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Pubblichiamo la lettera dei 3 parroci di Settimo Torinese. Riteniamo sia un utile contributo anche alle nostre riflessioni.

All’uscita delle chiese parrocchiali l’UDC sta raccogliendo firme contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo sulla questione del crocifisso nelle aule scolastiche. Abbiamo chiesto ai promotori dell’iniziativa di non sostare sul terreno della parrocchia, ma di collocarsi sul suolo pubblico. Vogliamo rendere ragione di questa posizione. 

Il crocifisso è per i cristiani un segno della violenza che si è scatenata -e purtroppo tante volte si scatena- contro il giusto e l’inerme; è il segno di una sofferenza condivisa; è il segno della misericordia di Dio che, attraverso le braccia allargate di Cristo crocifisso, accoglie tutti gli uomini. È dunque un segno di fraternità universale. Nei cristiani queste dimensioni del crocifisso sono state interiorizzate lungo i secoli. La sentenza di Strasburgo non tiene conto di sentimenti profondamente radicati nella coscienza della gran parte dei cittadini italiani; diciamo “italiani”, perché tale sentimento non è ugualmente condiviso in tutti i paesi dell’Unione Europea.

La reazione popolare alla sentenza dice dunque che molti italiani vedono ancora nel crocifisso un segno non solo della fede, ma anche della cultura e della civiltà occidentale. 

Siamo però anche convinti che la questione del crocifisso non possa essere affrontata sul piano legislativo né contro né pro. Né contro –come ha fatto la Corte di Strasburgo – perché la legge deve rispettare il sentire della maggioranza della popolazione; né pro perché non si può imporre per legge nei luoghi pubblici il segno di una vita data liberamente e gratuitamente.

Come credenti crediamo che “l’esposizione” vera del crocifisso passa attraverso lo stile di vita dei cristiani e non per legge.

Come cristiani cittadini crediamo che la via sia quella dell’imparare a parlarsi e ascoltarsi, creando nelle scuole un dialogo tra gli studenti, gli insegnati e i genitori presenti negli organismi di rappresentanza.

Dunque, né rimozione forzata né esposizione obbligatoria, ma proposta e dialogo. 

Denunciamo però le strumentalizzazioni messe in atto da alcune parti politiche che nulla hanno da spartire con i valori del Vangelo. Da alcune forze politiche il crocifisso viene brandito come una clava per colpire gli immigrati, viene strumentalizzato per alzare muri e viene usato per procacciarsi voti. E questo fanno appellandosi ai valori del cristianesimo.

Come parroci, responsabili delle nostre comunità parrocchiali, che sono l’espressione della Chiesa sul territorio, non vogliamo prestare il fianco a questi equivoci e per questa ragione abbiamo chiesto ai promotori dell’iniziativa di sostare sul suolo pubblico e non sul suolo della parrocchia. 

d. Silvio Caretto, Parroco di S. Vincenzo de’ Paoli
d. Paolo Mignani, Parroco di S. Guglielmo Abate – Mezzi Po
d. Teresio Scuccimarra, Parroco di S. Giuseppe Artigiano

di Ugo Gianni Rosenberg, membro del coordinameno di Chicco di Senape – Torino.

Agli italiani di confessione cattolica-romana.
E per conoscenza agli italiani di tutte le confessioni cristiane e a chiunque, religioso o non religioso, voglia leggere.

Senza conoscerne le motivazioni, ma solo all’annunzio televisivo, ho provato uno spontaneo moto consolazione per la sentenza della corte europea che ha dato ragione a una madre che sostiene che il crocifisso non deve stare, per disposizione amministrativa statale, in un’aula scolastica della scuola dello stato italiano (scuola finanziata con le imposte di tutti i contribuenti, anche non cristiani o cristiani di altre confessioni diverse dalla cattolica-romana).

Tuttavia mi rendo conto che nella chiesa cattolica-romana forse non sono tanti a provare quello che provo io. Molti cattolici e fra loro molti vescovi potrebbero ora essere confusi e amareggiati perché pensano di trovarsi di fronte a un atto ostile della cultura laicista. Vorrei dunque offrire soprattutto a loro elementi di consolazione, dando le ragioni della mia gioia.

Mi rallegro innanzi tutto come cattolico perché la sentenza rappresenta per la chiesa cattolica una opportunità non comune. Infatti:

  • la possibilità di rinunziare pubblicamente, da parte nostra, a un privilegio statale potrebbe migliorare i rapporti con le altre confessioni cristiane che non usano il crocifisso come simbolo (ortodossi ed evangelici), l’ebraismo e le altre religioni, ed anche con chi non professa nessuna religione
  • crescerebbe la libertà e la indipendenza della nostra chiesa di predicare un Cristo crocifisso proprio se si accettasse la cancellazione di un dono (avvelenato perché non senza implicita attesa di scambio) dello stato
  • il crocifisso è riconosciuto in primo luogo, finalmente, come un simbolo religioso, dunque interno a una esperienza dove è decisiva la fede.

Mi rallegro poi anche come cittadino della res publica, perché si riafferma il principio che lo stato è di tutti i cittadini a qualsiasi tradizione religiosa o  non religiosa appartengano.

Ma soprattutto mi rallegro come uno che porta il nome “cristiano”, legato inscindibilmente alla croce di Cristo. Cacciata fuori dalla città come Gesù, la croce può cessare di essere annoverata fra gli oggetti di antiquariato del pantheon perbenista per tornare a splendere come nuda, spiazzante e solare via di redenzione. Infatti la croce di Cristo non può non essere “segno di contraddizione” (Lc 2,34) e spada che trapassa la nostra anima (cfr Lc 2,35), “scandalo” e “follia” (1Cor 1). La croce non ha da essere luogo di conciliazione filosofica del tipo “non possiamo non dirci cristiani”: punto della storia in cui “il mondo” ha rifiutato Dio in Gesù Cristo, essa è e resta “giudizio” su “questo mondo: adesso il principe di questo mondo sarà cacciato fuori. Ed io quando sarò levato in alto da terra attirerò tutti a me (Giov 12, 31-32); ovvero essa diventa idolo della libido di trionfo costantiniano e militare: “in hoc signo vinces”. Ma non può essere le due cose assieme: bisogna scegliere.

Lasciamo dunque che si straccino le vesti quelli per i quali la croce è prima di tutto un oggetto culturale, quelli che non hanno mai vegliato un’ora sola per adorare e cantare “Adoramus te Christe, benedicimus Tibi, quia per crucem Tuam redemisti mundum”; che non hanno mai meditato sull’inno di Filippesi 2; che credono che la “giustificazione” sia quella che firmano i genitori sui diari scolastici. Per loro, se il crocifisso non si riduce a  un complemento di arredo, a innocuo souvenir di un passato tanto remoto quanto vano (dicono “a chi può far male un crocifisso?”), diviene peggio ancora un vessillo, un elemento “forte” di identità nazionale, che dunque esclude dalla nazione, di per sé, dei cittadini che in quel simbolo non possono riconoscersi: almeno ebrei e pagani (1Cor. 1,23), per non parlare di evangelici, ortodossi, musulmani, credenti di altre religioni.

