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Posts Tagged ‘matrimonio’

Ricordiamo oggi, 11 ottobre 2012, l’inizio di un Concilio che ha rinnovato la Chiesa e che ha alimentato la speranza. Lungo il percorso inaugurato quel giorno, e ancora in gran parte da compiere, come segno di una Chiesa aperta e che dà voce a tutti, desideriamo aprire un dialogo su alcune questioni che sono centrali nella nostra vita di uomini e di credenti, ma sulle quali spesso siamo dubbiosi e muti: e lo facciamo, con questa riflessione di Beppe Elia, partendo dal tema della famiglia, visto attraverso due realtà particolarmente significative e problematiche.

Nei mesi che sono seguiti alla malattia e alla morte recente di mia moglie Luciana ho molto pensato al grande dono che sono stati per noi questi anni vissuti insieme, in cui tutto – le gioie e le sofferenze, le fatiche e i giorni sereni – è stato segnato dall’affetto e dalla condivisione. So che molti certamente possono dire la stessa cosa della loro vita familiare, ma la realtà del nostro tempo è segnata da altre esperienze: e su esse la riflessione, iniziata tempo addietro, ha trovato, nella mia attuale condizione, nuovi e più sentiti argomenti.

Guardo anzitutto la realtà delle coppie più giovani, che oggi, solo in minima parte  scelgono di sposarsi,  e ancor meno scelgono il matrimonio cristiano. E quando anche lo fanno spesso hanno vissuto lunghi periodi di convivenza. Si attribuisce questo stato di cose alla condizione di precarietà,  in cui essi vivono e che rende difficile fare progetti di lungo termine (e tanto meno per l’intera vita), alla fragilità dei rapporti interpersonali, ad una cultura che rifiuta scelte definitive, ma anche al debole richiamo che l’insegnamento tradizionale della Chiesa ha ormai verso gran parte delle persone.

E’ un dato rilevante per noi tutti e per la comunità ecclesiale: riguarda i nostri figli, i nostri amici, gli animatori delle nostre comunità, uomini  e donne che vivono la loro fede seriamente e che in coscienza decidono percorsi esistenziali che suscitano in molti altri credenti dubbi, sconcerto, talvolta riprovazione.

Nella dottrina della Chiesa  il matrimonio cristiano è il fondamento della vita familiare, è un’esperienza “alta”, che impone scelte difficili, in cui l’amore umano è assunto a segno dell’amore di Dio verso ogni uomo e donna. Ma siamo certi che altre forme di unione, anche quando non sono consolidate da una promessa di fedeltà così radicale, ma in cui comunque si sperimenta in modo autentico l’amore,  non possano avere diritto di cittadinanza nella Chiesa?

Il matrimonio cristiano, oggi inizio di una vita comune di coppia, non potrebbe essere pensato invece come approdo responsabile e cosciente di cammini diversi (perché diverse sono le persone, la loro formazione, la loro storia, i contesti sociali)? E quindi anche la prassi pastorale non dovrebbe uscire dall’alternativa “ o sacramenti o niente”?. Il teologo Salmann propone ad esempio di sviluppare differenti forme di accompagnamento, sulla scorta di esperienze già operanti in Germania: “non più dunque il sacramento quale rappresentazione della pienezza del Cristo, ma la benedizione quale segno di speranza che qualcosa possa nascere”. Direi anche di più: la benedizione come  segno di accoglienza di una relazione di amore che può crescere e che la Chiesa aiuta a far crescere.

Vi è poi nella mia vita l’incontro con tanti amici, il cui rapporto coniugale si è spezzato, a distanza di poco o molto tempo. Non voglio qui inoltrarmi sul tortuoso sentiero delle responsabilità, perché l’avventura umana di una coppia è difficilmente comprensibile dall’esterno, e su di essa non mi azzarderei mai ad esprimere dei giudizi.

Rimane il fatto che la rottura viene vissuta in modi assai differenti: perché vi è chi recupera un proprio equilibrio personale  rimanendo fedele al legame originario, ma per altri questa fedeltà è pagata attraverso una grande e lunga sofferenza. E in molte di queste situazioni vi è chi sceglie di iniziare una nuova relazione affettiva per ritrovare la serenità propria e nei confronti degli altri (a cominciare dai figli).

