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Posts Tagged ‘testamento biologico’

Carlo Maria Martini (Cardinale, arcivescovo emerito di Milano)
Corriere della Sera – 7 settembre 2009

«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito»: sono, secondo l’evangelista Lu­ca (23,46), le ultime parole che Gesù morente «grida a gran vo­ce ». Sono parole già presenti nel­la tradizione ebraica, dove figura­no nel Salmo 31, una sofferta pre­ghiera nella prova, che inizia con le parole «In te, Signore, mi so­no rifugiato; mai sarò deluso». Al verso 6 si trovano le parole fat­te proprie da Gesù morente: «Al­le tue mani affido il mio spirito; tu mi hai riscattato, Signore, Dio fedele». Ma molte altre nella Bib­bia sono le espressioni che indi­cano un abbandono dell’uomo nelle mani di Dio, come ad esem­pio il Sal 16[17],7: «Mi affido alle tue mani; tu mi riscatti, Signore Dio fedele». Nel Vangelo si può notare che Gesù, invece di invo­care il «Signore, Dio fedele», si rivolge al «Padre», il che dà all’af­fidamento una accentuazione di ancora maggiore fiducia e tene­rezza.

Noi sappiamo bene che que­sto concetto del «mi affido alle tue mani» è decisivo per ogni esi­stenza umana, a partire dal but­tarsi fiducioso del piccolo nelle braccia della mamma e del papà, fino a tutte quelle realtà a cui affi­diamo una buona parte della no­stra crescita e della nostra matu­razione, come la scuola, il grup­po di amici, le autorità civili e po­litiche, l’opinione pubblica e così via.

C’è oggi un’altra autorità a cui, più che in passato, noi sentiamo a un certo punto di essere «nelle sue mani». È l’autorità del medi­co, soprattutto quella che soprav­viene quando non siamo più ca­paci di aiutarci da soli nella no­stra vita fisica, quando si svilup­pano in noi malattie gravi, che ri­chiedono una cura competente e prolungata. Per questo il titolo dato al suo ultimo libro da Igna­zio Marino Nelle tue mani: medi­cina, fede, etica e diritti corri­sponde a questa esperienza di mettere, in certi momenti, il no­stro futuro e la nostra sopravvi­venza nelle mani di chi ha studia­to il corpo umano, le sue malat­tie e le sorprese che esso può ri­serbarci: quali sono in questo ca­so le mie giuste aspettative, quali i miei diritti e doveri, che cosa spetta alle autorità pubbliche, quali i dilemmi che il medico vi­ve in prima persona?

Emerge così chiaramente che quell’espressione «nelle tue ma­ni » non si riferisce soltanto ad al­tri, ma tocca anche in prima per­sona ciascuno di noi, che sente di essere «nelle proprie mani». Così vengono a collegarsi i due elementi, cioè la forza della me­dicina e il sapiente e prudente giudizio della persona. I progres­si dell’arte medica potrebbero portare avanti per molto tempo, usufruendo di macchine spesso complicate, anche una esistenza senza più coscienza né contatti con il mondo circostante, ridotta a pura vita vegetativa. Qui inter­viene il giudizio prudenziale non solo del medico, ma anzitutto della persona interessata o di chi ne ha la responsabilità, per di­stinguere tra mezzi ordinari e mezzi straordinari e decidere di quali mezzi straordinari vuole an­cora servirsi.

Il libro esamina tanta di que­sta casistica e lo fa non tanto con assiomi generali, ma con la me­moria di fatti avvenuti, di cui l’au­tore è stato testimone in prima persona. Una tale situazione in cui la vita fisica si trova in perico­lo è anche l’occasione per descri­vere da vicino i problemi e i di­lemmi che si pongono al malato come al medico e a tutti coloro che hanno a cuore il malato stes­so. Le enormi possibilità della scienza medica pongono non di rado di fronte a situazioni in cui è molto difficile stabilire che co­sa sia un «rimedio ordinario», cioè quegli strumenti che ciascu­no è tenuto, non per obbligo le­gale, ma per dovere e impulso in­teriore, a utilizzare, e che cosa si­ano invece quei «mezzi straordi­nari » che il malato o chi lo rap­presenta, può decidere per ragio­nevoli motivi, di utilizzare o di re­spingere. Nasce qui quella do­manda che vediamo emergere sempre più distintamente nel di­battito pubblico: fino a che pun­to può e deve spingersi la medici­na? Certamente, come afferma l’autore «è dovere del medico non accanirsi, sapersi fermare quando non c’è più nulla da fare anche se questo provoca frustra­zioni e sconforto». Ma quando si verificano questi casi, che vor­remmo ancora chiamare «estre­mi », in particolare quando «c’è uno stato che non solo impedi­sce di esprimersi e di relazionar­si col mondo esterno, ma blocca la coscienza e riduce la persona a un puro vegetare e tale stato si ri­vela, dopo un attento e prolunga­to esame, come irreversibile?».

