, indissolubile che in Abramo Dio istituisce in modo definitivo con l’umanità. E’ un legame non di tipo contrattuale, perché Dio non dona in vista di una restituzione (peraltro impraticabile), ma dona, ama e amerà per sempre e senza condizioni ogni uomo, ogni popolo e nazione: così si è manifestato in Gesù, venuto – come afferma il vangelo che poco fa abbiamo ascoltato – «non per condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Giovanni 12,47).

Dio mette in gioco se stesso per primo, crea in Abramo un’alleanza unilaterale; domanda però che l’amore con cui ci raggiunge non sia gelosamente trattenuto da noi, ma attraverso di noi possa arrivare responsabilmente a molti altri. Dio non si attende “restituzioni”; vuole però che, in forza del suo patto d’amore, riconosciamo con gioia e serietà la fraternità che tutti ci lega: una fraternità universale che non può più essere solo enunciata in modo vago o solo sussurrata in contesti lontani da quelli in cui si decidono le sorti dei popoli e il loro sviluppo e si progettano i passi del riconoscimento di una vera dignità di tutti e di ciascuno. I diritti dei deboli non sono diritti deboli! Sono diritti che vanno proclamati, riconosciuti, difesi e promossi! Con tutte le nostre forze! Ciò vale per i singoli e ciò vale per i popoli, vale per l’unica grande famiglia umana.

In altre parole, potremmo dire che in ogni nostra scelta – ma soprattutto nelle decisioni che riguardano la società o il mondo – ci troviamo di fronte ad un’inquietante, drammatica alternativa: scegliere in vista del proprio interesse o in vista del bene comune, di tutti, e di tutti nel loro insieme. Sì, la prospettiva dischiusa dall’alleanza in Abramo ha purtroppo come alternativa la logica perversa di Caino, e quindi il mancato riconoscimento della fraternità. Alla domanda del Signore: dov’è Abele, tuo fratello? Caino rispose: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Genesi 4,9). 

2. Siamo così introdotti ad una riflessione di particolare attualità. Esiste, ed è quanto mai diffuso, un egoismo che potremmo chiamare “sociale”, un egoismo che, dietro il velo dell’apparente difesa dei propri diritti, nasconde visioni quanto mai ristrette, di chiusura, di vera e propria contrapposizione. E se queste visioni vengono lasciate cadere è solo quando si è certi che gli altri possano essere funzionali ai propri interessi. E così, sia nei comportamenti individuali sia in quelli pubblici, l’apertura agli altri e il riconoscimento dei loro giusti diritti spesso cambia a seconda che gli altri rientrino o meno nei nostri progetti e ci possano recare qualche vantaggio.

Ma questa è una forma di ingiustizia accuratamente ricoperta di apparenti “buone” ragioni. Troppo spesso l’ingiustizia si diffonde nascondendosi sotto il velo dell’apparente difesa dei propri diritti! Eppure, per chi è onesto, non è difficile distinguere la vera dalla falsa giustizia: il criterio principale è riconoscere se è compatibile con i diritti di tutti o di alcuni soltanto.

Questo nostro tempo, tuttavia, ci offre non poche possibilità di dare risposta a questo “egoismo sociale”, o collettivo, che confonde la difesa degli interessi di alcuni con il riconoscimento del bene e dei diritti di tutti, l’unico – quest’ultimo – in grado di garantire una pace autentica.

L’incontro tra i Leader del G8, che avverrà nei prossimi giorni nel nostro Paese nella città dell’Aquila, è un’opportunità che ci è data per far sentire la voce che esprime la coscienza cristiana che avverte come proprie le necessità di molti popoli del mondo, che purtroppo non hanno voce. Di questa “non-voce” la nostra coscienza vuole farsi carico!

In piena sintonia con la Lettera delle Conferenze Episcopali Cattoliche ai Leader dei Paesi del G8 dello scorso 22 giugno, non posso non riaffermare con forza, in primo luogo, che le conseguenze dell’attuale crisi – la cui responsabilità e le cui origini sono dei Paesi più ricchi – non devono alla fine ricadere pesantemente sui Paesi più poveri. In questo senso lo sviluppo dei popoli deve essere considerato questione assolutamente prioritaria e da condividere da parte di tutti: è da porsi ai primi posti nell’agenda di chi ha responsabilità nell’ambito dell’economia mondiale.

Come scrivono nella lettera citata i Presidenti delle Conferenze Episcopali ai rispettivi Leader: “I Paesi Membri del G8 dovrebbero far fronte alle loro responsabilità nella promozione del dialogo con le altre maggiori potenze economiche per aiutare e prevenire ulteriori crisi finanziarie”. E proseguono: “Inoltre dovrebbero onorare i loro impegni nell’aumento degli Aiuti allo Sviluppo per ridurre la povertà globale e raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, specialmente nei Paesi Africani”. Lo sviluppo, oltre che esigenza imprescindibile di ogni persona e di ogni popolo, è premessa indispensabile per la pace. E lo sviluppo economico, che pure non rappresenta ancora quello sviluppo integrale dell’umanità che tutti auspichiamo, ne è comunque l’indispensabile premessa.

In questo senso, la cancellazione del debito estero, la necessità di contrastare gli effetti devastanti dovuti ai cambiamenti climatici, l’esigenza di una governance globale dell’economia e della finanza come pure di una nuova regolamentazione del mercato delle risorse e dei beni a raggio internazionale, sono altrettante priorità che non ammettono dilazione alcuna. E se al riguardo si sono decisi degli interventi, è il caso di dire che pacta sunt servanda!

