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Tettamanzi, l’Expo e la solidarietà:
«Milano smarrita, torni capitale morale»

Il cardinale: la città ha energie e creatività, ma deve accogliere senza paura

(di Giangiacomo Schiavi, Corriere della Sera, 20 maggio 2009)

MILANO — Una città smarrita, frantumata, in­cattivita. Cadono i miti in questa Milano con poco orgoglio e molte paure. Era la città dell’accoglien­za. Oggi si discute di apartheid in metrò. Soffia un vento di intolleranza: e a volte il Duomo sembra un fortino assediato. Tempo fa sventolava uno stri­scione della Lega: «Vescovo di Kabul». C’è chi esa­gera, anche con le minacce. Il cardinale Dionigi Tettamanzi considera gli im­migrati una risorsa e parla a una città che ha perso un po’ della sua anima. «La diversità è sempre un problema — dice — ma noi dobbiamo avere la vi­sta lunga dei profeti, preparare il domani. L’inte­grazione è più avanti di quel che si pensi: basta im­parare dal mondo dei ragazzi, recuperare un po’ della loro saggezza». C’è una paura che nasce dal­l’egoismo, dall’assenza di visione. «Alla Milano di oggi manca la consapevolezza del suo ruolo, della sua responsabilità verso i propri abitanti e il Paese, della sua vocazione europea». Non c’è futuro senza solidarietà, gli ha scritto una giovane studentessa. La lettera è diventata il titolo del suo ultimo libro. Con la crisi bisogna ri­tessere tessuti sociali sfilacciati, riscoprire la so­brietà, lavorare per una convivenza più umana. «Dobbiamo assumerci tutti le nostre responsabili­tà — spiega — chi non lo fa non è solo inutile, è anche dannoso». La notte di Natale ha messo a di­sposizione dei nuovi poveri e di chi ha perso il po­sto qualcosa di suo e poi ha detto: ai poveri le case dei preti. Certi immobili del clero sono troppo grandi, possono essere usati da chi ha più biso­gno. È il concetto del buon samaritano. Si sono per­se queste pratiche solidali nella città di Milano? «No. La solidarietà non si è persa a Milano. Ne ho prove concrete. Il Fondo Famiglia-Lavoro ha raccolto in poco più di quattro mesi 4,3 milioni di euro tra la gente. E al tempo stesso nelle parroc­chie sono state donate ingenti quantità di denaro per i terremotati d’Abruzzo, in Quaresima dalle mille comunità della Diocesi sono scaturiti senza clamore altrettanti rivoli di solidarietà che hanno dissetato i bisogni di tanti poveri assistiti dai mis­sionari ».

Questo è un Paese che riesce a dare il meglio nei momenti di difficoltà. Milano è risorta dalle macerie con un progetto di speranza e di acco­glienza…
«Ricordo quei giorni, c’erano le macerie ma an­che molti fermenti positivi. Oggi vedo tanta gene­rosità, nonostante la crisi. Ma c’è una condizione che fonda la solidarietà: come si può essere solida­li se non a partire da una prossimità offerta e da una condivisione sperimentata? È l’individuali­smo a minare la solidarietà. Questa forma di soli­tudine genera in sequenza paura, chiusura, rifiuto dell’altro, specie se portatore di una diversità. Co­me purtroppo accade verso gli immigrati».

Trova una maggior difficoltà nella borghesia di oggi a donare un po’ del superfluo per chi ha bisogno?
«Da sempre l’esercizio della carità — un eserci­zio discreto, silenzioso, evangelico — è patrimo­nio per tante famiglie di ogni estrazione sociale. È un modo per essere responsabili verso la società. Piuttosto mi domando se esista ancora la borghe­sia della Milano dei decenni scorsi…».

Dov’è Milano e dove sono i milanesi è una do­manda ricorrente in questi giorni. Qual è la Mi­lano che si vede dalla stanza del cardinale?
«Milano è una città che sfugge alle semplifica­zioni immediate e chiede tempo e perspicacia per essere conosciuta e amata. Io vedo una Milano ge­nerosa nell’aiutare ma talora diffidente ad aprirsi e a intrecciare legami di conoscenza e arricchimen­to reciproco, specie se l’altro è portatore di qual­che diversità. Vedo anche una città piena di ener­gia, di creatività, di risorse, con la fatica però a fa­re sistema, a dare piena espressione alle proprie potenzialità attraverso progetti concreti e condivi­si di grande respiro e di corale coinvolgimento. L’Expo rappresenta, in questo senso, una grande chance».

Tra polemiche e ritardi, la partenza però non è stata incoraggiante. Bisognerebbe spiegare a Milano cos’è Milano, riunire le tante radici posi­tive in un disegno comune…
«Ci sono oggi tante città impenetrabili: la città della fiera, la città della moda, della finanza, di un gruppo etnico, le periferie, il centro storico… Ma solo una città che ritrova l’ambizione della pro­pria identità civica — pensata come sintesi viva delle sue tante originalità — può tornare a fare ap­passionare al bene comune e a suscitare il deside­rio di una partecipazione responsabile. Una città così ritiene dovere fondamentale garantire un’abi­tazione decorosa ai suoi abitanti, si preoccupa di tutelare tutti e in modo particolare i deboli. Se in­vece si alimentano le contrapposizioni questa identità non si realizza, l’atteggiamento della cor­responsabilità decresce e scompare, ad alcune ca­tegorie di persone non vengono riconosciuti tutti i diritti».