La successiva lettura della sentenza ha confermato il mio sentimento. Sappiamo (o meglio, forse non molti di quelli che parlano lo sanno, ma i dirigenti della chiesa dovrebbero informarsi) che il crocifisso è esposto nelle aule dello stato italiano in virtù di due atti amministrativi degli anni Venti ma successivi al 28 ottobre 1922: l’art. 118 del Regio Decreto n. 965 del 30 aprile 1924 e l’art. 119 del Regio Decreto n.  1297 del 26 aprile 1928. Il primo stabilisce (ritraduco dal francese della sentenza) che ogni edificio scolastico deve avere la bandiera nazionale e ogni aula l’immagine del crocifisso e il ritratto del Re, mentre il secondo include il crocifisso fra le dotazioni e i materiali necessari alle aule scolastiche. Ora lo spirito e i fini propri, mondani e politici, delle citate disposizioni, che nulla hanno che fare con la predicazione del Crocifisso in ordine alla fede in Cristo, sono leggibili in due ulteriori circolari ministeriale del M.P.I., la n. 68 del 22 novembre 1922, secondo cui la mancata esposizione del crocifisso “attenta alla religione dominante dello Stato come pure all’unità della Nazione” e la n. 2134-1867 del 26 maggio 1926, la quale vede nel crocifisso “il simbolo della nostra [cioè dello Stato] religione, sacro per la fede come pure per il sentimento nazionale. Non so neppure se i dirigenti della chiesa abbiano a suo tempo avanzato una richiesta informale in tal senso – sarebbe interessante fare un poco di storia – ma certo i documenti ora disponibili non ne fanno alcun cenno.  Del resto all’epoca vigeva lo Statuto albertino, secondo cui la religione cattolica apostolica romana è “la sola [corsivo mio] religione dello stato” e gli altri culti sono “tollerati”. Sono passati quasi sessantadue anni dall’entrata in vigore della costituzione repubblicana, ma in questo campo mi pare invano, perché il crocifisso è ancora lì assieme ai citati regi decreti. Attendevo perciò da tanti anni una sentenza che intervenisse su questa anomalia. Ma non è stato purtroppo possibile averla in Italia, perché la Corte Costituzionale dichiarò il 15 dicembre 2004 la sua incompetenza di giurisdizione nella causa in quanto il crocifisso, abbiamo visto, non è nelle aule in virtù di una legge ma di semplici provvedimenti amministrativi. Trovo tuttavia estremamente interessante riferire (senza poterli controllare sull’originale) i termini con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ricostruisce la posizione del Governo italiano nella citata procedura (del 2004!) avanti la Corte Costituzionale: “Il Governo sostenne che la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche era un ‘fatto naturale’, in quanto non era soltanto un simbolo religioso ma anche la “bandiera della chiesa cattolica”, la quale era la sola chiesa nominata nella Costituzione (art. 7 ). Bisognava dunque considerare il crocifisso come un simbolo dello Stato italiano [corsivo mio]”.

A sua volta la magistratura amministrativa percorsa fino all’ultimo grado e cioè al Consiglio di Stato dichiarò con due sentenze che il crocifisso è in sostanza un simbolo culturale (e quindi non un simbolo della fede cristiana). Infatti con sentenza del 17 marzo 2005 n. 1110 il tribunale amministrativo del Veneto ritenne, nel respingere il ricorso, che  il crocifisso era insieme “il simbolo della storia e della cultura italiane e pertanto dell’identità italiana, nonché simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza come pure della laicità dello stato”. Mentre il Consiglio di Stato, che pure respinse il ricorso il 13 febbraio 2006, argomentò “che la croce era diventato uno dei valori laici della Costituzione italiana e rappresentava i valori della vita civile”. Come se mi dicessero che anziché una riproduzione di Raffaello o di Giotto o del volto di Dante o di Garibaldi (altri simboli culturali o storici) sul muro appendo un crocifisso. Io come cristiano mi sento offeso da una simile possibilità. In tal modo lo scandalo e il paradosso della croce è banalizzato e ridotto a un oggetto sul muro. O peggio ancora, come ho detto sopra, la debolezza di Dio passa nel suo contrario, l’identità forte e ostile. Si rischia di arrivare alla idolatria.

Ma “è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione” (I Cor 1,21) e “ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”( I Cor 1,25). Più di quaranta anni sono passati pure dalla fine del concilio Vaticano II. Ho sognato che fossero i vescovi della chiesa italiana, per bocca della conferenza episcopale, a domandare allo stato: “togliete i crocifissi dalle aule pubbliche; la causa del Vangelo e della chiesa non ne ha alcun vantaggio, anzi ne viene danneggiata. ‘Noi annunziamo un Cristo crocifisso’ e possiamo rivolgerci a tutti con la bocca e con i nostri gesti fraterni, senza bisogno di oggetti simbolici e privilegi che creino pregiudizio verso la predicazione”. Ma non ricordo di avere parlato di quel sogno a nessuno: sarebbe stato temerario. Ora lo confido a tutta la chiesa per mostrare che alla sentenza della corte europea un cristiano-cattolico romano può guardare anche senza turbamento, anzi forse con riconoscenza, come oggi possiamo guardare alla fine del regime temporale. Non avendo noi il coraggio di seguire nostro Signore fino in fondo è inevitabile che non ci piaccia rinunziare al privilegio: accettiamo perciò almeno, senza resistere, quando a rinunziare ci obbligano altri. La sentenza non è insulto o persecuzione, ma anche se mai soggettivamente per i sentimenti di alcuni di noi lo fosse a causa dei motivi della madre ricorrente, proprio per questo essi si possono rallegrare (Mt 5,11-12). La sentenza non è oltraggiosa, ma se qualcuno di noi cattolici pensasse di essere oltraggiato potrà chiedere al Signore di esserne lieto, come in Atti 5,41 i discepoli se ne andarono “lieti di essere stati giudicati degni di essere stati oltraggiati per il nome di Gesù”. Se però non c’è letizia allora non vi è neppure oltraggio per il nome di Gesù.

Abbiamo udito una sera a Torino, alla sala del Santo Volto, una conferenza del prof. Cacciari invitato dal nostro Arcivescovo. Cacciari affermò con forza che la religio civilis rappresenta la fine per il cristianesimo occidentale, al quale viene assegnato un posto nel salotto mondano: “si accomodi lì”. Ebbene, questo è quello che interessa a chi si ripromette di mantenere i crocifissi dove stanno, purché poi la società sia ordinata a piacimento di chi ha potere, con buona pace di Gesù Cristo. Accettare che il crocifisso sia rimosso si muove invece, paradossalmente, proprio nella stessa logica del Crocifisso.

Invito a dibattito

Il Concilio, con tutte le speranze che aveva riattivato e la sua nuova concezione del “popolo di Dio”, è definitivamente sepolto?
E’ ancora vivo ed attuale un modo di essere chiesa che voglia stare dalla parte degli ultimi, non da quella del potere?
Quante esperienze vivaci, anche sotterranee, anche piccole, ma vive, rendono feconda e dinamica una dimensione di chiesa di base?
Su tutte queste domande vi invitiamo al dibattito su:
Il Concilio incompiuto: esperienze di base nella chiesa italiana
con Marcello VIGLI, autore del libro COSTRUIRE SPERANZA una chiesa altra per un altro mondo possibile
ed Enrico PEYRETTI direttore de IL FOGLIO
moderatore: Davide PELANDA caporedattore di TEMPI DI FRATERNITÀ

L’appuntamento è per venerdì 13 novembre 2009 ore 17.30 al Centro Studi Sereno Regis, via Garibaldi 13 – Torino

Carlo Maria Martini (Cardinale, arcivescovo emerito di Milano)
Corriere della Sera – 7 settembre 2009

«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito»: sono, secondo l’evangelista Lu­ca (23,46), le ultime parole che Gesù morente «grida a gran vo­ce ». Sono parole già presenti nel­la tradizione ebraica, dove figura­no nel Salmo 31, una sofferta pre­ghiera nella prova, che inizia con le parole «In te, Signore, mi so­no rifugiato; mai sarò deluso». Al verso 6 si trovano le parole fat­te proprie da Gesù morente: «Al­le tue mani affido il mio spirito; tu mi hai riscattato, Signore, Dio fedele». Ma molte altre nella Bib­bia sono le espressioni che indi­cano un abbandono dell’uomo nelle mani di Dio, come ad esem­pio il Sal 16[17],7: «Mi affido alle tue mani; tu mi riscatti, Signore Dio fedele». Nel Vangelo si può notare che Gesù, invece di invo­care il «Signore, Dio fedele», si rivolge al «Padre», il che dà all’af­fidamento una accentuazione di ancora maggiore fiducia e tene­rezza.