Milioni di persone al mondo subiscono ingiuste e drammatiche sofferenze, costrette come sono a migrare a causa delle difficili – se non proibitive – condizioni di vita nei Paesi d’origine. Molte di queste sofferenze sono provocate ai migranti talvolta da discutibili provvedimenti messi in atto da quei Paesi più ricchi che dovrebbero maggiormente impegnarsi in percorsi di accoglienza e integrazione seri, ragionati e rigorosi. Sono sofferenze che devono essere risparmiate ai migranti e alle popolazioni dei Paesi poveri realizzando con lungimiranza e coraggio gli interventi specificati dall’Agenda della speranza. Potrà avvenire così la desiderabile giusta regolazione del fenomeno migratorio e dei problemi che genera. 

3. A fondamento di questi interventi deve essere posto un sistema di relazioni rinnovate tra i popoli; e, ancor più profondamente, una cultura nuova, uno sguardo nuovo sugli altri, una libertà capace di impegno creativo, assiduo, intelligente. Anzitutto, da parte di chi possiede responsabilità tali da poter decidere le sorti di interi popoli. Ma anche da parte di tutti, chiamati ciascuno per nome come Abramo quest’oggi, a sentirsi “parte in causa” e non semplici spettatori dello sviluppo dell’umanità.

In una parola di sintesi, all’umanità occorre oggi un cuore nuovo, capace di pulsare in tutti con lo stesso ritmo e verso la stessa meta del vero, del bene e del giusto. Occorre quel rinnovamento profondo che solo il cuore di Dio può donarci – come sta accadendo in questa celebrazione eucaristica – come principio di una moralità e di una solidarietà a raggio mondiale.

A Dio, alla sua alleanza d’amore che non conosce incertezze o infedeltà, desideriamo adesso, tutti insieme, affidarci. E’ Dio in Cristo Gesù la nostra speranza. Guardando al mondo con i suoi occhi e il suo cuore riscopriremo sempre più le ragioni profonde della speranza autentica, che ci spingerà verso un futuro comune, condiviso e solidale, secondo il disegno di Dio e le attese del cuore d’ogni uomo. Al Signore chiediamo la forza e la gioia di continuare a camminare «sulle orme della fede del nostro padre Abramo» (Romani 4,12), entro quell’alleanza di fraternità universale che con lui ha preso inizio e che in noi ogni giorno si radica e si fa “vita della nostra vita”. 

+ Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano

 

Riportiamo intervista di Vittorio V. Alberti per la rivista è Sintesi Dialettica (www.sintesidialettica.it)

Padre Sorge, nella presentazione del suo editoriale sulla laicità in Giuseppe Lazzati, che apre il numero di maggio 2009 di «Aggiornamenti Sociali» [n. 05 (2009), pp. 325-330] si legge: «La prima preoccupazione di un laico cristiano non è quella di difendere un’identità, ma di maturare il coraggio di un impegno responsabile secondo lo spirito del Vangelo».Nel testo, lei scrive a proposito della «passione apostolica per la formazione di un laicato adulto» e di «laicità matura». Cosa si intende, dunque, per «laicità matura» e «laicato adulto»? Il concetto di laicità va interpretato in modo nuovo, più maturo. Il laicismo, quello classico di matrice illuminista, è superato storicamente e teologicamente. Storicamente, anzitutto. Oggi è difficile trovare posizioni assimilabili a quelle espresse da Jacques Chirac con la legge sul laicismo, che fece approvare al termine del suo mandato, con la quale si vieta in pubblico (a scuola) ogni simbolo religioso: dal velo delle ragazze musulmane alla kippah degli ebrei, al crocifisso (di «grandi dimensioni»!) dei cristiani.

Ormai, questa concezione di laicità è vecchia e superata. Non è un caso che il primo a parlare di «laicità positiva», oggi sia stato il nuovo presidente francese, Nicolas Sarkozy. Nella sua visita a Roma nel dicembre 2997 e poi ricevendo in Francia il Papa, nel settembre 2008, è arrivato a ripetere più volte che la coscienza religiosa non solo non è contraria alla laicità dello Stato e alla democrazia, ma che lo Stato ha il dovere (oltre che una grande utilità) di intessere il dialogo con le religioni e con le Chiese, in particolare con il cristianesimo. È il medesimo concetto, che era già stato recepito dal primo Trattato costituzionale europeo (quello bocciato nel 2005 dalla Francia e dall’Olanda). All’art. 52 esso non solo riconosceva la valenza sociale della religione (comma 1), ma stabiliva che le istituzioni europee avrebbero dovuto intrattenere un dialogo trasparente e continuativo con le Chiese.

Quando nel 2007 fu presentata a Lisbona la nuova versione del Trattato costituzionale europeo (in forma abbreviata), andai subito a vedere che fine avesse fatto il vecchio art. 52. Ebbene, nonostante le proporzioni ridotte del nuovo Trattato, e nonostante la forte opposizione dei radicali che volevano abolirlo, il vecchio articolo 52 è rimasto tale e quale anche nel testo rifatto, ovviamente cambiando di numero: è divenuto infatti l’art. 16C. Non era mai successo, dall’Illuminismo a oggi, che in una Costituzione moderna si facesse riferimento esplicito al dialogo con le Chiese!

La ragione è che la situazione storica è evoluta. Chi oggi potrebbe ancora negare le ricadute sociali della coscienza religiosa? Basta vedere come e perché è caduto il Muro di Berlino oppure che cosa ha rappresentato la coscienza religiosa in America latina per la liberazione di interi popoli dalla dittatura, o l’importanza del fattore religioso – se mi è consentito ricordare un’esperienza personale – nella lotta alla mafia in Sicilia negli anni della «Primavera di Palermo», una battaglia che continua.

Dunque, sul piano storico, ormai è dimostrata la falsità del presupposto del laicismo illuministico, secondo il quale la religione sarebbe solo un fatto privato della coscienza individuale, senza alcuna valenza sociale.

