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Le tre svolte di Ratzinger – di Melloni Alberto (Corriere della Sera, 15 marzo 2009)
Il Concilio vaticano II diventa un vero punto «dottrinale»; viene superata «l’ ermeneutica della continuità»; il dialogo interreligioso è un dovere «per tutti coloro che credono in Dio»

L’ Osservatore Romano ha stigmatizzato duramente la fuga di notizie sulla lettera del Papa relativa alla remissione delle scomuniche ai vescovi lefebvriani. Ma bisogna dare atto al furbetto e ai suoi mandanti di aver ottenuto un risultato strepitoso, almeno in Italia. Infatti il grosso dei commenti dipende più dalla maliziosa sintesi apparsa sul Foglio che dalla attenta lettura di un testo così impegnativo. Viene da questo autoinganno pilotato dall’ indiscrezione il profluvio di parole sul Papa solo, che si sente «odiato». Passaggio che c’ è. Passaggio che sorprende chi sa che l’ amaro disorientamento di tanti vescovi e fedeli davanti al governo del fatto compiuto discende dell’ amore alla Chiesa e a Pietro, mica dall’ odio. Passaggio che sarà usato dai moschettieri che già s’ affrettano a usarlo come una lama per distinguere i buoni dai cattivi – salvando se mai chi si serve del Papa e trafiggendo chi il Papa lo serve. La lettera «per la pace nella Chiesa» è, invece, tutt’ altro. Perché prende di petto il nodo che soggiace a questo incidente (il settimo dopo quelli di Regensburg, di Auschwitz, del Messale, dell’ Oremus, di Pera e di Pio XII). Per scioglierlo con un aumento di pace, Benedetto XVI si scusa coi vescovi, che, pur chiamati per diritto divino al governo della Chiesa universale come collegio con e sotto Pietro, sono stati trattati per la milionesima volta da scolaretti. Annuncia il commissariamento dell’ organo che ha gestito la questione con un personalismo divenuto esplosivo. Ma soprattutto cambia solennemente posizione su tre punti nodali per il futuro della Chiesa. La prima correzione di rotta riguarda la qualificazione del problema posto dai lefebvriani: Benedetto XVI dice di capire che il Vaticano II non è un caso disciplinare su cui far lavorare qualche apprendista del diritto canonico o della disciplina liturgica, ma un vero punto «dottrinale» (6 volte) nel quale è richiesta una comprensione profonda della transizione epocale che il Concilio fu ed è nella e per la Chiesa. Il secondo mutamento riguarda l’ abbandono del linguaggio usato nel 2005, quando il Papa contrappose una ermeneutica del Concilio della continuità e della riforma contrapponendola ad una ermeneutica della discontinuità del soggetto-Chiesa. Distinzione troppo sottile per una pubblicistica che alla fine approdava (come ha mostrato don Pino Ruggieri in Chi ha paura del Vaticano II?) alla difesa di una identità puramente ideologica fra l’ età dei papi Pii e quella del Concilio. Nella lettera ai vescovi Benedetto XVI non usa mai (mai) la parola «continuità», come voleva far credere il primo «scoop». Invece il Papa afferma contro ogni abuso che «il Vaticano II porta in sé l’ intera storia dottrinale della Chiesa»: formula di grande bellezza, che richiama proprio il cuore della lezione di Pino Alberigo sulla profondità storica del rinnovamento conciliare e che rimette il teologo del Concilio che Ratzinger fu al livello che gli spetta. Il terzo cambiamento riguarda il dialogo interreligioso. Tema sui quali Ratzinger era stato duro da cardinale (si pensi alla dichiarazione Dominus Jesus o alla condanna del teologo Dupuis ad esempio) e che da Papa aveva liquidato in una prefazione dove, seguendo Marcello Pera, negava la possibilità di un dialogo interreligioso «in senso stretto». Oggi Benedetto XVI davanti al collegio episcopale spiega che la testimonianza ecumenica appartiene alla «priorità suprema» per le Chiese e definisce in modo limpido il dialogo interreligioso in senso stretto come il dovere «che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce». Se la lettera del Papa rimarrà ostaggio della politica ecclesiastica (che in Italia finisce sempre per essere politica tout court) sentiremo citare questa lettera in pubblico e in privato per dire che chi nella Chiesa cattolica pensa o addirittura parla, anche se vescovo, odia il Papa. Se verrà sottoposta a decifrazioni psico-mediologiche sentiremo parlare del Papa «solo» o di internet. Se invece la lettera sarà colta per quello che ha di decisivo, se porterà nella Chiesa quella pace che non è stata funestata solo dal basso, allora sarà un altra storia.

