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Scelte o equivoci?

di Vittorio Rapetti, 01 aprile 2009 (editoriale Servizio Informazione dell’AC regione Piemonte-Valle d’Aosta)

POCHE … POCHE … POCHE … le parole spese a proposito della politica messa in atto “contro” l’immigrazione nel cosiddetto “pacchetto sicurezza”…

POCHE – ANCHE SE AUTOREVOLI – LE VOCI che si sono levate nel mondo ecclesiale per dire che questo tipo di politiche sono sbagliate, sia per il merito, sia per le conseguenze contropoducenti tra gli immigrati, sia per l’effetto “diseducativo” che inducono nella popolazione.

Poche voci che non hanno fatto notizia, neppure quella pacata ma chiara dell’ex-ministro degli interni Pisanu.

La perdurante manipolazione della situazione sociale operata dall’informazione e cavalcata anche da forze di governo, specie a proposito degli immigrati, ha condotto molte persone a pensare ad es. come “necessaria” l’affermazione del reato di immigrazione clandestina, come se il tentativo di sfuggire dalla fame e dalla disperazione si potesse equiparare ad una forma di delinquenza.

E’ questo il punto cruciale (da cui è derivata anche l’improbabile proposta di far denunciare i clandestini dai medici, che ha comunque ottenuto un effetto: spaventare e allontanare una parte di essi dai presidi dove possono essere curati) che non ci rende più capaci di metterci dal punto di vista dell’altro.

Una operazione di questo genere – condotta con metodo ormai da anni – si intreccia con le diverse forme di intolleranza religiosa, in particolare anti-islamica. E ciò di fatto vanifica tutti i tentativi per educare almeno i più giovani ad una sana considerazione del rapporto diritti/doveri, al senso dell’accoglienza e del rispetto dell’altro, alla comprensione dei problemi dello squilibrio globale, alla lotta al razzismo e alla delinquenza – quella vera – delle mafie e delle camorre (ed intanto si sbandiera il progetto della educazione costituzionale !).

Anche per questo lascia davvero sconcertati l’editoriale che – in merito alla nascita del nuovo partito di Berlusconi –è stato pubblicato dall’ “Osservatore Romano”, dove si legge che il “Pdl appare, alla prova dei fatti, maggiormente in grado di esprimere i valori comuni della popolazione italiana, tra i quali quelli cattolici costituiscono una parte non secondaria”.

Forse il risultato parlamentare sulla legge riguardante il testamento biologico ha prodotto ulteriori distorsioni nel giudizio che conducono a non vedere (o a non voler guardare) gli effettivi comportamenti politici, praticati da anni riguardo a tutto lo spettro dei problemi della nostra società: si rischia così di selezionare solo una questione (la cosiddetta “difesa della vita” o dei “valori cattolici”) e a tralasciare tutto il resto: dalla politica economica, a quella scolastica e sanitaria, dal rispetto delle istituzioni alle politiche di accoglienza, dalla lotta all’evasione fiscale a quella alla mafia, dalla politica internazionale rispetto alla guerra a quella riguardo alla integrazione europea, dal tipo di valori che vengono veicolati dai mass-media all’atteggiamento nei confronti della Costituzione, dal pluralismo dell’informazione allo stesso modello di leader interpretato dal presidente del consiglio.

Si finisce così di non vedere neppure come anche certe posizioni sulle questioni bioetiche o del “fine vita” diventino strumentali ad acquisire un certo consenso proprio dal mondo cattolico o a condurre battaglia trasversali rispetto ad altre istituzioni (anche in tal senso il caso di Eluana è stato eclatante).

Non è quindi fuori luogo domandarsi (con molta sofferenza, per il bene che vogliamo alla chiesa) perchè i criteri fondamentali della dottrina sociale cristiana – il perseguimento del bene comune, il rispetto delle istituzioni, l’attenzione ai poveri, il principio della solidarietà – paiono finire sullo sfondo del giudizio espresso dal Vaticano.

Ovviamente la posizione dell’Osservatore Romano ha avuto forte risalto sul mass-media, mentre è stata del tutto trascurata la comunicazione dei vescovi italiani che, tramite il segretario della Cei, ha ribadito la posizione generale della Chiesa che ”non sposa nessuna parte politica ma si rapporta con tutti in maniera costruttiva e positiva”.

