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Archive for the ‘Chiesa’ Category

Sin delle prime iniziative che chiccodisenape ha proposto alla città, una particolare attenzione è stata dedicata all’annuncio evangelico. In questi ultimi tempi, in particolare, si sta interessando alle nuove forme dell’annuncio e alle modalità di presenza pastorale nella città, che richiedono non un superamento della parrocchia, ma la sua integrazione con modi e stili di presenza più adeguati ai tempi e ai luoghi o non luoghi della vita in città.

Lo spunto ci è stato offerto dai progetti diocesani di revisione dell’assetto delle parrocchie per rispondere alla diminuzione del clero, progetti che ci sono sembrati una semplice risposta organizzativa a un problema di portata ben più ampia. Abbiamo incominciato a riflettere sul problema insieme a don Geppe Coha, parroco dell’Assunzione di Maria Vergine, che intenderebbe procedere a una sperimentazione di presenza pastorale in locali di cui la parrocchia dispone, ma non annessi ad essa, locali in posizione strategica tra il Lingotto, la fermata del metro, il nuovo palazzo della Regione. Siamo anche venuti a conoscenza, tramite Morena Baldacci, delle esperienze delle Maison d’église che si stanno diffondendo in Francia, che Morena ha visitato. Esperienze analoghe sono presenti in altre nazioni europee.

Pensiamo che siano questioni cruciali per la chiesa torinese e su questi ci impegneremo per organizzare un convegno di approfondimento e di sensibilizzazione.

In preparazione del convegno organizziamo un seminario, aperto a tutti, che si svolgerà il 2 aprile dalle 9.30 alle 12.30 in corso Matteotti 11 (4° piano), con gli interventi di Morena Baldacci, Valentino Castellani, Geppe Coha, Franco Garelli, Maurizio Momo, Matteo Robiglio.

 

Per informazioni: chiccodisenape@gmail.com e www.chiccodisenape.org

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Cari amici,
ecco le risposte del chiccodisenape al questionario del Sinodo.
Buona lettura e cordiali saluti dal coordinamento.






chiccodisenape – risposte per Sinodo su famiglia 2

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Cari amici,
il 19 febbraio, alle 20.45, in corso Matteotti 11, IV piano, si
terrà l’incontro, annunciato nel messaggio del 27 gennaio scorso, in
preparazione alla prossima Assemblea Sinodale sulla famiglia, prevista
per il prossimo ottobre.
Il nostro incontro del 19 febbraio “La famiglia, realtà naturale o
vocazione?” sarà introdotto dal teologo Paolo MIRABELLA.
Alleghiamo il volantino dell’incontro (sia a colori che in bianco e
nero
), e invitiamo tutti a diffonderlo il più possibile, tenendo conto
anche dei tempi abbastanza stretti.
Arrivederci il 19 febbraio, in corso Matteotti 11.
Il oordinamento del chiccodisenape
Mirabella_19febbraio
Mirabella_19febbraio

Mirabella_19febbraio stampabile

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RISPOSTE AL QUESTIONARIO IN VISTA DEL SINODO SULLA FAMIGLIA

Riportiamo di seguito un altro contributo personale, quello di Mauro Castagnaro. Questo contributi lo potete anche trovare, insieme a molti altri, sulla pagina della rete “Viandanti” .