L’autore cerca di informare il lettore di tutte queste realtà e queste possibilità, pubblicando anche i documenti relativi, talo­ra poco noti. Come narratore, egli ci fa partecipare ai suoi dub­bi e alle sue certezze, facendoci per così dire vivere come in pri­ma persona gli eventi narrati. Non si tratta solo di eventi riguar­danti l’interrogativo dei limiti della medicina, ma anche di fatti riguardanti per esempio le sfide della sperimentazione, in parti­colare dei trapianti. Dal tutto traspare una umani­tà e una onestà nel considerare i singoli casi che spinge alla fidu­cia nel mettersi «nelle mani» di tanti servitori della vita. Ciò però non esclude il rischio e la respon­sabilità che ciascuno deve saper assumere quando venisse il mo­mento di farlo. È così che chi sen­te il mistero di Dio incombere sulla propria vita potrà anche esprimere quella fiducia nelle mani del Padre, da cui siamo par­titi in questa breve riflessione.

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Crediamo sia troppo. 24 ore di luci e riflettori, sceneggiate, affrettate conferenze stampa, incontinenti dichiarazioni. Riteniamo sia necessario il silenzio, il rispetto e la preghiera. Facciamo nostra la richiesta di Beppino Englaro pubblicata oggi su La Repubblica augurandoci che i media sappiano fermarsi prima, molto prima, di raggiungere la soglia del gossip, del vojeurismo, dello spiare l’intimo di una famiglia.

Chiedo rispetto per il nostro dolore
di Beppino Englaro, Repubblica – 4 Febbraio 2009

Caro direttore, rompo il silenzio stampa che io stesso ho chiesto qualche mese fa per chiedere un altro tipo di silenzio. Non più quello formale, perché la giustizia faccia il suo corso, ma quello umano, quello che nasce dalla compassione, quel soffrire insieme che presuppone una comprensione sulla base del sentimento e del dolore. Non voglio fermare il dibattito della ragione che, ancora una volta, io stesso ho fortemente voluto, quello sui diritti e la libertà e il ruolo delle leggi. Anzi, il dibattito è fondamentale. Ma ora chiedo di abbassare i riflettori e di far uscire dalla loro luce impietosa la mia Eluana.
Che continui e si sviluppi la discussione se è giusto o se è legale interrompere una vita artificiale, e se e come e chi ha il diritto di farlo, ma vorrei che tutto questo si svolgesse lontano dal corpo di Eluana. Chiedo ai media ora di avere il massimo rispetto possibile per la dimensione privata della vicenda di mia figlia.
Io sono una persona comune, un padre come tanti, forse un po´ più cocciuto di altri. Mi ritrovo al centro di un caso di accanimento mediatico e ora ne sento tutto il peso. Non posso, proprio non posso, pensare che, se la sentenza verrà davvero eseguita, ne vengano descritti giorno per giorno i dettagli operativi, buttandoli in pasto a chi con essi si vuole commuovere, emozionare, adirare. C´è un limite, c´è un momento in cui intorno a un letto di ospedale viene tirata una tenda. Sono fiero della battaglia che ho combattuto fino a qui per amore di Eluana e della sua visione della vita, rifarei tutto daccapo e so che lei sarebbe fiera di me.
Lei è oggi un simbolo di libertà e forza di volontà che le sopravvive e sopravviverà anche a me. Ma Eluana non deve essere più esposta per sostenere quella o questa visione dell´ormai, troppo famoso, caso Englaro. Chiedo rispetto anche per il dolore mio e quel che resta della mia famiglia e della mia vita. Tutti sono liberi di giudicarmi, l´hanno già fatto e ancora lo faranno. Ma non adesso, non in questi giorni. Accetti chi non mi capisce e vitupera le mie scelte una moratoria sul flusso di informazioni specifiche sull´evoluzione della condizione di Eluana. Io sono sicuro che Eluana ha in questi giorni tutta l´assistenza di cui ha bisogno, oltre al mio amore, come sempre.

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