Noi sappiamo bene che que­sto concetto del «mi affido alle tue mani» è decisivo per ogni esi­stenza umana, a partire dal but­tarsi fiducioso del piccolo nelle braccia della mamma e del papà, fino a tutte quelle realtà a cui affi­diamo una buona parte della no­stra crescita e della nostra matu­razione, come la scuola, il grup­po di amici, le autorità civili e po­litiche, l’opinione pubblica e così via.

C’è oggi un’altra autorità a cui, più che in passato, noi sentiamo a un certo punto di essere «nelle sue mani». È l’autorità del medi­co, soprattutto quella che soprav­viene quando non siamo più ca­paci di aiutarci da soli nella no­stra vita fisica, quando si svilup­pano in noi malattie gravi, che ri­chiedono una cura competente e prolungata. Per questo il titolo dato al suo ultimo libro da Igna­zio Marino Nelle tue mani: medi­cina, fede, etica e diritti corri­sponde a questa esperienza di mettere, in certi momenti, il no­stro futuro e la nostra sopravvi­venza nelle mani di chi ha studia­to il corpo umano, le sue malat­tie e le sorprese che esso può ri­serbarci: quali sono in questo ca­so le mie giuste aspettative, quali i miei diritti e doveri, che cosa spetta alle autorità pubbliche, quali i dilemmi che il medico vi­ve in prima persona?

Emerge così chiaramente che quell’espressione «nelle tue ma­ni » non si riferisce soltanto ad al­tri, ma tocca anche in prima per­sona ciascuno di noi, che sente di essere «nelle proprie mani». Così vengono a collegarsi i due elementi, cioè la forza della me­dicina e il sapiente e prudente giudizio della persona. I progres­si dell’arte medica potrebbero portare avanti per molto tempo, usufruendo di macchine spesso complicate, anche una esistenza senza più coscienza né contatti con il mondo circostante, ridotta a pura vita vegetativa. Qui inter­viene il giudizio prudenziale non solo del medico, ma anzitutto della persona interessata o di chi ne ha la responsabilità, per di­stinguere tra mezzi ordinari e mezzi straordinari e decidere di quali mezzi straordinari vuole an­cora servirsi.

Il libro esamina tanta di que­sta casistica e lo fa non tanto con assiomi generali, ma con la me­moria di fatti avvenuti, di cui l’au­tore è stato testimone in prima persona. Una tale situazione in cui la vita fisica si trova in perico­lo è anche l’occasione per descri­vere da vicino i problemi e i di­lemmi che si pongono al malato come al medico e a tutti coloro che hanno a cuore il malato stes­so. Le enormi possibilità della scienza medica pongono non di rado di fronte a situazioni in cui è molto difficile stabilire che co­sa sia un «rimedio ordinario», cioè quegli strumenti che ciascu­no è tenuto, non per obbligo le­gale, ma per dovere e impulso in­teriore, a utilizzare, e che cosa si­ano invece quei «mezzi straordi­nari » che il malato o chi lo rap­presenta, può decidere per ragio­nevoli motivi, di utilizzare o di re­spingere. Nasce qui quella do­manda che vediamo emergere sempre più distintamente nel di­battito pubblico: fino a che pun­to può e deve spingersi la medici­na? Certamente, come afferma l’autore «è dovere del medico non accanirsi, sapersi fermare quando non c’è più nulla da fare anche se questo provoca frustra­zioni e sconforto». Ma quando si verificano questi casi, che vor­remmo ancora chiamare «estre­mi », in particolare quando «c’è uno stato che non solo impedi­sce di esprimersi e di relazionar­si col mondo esterno, ma blocca la coscienza e riduce la persona a un puro vegetare e tale stato si ri­vela, dopo un attento e prolunga­to esame, come irreversibile?».

L’autore cerca di informare il lettore di tutte queste realtà e queste possibilità, pubblicando anche i documenti relativi, talo­ra poco noti. Come narratore, egli ci fa partecipare ai suoi dub­bi e alle sue certezze, facendoci per così dire vivere come in pri­ma persona gli eventi narrati. Non si tratta solo di eventi riguar­danti l’interrogativo dei limiti della medicina, ma anche di fatti riguardanti per esempio le sfide della sperimentazione, in parti­colare dei trapianti. Dal tutto traspare una umani­tà e una onestà nel considerare i singoli casi che spinge alla fidu­cia nel mettersi «nelle mani» di tanti servitori della vita. Ciò però non esclude il rischio e la respon­sabilità che ciascuno deve saper assumere quando venisse il mo­mento di farlo. È così che chi sen­te il mistero di Dio incombere sulla propria vita potrà anche esprimere quella fiducia nelle mani del Padre, da cui siamo par­titi in questa breve riflessione.

“Tante famiglie in autunno saranno a rischio. Siamo la capitale della carità. Lavoro, c’è più attenzione”

di Flavio Corazza “La Stampa” – 5 settembre 2009

Cardinale Poletto, lei è arrivato 10 anni fa sulla cattedra di San Massimo, e stasera celebrerà una messa alla Consolata alle 18,15. Com’è cambiata la città da allora?
«Dieci anni fa conoscevo questa città per sentito dire. Sia sul piano ecclesiale che civile. Giungevo da Asti, e avevo il cuore pieno di timore e tremore. Mi affidai al Signore, chiedendogli un aiuto speciale per lavorare in una città così importante, affascinante ma complessa. La prima preoccupazione fu di conoscere le varie realtà. Nel primo anno ho incontrato ciascun sacerdote e ho ascoltato i laici. E ho elaborato un piano ecclesiale che non avesse scadenza annuale ma decennale. Poi mi sono inserito in punta di piedi nella realtà civile e sociale, avviando un confronto fin dal Giubileo 2000 che è stata la prima occasione di dialogo. Invitai a un convegno 1200 persone rappresentative del territorio a Teatro Nuovo e mi misi in ascolto. Da quella esperienza costituii un forum permanente con la società. Da allora riunisco qui da me due volte l’anno per un pomeriggio 14 persone rappresentative. Rispetto a 10 anni fa la città è cresciuta molto nell’attenzione alle povertà e alle problematiche connesse al lavoro: nella diocesi ci sono 600 centri di ascolto per dare aiuto ai poveri. Ho ascoltato lavoratori e imprenditori in decine di crisi aziendali, per incoraggiare la ricerca di soluzioni positive».

Insediandosi, disse che Torino aveva delle ferite aperte: sono rimarginate e se ne sono aperte altre?
«Oggi c’è la grande ferita aperta e sanguinante che la crisi finanziaria mondiale provoca in migliaia di famiglie. Cassintegrati, operai in mobilità, licenziati: molte famiglie che prima vivevano decorosamente con due stipendi ora sono magari senza reddito o con salari ridotti. Mentre il mutuo casa e la rata per l’auto restano».