RISPOSTE AL QUESTIONARIO IN VISTA DEL SINODO SULLA FAMIGLIA
1. Sulla diffusione della Sacra Scrittura e del Magistero della Chiesa riguardante la famiglia
a) Qual è la reale conoscenza degli insegnamenti della Bibbia, della Gaudium et spes, della Familiaris consortio e di altri documenti del magistero postconciliare sul valore della famiglia secondo la Chiesa cattolica? Come i nostri fedeli vengono formati alla vita familiare secondo l’insegnamento della Chiesa?
La conoscenza dell’insegnamento della Bibbia e del Magistero sulla sessualità, sul matrimonio e sulla famiglia corrisponde all’insistenza posta dalle autorità ecclesiastiche, a vari livelli, su alcuni punti specifici: l’indissolubilità del matrimonio, il divieto degli anticoncezionali artificiali, la famiglia come unione tra uomo e donna, il rifiuto della procreazione assistita, ecc. In generale permane la percezione che per la Chiesa la famiglia sia quella tradizionale, sempre più distante dall’esperienza concreta di un numero crescente di persone, anche credenti.
b) Dove l’insegnamento della Chiesa è conosciuto, è integralmente accettato? Si verificano difficoltà nel metterlo in pratica? Quali?
L’insegnamento della Chiesa è accettato quando parla il linguaggio della prossimità alle fatiche degli individui e delle coppie, del sostegno ai tentativi di costruire relazioni profonde e mature, ecc., mentre viene respinto nella misura in cui sembra voler imporre principi del tutto estranei alla vita reale e alla coscienza delle persone, specie per quanto riguarda i metodi contraccettivi artificiali, l’esclusione dei divorziati risposati dai sacramenti, l’ostilità verso le unioni tra persone dello stesso sesso e l’obbligo del celibato per i presbiteri.
Il rifiuto, più che in termini di contestazione esplicita, si esprime nel mero ignorare questi dettami, giudicati il retaggio di una visione negativa e repressiva della sessualità, oltre che frutto dell’elaborazione di un gruppo sociale composto solo da maschi celibi, che non vivono nella quotidianità l’esperienza e i problemi della vita di coppia e familiare. In sostanza le persone sanno che cosa la Chiesa vuole da loro, ma lo ritengono poco rilevante per la loro vita concreta. Negli ultimi decenni si è infatti assai allargato il fossato tra la dottrina ufficiale e il sentimento ampiamente maggioritario dei e delle credenti. Ciò non per loro mancanza di conoscenza o irresponsabilità, ma perché sentono molti precetti del Magistero inadeguati alla società contemporanea.
c) Come l’insegnamento della Chiesa viene diffuso nel contesto dei programmi pastorali a livello nazionale, diocesano e parrocchiale? Quale catechesi si fa sulla famiglia?
Nonostante il Concilio Vaticano II abbia presentato in forma ampia e integrale le esigenze della vita cristiana, il peso della morale sessuale nella Chiesa cattolica resa eccessiva e l’insegnamento della Chiesa su “famiglia e vita” viene diffuso con un’insistenza a volte ossessiva, tale da farne una sorta di “carta d’identità del cattolico”, sebbene Gesù nei Vangeli non appaia particolarmente preoccupato dai temi della sessualità e né interessato ai vincoli familiari. La catechesi inoltre propone una visione irenistica e apologetica della famiglia, che tiene poco conto dei problemi esistenziali delle coppie, della ambiguità delle relazioni a volte in essa presenti e dei mutamenti socioculturali in corso. La pastorale familiare, al di là della buona volontà degli operatori, è ingabbiata da divieti (dell’uso del preservativo, delle relazioni prematrimoniali, ecc.) basati su una concezione, tuttora radicata, che vede nel sesso qualcosa di peccaminoso, e dal rifiuto della possibilità che la relazione matrimoniale si rompa. Una pastorale familiare sana deve fondarsi sul rispetto, sulla libertà e su una visione serena e gioiosa della sessualità.
d) In quale misura – e in particolari su quali aspetti – tale insegnamento è realmente conosciuto, accettato, rifiutato e/o criticato in ambienti extra ecclesiali? Quali sono i fattori culturali che ostacolano la piena ricezione dell’insegnamento della Chiesa sulla famiglia?
La cultura attuale non riflette i postulati tradizionalmente difesi dall’istituzione ecclesiastica, ma la
legislazione civile in buona misura sì. La tendenza a definire l’essere cattolico in termini di adesione a una ristretta gamma di “questioni etiche” (divorzio, aborto, omosessualità, fecondazione artificiale, ecc.), per di più semplificate all’estremo in modo da farne cavalli di battaglia nell’agone politico, ha contribuito ad alimentare aspre contrapposizioni nella società e far sì che questioni complesse fossero affrontate in modo fazioso e superficiale, a volte finendo per togliere forza pure a preoccupazioni condivise anche al di fuori della Chiesa. Esemplare, in tal senso, l’affermazione, priva di fondamento nell’esperienza, secondo cui il riconoscimento giuridico delle unioni tra persone dello stesso sesso costituirebbe una minaccia per l’istituzione matrimoniale, mentre la volontà di tutelare i valori della famiglia tradizionale non dovrebbe necessariamente implicare l’attacco ad altre forme di intendere o vivere la famiglia o le relazioni, nella misura in cui queste ultime rispettano la dignità umana e manifestano l’amore in modo autentico.
2. Sul matrimonio secondo la legge naturale
a) Quale posto occupa il concetto di legge naturale nella cultura civile, sia a livello istituzionale, educativo e accademico, sia a livello popolare? Quali visioni dell’antropologia sono sottese a questo dibattito sul fondamento naturale della famiglia?
Sebbene il concetto di legge naturale sia controverso sul piano filosofico, nell’accezione che usualmente gli si dà esso appare sempre più una costruzione culturale, storicamente determinata, funzionale alla conservazione di un ordine sociale patriarcale e incapace di dare conto dei molteplici aspetti della realtà umana.
b) Il concetto di legge naturale in relazione all’unione tra l’uomo e la donna è comunemente accettato in quanto tale da parte dei battezzati in generale?
Sebbene la nozione di “legge naturale” sia largamente ignorata nella sua valenza normativa, molti battezzati ritengono “naturale” solo l’unione tra l’uomo e la donna, ma molti altri non conisdrenoa “contro natura” quelle tra persona dello stesso sesso.