In secondo luogo, però, oltre all’evoluzione storica, si deve ammettere che anche la Chiesa ha camminato. Il Concilio Vaticano II è arrivato ad affermare che la laicità è un valore cristiano, e ha fondato questa sua asserzione sulla teologia delle realtà terrestri e sulla teologia del laicato. Infatti – spiega la Gaudium et spes – nella natura delle cose esistono finalità intermedie e strumenti propri per raggiungerle che non dipendono dalla rivelazione: cioè non sono di origine confessionale, ma laici. È il caso della politica, dell’economia, della scienza e della tecnica, della cultura.

Di conseguenza, se il cristiano vuole dare una testimonianza coerente della sua fede, deve essere laico, cioè deve rispettare le finalità, le regole proprie e l’autonomia che Dio Creatore ha immesso nelle realtà temporali.

Questa, dunque, è la laicità matura (o «positiva»). Essa, quindi, non va più intesa come frattura o estraneità, ma – come si legge anche nel preambolo e nell’articolo 1 della revisione dei Patti lateranensi tra Stato italiano e Santa Sede del 1984 – come collaborazione tra Stato e Chiesa nel pieno rispetto dell’autonomia delle due parti. È necessario che, senza invasioni di campo, Stato e Chiesa non si ignorino a vicenda, ma cooperino al bene comune dei cittadini i quali, nello stesso tempo, sono membri dello Stato e figli della Chiesa.

Di fronte all’acquisizione di questa forma più matura di laicità, perdono importanza e sono del tutto anacronistici i residui spezzoni di vecchio laicismo illuministico che tuttora sopravvivono anche in Italia.

Rispetto al rapporto concettuale e storico tra religione e politica; religione, democrazia e libertà, l’idea del popolarismo di Luigi Sturzo che, a suo tempo, si mosse tra intransigenza religiosa e intransigenza non religiosa, oggi rappresenta una prospettiva attuabile?

Non solo l’intuizione sturziana è attuabile, ma credo che – debitamente aggiornata – sia del tutto valida nella nostra società pluralistica. Infatti, il vero problema della democrazia matura – quella, per intenderci, a cui puntava Aldo Moro quando parlava della «terza fase» (e sono convinto che le Brigate rosse l’abbiano ucciso proprio per impedirla) – è come fare l’unità tra diversi nel rispetto delle differenze.

Per raggiungere questa mèta non c’è via migliore di una laicità nuova, sulla quale appunto si fonda anche l’intuizione di Sturzo: egli infatti rivolse il suo appello non ai soli cattolici (non accettò mai l’idea di un partito cattolico o di cattolici) ma a tutti gli uomini liberi e forti, credenti e non credenti [appello agli uomini liberi e forti del 1919, ndr].

Sturzo stesso era consapevole che, così facendo, si sarebbe prodotta una divisione tra cattolici, ma – come disse alla fine del famoso discorso di Caltagirone del 1905 – è meglio essere divisi tra progressisti e conservatori, piuttosto che stare uniti e poi elidersi a vicenda e rimanere tutti prigionieri dell’immobilismo.

Pertanto, il genio politico e la sua fede profonda spinsero Sturzo ad andare al di là di ogni impostazione confessionale della politica, convinto che il servizio cristiano al bene comune passa attraverso la capacità di mediare in scelte politiche «laiche», accettabili da tutti gli uomini di buona volontà, della luce che il Vangelo e il Magistero sociale della Chiesa gettano sull’uomo. Ebbene, questa intuizione originaria di Sturzo non si è mai potuta realizzare finora: la nascita del Partito popolare italiano, prima, e della Democrazia cristiana, poi, fu imposta da necessità storiche e contingenti; ma non era questa la sua linea, come egli stesso confessa apertamente nell’introduzione alla storia del Partito Popolare, scritta nel 1959, poche settimane prima di morire. Egli, invece, sognava la nascita di un’«area popolare democratica», riformista e non conservatrice, fondata su determinati principi morali, su un ethos condiviso, capace di fare unità tra soggetti provenienti da tradizioni politiche diverse. Fu lo spirito che poi sarebbe passato nella Costituzione repubblicana del 1948. Tante volte mi sono chiedo come abbiano fatto De Gasperi, Togliatti, Nenni, La Malfa, uomini così diversi tra loro e ideologicamente contrapposti, a firmare tutti insieme i primi dieci articoli della Costituzione. E, dopo averli firmati, De Gasperi certamente non si fece comunista, né Togliatti democristiano. Diversi erano, diversi sono rimasti. Eppure hanno trovato il modo di incontrarsi su un ethos comune, che poi altro non era che il DNA del bimillenario patrimonio culturale del popolo italiano. Posto questo comune fondamento etico, la diversità non è più un ostacolo, ma una ricchezza. I tentativi più recenti di ripensare l’intuizione sturziana furono certamente quelli messi in atto da Prodi, dall’Ulivo alla Margherita, al partito Popolare, fino all’esperienza del Partito Democratico. Il fallimento di questa iniziativa, in sé necessaria e benemerita, è stato causato soprattutto dalla mancata realizzazione di una comune cultura politica, eticamente fondata, che consentisse ai partner di andare al di là delle gabbie ideologiche di provenienza.

Non crede che oggi l’idea di laicità vada ben oltre il tradizionale confronto istituzionale tra la Chiesa e lo Stato?

Certamente. Di solito, quando parliamo di laicità, commettiamo l’errore di riferirci soltanto ai rapporti tra Stato e Chiesa. Ora, non c’è dubbio che questo fu, in principio, il senso predominante. Tuttavia, c’è anche una «laicità ideologica» che non è meno importante del significato primitivo illuministico. Infatti, esiste un dogmatismo ideologico non dissimile nelle sue manifestazioni da quello religioso, che impedisce la realizzazione di una laicità matura ed è un ostacolo altrettanto serio alla costruzione dello Stato «laico». In altre parole, accanto al confessionalismo religioso esiste pure un confessionalismo ideologico, altrettanto negativo.