E la Chiesa, oltre a stare vicino a queste persone, che cosa fa in concreto?
«Io cerco di aiutare i poveri grazie a una mia San Vincenzo, che ho trovato già organizzata. Ricevo tutti i giorni, anche oggi, tante richieste di aiuto. Per fortuna la San Vincenzo è strutturata in modo da andare a domicilio per verificare come dare aiuto nei limiti del possibile».

Quello che inizia potrebbe essere un autunno molto difficile per tanti, con decine di aziende che potrebbero non riaprire. E’ la situazione peggiore che ha vissuto?
«No, il momento peggiore fu quando si temeva che la Fiat non ce la facesse e potesse chiudere o fallire. Allora era peggio di oggi, con decine di migliaia di famiglie a rischio. Per fortuna Umberto Agnelli, succeduto al fratello Avvocato al timone della Fiat, prese la decisione giusta, investendo sull’auto. Da lì la svolta e poi l’arrivo di Marchionne e lo slancio degli ultimi anni. Il dialogo con la nuova dirigenza è meno formale di un tempo, e si entra spesso nel concreto».

Papa Wojtyla chiudendo la messa per il centenario della morte di don Bosco in piazza Maria Ausiliatrice nel 1988 invitò energicamente Torino a «convertirsi». La città si è convertita?
«Il Papa a pranzo manifestò un problema, e quell’invito forse nacque in quel contesto».

Che problema?
«Chiese a noi vescovi presenti: come mai una città così ricca di santi è anche così laica? Noi dicemmo: Santità, non pensiamo a nessuna causa particolare. E’ il frutto della storia passata, che ha lasciato tracce di laicismo poi consolidate. Io credo che tutti abbiano sempre bisogno di conversione. Il Papa, forse, avrà voluto dire: sono qui per ricordarvelo, e per invitarvi a non cancellare l’eredità dei santi. Da allora la situazione è migliorata. Ci sono ancora atei e gente che combatte i valori religiosi, ma ci sono più rispetto e considerazione nei confronti della realtà ecclesiale. Il clima di dialogo, pur su posizioni diverse, è sempre cresciuto».

Proprio a lei, per due anni e mezzo prete operaio autorizzato dal vescovo a Casale, è toccato celebrare i funerali dei 7 morti della Thyssen, la più grande tragedia del mondo del lavoro dell’Italia moderna. C’è stato un momento in cui ci si è scordati dei problemi dei lavoratori?
«Qui l’industria manifatturiera ha avuto e ha ancora grande spazio rispetto ad altri posti, ed è ben viva l’attenzione alle problematiche del mondo del lavoro. Indubbiamente quando capitano certe disgrazie le coscienze sono interrogate con più forza. Ancor prima della strage di dicembre, a giugno per San Giovanni, presi posizione contro la proprietà di quella fabbrica che aveva annunciato la chiusura per trasferire a Terni i dipendenti. Quando un’industria per qualche decennio ha insediato un suo stabilimento in un territorio ritengo abbia doveri di riconoscenza verso il territorio stesso. Questo concetto si è fatto strada, si veda quanto accaduto alla Indesit».

Ma è stato fatto qualcosa per migliorare la vita nei luoghi di lavoro? Anche l’Osservatore Romano ha a lungo tenuto la conta del numero dei morti sul lavoro, poi ha lasciato perdere.
«La prima cosa da fare, soprattutto nel campo dell’edilizia che ha il primato delle vittime, è la sicurezza della salute e della vita dei dipendenti. E lì le cose vanno migliorando. A Casale si muore ancora per il mesotelioma provocato dall’amianto della Eternit. Però ho anche visto come segni di progresso tre realtà produttive di Mirafiori – la linea della Grande Punto, il Centro Design e il Centro Produzione Abarth – che Marchionne mi ha chiamato a benedire di recente. Questi luoghi sono strutturati con un’attenzione particolare verso le persone».

Torino è ancora una città che fa carità, coltiva speranza e ha fiducia?
«Che faccia carità è fuori discussione, è la città della carità. Nessuna grande città ha strutture e disponibilità come la nostra. Vuole un esempio? Al Cottolengo c’è una donna di 86 anni, piccola di statura, che è stata portata lì quando ne aveva 6, e da allora non s’è mai mossa da questo luogo di carità. Realtà e storie come questa contagiano l’intera città, dai santi sociali ai giorni nostri. Un giorno Chiamparino mi ha detto: se tutte le parrocchie improvvisamente chiudessero io non saprei come tenere in piedi Torino. E’ un riconoscimento che il sindaco fa al grande ruolo della Chiesa nella città. Quanto alla fede, se guardiamo alla partecipazione alle messe domenicali siamo purtroppo a livelli molto bassi».

Dieci per cento?
«Circa, con situazioni a macchia di leopardo, da zone con il 2-3% al 10%, ma nei paesi si arriva anche al 40. Ma la fede non si può misurare solo così. Tanti tornano a messa al paese d’origine. Ma per fortuna quelli che vanno a messa sono più convinti di una volta. Quanto alla fiducia, certo non è periodo buono, con questa brutta botta della crisi… Molti si sono ritrovati a condizioni di vita che ritenevano superate, ma il mio messaggio è che bisogna credere alla Provvidenza. Il Padre celeste ci farà senz’altro uscire da questa brutta situazione».

E la crisi delle vocazioni?
«Non posso negarla. Il card. Fossati ordinava anche 30 sacerdoti l’anno, io uno-due se va bene. Il record è stato nove. Ma le vocazioni sono migliorate in qualità. Oggi quasi tutti i giovani che entrano in seminario hanno il diploma di maturità e la loro formazione è accurata».

Costruzione della moschea e sistemazione dei profughi, due casi aperti. Come risolverli?
«La Chiesa è per favorire l’accoglienza. Il diritto a emigrare è sacrosanto, ne hanno usufruito anche gli italiani. Ma sempre nel rispetto delle leggi e della legalità. Chi viene da noi per migliorare il tenore di vita deve avere la possibilità di trovare un lavoro e una vita decorosa. Quanto alla moschea penso che i musulmani abbiano diritto a un luogo di preghiera, ma secondo me deve passare ancora un po’ di tempo per costruire un minareto accanto a un campanile. Torino non è pronta. Nulla in contrario invece alle sale di preghiera, non li dobbiamo costringere a pregare in piazza».

La critica che l’ha ferita di più in questi 10 anni forse è stata per la costruzione della chiesa del Santo Volto, vero?
«Sì. Ho accettato le critiche ma sono andato avanti lo stesso anche perché avevo fatto una consultazione con il clero impegnandomi in anticipo ad accettarne l’esito. Il risultato fu un incoraggiamento ad andare avanti. Ora possiamo constatare che nel complesso del Santo Volto firmato da un architetto di fama come Mario Botta abbiamo realizzato una chiesa per una parrocchia di 13 mila abitanti, gli uffici della curia metropolitana, un centro congressi per 700 posti con un grande foyer e due piani di parcheggi. Il tutto senza chiedere offerte ai sacerdoti o ai fedeli, ma con il contributo di enti e fondazioni bancarie e con risparmi interni. Senza far debiti o intaccare le riserve diocesane».

E il momento più bello?
«La chiusura delle missioni diocesane, con 7 mila fedeli torinesi al pellegrinaggio e all’udienza del Papa per concludere l’anno di redditio fidei. Lì il Santo Padre annunciò l’Ostensione della Sindone dell’anno prossimo e ci promise che verrà a Torino».

Che ricaduta avrà sulla città l’Ostensione?
«Spero molto positiva. All’inizio pensavo di attendere ancora qualche anno, poi ho accolto le tante richieste ricevute anche per far vedere la Sindone dopo il restauro del 2002. Credo che la presenza della Sindone a Torino sia il segno che la città è benedetta da Dio».