c) Come viene contestata nella prassi e nella teoria la legge naturale sull’unione tra l’uomo e la donna in vista della formazione di una famiglia? Come viene proposta e approfondita negli organismi civili ed ecclesiali?
La nozione di “legge naturale” viene ignorata perché appare sempre più espressione di una visione “fissista” ed “essenzialista” del mondo del tutto contrastante con quella dinamica, creativa, mutevole, autopoietica fornita dai più recenti sviluppi delle scienze.
Di questo permanente cambiamento è parte anche la famiglia, che nella storia ha conosciuto molteplici forme, di cui esistono tuttora esempi in diverse culture, partendo dai clan dei più antichi gruppi umani fino alla famiglia nucleare. Tale processo continua (famiglie senza figli o con figli di diversi genitori, comunità familiari, famiglie monoparentali, ecc.), per cui non è possibile considerare la “famiglia” un’istituzione immutabile ed è preferibile ormai parlare di “famiglie”, attrezzandosi a un accompagnamento pastorale diversificato, ma accomunato dal tentativo di aiutare ogni coppia e ogni persona a comprendere che cosa il comandamento dell’amore richieda loro nelle diverse situazioni, anziché proporre una modalità presunta “naturale” di vivere la famiglia.
d) Se richiedono la celebrazione del matrimonio battezzati non praticanti o che si dichiarino non credenti, come affrontare le sfide pastorali che ne conseguono?
È plausibile che questo tipo di situazioni siano, in buona parte, retaggio di un regime di cristianità, in cui l’appartenenza religiosa era in larga misura collegata a convenzioni sociali e la celebrazione del matrimonio religioso era determinata da spinte culturali. Perciò il movimento verso un’adesione alla fede cristiana più matura e “scelta” dovrebbe ridimensionare questi casi.
Al momento il primo passo appare quello di instaurare un dialogo sincero che consenta di discernere i motivi per cui queste persone vogliono sposarsi in Chiesa e verificare se ciò ha senso, dal momento che non si deve banalizzare il sacramento, ma neppure farne uno strumento di
discriminazione e per “eletti”. In generale per i battezzati non praticanti bisognerebbe rivalutare il matrimonio semplicemente civile e favorire un percorso della coppia verso quello religioso, mentre nel caso di non credenti si dovrebbe comunque tener conto, in una valutazione caso per caso, di quanto i valori alla base dell’unione siano comuni ai cristiani.
Tutte queste situazioni possono ad ogni modo rappresentare un’opportunità per spiegare l’insegnamento della Chiesa, chiarendo che, rispetto alla società secolare, essa propone una comprensione più ricca e profonda del matrimonio, ma anche più esigente in termini di impegno e responsabilità di ciascun coniuge nei confronti dell’altro nonché della coppia nei confronti dei figli e della famiglia nei confronti del mondo. Se le persone accettano questa proposta e vogliono comunque formalizzare il loro impegno, essi testimoniano la bontà del matrimonio cristiano anche se non accettano tutte le dottrine della Chiesa.
3. La pastorale della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione
a) Quali sono le esperienze nate negli ultimi decenni in ordine alla preparazione al matrimonio? Come si è cercato di stimolare il compito di evangelizzazione degli sposi e della famiglia? Come promuovere la coscienza della famiglia come «Chiesa domestica»?
Il fatto che le famiglie siano o no “Chiese domestiche”, in cui si prega, si vive e si trasmette la fede, dipende sempre meno dalla “cultura di cristianità” e sempre più dalla consapevole scelta cristiana degli adulti, rimandando così alle Chiese il compito di elaborare nuove forme di spiritualità e religiosità più adeguate a quanto lo Spirito inspira negli uomini e nelle donne di oggi.
In realtà a una sovrabbondante retorica familista non è corrisposta un’iniziativa non episodica di accompagnamento delle famiglie, riflesso della difficoltà a transitare da una pastorale fondata sulla sacramentalizzazione (e quindi su bambini e ragazzi) a una basata sulla costruzione della comunità cristiana (e quindi sugli adulti). Le iniziative avviate, pur promettenti, non hanno superato un circuito elitario.
b) Si è riusciti a proporre stili di preghiera in famiglia che riescano a resistere alla complessità della vita e della cultura attuale?
Intanto non si dovrebbe puntare a proporre “stili di preghiera in famiglia che riescano a resistere alla complessità della vita e della cultura attuale”, ma, semmai, siano capaci di assumere tale complessità, pena il loro essere insignificanti e alienanti. La difficoltà a proporne di tal genere è espressione della fatica a elaborare una spiritualità incarnata nella vita quotidiana e nella cultura contemporanea.
c) Nell’attuale situazione di crisi tra le generazioni, come le famiglie cristiane hanno saputo realizzare la propria vocazione di trasmissione della fede?
Lo fanno attraverso la propria testimonianza nella misura in cui il modo degli adulti di essere cristiani risulta significativo per le nuove generazioni, fatta salva la necessità per queste ultime di trovare sempre un modo di vivere la fede adatto al loro tempo e ai loro percorsi esistenziali.
d) In che modo le Chiese locali e i movimenti di spiritualità familiare hanno saputo creare percorsi esemplari?
In genere la “esemplarità” proposta è riferita a un modello di famiglia tradizionale (per esempio, considerando un valore in sé l’abbondanza della prole) che coincide sempre meno con le condizioni in cui si trova a vivere una coppia ordinaria. Più significativi appaiono gli esempi di famiglie “aperte” all’affido e all’adozione, sempre che tali scelte non siano viziate da intransigenza o esibizionismi.
e) Qual è l’apporto specifico che coppie e famiglie sono riuscite a dare in ordine alla diffusione di una visione integrale della coppia e della famiglia cristiana credibile oggi?
In generale l’autodefinirsi “cattoliche” o “cristiane” non garantisce che le famiglie esprimano valori
più in linea col Vangelo di Gesù rispetto a quelle composte da non credenti. Non di rado famiglie che frequentano abitualmente le parrocchie hanno una mentalità perbenista, individualista, competitiva e chiusa alle diversità. Ci sono però famiglie che danno un apporto specifico nel vivere l’amore senza condizioni, la responsabilità, la generosità e l’apertura al proprio interno e nei rapporti sociali.
f) Quale attenzione pastorale la Chiesa ha mostrato per sostenere il cammino delle coppie in formazione e delle coppie in crisi?