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di Alberto Melloni – Corriere della Sera, 17 agosto 2008

Il peso della Chiesa cattolica nella storia italiana è tale e tanto che da sempre chi vuole capire la società, la sua evoluzione politica, le sue caratteristiche più profonde deve farci i conti. E giustamente Giuseppe De Rita ci invitava a farli, ponendo il problema del modo in cui la Chiesa «competerà» con altre agenzie su alcuni nodi del nostro futuro. Anche De Rita, però, mi pare, concede troppo all’ idea largamente diffusa che la Chiesa in fondo sia una componente significativa politicamente, attiva e unitaria, capace di produrre intenzionalità sociali che discendono, per via gerarchica o per un comune patrimonio culturale, dall’ alto verso il basso e vengono ripompate all’ insù dal successo. Questa «azione cattolica» avrebbe dunque la forza di anticipare o causare processi politici e sociali, suscitando in alcuni l’ eccitazione di chi sta vincendo e in altri l’ irritazione di chi chiama ogni sospiro ingerenza. Una lettura molto usata perché produce un risultato apparentemente esatto – il classico zero delle equazioni che si facevano a scuola – ma che al fondo nasconde il punto più cruciale del rapporto Chiesa-società in Italia. Nella storia italiana, infatti, la Chiesa non è prima di tutto o soltanto il medico delle cose che essa giustamente lamenta, ma molto spesso ne è parte attiva o addirittura la causa. E gran parte dei problemi di questo Paese – non era questo il tormento tragico del papato di Paolo VI, chiuso non a caso dal tentativo disperato e fallimentare di salvare Moro? – rimangono e rimarranno irrisolti e irresolubili finché la Chiesa italiana non avrà il coraggio tutto spirituale di guardare alla propria condizione e alla propria azione. Cerco di spiegarmi usando i nodi (tutt’ altro che nuovi, direi) che De Rita indica: il radicamento, i giovani, la fede. Se su questi punti i partiti, le famiglie, le comunità misurano oggi una drammatica impotenza è anche per una mancanza che la Chiesa – a differenza dei partiti o della scuola – non può rovesciare ideologicamente o moralisticamente fuori da sé. Essa – nella sua infinita varietà di sensibilità e pensieri, di culture e di spiritualità – non ha bisogno di menzogne autoindulgenti, di voti, di sondaggi: e dunque può guardare alla sua parte di responsabilità in una luce serena di verità e di fede. Il cattolicesimo ramificato (certo non più ramificato oggi di ieri!) si scontra oggi anche con i propri errori di valutazione. Nel formarsi di una coesione sociale basata sulla paura – paura dello straniero, dello zingaro, del non-cristiano – la Chiesa stessa ha creduto che l’ eroismo individuale o l’ organizzazione delle Caritas fossero sufficienti. Risultato? I vescovi si sono svegliati in città dove il razzismo si è rilegittimato, incerti fra una protesta che li metterebbe di nuovo all’ opposizione e una passività inaccettabile. Nello sradicamento dei partiti tanta parte di Cattolicesimo – non il cardinal Bagnasco che proprio in questi giorni lo lamenta – ha creduto che i propri vertici potessero competere più e meglio con i ceti chiusi della politica. Risultato? Neppure i movimenti oggi sono in grado di esprimersi sul piano sociale se non agitando nodi morali e bioetici con obiettivi che spesso sono semplicemente bandiere moderate. Il disorientamento giovanile (oggi davvero più forte di quello che affrontò l’ azione cattolica degli anni Trenta o Settanta?) non riguarda un Paese nel quale la Chiesa sbarca ora. Quando si è deciso di spingere i movimenti a riempire le piazze come massa di manovra per disegni politici contingenti, quando si è preferito farsi cullare dalle minoranze creative a caccia di appalti nelle università e di sovvenzioni per le scuole, si è reagito alla putrefazione culturale che oggi si lamenta o la si è favorita? Quando si è deciso di dare al giovane clero la prospettiva di restar parroci nove anni, come fossero pretori a inizio carriera, anziché investirli dell’ arte della paternità si è fatto il bene o il male dei giovani di cui si occupano, per non parlare della loro anima? Ma è sull’ alternativa fra socialità e santità – anche questa tutt’ altro che nuova – credo che si colga bene il cuore del problema. Per alcuni lustri la Chiesa italiana ha ridotto, se non azzerato, il proprio colloquio interno. Ogni scostamento tematico o di linea trovava subito minacciose repliche, sorridenti censure, abili tacitazioni: ne hanno sofferto prima di tutto i preti, un poco i laici e non meno i vescovi. Quella comunità che perfino negli anni della dittatura fascista e poi in quelli della egemonia ideologica era stata una immensa palestra di dialogo, di confronto, di discussione, s’ è omologata ad una cultura politica semplificata e semplificante, convinta che le tante isole di anomala libertà interiore ed esteriore che la popolano bastino. E’ un bel risultato? Se fosse lecito sperare qualcosa, verrebbe dunque da sperare che l’ agenda di settembre della Chiesa sfugga, per una volta, ai tatticismi politicistici in cui s’ è spesso impigliata o la si è voluta rinchiudere. Verrebbe da sperare che la Chiesa sappia volgersi ai grandi nodi pastorali della comunione, della obbedienza, e agli orizzonti profondi della Cattolicità. Se la chiesa non darà questo che è il meglio di sé a questo tragicomico Paese, le più infinite disperazioni, le più immonde astuzie, le più interminate ingiustizie rimarranno intatte e intangibili, cannibalizzeranno sanguinosamente la dialettica democratica, con esiti nefasti per tutti.

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