Come sono i rapporti con gli enti locali?
«Con il Comune non ci sono mai stati contrasti, con la Regione – perché ha competenze diverse che abbracciano il campo sanitario e quindi anche etico – ci sono state a volte prese di posizione divergenti, ma sempre con rispetto delle persone».

Il pregio dei torinesi?
«Sono molto sensibili al rispetto delle istituzioni, forse retaggio dell’eredità sabauda. Pensano che le istituzioni, Chiesa compresa, sono cose serie. Con il passare degli anni ho scoperto una Torino migliore di quella che conoscevo prima».

E il difetto?
«Come potrei guardare la pagliuzza nell’occhio di gente che mi ha accolto così bene, senza prima vedere i miei limiti?».

(editoriale di Vittorio Rapetti - n.60, agosto 2009, Servizio di informazione e documentazione per responsabili e assistenti dell’Azione Cattolica – Delegazione Piemonte)

Appare alquanto necessario; fuori dai rischi di propaganda elettorale ma dentro – fino al collo – alla deriva della politica italiana.

Non mi sto a dilungare sulle vicende cosiddette “private” del capo del governo registro semplicemente lo sconcerto per quanto accade; ed è significativo che l’indebolimento di uno non sia motivo di soddisfazione per gli avversari, perchè tutti percepiscono che la questione non riguarda semplicemente un individuo, seppur tanto potente;

ma vi è uno sconcerto ancora più forte, che riguarda almeno due questioni alle quali sovente abbiamo accennato in questi anni (siamo arrivati al n.60 della nostra rassegna, iniziata 7 anni orsono !)

- la prima questione riguarda la condizione dell’informazione in Italia: essa è sempre più a rischio, visto il controllo pesantissimo su TV e giornali esercitato da un unico soggetto (o comunque da un blocco politico che rappresenta il 50-60% di italiani), ma considerando anche lo stile che hanno adottato in questi anni numerosi giornali, divenuti vere e proprie armi politiche che privilegiano la violenza verbale e la semplificazione, alimentando la divisione sociale e la paura, screditando persone e istituzioni, con obiettivo diverso dalla natura loro propria: fornire quelle informazioni utili a coagulare il consenso verso una persona e un blocco politico. E questo ha ben poco a che fare con la funzione di una stampa libera in un paese democratico.

- la seconda questione riguarda l’atteggiamento della Chiesa, o almeno di una parte consistente della gerarchia, ma anche del clero: molti non hanno voluto o saputo riconoscere i pericoli del berlusconismo e del leghismo (assai prima delle vicende sessuali di questo o quel personaggio, dei respingimenti o delle ronde), il loro stridente contrasto con i principi cristiani e con le affermazioni della dottrina sociale della chiesa. Si è lasciato correre sulla vera e propria “semina” di odio, di istigazione all’illegalità e all’intolleranza che in questi anni si è attuata in Italia. Si sono preferite altre battaglie, si sono denigrati e messi ai margini i cattolici democratici, si è parlato a lungo di “valori irrinunciabili” e di “principi non negoziabili”, sostenendo politici che – a parole – sbandieravano la “difesa della cristianità”.

La Chiesa è stata usata per far prevalere un blocco politico. Ora il disegno si è in larga misura realizzato (e registra inquietanti affinità con il vecchio progetto della loggia massonica ‘deviata’ P2). L’appoggio della Chiesa alla politica oggi sembra meno rilevante e necessario, ormai il consenso è conquistato e la fiducia (o quel che ne resta) è riposta e delegata al nuovo “Cesare”. I più recenti interventi di alcuni esponenti della gerarchia e del quotidiano “Avvenire” sono indubbiamente significativi, ma giungono ormai “fuori tempo massimo” per pensare che possano incidere sulla mentalità diffusa dei cattolici italiani; una mentalità formatasi negli ultimi 15 anni grazie ad una apertura di credito al centro-destra, che ha fatto leva sempre di più sul sentimento di insicurezza e di paura della gente (rispetto ad una questione ineludibile come quella delll’integrazione degli immigrati), ma che non ha certo promosso una riflessione diffusa sul modello di società che intendiamo costruire, nè su una nuova mediazione tra fede e realtà storica in trasformazione.

Nel frattempo – e proprio per questo – la Chiesa in Italia ha accumulato un notevole discredito presso non poche persone, che in essa nei decenni scorsi avevano scorto un riferimento “alto”, spirituale e morale. Inoltre questo rapporto con la politica ha condizionato anche la vita interna alla chiesa, facendo sempre più aumentare il peso delle componenti più clericali, tradizionaliste e anticonciliari, ma soprattutto lasciando un notevole disorientamento, anche per la evidente difficoltà a dialogare all’interno della chiesa.

Peraltro – nelle fasi in cui si è fatta meno acuta la battaglia in difesa della vita – in molte omelie è tornata a prevalere un atteggiamento volto a illustrare i tratti spirituali e teologici della fede, ma con una crescente difficoltà a raccordare/confrontare questi tratti con i dati esistenziali e socio-culturali; i temi della giustizia e dell’accoglienza hanno perso rilievo, pur in presenza di una crisi mondiale che sta pesando soprattutto sui più deboli. La prassi pastorale della chiesa – anche per il venir meno di persone e risorse – è sempre più concentrata sul campo liturgico e sacramentale; il ruolo dei laici resta sempre più ai margini, torna ad essere nella grande maggioranza delle parrocchie e diocesi quello di “collaborazione operativa”; ben poco si spende in formazione e nella costruzione di relazioni “adulte” e di “corresponsabilità” nella comunità cristiana.

In gioco non è il giudizio su una normale fase di governo gestita da forze politiche che hanno ottenuto un consenso dai cittadini, bensì è la mentalità diffusa che emerge dopo questa fase.

Gli italiani si ritrovano più impauriti, più violenti, più chiusi su se stessi, più disillusi della politica e della possibilità che questa si accompagni alla moralità e alla ricerca del bene comune.

Ed allora i comportamenti non solidali, egoistici, intolleranti o anche illegali trovano giustificazione, anzi diventano il vero modello di riferimento e rischiano di entrare in profondità anche nel modo di pensare dei cristiani, alcuni dei quali – anche praticanti – non riescono più a fare un collegamento tra valori cristiani e scelte concrete riguardo alla vita sociale e personale.

Tra i giovani tutto ciò è palese, ma la responsabilità principale va riferita al mondo adulto.

Ora non si tratta di fermarsi alla “denuncia”, ma di individuare i modi per fronteggiare questa crisi culturale e morale (ben più grave di quella economica, dalla quale comunque non si potrà certo uscire senza scelte di carattere solidale). Ogni soggetto dovrà fare la sua parte, sul piano politico, come su quello ecclesiale. Per questo la scelta dell’educazione come tema guida dell’attività pastorale e della riflessione culturale della chiesa italiana può diventare profetica, a condizione che sappia muovere da una lettura effettiva delle realtà e da una seria revisione delle attività pastorali svolte, senza tralasciare le questioni prima accennate : la questione del controllo dei mezzi di informazione/formazione, il rapporto tra chiesa e politica, il dialogo interno alla chiesa ed il ruolo del laicato.