Esiste una vocazione per la Milano del futu­ro?
«Milano può e deve ritrovare la sua vocazione di capitale morale del Paese, di crocevia dei popoli e di laboratorio italiano della metropoli postmo­derna».

Oggi sono più i segnali di allarme o quelli di speranza?
«Io dico che c’è una speranza Milano che può contagiare il Paese intero. Incontro la speranza vi­sitando le parrocchie, seguendo il lavoro pastora­le dei miei preti, delle associazioni, del volontaria­to. Ma questa speranza perché non ha visibilità? Perché non fa notizia? Perché anche i media non si assumono la responsabilità di far circolare la speranza? Servono occhi di speranza per ricono­scere quanto c’è di positivo e anche per suscitar­lo».

Che cosa chiede il cardinale a chi governa una città complessa?
«Di stare vicino alla gente, alle necessità mate­riali e spirituali del vivere quotidiano; ma insieme di coltivare una grande apertura al senso alto della politica. Occorre ricondurre tutte le scelte ammini­strative ad una grande, organica visione di città, consapevoli che Milano è parte e protagonista del sistema Paese. La responsabilità della vita della cit­tà e del territorio non può ricadere solo sui suoi amministratori. Tutti sono responsabili di tutto. Ma è compito degli amministratori mettere i citta­dini e le associazioni nelle condizioni di dare il proprio insostituibile contributo a beneficio di tut­ti ».

C’è a suo giudizio un rallentamento del pro­cesso di integrazione influenzato da calcoli elet­torali?
«C’è una fatica della nostra società a confrontar­si con l’immigrazione, una realtà che è un proble­ma ma che resta una opportunità. È all’immigra­zione che Milano deve non poco della sua fortuna: questa città è frutto di ripetuti e successivi proces­si di integrazione. È una memoria da recuperare, una memoria che è incarnata anche dalla sapienza biblica nel libro del Levitico: ‘Tratterete lo stranie­ro, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stra­nieri’ ».

Come dovrebbe essere la politica dell’acco­glienza nella legalità?
«Occorre intervenire per regolare doverosa­mente il fenomeno migratorio, garantendo la lega­lità, attivandosi di concerto con le altre nazioni e le istituzioni sovranazionali, sempre nel rispetto dell’inviolabile dignità di ogni persona. Una digni­tà spesso umiliata nei paesi d’origine degli immi­grati: non possiamo dimenticare da quali condizio­ni fuggono coloro che bussano alle nostre porte. La politica deve muoversi — ma qui le lacune so­no evidenti — sul piano della progettazione, per immaginare e realizzare modelli di convivenza e di integrazione, aggregando tutte quelle forze so­ciali, culturali, educative, istituzionali che ne han­no competenza. Chiesa compresa».

In una recente omelia ha detto che da questa crisi si può uscire migliori. Ne è ancora convin­to?
«Cito una frase dell’economista Marco Vitale che mi ha colpito. ‘Se la crisi aiuterà questa muta­zione dovremo essere grati alla crisi, perché ci avrà aiutato a trasformare la paura in energia’. Sperimentiamo la paura perché sentiamo venir meno le facili certezze sulle quali abbiamo fonda­to tanto della nostra vita. Aiutare a trasformare la paura in energia è anche compito delle Istituzioni, della politica, delle agenzie educative, della Chie­sa. E la solidarietà è un’energia che si sta già spri­gionando. Vorrei che lasciasse il segno».

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La Stampa e Il Corriere della Sera anticipano l’uscita della lettera “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”, scritta dall’Arcivescovo di Milano, Card. Dionigi Tettamanzi, agli sposi che sono «in situazione di separazione, divorzio e nuova unione».

Il sito web della diocesi milanese, presenta così la lettera:

Un documento che incarna la partecipazione alle sofferenze di fratelli e sorelle «amati e desiderati».
Davanti alla fatica «a vivere insieme», la Chiesa «non vi guarda come estranei che hanno mancato a un patto» ed e’ consapevole che in certi casi «è addirittura inevitabile» decidere di separarsi. Occorre però evitare scelte affrettate («forse si può ancora scegliere di cercare un aiuto competente per avviare una nuova fase di vita insieme») e soprattutto negative ricadute sui figli, «che hanno bisogno sia del papà sia della mamma e non di inutili ripicche, gelosie o durezze».
L’impossibilità di accedere alla comunione eucaristica non implica un giudizio «sul valore affettivo e sulla qualità della relazione che unisce i divorziati risposati» e neppure l’esclusione «da una vita di fede e di carità vissute all’interno della comunità ecclesiale». Il Cardinale conclude con un appello: «Anche da voi la Chiesa attende una presenza attiva», in termini di «compito educativo», di «testimonianza» e di «aiuto ad altri in «situazioni simili». Si apre un dialogo che dovrà continuare nelle parrocchie: i sacerdoti indichino atteggiamenti utili a «a comprendere e a vivere con semplicità e fede la volontà di Dio».

Segue un articolo di Pino Nardi.

La lettera, in distribuzione nelle librerie a partire dai prossimi giorni (Centro Ambrosiano, 24 pagg, 3 euro), è certamente un utile ed interessante documento per coloro che stanno proseguendo il confronto e la riflessione sulla traccia di lavoro B “Essere cristiani nel mondo“.

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