Forse occorre domandarci il motivo di tutto ciò … perchè questo ‘meccanismo’ (fatto di scelte o di equivoci o di entrambe le cose) continuerà, con riflessi non solo sul piano politico (siamo alle soglie di importanti consultazioni elettorali), ma anche interni alla chiesa, dove avranno sempre più credito le posizioni integraliste e intolleranti e dove gli sforzi di dialogo tra sensibilità diverse diventano sempre più ardui.

Esprimo un parere del tutto personale: a me pare che – in termini apparentemente certo nuovi – siamo in una situazione simile a quella dei primi anni ’20. Anche all’epoca il cattolicesimo democratico venne messo ai margini e delegittimato dalla gerarchia a vantaggio del fascismo, nell’illusione forse di poter usare e orientare Mussolini o rassegnandosi ad un “male minore”. Certo in quegli anni c’era un forte timore per il socialismo rivoluzionario ed erano ancora aperte questioni istituzionali tra lo stato e la chiesa.

Ma oggi non c’è alcun pericolo comunista alle porte, non c’è alcun nuovo concordato da firmare, non ci sono ulteriori prerogative che come chiesa possiamo/dobbiamo chiedere allo stato. Ben altri sono i problemi ed i miti da mettere in discussione. All’epoca la gerarchia cattolica impiegò alcuni anni per rivedere radicalmente il suo giudizio ed evidenziare come il regime fascista e quello nazista rappresentavano un nuovo paganesimo, che – come tutti i totalitarismi – erano contrari alla concezione cristiana della persona e dello stato.

Oggi – anche di fronte al pericoloso fascino che le mitologie nazi-fasciste esercitano su molti giovani – non dovremmo più cadere in questi equivoci, anzi come cristiani dovremmo essere i primi a preoccuparci. La paura e la chiusura individualistica, la debolezza delle agenzie educative come la famiglia, la scuola e la parrocchia, la superficialità culturale su cui naviga gran parte degli italiani non permettono di parlare tanto facilmente di “valori comuni delle popolazione italiana”. Peraltro tali valori andrebbero riconosciuti non tanto nel progetto di una parte, quanto in quella “carta” che è posta a fondamento di tutti.

Si tratta allora di ribadire con calma e chiarezza i punti essenziali della convivenza civile, così come li disegna la nostra Costituzione (che invece viene sottoposta continuamente ad una opera di delegittimazione), lì ci sono i valori comuni – ampiamente intrisi di cultura “cristianamente orientata” – che debbono orientare sia i comportamenti politici che quelli civili, della comunità e di ciascun cittadino; lì ci sono i criteri per comprendere la validità di un progetto o di una legge.

Il rischio reale è che la vittoria totale di una parte politica stravolga il sistema democratico, producendo indubbi vantaggi di semplificazione al sistema politico, ma a scapito di un tessuto civile e culturale già estremamente logorato dal consumismo e dalla mentalità individualistica, assai diffidente – a tratti ostile – verso la politica.

La società civile – frantumata e fluida – non appare più in grado di costituire una riserva di rigenerazione e di garanzia democratica rispetto alla classe politica, la crisi dei grandi soggetti sociali ed ecclesiali non consente facili percorsi di recupero, né sul piano politico né su quello religioso.

Ciò che differenzia profondamente gli anni ’20 da oggi è proprio la mancanza di una forte capacità di aggregazione e di formazione che la chiesa svolse durante il regime tramite l’AC, grazie ad un radicamento sociale oggi impensabile. Quella “cristianità” è irrimediabilmente finita, a meno che non ci voglia accontentare di una semplice religione di facciata (utile al massimo per il supporto all’ identità fragile delle persone e delle società dell’occidente in crisi) o si intenda nuovamente giocare la carta del devozionalismo; nessun vento tradizionalista e di contrapposizione al mondo potrà però sortire effetti profondi e duraturi sul piano della evangelizzazione e della testimonianza cristiana.

Ma queste illusioni – proprio perché paiono assicurare un premio in tempi brevi – restano pericolose e fuorvianti tanto in campo ecclesiale, quanto in campo politico.

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