Senza voler qui aprire la questione del secondo matrimonio (su cui pure sarebbe giusto riflettere, considerato anche il diverso approccio delle chiese protestanti ed ortodosse e della stessa chiesa cattolica dei primi secoli), vi è comunque un interrogativo impellente: non sarebbe necessario accettare una partecipazione piena di questi credenti alla comunità ecclesiale, rispettando la loro scelta di coscienza?

E’ in fondo questo il senso della domanda ripetuta per lungo tempo dal card. Martini, e che non si è mai voluto prendere seriamente in considerazione. Ma la ferita nella Chiesa è aperta; e l’atteggiamento di rigore compassionevole con cui accogliamo questi fratelli e sorelle in Cristo è secondo lo spirito evangelico o non il frutto di una legge che non sa veramente incontrare il cuore dell’uomo?

Qualcuno obietterà che una apertura della Chiesta su questi temi sarebbe una concessione allo spirito mondano del tempo che viviamo, una resa alla secolarizzazione, un venir meno dell’insegnamento millenario della Chiesa in campo morale. Ne siamo proprio certi? E, in ogni caso, mantenere un atteggiamento di rigore escludendo ogni possibile apertura, non sospinge numerosi credenti a vivere la loro esperienza di fede sentendosi ai margini della comunità cristiana ( e talvolta anche fuori di essa)?

Vorrei che la Chiesa, le nostre parrocchie, i gruppi, le associazioni accettassero la provocazione di queste domande, e di altre che si potrebbero esprimere. E’ tempo di parlarne, di suggerire idee, di sperimentare nuove vie. E’ una Chiesa apparentemente molto sicura di sé quella che appare, forte del suo patrimonio di insegnamenti e di tradizione, ma in realtà impaurita dal mondo nel quale si trova a vivere e ad annunciare il messaggio di salvezza. Serve una Chiesa coraggiosa, aperta, che raccolga le istanze della gente, che non tema la discussione e il confronto. Serve una Chiesa che ponga il Vangelo al centro della sua vita e che su di esso si misuri con umiltà.

Beppe Elia

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La Stampa e Il Corriere della Sera anticipano l’uscita della lettera “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”, scritta dall’Arcivescovo di Milano, Card. Dionigi Tettamanzi, agli sposi che sono «in situazione di separazione, divorzio e nuova unione».

Il sito web della diocesi milanese, presenta così la lettera:

Un documento che incarna la partecipazione alle sofferenze di fratelli e sorelle «amati e desiderati».
Davanti alla fatica «a vivere insieme», la Chiesa «non vi guarda come estranei che hanno mancato a un patto» ed e’ consapevole che in certi casi «è addirittura inevitabile» decidere di separarsi. Occorre però evitare scelte affrettate («forse si può ancora scegliere di cercare un aiuto competente per avviare una nuova fase di vita insieme») e soprattutto negative ricadute sui figli, «che hanno bisogno sia del papà sia della mamma e non di inutili ripicche, gelosie o durezze».
L’impossibilità di accedere alla comunione eucaristica non implica un giudizio «sul valore affettivo e sulla qualità della relazione che unisce i divorziati risposati» e neppure l’esclusione «da una vita di fede e di carità vissute all’interno della comunità ecclesiale». Il Cardinale conclude con un appello: «Anche da voi la Chiesa attende una presenza attiva», in termini di «compito educativo», di «testimonianza» e di «aiuto ad altri in «situazioni simili». Si apre un dialogo che dovrà continuare nelle parrocchie: i sacerdoti indichino atteggiamenti utili a «a comprendere e a vivere con semplicità e fede la volontà di Dio».

Segue un articolo di Pino Nardi.

La lettera, in distribuzione nelle librerie a partire dai prossimi giorni (Centro Ambrosiano, 24 pagg, 3 euro), è certamente un utile ed interessante documento per coloro che stanno proseguendo il confronto e la riflessione sulla traccia di lavoro B “Essere cristiani nel mondo“.

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