La preparazione al matrimonio si riduce a brevi corsi prematrimoniali, i quali, al di là della buona volontà di chi li organizza, appaiono più un pedaggio da pagare per accedere al matrimonio religioso che un effettivo itinerario di fede, mentre sono solitamente ignorate le sempre più frequenti esperienze di convivenza previe alle nozze.
Di fronte alle coppie in crisi la Chiesa invita alla riconciliazione e al perdono, facendo appello all’amore e alla comprensione. Ma ciò si rivela monco nel momento in cui i partner si separano, perché l’istituzione li lascia soli, proprio nel momento in cui vicinanza e solidarietà sarebbero più necessarie. Non esistono modalità per sostenerle, in parte perché l’insegnamento del Magistero appare sostanzialmente volontarista e poco capace di cogliere la complessità dell’esperienza relazionale, ma soprattutto perché i credenti non sono abituati a collegare la propria fede alle proprie vicende esistenziali né vivono inseriti in comunità “calde” e capaci di aiutare un discernimento. Così, per esesempio, il non poter – a rigor di dottrina – invitare le persone a separarsi neppure quando il mantenere una relazione è insano o addirittura pericoloso impedisce agli operatori pastorali e alle comunità cristiane di aiutare le persone a separarsi nel modo meno conflittuale possibile, se non riescono a tornare ad amarsi.
4. Sulla pastorale per far fronte ad alcune situazioni matrimoniali difficili
a) La convivenza ad experimentum è una realtà pastorale rilevante nella Chiesa particolare? In quale percentuale si potrebbe stimare numericamente?
Il rapido mutamento della società, col tramonto della civiltà contadina, l’emancipazione della donna, lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, il ritardato ingresso nell’ambito produttivo, con lo iato crescente tra l’acquisizione della maturità sessuale e il pieno riconoscimento della condizione adulta, ecc. provocano un profondo mutamento nel modo di vivere le relazioni affettive, rendendo la convivenza ad experimentum non solo un evento sempre più normale, ma un’esperienza auspicabile prima di compiere un passo importante come il matrimonio, che è orientato all’indissolubilità. In tale contesto è poco realista chiedere che le persone si astengano dall’avere rapporti sessuali fino al matrimonio, quando l’inserimento nel mondo del lavoro in forma stabile (e quindi la possibilità di essere autonomi economicamente, sposarsi e mantenere dei figli, ecc.) avviene sempre più frequentemente dopo i 30 anni. Ma, in fondo, dove c’è amore c’è sacramento, che i fidanzati si sposino o no, e dove non c’è amore non c’è sacramento, per quanto la coppia sia sposata canonicamente.
b) Esistono unioni libere di fatto, senza riconoscimento né religioso né civile? Vi sono dati statistici affidabili?
Certamente ne esistono e il loro numero è in costante aumento.
c) I separati e i divorziati risposati sono una realtà pastorale rilevante nella Chiesa particolare? In quale percentuale si potrebbe stimare numericamente? Come si fa fronte a questa realtà attraverso programmi pastorali adatti?
I separati e i divorziati risposati sono una realtà pastorale sempre più rilevante.
d) In tutti questi casi: come vivono i battezzati la loro irregolarità? Ne sono consapevoli? Manifestano semplicemente indifferenza? Si sentono emarginati e vivono con sofferenza
l’impossibilità di ricevere i sacramenti?
I battezzati divorziati risposati hanno sperimentato un fallimento e una ferita, più o meno profondi, ma comunque dolorosi, e di ciò sono in genere consapevoli. Essi vivono l’impossibilità di ricevere i sacramenti – ma anche di essere madrine o padrini di battesimo o Prima comunione, catechisti o insegnanti di religione nella scuola, ecc. – con sofferenza, che spesso evolve nell’indifferenza perché alla lunga si sentono oggetto di un’ingiustizia, di un trattamento non adeguato al loro percorso esistenziale, di un’esclusione che risulta loro contraddittoria rispetto a una Chiesa che si dice portatrice di un messaggio di amore, misericordia e perdono.
Si tratta qui di superare una morale che, paradossalmente, mentre chiama le persone a non ridurre la relazione d’amore al rapporto sessuale, finisce per considerare dirimente quanto avviene nella sfera genitale, arrivando a riammettere ai sacramenti i divorziati risposati se vivono “come fratello e sorella”.
e) Quali sono le richieste che le persone divorziate e risposate rivolgono alla Chiesa a proposito dei sacramenti dell’eucaristia e della riconciliazione? Tra le persone che si trovano in queste situazioni, quante chiedono questi sacramenti?
I battezzati divorziati risposati chiedono di poter partecipare pienamente alla vita della Chiesa, compresi i sacramenti che la Chiesa stessa indica essere nutrimento indispensabile di una vita cristiana, a volte fatta ancora di vari decenni. Non si accontentano, come pure avviene spesso, di accostarsi all’eucaristia in modo clandestino sulla base di una decisione solo della loro coscienza.
f) Lo snellimento della prassi canonica in ordine al riconoscimento della dichiarazione di nullità del vincolo matrimoniale potrebbe offrire un reale contributo positivo alla soluzione delle problematiche delle persone coinvolte? Se sì, in quali forme?
La dichiarazione di nullità del vincolo matrimoniale può offrire un contributo positivo solo in un ridotto numero di casi, perché normalmente le persone si sposano – specie oggi che farlo appare socialmente meno necessario – con la convinzione e l’intenzione di costruire un legame duraturo, che non di rado porta alla nascita di figli (per i quali risulta incomprensibile e penoso sentirsi dichiarare, a un certo punto della vita, frutto di qualcosa di mai esistito) e si spezza dopo che i coniugi hanno fatto tentativi di evitare la rottura. Di conseguenza una semplificazione delle procedure in tal senso può al massimo contribuire ad attenuare gli aspetti discriminatori impliciti nei costi del procedimento giudiziario e a risparmiare ai coniugi di dover esagerare o forzare i fatti per ottenere una sentenza favorevole, ma non risolve il problema dei matrimoni che, pur essendo autentici, finiscono. In generale si tratta di ridimensionare l’approccio giuridicista tipico della tradizione latina a vantaggio di quello maggiormente pastorale prevalso in Oriente. Più adeguata risposta, oltre che un gesto di grande valore ecumenico, costituirebbe, quindi, l’adozione della prassi attualmente in vigore nelle Chiese ortodosse sulla celebrazione delle seconde nozze dopo il divorzio.