Stranieri, non nemici

di Alberto Riccadonna (La Voce del Popolo – domenica 12 giugno 2009)

“Il reato di clandestinità esprime un inaccettabile rifiuto nei confronti dei popoli migranti”

A pochi giorni dal varo della nuova legge italiana sulla “sicurezza” abbiamo raccolto i commenti del giurista torinese Rodolfo Venditti, magistrato dal 1950 al 1993 e già docente di Diritto penale militare all’Università degli Studi. La notorietà del prof. Venditti – che fu tra l’altro dirigente regionale dell’Azione Cattolica – si estende da decenni in tutt’Europa soprattutto per i suoi studi sull’obiezione di coscienza al servizio militare e per il suo costante sforzo di affiancare la riflessione etica a quella giuridica.

Prof. Venditti, la nuova legge sulla sicurezza istituisce in Italia per la prima volta il reato d’immigrazione clandestina: chi entra o soggiorna illegalmente in Italia sarà d’ora innanzi punibile con un’ammenda (5-10 mila euro) e si terrà un processo davanti al giudice di pace per l’espulsione dal Paese. Quali valutazioni su questa nuova fattispecie di reato? È un reato che trova riscontro negli altri ordinamenti occidentali?

Va premesso che la nuova legge è un documento di 128 pagine che si occupa delle materie più disparate: dalla immigrazione alla mafia, dalle patenti di guida all’accattonaggio, dallo scioglimento dei consigli comunali all’imbrattamento degli edifici, dalla riforma di alcune norme del codice penale alla prevenzione di infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici, ecc….. La norma che istituisce il reato di immigrazione clandestina (detto anche “di clandestinità”) esprime in chiave giuridica un rifiuto netto (e, a mio avviso, gravissimo) che la società italiana, facente parte del cosiddetto “primo mondo” (sviluppatosi all’insegna del benessere economico e del consumismo), oppone allo straniero extracomunitario migrante, che proviene dal cosiddetto “terzo mondo” sottosviluppato e che è in cerca di una vita più umana rispetto a quella che ha sperimentato nella propria terra natale. È in atto un epocale movimento di popoli, provenienti dal “terzo mondo” e cioè, in massima parte, dall’Africa, dalla Cina, dal Sudamerica. Esso è conseguenza di squilibri demografici ed economici. In particolare l’Africa – da cui provengono le più recenti ondate migratorie verso l’Italia – è stata oggetto di uno sfruttamento plurisecolare da parte degli europei e dei nordamericani: uno sfruttamento disumano che non ha avuto alcun riguardo per le tradizioni di quei popoli, li ha depauperati delle loro risorse naturali, e tuttora monopolizza le grandi ricchezze di quei Paesi (dal petrolio ai diamanti). Vedere in ciascuno di quegli uomini e di quelle donne migranti un potenziale nemico e chiudergli la porta in faccia è un gesto disumano. Oltre tutto, è un gesto autolesionista, perché sappiamo bene che tanti umili lavori di cui la nostra società necessita sono oggi rifiutati dagli italiani e vengono accettati soltanto da stranieri immigrati. Non sono un esperto di diritto comparato, ma – per quel che so – non mi risulta che in altri Paesi occidentali sia previsto un reato di immigrazione clandestina. S’intende che se un immigrato commette un reato previsto dalla legge del Paese in cui si trova, verrà giudicato come viene giudicato qualunque cittadino di quel Paese che commetta un reato. Ma è assurdo che una semplice immigrazione non autorizzata venga punita come reato. Il massimo di sanzione non può essere che la espulsione. Il di più è xenofobia.

Vari esponenti della Chiesa Cattolica ritengono che il nuovo reato (e altri contenuti della legge: per esempio la schedatura dei clochard) siano segnali di una involuzione della legge italiana in senso anti-solidale e xenofobo. Lei concorda?

Concordo pienamente con quegli esponenti della Chiesa cattolica (come, ad esempio, mons. Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei migranti) che ritengono “non umana” e “non cristiana” una normativa di tal genere e che mettono in evidenza come essa sia in contrasto con i “forum” internazionali degli ultimi anni, i quali si sono pronunciati a favore della utilità e positività della immigrazione. Contrastano con tale orientamento internazionale anche parecchie altre norme di questa legge, le quali pongono a carico degli immigrati pagamenti di somme non indifferenti in occasione di pratiche varie, relative al rinnovo del permesso di soggiorno o alla richiesta di cittadinanza, ed introducono altresì fortissime restrizioni in materia di locazioni e di ricongiungimenti familiari.

La legge sulla sicurezza apre le porte a interventi di giustizia “fai da te” (le ronde popolari, lo spray al peperoncino per autodifesa…). Sono interventi compatibili con i principi che ispirano l’ordinamento italiano? Lei come li giudica?

Sentir parlare di “ronde popolari” suscita in me un istintivo disagio. Mi evoca il ricordo delle “ronde” fasciste che segnarono la mia infanzia e la mia prima giovinezza, quando, durante la seconda guerra mondiale, le ronde avevano, tra gli altri compiti, quello di garantire l’oscuramento notturno delle città minacciate dai bombardamenti: urlavano dalla strada se trapelava uno spiraglio di luce ed erano capaci di sparare a quella finestra terrorizzandoci tutti. Oppure le ronde naziste, in cui potevi incappare per strada ed essere caricato su un camion che ti portava in un campo di lavoro in Germania senza che la tua famiglia sapesse più nulla di te. Certo, qui la “ronda” ha un significato diverso: vorrebbe essere una pacifica guardia, la cui presenza scoraggia i malintenzionati e ti dà un aiuto avvisando l’Autorità competente se ci sono situazioni sospette. Inoltre si tratta di persone disarmate, in massima parte provenienti da una esperienza di polizia. E questo è positivo. Non mi sentirei di parlare d’una “giustizia fai da te”. Ma chi può escludere che fra quelle persone ci sia qualche testa calda che abbia voglia di menar le mani? O che abbia qualche idiosincrasia per i neri, i rossi o i gialli? La xenofobia è una malattia oggi assai diffusa in Italia. Confesso che qualche preoccupazione ce l’ho.

I vertici delle associazioni di magistrati e di avvocati sostengono che la nuova legge “fa la voce grossa”, ma è solo di facciata, perché è difficilmente applicabile e intaserà i tribunali. Hanno ragione?

Penso che abbiano ragione. Anzitutto, mi fa sorridere il fatto che una maggioranza politica che è in aperto conflitto con la magistratura e che si è attivamente adoperata per sottrarre i propri comportamenti alle sanzioni legislativamente previste (ha abolito reati come il “falso in bilancio”, ha ridotto scandalosamente i tempi di prescrizione dei reati, ha inventato impunità mediante il “lodo Alfano”, ecc.), si rivolga con questa legge alla magistratura come alla extrema ratio a cui affidare la efficacia delle nuove norme sulla immigrazione. Ma – ironia a parte – l’attuale legislatore non si è reso conto, forse, che le Procure della Repubblica e i Giudici di pace che dovranno occuparsi di questo reato saranno sommersi da masse enormi di processi per immigrazione clandestina, con grave danno per il funzionamento della giustizia, già gravata da una enorme sproporzione tra carico di lavoro e carenze di personale giudiziario. E tutto ciò a quale scopo? Quello di emanare una condanna al pagamento di una ammenda, cioè di una somma in denaro (da 5 mila 10 mila euro!), che il clandestino condannato non sarà certamente in grado di pagare. Conseguenza: l’intasamento degli uffici giudiziari, con innegabile danno per i cittadini in attesa di giustizia.

La società civile indubbiamente esprime una domanda di maggiore sicurezza sociale. La legge appena approvata, in definitiva, risponde o non risponde?