Per fare un esempio, la crisi del governo di Romano Prodi nel 2008, fu causata dal fatto che, a un certo punto, vennero meno i due voti di maggioranza di cui godeva al Senato; la ragione fu che due esponenti di Rifondazione comunista furono bloccati dal loro dogmatismo ideologico (l’attaccamento ai principi marxisti della lotta di classe). Ciò fece risaltare maggiormente il comportamento esemplare di Enrico Berlinguer che, negli anni Settanta, divenuto segretario del suo partito, disse subito che avrebbe fatto ogni sforzo per rendere «laico» il PCI, intendendo «laicità» in senso ideologico, cioè come strappo dal dogmatismo marxista-leninista di Mosca. Cosa che egli puntualmente fece. Oggi dunque, quando parliamo di «laicità positiva», non ci riferiamo soltanto ai rapporti tra Stato e Chiesa, ma diamo al termine un’estensione molto più ampia.

In conclusione, non è possibile realizzare l’unità nella pluralità, necessaria sia per governare il Paese, sia per costruire l’Unione Europea e la pace nel mondo, se non si parte da una nuova concezione di laicità, intesa come superamento di ogni confessionalismo non solo religioso, ma anche ideologico. Le grandi carte internazionali dell’Onu sui diritti umani sono già un esempio di questa laicità positiva e matura.

Padre Sorge, qual è la sua idea riguardo al fondamento etico-religioso della democrazia, e sulla sua capacità di autoalimentarsi?

Penso, in particolare, alle elaborazioni di Ernst-Wolfgang Böckenförde, e al celebre dialogo bavarese tra Jürgen Habermas e Joseph Ratzinger. In questo contesto, vorrei introdurre anche il tema della «religione civile», secondo il sistema affermato negli Stati Uniti durante gli anni dell’influenza politica del pensiero neo e teoconservatore. E, di qui, la critica che lei ha rivolto all’idea di religione intesa come «identità culturale da difendere».

La necessità di dare un fondamento trascendente alla vita democratica, allo Stato, non è un’idea nuova. Mi viene in mente uno studio del 1911 di Benedetto Croce, il quale – oltre ad aver scritto il famoso saggio Perché non possiamo non dirci cristiani – sosteneva che nessun modello di società può sorreggersi, senza un fondamento etico; nello stesso tempo però – aggiungeva – non è possibile fondare eticamente un modello di società, se manca il supporto della coscienza religiosa. Croce, dunque – lui che non era cristiano – arriva a dire che la democrazia non è autosufficiente, non è in grado di autorigenerarsi, ma ha bisogno di un apporto di natura trascendente.

Questa stessa tesi è stata poi ripresa in anni recenti da Norberto Bobbio e, ai nostri giorni, soprattutto da Jürgen Habermas nel famoso dialogo con l’allora cardinale Joseph Ratzinger: c’è bisogno – conclude pure il grande filosofo – di un’ispirazione religiosa che rianimi il fondamento etico della democrazia europea.

Non credo che la soluzione sia da ricercare nella cosiddetta religione civile, che dall’America si è diffusa ora anche da noi. Essa, infatti, è viziata dall’uso strumentale che fa della religione a fini politici. Ciò appare chiaramente, per esempio, dalla teorizzazione che ne fanno gli «atei devoti» nostrani, da Marcello Pera a Giuliano Ferrara e altri. Essi pretendono, da atei, di usare il Cristianesimo come scudo culturale e politico, in particolare contro l’«invasione» dell’Islam. Purtroppo non mancano monsignori che ci vanno a braccetto; ma bisogna avere il coraggio di dire, come ha chiarito bene il Concilio che la religione, pur potendo ispirare le culture più diverse, tuttavia non si potrà mai ridurre a cultura, senza distruggere insieme e la religione e la cultura.

Se si guarda al primo emendamento della Costituzione americana sull’incompetenza dello Stato in materia di religione (un concetto riferibile anche alla dichiarazione conciliare Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa), l’idea americana come espressione libera della religione nello spazio pubblico si può legare all’idea della nuova laicità?

Da un certo punto di vista, direi di sì. Tuttavia – come ho appena detto –, occorre evitare il rischio di strumentalizzare la religione a finalità civiche. Su questo punto occorre essere chiari. La fede non può essere strumentalizzata a fini politici e civici, né la politica può essere usata a fini di evangelizzazione. L’autonomia della Chiesa e dello Stato deve essere totale e va preservata, senza indebite commistioni.

Tuttavia, come abbiamo visto, autonomia non è sinonimo di estraneità, né laicità è sinonimo di contrapposizione: entrambe sono destinate a incontrarsi in una leale collaborazione per il bene comune, ma senza sovrapposizioni. Quindi, i partiti non possono cercare il consenso politico usando simboli o strumenti religiosi, né la comunità ecclesiale può cercare appoggi politici alla propria missione religiosa, restituendo l’aiuto ricevuto in termini di consenso elettorale…

Padre Sorge, il neo e teoconservatorismo hanno ridotto il Cristianesimo al suo volto istituzionale eliminando il suo valore spirituale?

Direi proprio di sì. Rischiano di svuotare le istituzioni ecclesiastiche della loro anima. Infatti, la religione è essenzialmente fede. Se questa manca o si trasforma in cultura e in ideologia, le istituzioni della Chiesa che di per sé sono necessaria al servizio della fede, si trasformano invece in strumenti di potere, con danno e con scandalo per gli stessi fedeli. Cosa, purtroppo, oggi non infrequente!