g) Esiste una pastorale per venire incontro a questi casi? Come si svolge tale attività pastorale? Esistono programmi al riguardo a livello nazionale e diocesano? Come viene annunciata a separati e divorziati risposati la misericordia di Dio e come viene messo in atto il sostegno della Chiesa al loro cammino di fede?
Da qualche anno le diocesi cercano, spesso in modo attento e utile, di attuare forme di accompagnamento pastorale dei separati e dei divorziati risposati, le quali però vanno inevitabilmente a cozzare contro l’esclusione di questi ultimi (e a volte, indebitamente, anche dei primi) dai sacramenti e tendono a “inchiodare” il percorso umano e cristiano alla condizione di divorziati risposati, di fatto escludendoli da una pastorale “familiare” in quanto non considerati, coi loro secondi coniugi e i figli nati dalle nuove nozze, famiglie “cattoliche” in senso pieno. Bisogna invece consentire alle persone che hanno fallito nel primo matrimonio di ricostruirsi una vita con un’altra persona, potendo contare sul sostegno amorevole e responsabilizzante della Chiesa. Ciò anche per evitare che molti ragazzi e giovani continuino a “non vedere mai i loro genitori accostarsi
ai sacramenti”.
5. Sulle unioni di persone dello stesso sesso
a) Esiste nel vostro paese una legge civile di riconoscimento delle unioni di persone dello stesso sesso equiparate in qualche modo al matrimonio?
No.
b) Quale è l’atteggiamento delle Chiese particolari e locali sia di fronte allo stato civile promotore di unioni civili tra persone dello stesso sesso, sia di fronte alle persone coinvolte in questo tipo di unione?
Se per Chiesa si intendono le autorità ecclesiastiche, netta e a tratti “militante” è stata la loro opposizione a qualunque proposta di unioni civili tra persone dello stesso sesso, come pure alle norme contro omofobia e transfobia (in continuità con secolari violenze cui hanno contribuito e di cui dovrebbero, per quanto è loro responsabilità, chiedere perdono), mostrando scarsa comprensione di queste vicende umane e finendo per apparire complici delle violenze compiute contro le minoranze sessuali. Nel popolo di Dio pare invece prevalente una sostanziale tolleranza di fronte a queste ipotesi legislative.
c) Quale attenzione pastorale è possibile avere nei confronti delle persone che hanno scelto di vivere secondo questo tipo di unioni?
Negli ultimi anni, grazie anche alla tenacia dei gruppi di omosessuali credenti, alcune diocesi hanno avviato timidi tentativi di pastorale con le persone appartenenti alle minoranze sessuali. Affinché sia possibile offrire cammini di vita cristiana adeguati al loro vissuto è però necessario che la Chiesa renda più flessibile e inclusiva la propria visione antropologica, abbandonando una concezione fissista ed essenzialista della “legge naturale”, secondo cui l’amore omosessuale sarebbe “contro natura” e non una variante naturale, seppur minoritaria, della sessualità umana, nonostante in tutti i tempi, in tutti i contesti e in tutte le culture siano vissuti uomini e donne attratte, per motivi biologici e psicologici, da persone dello stesso sesso. Per attuare un effettivo accompagnamento pastorale la Chiesa dovrebbe inoltre favorire relazioni stabili, incoraggiandole come espressione di un desiderio di fedeltà, impegno e rispetto reciproco e benedire le unioni (che potrebbero chiamarsi anche matrimonio, giacché tale dizione è usata per definire quelle eterosessuali che, per qualunque motivo, non sono aperte alla procreazione), eventualmente estendendo loro il sacramento. Ciò non svaluterebbe il matrimonio tra uomo e donna, ma affermerebbe che il contesto ideale per un rapporto sessuale è una relazione monogamica per tutta la vita con un altro essere umano, eterosessuale od omosessuale a seconda dell’orientamento sessuale dei componenti della coppia.
d) Nel caso di unioni di persone dello stesso sesso che abbiano adottato bambini, come comportarsi pastoralmente in vista della trasmissione della fede?
Nei confronti di queste persone – e dei bambini eventualmente da loro adottati – dovrebbero esserci un inserimento nella vita ecclesiale e un accompagnamento pastorale analoghi a quelli di ogni altro credente, con un più di speciale attenzione dovuta a chi è maggiormente a rischio di discriminazione, là dove questo sia il caso. L’esperienza dei gruppi di omosessuali cristiani, in cui essi cercano di vivere la propria fede integrandovi il proprio orientamento sessuale, può offrire uno straordinario contributo in tal senso. Ciò implica però superare una visione dell’omosessualità come deviazione, malattia, vizio, ecc. che ha reso le minoranze sessuali oggetto, anche nella Chiesa, di una secolare discriminazione e violenza, nonostante di loro Gesù non pare si sia per nulla preoccupato. D’altro canto molte famiglie omosessuali, indipendentemente dalla mancanza di un riconoscimento giuridico ed eventualmente della possibilità di adottare, educano i figli avuti da uno e da entrambi i partner in precedenti unioni o rapporti. Le famiglie omosessuali dovrebbero essere sostenute nel loro compito educativo, a maggior ragione in una società che talvolta si mostra incapace di accettare le diversità.
6. Sull’educazione dei figli in seno alle situazioni di matrimoni irregolari
a) Qual è in questi casi la proporzione stimata di bambini e adolescenti in relazione ai bambini nati e cresciuti in famiglie regolarmente costituite?
Prima di tutto usare termini come “regolare” o “irregolare” non pare molto appropriato per i seguaci del “Dio che è amore”. La Chiesa non serve a distribuire patenti di “regolarità” o “irregolarità”, ma per accompagnare, incoraggiare, sostenere ogni persona nella realizzazione della sua vocazione d’amore, qualunque sia la sua condizione di vita. Va inoltre tenuto conto che spesso per i figli le situazioni familiari complesse, se vissute con disponibilità e generosità dai soggetti coinvolti, rappresentano una ricchezza, in quanto offrono una possibilità di rapporti significativi con adulti che rivestono ruoli diversi, come, in società tradizionali, avveniva per altre strutture sociali, quali il villaggio o la famiglia estesa.