Sì e no. Non è una risposta sibillina. È una risposta dimensionata sulla enorme quantità di disposizioni che questa legge contiene. Dopo averne messi in evidenza alcuni gravi difetti, provo ad elencare alcuni pregi, cioè alcune norme che a me paiono positive. A) La previsione di nuove aggravanti del reato di rapina: a) fatto commesso all’interno di mezzi pubblici di trasporto; b) fatto commesso a danno di chi stia fruendo o abbia appena fruito dei servizi di istituti di credito, uffici postali o sportelli automatici per il prelievo di denaro. B) In tema di processi per mafia: a) art.41 bis reso più rigoroso e severo; severità estesa anche ai colloqui dei condannati con i loro parenti; b) esclusione dalle gare di appalto delle vittime di concussione e di estorsione aggravata che non abbiano denunciato i reati di cui sono state vittima (salvo il caso di “stato di necessità” o di “legittima difesa”). C) Non sono soggetti a revoca del permesso di soggiorno o alla espulsione gli stranieri che si trovino in Italia per asilo politico. Provvida disposizione; ma qui ci si imbatte nel fatto che in Italia non esiste ancora una legge sull’asilo politico. Tale lacuna dovrebbe essere urgentemente colmata. D) Finalmente, nel reato di rapina (art.628 codice penale) non sarà più possibile al giudice dichiarare la prevalenza delle attenuanti sulle aggravanti o la equivalenza tra le une e le altre, cioè – in pratica – togliere ogni rilevanza delle aggravanti nel computo della pena, facendole sparire in forza delle attenuanti. Tale riforma mi pare giusta, dato che le aggravanti previste per il reato di rapina attribuiscono a questo reato una connotazione di accentuata pericolosità sociale, della quale si deve tener conto nel determinare l’entità della pena. Si potrebbe obiettare: ma il giudice non era mica obbligato a dichiarare la prevalenza delle attenuanti. No, non era obbligato; ma tutte le volte che egli negava la prevalenza delle attenuanti, la difesa ricavava da ciò un motivo di appello o di ricorso per Cassazione. Questa nuova norma toglie dunque spazio ad inutili cavilli. E) Le severe disposizioni riguardanti chi imbratta i muri degli edifici e i fianchi dei treni e degli autobus pubblici: occorre reprimere con energia il comportamento di chi rivela un sovrano disprezzo per i beni pubblici e, comunque, per i beni altrui, compiendo atti di demenziale vandalismo che sporcano la città, i suoi edifici, i suoi monumenti, producendo grave danno, anche economico. Sembra una norma bagatellare, ma non lo è: è una importante norma di civiltà. L’ampiezza (piuttosto farraginosa) del testo legislativo in questione suggerirebbe molti altri spunti di riflessione. Ma il discorso diventerebbe lunghissimo.

sciopero blogger

il blog chiccodisenape aderisce alla giornata di silenzio per la libertà d’informazione on line solidarizzando con tutti i blogger italiani.

Chicco di senape (www.chiccodisenape.wordpress.com) è un gruppo di gruppi ecclesiali torinesi. Da una donna che ne fa parte viene questa meditazione, condivisa e fatta propria dal coordinamento, sul vangelo che giudica l´affanno pagano della nostra società. È questa paura che porta a leggi contro la giustizia, come quella del 2 luglio, cosiddetta sulla sicurezza, discriminante a danno degli immigrati. Il testo ci richiama all´impegno di solidarietà, si oppone alla politica dell´esclusione, chiede ai pastori della chiesa che parlino con forza evangelica per incoraggiarci tutti nella giustizia.

Nel sesto capitolo del Vangelo di Matteo meditiamo queste parole: 

[25]Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? [26]Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? [27]E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? [28]E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. [29]Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. [30]Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? [31]Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? [32]Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. [33]Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. [34]Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà gia le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

È un orizzonte di tranquilla fiducia nel Padre lo stile di vita a cui siamo chiamati come discepoli. Il mondo in cui siamo immersi, al contrario, ci vede continuamente correre ed affannarci per ciò che mangiamo, indossiamo, beviamo.

“Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia”.

Siamo in un mondo in cui ogni giorno tutto pressa per farci preoccupare, per farci reagire in termini di chiusura e di paura ai cambiamenti sociali e culturali che la storia ci invita a vivere.

“Ad ogni giorno basta la sua pena”.

E invece tutto ci sospinge verso atteggiamenti ansiosi e comportamenti diffidenti. Davanti alla reazione cosi pagana che il nostro Paese evidenzia nel momento in cui declina il sacrosanto diritto a vivere nella sicurezza solo per chi sicuro lo è già, noi vogliamo ricordare, con il nostro impegno di accoglienza, solidarietà, giustizia, che i credenti camminano come il cieco Bartimeo sulla strada dietro a Gesù, sapendo che l´unico peccato che non sarà mai perdonato è quello di non aver riconosciuto il Signore laddove si nascondeva: “ero povero e non mi avete accolto.”

Diciamo pertanto in nome del Signore Gesù che ci opponiamo a una modalità esclusivista che rifiuta la coesione sociale.

Chiediamo che i Pastori si pronuncino con forza e coerenza evangelica dando voce alla coraggiosa e continua opera dei credenti che anche nelle parrocchie e nelle associazioni ecclesiali di questo Paese si adoperano per ogni donna e ogni uomo che tendono la mano e chiedono misericordia e giustizia.

Messa Vigiliare della V Domenica dopo Pentecoste concelebranti i Vescovi provenienti da Europa, Africa, Asia e America latina partecipanti alla Delegazione dei Cardinali, dei Vescovi e dei Rappresentanti di Organizzazioni, Associazioni e Movimenti cattolici del Sud e del Nord del mondo in occasione del G8 – Milano, Duomo – 4 luglio 2009

Omelia 

L’umanità ha bisogno di un “cuore nuovo” - La speranza di Cristo, fonte di solidarietà 

Carissimi,

abbiamo aperto questa celebrazione vigiliare con l’ascolto dell’annuncio della risurrezione del Signore. Un annuncio di speranza, anzitutto: in Gesù infatti risorge non solo la sua umanità, ma grazie a lui all’intera umanità è ridata una speranza nuova, capace di varcare persino i confini della morte.

Di questa speranza e di questa vita nuova – che anche oggi ci vengono promesse e donate – siamo chiamati ad essere non semplici uditori, ma annunciatori, testimoni e promotori. Si tratta infatti di una speranza troppo grande perché possa rimanere confinata dentro di noi; è invece offerta “per voi e per tutti”, come diremo tra poco, è per l’intera umanità!

Ci è chiesto di risalire al fondamento di questa speranza, affinché non venga intesa in modo riduttivo – quasi un semplice appello emotivo che sfiora appena la superficie del nostro animo – ma inquieti la nostra coscienza, smuova in profondità le nostre decisioni e le nostre scelte e susciti in noi e negli altri un impegno responsabile, deciso e costante. 

1. Le pagine della Sacra Scrittura che abbiamo ascoltato ci parlano di una speranza che viene da lontano. Il libro della Genesi, cioè delle origini del mondo e dell’umanità, ci ha mostrato come la fedeltà di Dio, che è da sempre, si manifesta anzitutto come alleanza con Abramo e insieme con l’intera sua discendenza: «Ecco, la mia alleanza è con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni […] e da te nasceranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te» (Genesi 17,4.6-7).

Il testo sacro ci rivela un legame profondo, radicale, indissolubile che in Abramo Dio istituisce in modo definitivo con l’umanità. E’ un legame non di tipo contrattuale, perché Dio non dona in vista di una restituzione (peraltro impraticabile), ma dona, ama e amerà per sempre e senza condizioni ogni uomo, ogni popolo e nazione: così si è manifestato in Gesù, venuto – come afferma il vangelo che poco fa abbiamo ascoltato – «non per condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Giovanni 12,47).