In questo senso, nel suo editoriale di «Aggiornamenti Sociali» [maggio 2009] sostiene che la religione non va brandeggiata per difendere un’identità, o non si riduce a identità culturale?

Esattamente.

Anche il radicalismo laico riduce la religione a istituzione senza guardare alla sua qualità spirituale?

Certo. Tuttavia, riconoscere e salvaguardare il valore e la missione trascendente delle istituzioni ecclesiali, mentre non si può esigere da chi non ha fede, diventa invece grave responsabilità per i credenti.

Quindi, di fatto, il neoconservatorismo, il teoconservatorismo e il radicalismo laico si muovono, sebbene in certa opposizione fra loro, secondo il medesimo criterio?

Sì, la logica è la stessa. E coincidono nel fatto di essere e rimanere esterni a un ottica genuinamente religiosa.

Padre Sorge, quando la Santa Sede parla ufficialmente dei temi legati alla vita (molto più che a quelli legati alla pace nel mondo) non vi è una comunicazione adeguata degli organi di stampa? Come mai, insomma, sui giornali e telegiornali, il messaggio diffuso dalla Santa Sede non viene mai spiegato, chiarito, non ne sono mai illustrate le vere e profonde ragioni? In questo senso, l’ascoltatore o il lettore o l’analista spesso accusano la Chiesa cattolica di esporre una dottrina, addirittura, di tipo teocratico o oscurantista. Non le sembra che la sola diffusione di uno slogan (senza spiegazione), possa far fiorire – dall’una e dall’altra parte, religiosa e non religiosa – solo i radicalismi che, in quanto tali, scartano la complessità dei problemi? E, di qui, anche la povertà semplificatrice del linguaggio politico, che rivela assenza di strategia culturale…

Il problema è reale ed è grave. Esso è ulteriormente aggravato dal fatto che la Chiesa, in generale, continua a esprimere il suo insegnamento etico usando sostanzialmente termini e concetti oggi non immediatamente comprensibili, che appartengono piuttosto alla tradizione filosofica e teologica neoscolastica. Anche alcuni decreti conciliari risentono di questo limite di linguaggio. È un linguaggio che risulta assai chiaro e preciso per esprimere la dottrina. Anch’io, che ho studiato filosofia e teologia prima del Concilio Vaticano II, ho preso dimestichezza con la neoscolastica. E devo dire che mi è servita molto non solo perché mi ha insegnato a ragionare, ma anche perché mi ha consentito di compiere gli studi teologici in forma approfondita e serena.

Tuttavia mi rendo conto che se io oggi utilizzassi quelle categorie, molti non mi capirebbero. Non solo perché non si studia più la neoscolastica, ma soprattutto perché è cambiata la cultura, e con la cultura è cambiato il modo di confrontarsi con la realtà e con i problemi, il modo di esprimersi e di esprimerli.

È il problema che il cardinale Carlo Maria Martini affronta nel suo libro recente: Conversazioni notturne a Gerusalemme. Il suo merito è quello di usare categorie diverse da quelle tradizionali della neoscolastica, preferndo ricorrere all’uso di categorie bibliche, che risultano molto più comprensibili alla cultura di oggi, più aperte al soggettivismo dominante del pensiero moderno.

Penso anch’io che le maggiori difficoltà nella comunicazione degli insegnamenti della Chiesa oggi, specialmente per quanto riguarda alcuni problemi etici fondamentali, più che dalla dottrina in sé, provengano dal linguaggio usato e dal modo con cui vengono presentati. Voglio dire che oggi più che far cadere dall’alto della cattedra definizioni e decreti, serve l’accompagnamento della coscienza e delle persone, le quali vanno aiutate a superare dubbi e problemi. Spesso la Chiesa viene rifiutata senza neppure essere stata capita: o perché usa un linguaggio incomprensibile o perché indispone con il suo modo (giudicato «arrogante» e poco rispettoso della libertà di coscienza) di «imporre la verità».

Quando il Pontefice parla, si rivolge all’umanità intera, al mondo, e non solo a un Paese. Di qui la difficoltà di mediazione del cattolico liberale o democratico causata dalla comunicazione parziale che offrono i mezzi di comunicazione che, in genere, favoriscono la superficialità di giudizio o, peggio, l’integrismo. L’Arcivescovo Rino Fisichella [rettore della Pontificia Università Lateranense e presidente della Pontificia Accademia per la Vita] ha molto insistito sulle argomentazioni razionali del messaggio dei vescovi, cioè sull’etica più che sulla morale. In questo senso, ha spesso ribadito che le argomentazioni dei vescovi parlano alla ragione, dunque, da parte della gerarchia non vi è imposizione fideistica. Vorrei anche chiederle la ragione per la quale, all’interno della Chiesa, non si può parlare di conservatori e progressisti, come invece spesso si sente dire.

Vi sono due ragioni. Una più esterna: avendo noi italiani il Papa in casa ed essendo egli il Primate della Chiesa italiana, siamo abituati ab immemorabili a considerarlo, per così dire, soprattutto «nostro», interessato alle «nostre» faccende. Altrove, invece, lontano da Roma, è più facile pensare, e cogliere l’aspetto universale del suo messaggio.

C’è poi una ragione più interna e di fondo. Nella Chiesa italiana, e non da oggi, si confrontano due sensibilità diverse, che fra loro non sono alternative, ma rischiano di divenirlo. Lo scontro più forte si è avuto, forse, subito dopo il Concilio, quando le due sensibilità erano indicate l’una come la «cultura della presenza» e l’altra come la «cultura della mediazione». La prima sensibilità, tanto per intenderci, era quella tipica di Comunione e Liberazione, la seconda quella dell’Azione Cattolica.