b) Con quale atteggiamento i genitori si rivolgono alla Chiesa? Che cosa chiedono? Solo i sacramenti o anche la catechesi e l’insegnamento in generale della religione?
Dato lo stigma che il Magistero e la disciplina ecclesiale tendono a porre su queste persone, in generale i genitori dei figli di famiglie “irregolari” si rivolgono meno di altri alla Chiesa, anche perché temono di subire un rifiuto, ma se lo fanno e sono accolti, non di rado chiedono un pieno coinvolgimento nella vita ecclesiale.
c) Come le Chiese particolari vanno incontro alla necessità dei genitori di questi bambini di offrire un’educazione cristiana ai propri figli?
Si barcamenano, a seconda della sensibilità di vescovi e preti, tra le esigenze rigoriste delle norme canoniche e la convinzione diffusa tra le persone – e non di rado da loro stessi condivisa – che tali precetti risultino alla fine discriminatori. Ne deriva un quadro segnato da atteggiamenti ingiustificatamente diversificati, quando non arbitrari.
d) Come si svolge la pratica sacramentale in questi casi: la preparazione, l’amministrazione del sacramento e l’accompagnamento?
Il problema qui sta nell’esclusione dei genitori dai sacramenti proprio nel momento in cui i figli e le figlie compiono l’itinerario dell’iniziazione cristiana volta a inserirli nella piena partecipazione alla vita della Chiesa, di cui l’eucaristia è fons et culmen. Essi non possono non percepire come stridente e poco comprensibile l’impossibilità, per coloro che rappresentano il punto di riferimento principale per la loro crescita umana, di essere pienamente parte di quella comunità cristiana in cui essi vengono solennemente introdotti.
7. Sull’apertura degli sposi alla vita
a) Qual è la reale conoscenza che i cristiani hanno della dottrina della Humanae vitae sulla paternità responsabile? Quale coscienza si ha della valutazione morale dei differenti metodi di regolazione delle nascite? Quali approfondimenti potrebbero essere suggeriti in materia dal punto di vista pastorale?
La conoscenza è quella legata all’immagine della dottrina della Humanae Vitae come riducibile, in sostanza, al divieto dell’uso di contraccettivi artificiali. Tale proibizione è però del tutto ignorata e l’immensa maggioranza delle coppie credenti esercita la propria genitorialità responsabile ricorrendo a metodi anticoncezionali artificiali, fondamentalmente perché non ritiene eticamente significativa la distinzione tra metodi naturali e metodi artificiali di controllo delle nascite. Inoltre il rifiuto dell’uso del preservativo suscita scandalo di fronte alla diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili, in particolare dell’Hiv/Aids, minando alla base l’autorità morale della Chiesa.
b) È accettata tale dottrina morale? Quali sono gli aspetti più problematici che rendono difficoltosa
l’accettazione nella grande maggioranza delle coppie?
Oggi bisognerebbe semplicemente prendere atto che tale dottrina è stata respinta dal sensus fidelium. Essa si radica in una visione fatalista e povera della sessualità, che tende a finalizzarla essenzialmente alla procreazione (e trascura altre dimensioni, come quelle del conoscersi intimamente e del darsi reciprocamente piacere), si concentra “sul singolo atto sessuale”, a scapito di una responsabilità genitoriale condivisa che si estende per tutta la vita e risulta arricchita dal ricorso a metodi contraccettivi affidabili. D’altro canto, le odierne conoscenze scientifiche e tecniche hanno reso, per la prima volta nella storia dell’umanità, sessualità e riproduzione indipendenti l’una dall’altra, nel senso che l’esercizio della sessualità non è più necessariamente aperto alla procreazione e il rapporto sessuale ha smesso di esser indispensabile per la riproduzione. Ciò implica un mutamento antropologico e culturale che richiede un nuovo paradigma morale, in cui centrali divengono valori come l’autenticità della relazione, la libertà nell’amore, l’attenzione all’altro/a, ecc.
La sua elaborazione deve avvenire coinvolgendo le coppie che si trovano ad affrontare queste problematiche, ascoltandone l’esperienza, dando spazio alla loro sapienza e confidando nella loro coscienza, invece di formulare, come avvenuto finora, permessi e divieti astratti, stabiliti da persone mai, almeno in teoria, coinvolte in prima persona da queste situazioni e poi fatti calare dall’alto su chi a tali prescrizioni dovrebbe attenersi.
c) Quali metodi naturali vengono promossi da parte delle Chiese particolari per aiutare i coniugi a mettere in pratica la dottrina dell’Humanae vitae?
In realtà le Chiese particolari hanno rinunciato, tranne rare eccezioni, a qualunque promozione di tali metodi naturali, perché consapevoli del fragile fondamento e della nulla accettazione di tale dottrina.
d) Qual è l’esperienza riguardo a questo tema nella prassi del sacramento della penitenza e nella partecipazione all’eucaristia?
L’uso dei preservativi (come pure i rapporti sessuali prematrimoniali) non dovrebbero implicare nessuna confessione di peccato, sempre che la coscienza personale li ritenga atti responsabili e amorevoli verso il partner. Ben diverso sarebbe il caso di atti di altra valenza fisica e morale come un’interruzione volontaria di gravidanza.
e) Quali contrasti si evidenziano tra la dottrina della Chiesa e l’educazione civile al riguardo?
I molti elementi di saggezza contenuti nell’insegnamento della Chiesa sulla dignità umana nell’ambito delle relazioni sessuali sono stati screditati del suo atteggiamento non realista rispetto alla contraccezione e dalla sua diffidenza nei confronti della sessualità, il cui esercizio è accettato unicamente all’interno del matrimonio e in funzione procreativa. Ciò ha di fatto impedito alla Chiesa non solo di realizzare un effettivo accompagnamento pastorale delle persone in questo ambito, ma di veder preso maggiormente sul serio il proprio contributo nell’ambito civile.
f) Come promuovere una mentalità maggiormente aperta alla natalità? Come favorire la crescita delle nascite?