Dio mette in gioco se stesso per primo, crea in Abramo un’alleanza unilaterale; domanda però che l’amore con cui ci raggiunge non sia gelosamente trattenuto da noi, ma attraverso di noi possa arrivare responsabilmente a molti altri. Dio non si attende “restituzioni”; vuole però che, in forza del suo patto d’amore, riconosciamo con gioia e serietà la fraternità che tutti ci lega: una fraternità universale che non può più essere solo enunciata in modo vago o solo sussurrata in contesti lontani da quelli in cui si decidono le sorti dei popoli e il loro sviluppo e si progettano i passi del riconoscimento di una vera dignità di tutti e di ciascuno. I diritti dei deboli non sono diritti deboli! Sono diritti che vanno proclamati, riconosciuti, difesi e promossi! Con tutte le nostre forze! Ciò vale per i singoli e ciò vale per i popoli, vale per l’unica grande famiglia umana.

In altre parole, potremmo dire che in ogni nostra scelta – ma soprattutto nelle decisioni che riguardano la società o il mondo – ci troviamo di fronte ad un’inquietante, drammatica alternativa: scegliere in vista del proprio interesse o in vista del bene comune, di tutti, e di tutti nel loro insieme. Sì, la prospettiva dischiusa dall’alleanza in Abramo ha purtroppo come alternativa la logica perversa di Caino, e quindi il mancato riconoscimento della fraternità. Alla domanda del Signore: dov’è Abele, tuo fratello? Caino rispose: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Genesi 4,9). 

2. Siamo così introdotti ad una riflessione di particolare attualità. Esiste, ed è quanto mai diffuso, un egoismo che potremmo chiamare “sociale”, un egoismo che, dietro il velo dell’apparente difesa dei propri diritti, nasconde visioni quanto mai ristrette, di chiusura, di vera e propria contrapposizione. E se queste visioni vengono lasciate cadere è solo quando si è certi che gli altri possano essere funzionali ai propri interessi. E così, sia nei comportamenti individuali sia in quelli pubblici, l’apertura agli altri e il riconoscimento dei loro giusti diritti spesso cambia a seconda che gli altri rientrino o meno nei nostri progetti e ci possano recare qualche vantaggio.

Ma questa è una forma di ingiustizia accuratamente ricoperta di apparenti “buone” ragioni. Troppo spesso l’ingiustizia si diffonde nascondendosi sotto il velo dell’apparente difesa dei propri diritti! Eppure, per chi è onesto, non è difficile distinguere la vera dalla falsa giustizia: il criterio principale è riconoscere se è compatibile con i diritti di tutti o di alcuni soltanto.

Questo nostro tempo, tuttavia, ci offre non poche possibilità di dare risposta a questo “egoismo sociale”, o collettivo, che confonde la difesa degli interessi di alcuni con il riconoscimento del bene e dei diritti di tutti, l’unico – quest’ultimo – in grado di garantire una pace autentica.

L’incontro tra i Leader del G8, che avverrà nei prossimi giorni nel nostro Paese nella città dell’Aquila, è un’opportunità che ci è data per far sentire la voce che esprime la coscienza cristiana che avverte come proprie le necessità di molti popoli del mondo, che purtroppo non hanno voce. Di questa “non-voce” la nostra coscienza vuole farsi carico!

In piena sintonia con la Lettera delle Conferenze Episcopali Cattoliche ai Leader dei Paesi del G8 dello scorso 22 giugno, non posso non riaffermare con forza, in primo luogo, che le conseguenze dell’attuale crisi – la cui responsabilità e le cui origini sono dei Paesi più ricchi – non devono alla fine ricadere pesantemente sui Paesi più poveri. In questo senso lo sviluppo dei popoli deve essere considerato questione assolutamente prioritaria e da condividere da parte di tutti: è da porsi ai primi posti nell’agenda di chi ha responsabilità nell’ambito dell’economia mondiale.

Come scrivono nella lettera citata i Presidenti delle Conferenze Episcopali ai rispettivi Leader: “I Paesi Membri del G8 dovrebbero far fronte alle loro responsabilità nella promozione del dialogo con le altre maggiori potenze economiche per aiutare e prevenire ulteriori crisi finanziarie”. E proseguono: “Inoltre dovrebbero onorare i loro impegni nell’aumento degli Aiuti allo Sviluppo per ridurre la povertà globale e raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, specialmente nei Paesi Africani”. Lo sviluppo, oltre che esigenza imprescindibile di ogni persona e di ogni popolo, è premessa indispensabile per la pace. E lo sviluppo economico, che pure non rappresenta ancora quello sviluppo integrale dell’umanità che tutti auspichiamo, ne è comunque l’indispensabile premessa.

In questo senso, la cancellazione del debito estero, la necessità di contrastare gli effetti devastanti dovuti ai cambiamenti climatici, l’esigenza di una governance globale dell’economia e della finanza come pure di una nuova regolamentazione del mercato delle risorse e dei beni a raggio internazionale, sono altrettante priorità che non ammettono dilazione alcuna. E se al riguardo si sono decisi degli interventi, è il caso di dire che pacta sunt servanda!

Milioni di persone al mondo subiscono ingiuste e drammatiche sofferenze, costrette come sono a migrare a causa delle difficili – se non proibitive – condizioni di vita nei Paesi d’origine. Molte di queste sofferenze sono provocate ai migranti talvolta da discutibili provvedimenti messi in atto da quei Paesi più ricchi che dovrebbero maggiormente impegnarsi in percorsi di accoglienza e integrazione seri, ragionati e rigorosi. Sono sofferenze che devono essere risparmiate ai migranti e alle popolazioni dei Paesi poveri realizzando con lungimiranza e coraggio gli interventi specificati dall’Agenda della speranza. Potrà avvenire così la desiderabile giusta regolazione del fenomeno migratorio e dei problemi che genera. 

3. A fondamento di questi interventi deve essere posto un sistema di relazioni rinnovate tra i popoli; e, ancor più profondamente, una cultura nuova, uno sguardo nuovo sugli altri, una libertà capace di impegno creativo, assiduo, intelligente. Anzitutto, da parte di chi possiede responsabilità tali da poter decidere le sorti di interi popoli. Ma anche da parte di tutti, chiamati ciascuno per nome come Abramo quest’oggi, a sentirsi “parte in causa” e non semplici spettatori dello sviluppo dell’umanità.

In una parola di sintesi, all’umanità occorre oggi un cuore nuovo, capace di pulsare in tutti con lo stesso ritmo e verso la stessa meta del vero, del bene e del giusto. Occorre quel rinnovamento profondo che solo il cuore di Dio può donarci – come sta accadendo in questa celebrazione eucaristica – come principio di una moralità e di una solidarietà a raggio mondiale.

A Dio, alla sua alleanza d’amore che non conosce incertezze o infedeltà, desideriamo adesso, tutti insieme, affidarci. E’ Dio in Cristo Gesù la nostra speranza. Guardando al mondo con i suoi occhi e il suo cuore riscopriremo sempre più le ragioni profonde della speranza autentica, che ci spingerà verso un futuro comune, condiviso e solidale, secondo il disegno di Dio e le attese del cuore d’ogni uomo. Al Signore chiediamo la forza e la gioia di continuare a camminare «sulle orme della fede del nostro padre Abramo» (Romani 4,12), entro quell’alleanza di fraternità universale che con lui ha preso inizio e che in noi ogni giorno si radica e si fa “vita della nostra vita”. 

+ Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano

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