Con la «scelta religiosa», compiuta negli anni ’70, da Paolo VI di fatto favoriva la linea della mediazione culturale (e della nuova laicità). Sostenuto dall’Azione Cattolica di Vittorio Bachelet, Papa Montini riuscì a portare tutta la Chiesa italiana su questa posizione. Si trattava, in pratica, di rivalutare la missione essenzialmente religiosa della Chiesa (ribadita con chiarezza dal Concilio), ponendo termine al «collateralismo» politico tra la Chiesa e la DC, nato nella situazione eccezionale dell’immediato dopoguerra quando, dopo vent’anni di dittatura fascista, gli italiani del tutto impreparati dovevano non solo ristabilire il regime democratico, ma scegliere l’appartenenza a uno dei blocchi in cui era diviso il mondo: tra gli Stati Uniti e il blocco sovietico (verso il quale spingeva il PCI, il partito comunista più forte d’Occidente). La Chiesa, in quel frangente, dovette svolgere un’azione di supplenza e sostenne la presenza dei cattolici nella DC. Ora però, negli anni ’70, era chiaro che, dopo decenni di vita democratica, quell’appoggio non aveva più senso. Con la «scelta religiosa», la Chiesa italiana voleva sottolineare, in fedeltà agli orientamenti del Concilio, che il compito dei Pastori è quello di formare e illuminare le coscienze, ma senza collateralismi politici, come spiega la Gaudium et spes. La scelta di Paolo VI non significava affatto disprezzo o noncuranza per la politica. La Chiesa avrebbe seguito sempre con molto interesse e attenzione le vicende politiche del Paese, ma lo avrebbe fatto rimanendo sul suo piano specifico, che è quello etico-religioso e culturale.

Nello stesso tempo, accanto alla «cultura della mediazione», è sempre stata viva nella comunità ecclesiale italiana la «cultura della presenza», più cara a Comunione e Liberazione e alla quale si sentiva più vicino lo stesso Giovanni Paolo II. Infatti, egli tornò subito a parlare di «presenza sociale» trainante della Chiesa e di unità dei cattolici sul piano culturale e politico, in occasione del Convegno ecclesiale di Loreto (1985). Secondo questa sensibilità pastorale, il primato della «presenza sociale» deve tradursi a cominciare dall’affermazione della verità e dei «valori assoluti non negoziabili», anziché dal dialogo. Il rischio, ovviamente, è quello dell’integrismo e del fondamentalismo religioso. Specialmente in politica. Infatti, l’arte politica è per definizione l’arte della mediazione; i valori assoluti non si possono tradurre immediatamente in legge, ma in regime democratico e nella società pluralistica bisogna fare i conti con il consenso e con una certa gradualità nell’avvicinarsi all’ideale. Ciò impone ai cristiani l’impegno di mediare in termini laici, accettabili anche dai non credenti, la luce che proviene dalla fede e dalla Dottrina sociale della Chiesa, seguendo fedelmente le regole democratiche, mentre si sforzano di realizzare il maggior bene possibile.

L’errore in cui spesso si cade sta nel considerare il primato della verità in opposizione al primato della carità. In realtà, carità e verità non sono alternative tra loro. Benedetto XVI lo ha messo in luce molto bene sia nell’enciclica Deus caritas est (2005), sia nel discorso al Convegno ecclesiale di Verona (2006) dove ha mostrato l’importanza di unire tra loro la «scelta religiosa» di Paolo VI e la «presenza sociale» di Giovanni Paolo II. Approfondirà questo discorso nella prossima sua enciclica sociale, della quale conosciamo il titolo Veritas in caritate? Ce bisogno: che tutti ci convinciamo che la fede non sta in una fredda adesione intellettuale alla verità, non sta nell’imporre agli altri i valori in cui crediamo; sta invece nel «fare la verità nella carità», come dice san Paolo (Efesini, 4,15). È molto importante che si faccia finalmente chiarezza su questo punto.

Anche la vicenda di Eluana Englaro (gennaio-febbraio 2009) ha escluso – o posto in secondo piano – la carità, almeno stando a quanto appreso dagli organi di informazione?

Questa, per lo meno, è stata l’impressione. Ritorna sempre più spesso, sul piano pastorale, la necessità di distinguere l’errore dall’errante, di coniugare la fedeltà alla dottrina con la misericordia verso chi sbaglia, la lotta al peccato con l’amore per il peccatore, la verità con la carità. La missione della Chiesa non è applicare freddamente le disposizioni del diritto canonico. Come Gesù, anche la Chiesa è nata non a giudicare e a condannare, ma a salvare e a dare la vita. La legge, certo, va tutelata e accettata con fede: non però a colpi di scomunica, ma per amore.

Ho sofferto molto, tempo fa, quando ho sentito della dura reazione di quel vescovo brasiliano, senza alcuna misericordia nei confronti di quella bambina di nove anni, con due gemelli in grembo, che è stata fatta abortire. Certo l’aborto è un grave peccato. E occorre ribadirlo. Ma, anziché insistere sul rigore della punizione e della scomunica prontamente comminata, perché non far sentire a quella povera bambina l’affetto materno della Chiesa, che desidera soprattutto starle vicina per aiutarla a superare quella drammatica situazione e a rifarsi una vita? Come si sarebbe comportato Gesù, lui che non ha condannato – come invece chiedeva la Legge – la donna colta in flagrante adulterio? È forse cristiano riaffermare i «valori assoluti non negoziabili», senza carità?

Come si coniuga il riconoscimento storico dell’affermazione del fattore religioso quale elemento decisivo della storia degli uomini, con le possibilità di affermazione del popolarismo, in particolare a proposito di laicità? Mutando il ruolo della religione dopo la caduta delle ideologie, e mutando dunque anche l’idea di politica, deve mutare anche l’idea di laicità? E, in questo contesto, le ripeto, occorrerebbe una ripresa del popolarismo per la definizione della nuova laicità alla luce dei mutamenti storici nel mondo attuale?