È del tutto opinabile che l’aumento delle nascite costituisca oggi (e tale sia percepito) un valore in sé. Perché mai, quindi, lo si dovrebbe favorire? L’incremento della popolazione, la scarsità delle risorse naturali, la diminuzione della mortalità infantile, la diffusione dell’educazione e la possibilità per le donne di realizzarsi in forme differenti dalla maternità, ecc. tendono a ridurre gli indici di natalità, favorendo nuclei familiari più piccoli che come tali non presentano controindicazioni sul piano etico, esigendo dalla Chiesa approcci morali nuovi, capaci di tener conto dei mutamenti demografici, dei problemi di sostenibilità della presenza umana sul pianeta e del modificarsi delle relazioni all’interno delle famiglie. La procreazione è comunque sempre più vista come scelta, la quale comporta responsabilità, che si può anche temere di affrontare per ragioni soggettive od oggettive. Accompagnare una genitorialità responsabile implica smettere di considerare il sesso
qualcosa di tendenzialmente peccaminoso e collaborare affinché alla famiglie siano garantite condizioni economiche e sociali adeguate alla procreazione. In Italia la crisi economica, la crescente precarietà e incertezza del futuro, la progressiva riduzione dei servizi rivolti alle famiglie e soprattutto ai suoi componenti più deboli per età, disabilità, malattia, ecc. rendono, infatti, la decisione di avere figli sempre più difficile. Questa dovrebbe essere sempre lasciata alla coscienza di ciascuno, e in particolare delle donne, ma la comunità cristiana dovrebbe operare affinché una più giusta distribuzione della ricchezza e il rafforzamento dello Stato sociale consentano scelte libere e aperte all’accoglienza di nuove vite.
8. Sul rapporto tra la famiglia e persona
a) Gesù Cristo rivela il mistero e la vocazione dell’uomo: la famiglia è un luogo privilegiato perché questo avvenga?
Certamente la famiglia, per l’importanza che riveste nella vita delle persone, è un luogo rilevante in cui Gesù rivela il mistero e la vocazione dell’uomo, ma non è di per sé un ambito privilegiato rispetto ad altri. Non si può, d’altro canto, ignorare che Gesù ha sempre relativizzato i legami di sangue a vantaggio della fedeltà “alla volontà del Padre” (cfr. per esempio, Mt 12,46-50; Mc 3,31-34; Lc 2, 48-49; 8,19-21; Gv 19,25-27).
b) Quali situazioni critiche della famiglia nel mondo odierno possono diventare un ostacolo all’incontro della persona con Cristo?
Sicuramente il non sentirsi amati, l’essere abbandonati ed esclusi, il subire violenza nella famiglia o nella società. In particolare oggi la mancanza di lavoro, di cure mediche adeguate, di sostegno materiale e psicologico in situazioni di invecchiamento, disagio mentale, dipendenza corrodono le relazioni familiari.
c) In quale misura le crisi di fede che le persone possono attraversare incidono nella vita familiare?
Nella misura in cui l’esperienza di fede sia significativa per le persone e per la coppia, i momenti in cui essa entra in crisi si riverberano nella vita familiare. Determinanti si rivelano allora la solidità dell’amore, inteso soprattutto qui come capacità di accettare la diversità dell’altro/a, e la maturità della fede, nel senso qui del fidarsi del fatto che una ricerca umana sincera è sempre guidata da Dio, anche quando non rientra nei “parametri” solitamente utilizzati per distinguere il “credente” dal “non credente”.
9. Altre sfide e proposte
Ci sono altre sfide e proposte riguardo ai temi trattati in questo questionario, avvertite come urgenti o utili da parte dei destinatari?
Se ne possono segnalare almeno quattro:
a. tra le “situazioni che richiedono l’attenzione e l’impegno pastorale della Chiesa” il documento preparatorio ricorda, senza peraltro richiamarle nel questionario, “forme di femminismo ostile alla Chiesa”, ma ignora la presenza – certamente più concreta, diffusa e radicata, anche in ambienti cattolici – di mentalità e prassi maschiliste, quasi che il maschilismo, nelle sue varie declinazioni, non esistesse, non avesse conseguenze sui modelli familiari e sulle relazioni tra uomini e donne, e non costituisse problema per la Chiesa. Esso, invece, chiama in causa non solo un millenario ordine sociosimbolico patriarcale, ma anche, nello specifico, visioni di Dio, dell’umanità e della Chiesa di cui il cristianesimo è profondamente intriso. Contribuire a superarli è oggi decisivo per costruire relazioni più armoniche tra uomini e donne, società più eque e comunità cristiane più autentiche.
b. A ciò è collegato un fenomeno drammatico e documentato nei diversi contesti geografici, culturali e sociali: la violenza di genere (fisica, sessuale, economica, ecc.), assai diffusa anche all’interno delle famiglia, che ha il proprio culmine nel femminicidio, nella stragrande maggioranza
dei casi consumato da maschi con cui la donna ha o ha avuto legami stretti, spesso parentali.
d. Rilevanti sono anche i temi connessi all’aborto e alla fecondazione assistita o alle nuove tecniche di impianto di embrioni per evitare malattie. Nel primo caso la questione di fondo consiste nello sganciare il giudizio etico sull’interruzione di gravidanza, certamente negativo, dalla convinzione che l’unico modo per affrontare questo fenomeno sociale sia la sua penalizzazione da parte della legge civile, non facendone una questione di principio, ma consentendo un dibattito sereno che possa trovare come terreno condiviso l’impegno a combattere le condizioni che da sempre alimentano questa condotta: tra i credenti bisognerebbe quindi dare spazio a una pluralità di opinioni, legittima nella misura in cui riconosce l’opinabilità circa le vie concrete per contrastare l’aborto (persecuzione di comportamento illegale o legalizzazione di pratica clandestina) e, più in generale, la distinzione tra morale e diritto. Nel secondo caso, sarebbe opportuno mettersi in ascolto dell’intera comunità scientifica, e non solo di una sua parte, superare una visione etica eccessivamente “biologicista” e “fisicista” che appare sempre più inadeguata di fronte agli sviluppi della tecnica medica e riconoscere la responsabilità ultima delle coppie nelle scelte in questa materia.
c. Infine, nel quadro di una riflessione sulla famiglia, non dovrebbe mancare un esame della condizione delle famiglie di quanti sono ministri ordinati (diaconi permanenti sposati, clero uxorato delle Chiese cattoliche di rito orientale, preti coniugati convertitisi al cattolicesimo da altre confessioni cristiane) e dei presbiteri della Chiesa che, a motivo dell’obbligo del celibato, hanno dovuto abbandonare il ministero per aver contratto matrimonio, venendo spesso emarginati dall’istituzione ecclesiastica e dalle comunità cristiane. Su questo piano sarebbe opportuno addivenire al riconoscimento della piena compatibilità tra ordine e matrimonio.