Penso proprio che sarebbe auspicabile. Finora il popolarismo, così come lo concepiva don Sturzo, non si è mai realizzato. Non c’erano le condizioni storiche per la sua attuazione, perché la società europea del ‘900 è stata tutta attraversata e pervasa dalle grandi ideologie, che rendevano praticamente impossibile realizzare una piena unità tra riformisti appartenenti a correnti di cultura politica tra loro opposte e dogmatiche.

Oggi, quelle ideologie sono finite, il dogmatismo ideologico di ieri non c’è più, e ciò apre la prospettiva della nuova laicità ideologica come possibilità di fare unità nella diversità. In questo nuovo contesto l’intuizione sturziana di unire tutti i riformisti in un’unica area politica non è più un’utopia. Purtroppo, come mostrano le vicende della politica italiana, siamo ancora troppo condizionati da cinquant’anni di vecchie lotte ideologiche. Ancora non siamo preparati.

Per quanto concerne in particolare i cattolici italiani, dopo la fine della «cristianità», non hanno ancora risolto il problema della loro presenza sociale e politica, anche perché non hanno ancora risolto il problema di una fede adulta, non più sociologica. Anche la Chiesa negli ultimi decenni ha mancato all’appuntamento; non si è impegnata come avrebbe dovuto nella formazione di un laicato maturo. È vero, sono nati tanti movimenti che, in qualche modo, hanno cercato di supplire; ma si è perso troppo tempo, e lo stesso Concilio non è stato ancora pienamente compreso e interiorizzato. Si sono perpetuate forme immature di fede, che spesso degenerano in forme di pietismo devozioni stico o addirittura di superstizione.

È urgente fare in modo che la domanda religiosa, che ritorna forte, diventi incontro con il Risorto nella Chiesa e non finisca – come spesso avviene – col rimanere una mera forma di religiosità naturalistica e psicologica e di sfociare in spiritualità tipo New Age, Yoga o Zen. L’incontro vivo con Gesù è un’altra cosa!

C’è dunque bisogno di una rinascita di fede autentica, che poi necessariamente si manifesterà nella carità, di cui il servizio politico e sociale è una delle forme più alte, accanto alla «scelta dei poveri». L’Italia ormai è da rievangelizzare.

Padre Sorge, oggi il laicato cattolico, anche rispetto alla produzione culturale, è indebolito? A parte qualche figura isolata, appare silente.

Me lo chiedo spesso anch’io: possibile che a parlare dei grandi temi etici oggi in discussione (famiglia, vita, embrione, procreazione assistita, eutanasia…) siano solo i vescovi? Se ne parlano solo i vescovi, tutti diranno che si tratta di questioni confessionali. Sono invece questioni di civiltà umana. I laici dove sono?

Certo non mancano ottimi fedeli laici, uomini e donne di fede matura e professionalmente preparati. Ma perché la loro voce non si sente? Dove sono oggi i De Gasperi, i Lazzati, i Moro? Quando lo chiedo, spesso mi sento rispondere: i laici ci sono, ma non li lasciano parlare! Forse è vero anche questo. C’è ancora troppa immaturità nella Chiesa. I ruoli della Gerarchia e dei fedeli laici non sono ancora ben definiti e, di fatto, i vescovi non si fidano dei laici.

Ora, i laici non vanno solo formati, ma bisogna riconoscere che vi sono scelte nell’ordine temporale che tocca a loro di compiere. I vescovi, certamente, devono parlare (purtroppo più spesso tacciono e la profezia è spenta dalla diplomazia!). Formare le coscienze è la loro missione. Pertanto devono giudicare anche della conformità o meno di una legge con il vero bene dell’uomo e della società, con la morale cristiana e con il Vangelo. Detto questo, però, non tocca ai vescovi dire ai parlamentari cristiani come devono votare in Parlamento, come una legge va emendata o se convenga indire un referendum. La missione evangelizzatrice della Chiesa è identica per tutti i battezzati, ma la funzione della Gerarchia e dei laici è diversa. Senza un laicato maturo e responsabile, non vi sarà neppure una comunità cristiana matura. Dopo il Concilio, la vecchia concezione «clericale» della Chiesa è ormai definitivamente superata non solo storicamente, ma anche teologicamente.

La laicità culturale presuppone la ragionevolezza (utilizzo un termine kantiano). La superstizione mina tale ragionevolezza?

Sì. Tuttavia bisogna stare attenti a non confondere la superstizione con la religiosità popolare. La religiosità popolare è una forma immatura di fede, ma è vera fede e, a modo suo, non è priva di ragionevolezza; invece la superstizione non è fede ed è del tutto irrazionale. Senza ragionevolezza, la religiosità popolare è destinata a rimanere una fede debole. Infatti, se è vero che la fede trascende la ragione, è anche vero che deve essere razionale, non può essere contro la ragione, ma su di essa si fonda. Pertanto, la superstizione, minando la ragionevolezza, mina anche la fede.

La laicità presuppone la categoria della libertà, e in essa vive sviluppandosi. Come intende il cristiano la libertà?

L’atto di fede è l’atto più alto di libertà. Io credo perché voglio liberamente credere, non perché l’oggetto della fede sia evidente. Una fede evidente non sarebbe più fede. Nella visione beatifica perderemo tutti la fede, proprio perché vedremo Dio così come egli è, e la conoscenza di lui sarà evidente. Io non posso credere, se non sono libero anche di non credere. Certo, la fede non è irrazionale, anzi suppone la ragione; tuttavia la ragione su cui l‘atto di fede si fonda non potrà mai darmi l’evidenza di ciò che credo.

Perciò, è fondamentale educare i fedeli alla libertà. Essi devono sapere che andare a messa la domenica perché è obbligatorio, non è fede matura; anche gli schiavi eseguono ciò che sono obbligati a fare. Invece, si deve andare a Messa perché si crede, cioè per libera scelta, per amore; non per forza o per dovere.

Mi inginocchio dinanzi all’Eucaristia non perché sia evidente che Cristo è presente nel pane e nel vino consacrati (visus, tactus, gustus in te fallitur), ma perché voglio liberamente credere alla Parola del Figlio di Dio (auditu solo tuto creditur). Che poi io avverta, nel fondo del cuore, la grazia dello Spirito che mi attira, mi fortifica e mi aiuta a credere…, questa è un’altra cosa; ma il mio atto di fede rimarrà un atto libero di volontà. In questo sta la gloria che diamo a Dio, credendo liberamente a Lui per amore.

Credo sia utile chiarire le ragioni della sospensione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani (2009). In questo gesto del Pontefice, si può rintracciare un segno di connessione con l’elaborazione della nuova o sana laicità?

Più che di sana laicità, propriamente si deve parlare di carità. Il Papa ha detto esplicitamente di aver voluto fare un atto di misericordia, in obbedienza al comando di Cristo: «se tu presenti la tua offerta all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5, 23s). Ciò che maggiormente mi ha colpito nel gesto del Papa è il fatto che egli sia andato oltre il diritto e oltre la doverosa preoccupazione dottrinale. Su tutto ha dato la precedenza all’amore, in piena aderenza allo «spirito» del Concilio. Da un lato, ha ribadito con chiarezza la necessità di essere fedeli alla dottrina (i lefebvriani – ha detto – devono sapere che «non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962»!), ma nello stesso tempo ha offerto ai vescovi scismatici l’opportunità di intraprendere un cammino di riconciliazione con la Chiesa. Il Papa con il suo gesto ha offerto loro l’occasione di dimostrare l’attaccamento che i lefebvriani professano alla Tradizione: come potrebbero rifiutare cinquant’anni di vita della Chiesa e di insegnamento magisteriale?

La maggioranza delle critiche rivolte al Pontefice rivelano, dunque, una incomprensione diffusa del suo gesto..

Credo che esista un certo clima di prevenzione nei confronti di Benedetto XVI, sia per i lunghi anni in cui è stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sia in seguito ad alcuni incidenti o disavventure, quali il discorso di Regensburg o il non essere al corrente del «negazionismo» della Shoah da parte del vescovo Williamson (uno dei quattro lefebvriani assolti). Certo bisognerà stare attenti che simili casi non si ripetano (di questo dovrebbe preoccuparsi la Curia romana…). Ciò detto, però, non possiamo non riconoscere il coraggio con cui Benedetto XVI nei suoi atti di governo della Chiesa rimane fedele ai criteri evangelici. Anche nel caso dei lefebvriani assolti, ha detto chiaramente che la sospensione dalla scomunica non comporta il loro pieno reinserimento, il quale vi sarà solo dopo che essi avranno accettato il Concilio e l’obbedienza alla Chiesa.

Quindi, essendo stato un atto di misericordia che si inquadra in un disegno molto più ampio, il Papa non ha voluto dare un segnale di accoglienza di un’istanza integrista, quale quella lefebvriana? Non si è trattato, insomma, si aprire a concezioni preconciliari…

No, in nessun modo. Nella sua lettera [Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai vescovi della Chiesa cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei quattro vescovi consacrati dall’arcivescovo Lefebvre, ndr] Benedetto XVI lo scrive esplicitamente, distinguendo tra «il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione»: dunque, amore e misericordia verso le persone, ma nello stesso tempo fermezza dottrinale. La scomunica è tolta, ma finché le questioni concernenti la dottrina non saranno chiarite, «la Fraternità San Pio X non avrà alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa».

In questo modo, il Papa riesce a eliminare anche la possibilità che si possano nominare altri vescovi lefebvriani?

Certamente. È questo il primo passo con il quale i lefebvriani dimostreranno di accettare la mano tesa del Papa.

Quindi l’esperienza lefebvriana si chiuderà con la vita dei quattro vescovi? È un modo, per così dire, di circoscrivere l’esperienza scismatica nel tempo?

Certamente il permanere della scomunica avrebbe alimentato lo scisma. Come poi andrà a finire la vicenda ora che la scomunica non c’è più, è difficile dire. Ma era importante che con un gesto distensivo si compisse il primo passo verso la riconciliazione. Non resta che pregare e operare affinché essa si realizzi pienamente e quanto prima.

Quindi, concludendo, non vi è una relazione tra il gesto di Benedetto XVI e la sua idea della nuova laicità…

Formalmente parlando è difficile far rientrare il gesto di carità di Benedetto XVI nel discorso che abbiamo fatto sulla laicità. Nonostante tutto, però, un accostamento si può fare per analogia. Si potrebbe dire che la «carità», in certo senso, è il corrispettivo teologico della «laicità», in quanto la carità realizza sul piano spirituale quella unità nella pluralità, che la laicità la rende possibile sul piano socioculturale e politico. Una bella espressione di Benedetto XVI sembra autorizzare questo accostamento un po’ audace: «Il cristiano – scrive il Papa (Deus caritas est, n. 31c) – sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore. Egli sa che Dio è amore (cfr I Gv 4,8) e si rende presente proprio nei momenti in cui nient’altro viene fatto fuorché amare». In altre parole – possiamo tradurre – vi sono casi in cui è meglio evitare di fare discorsi «confessionali» e lasciar parlare «laicamente» solo l’amore; infatti, così facendo, sarà Dio stesso – che è Amore – a parlare («laicamente») di sé.

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