Mauro Castagnaro

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RISPONDERE AL PAPA

Gli risposero

(Marco 8,28; Luca 24,19)

La Comunità San Francesco Saverio di Trento, il gruppo di credenti “Chiccodisenape” di Torino, la Comunità di San Paolo di Roma, la Scuola di antropologia “Vasti”, i gruppi di “Noi siamo Chiesa”, la Comunità di Sant’Angelo e il Laboratorio Sinodalità laicale LaSila di Milano, donne cattoliche e moltissimi altri gruppi e persone, per parlare solo dell’Italia, stanno preparando le risposte ad un questionario. Ma questa volta dovranno usare carta, busta e un francobollo, e spedire le risposte entro il 31 dicembre a Mons. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, c/o Segreteria del Sinodo, via della Conciliazione 34 – 00120 Città del Vaticano, perché si tratta di rispondere a tutte o ad alcune delle trentotto domande che il papa Francesco ha fatto rivolgere a tutta la Chiesa per prendere decisioni pastorali e teologiche su temi cruciali della famiglia e della condizione umana sulla terra.

E’ una novità.

Fu Pio XII che per primo fece un timidissimo accenno a un’opinione pubblica nella Chiesa, alludendo a una qualche voce in capitolo dei fedeli, ma la cosa non ebbe alcun seguito. Arrivò poi il Concilio, e la parola la diede ai vescovi, ma poi fu tolta anche a loro: Paolo VI decise da solo sulla contraccezione e ne blindò il divieto nella “Humanae vitae”, e poi si inventò un Sinodo dei vescovi senza alcun potere, senza collegialità e con i dibattiti tenuti segreti, e riservati al buon uso del papa. Così per cinquant’anni la grande idea riformatrice del Concilio di una Chiesa identificata col popolo di Dio e governata dal papa e dai vescovi in comunione con lui è rimasta lettera morta, e non a caso la compagine cattolica è giunta alla crisi devastante che ha portato alle dimissioni di Benedetto XVI.

Ed ecco che ora riappare il popolo di Dio nella sua identificazione con la Chiesa, a lui sono rivolte le 38 domande e si innesca un grandioso processo sinodale e collegiale che dalla attuale consultazione dei fedeli (ma anche, se vogliono, dei non credenti) giungerà fino al Sinodo straordinario del 2014, dedicato ai problemi più urgenti, e a quello ordinario del 2015, in cui si prenderanno determinazioni pastorali ed evangeliche più mature e a lungo termine riguardanti i temi antropologici su cui oggi la Chiesa torna a riflettere.

È la svolta che ci si aspettava da papa Francesco, dopo le grandi parole da lui dette nei primi sette mesi di pontificato, da cui già si poteva capire quale sarebbe stato il cammino. Come il Concilio, evento altrettanto innovatore, il processo sinodale e collegiale oggi avviato ha la finalità di un annuncio della fede in quei modi “che la nostra età esige” (un’età in cui è mutata l’autocomprensione degli esseri umani), ma ora il papa ha esteso la platea dei chiamati a prendere la parola per dire quali sono le esigenze che la nostra età pone alla fede.

Durante il Concilio i moderatori proposero ai vescovi quattro domande per sapere cosa ne pensassero della collegialità, dell’episcopato, del diaconato e di altri problemi interni alla Chiesa, e sulle risposte impostare i documenti. Successe un putiferio, ma così il Concilio prese la sua strada. Oggi le domande sono 38, perché le questioni da dirimere sulla terra sono ancora di più di quelle da dirimere nella Chiesa, e le domande sono rivolte a tutti. Non è populismo, né demagogia, né democrazia; è che la salvezza, come canta la liturgia del Natale, scende dall’alto ma anche germina dalla terra, è che il popolo di Dio, come diceva la Lumen Gentium, nell’aderire alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte “con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita”. Per questo ad essere interpellati sono i membri del gregge, perché il gregge non ha solo il fiuto ma ha la parola, cioè il gregge è diventato un popolo, e anche il pastore ora se n’è accorto.

Ma funzionerà la consultazione, davvero chiunque è abilitato a mandare le sue risposte al Sinodo, oppure varranno solo i documenti che perverranno attraverso le gerarchie delle diocesi e delle conferenze episcopali? Certo non tutti nella Chiesa sono contenti: forse si è osato troppo, può darsi che la cosa sia sfuggita di mano, può darsi che qualcuno nelle Sacre Logge ora vorrebbe tornare indietro. Tuttavia il fatto è che il papa ha fatto pubblicare le domande, gli uffici della Santa Sede le hanno fatte mettere su Internet (basta un clic per conoscerle!) e il nuovo segretario del Sinodo, mons. Baldisseri in diretta alla Radio Vaticana ha detto che la consultazione è canalizzata attraverso

i vescovi, “però liberamente ciascuno potrà inviare un testo”, e poi lo ha confermato rispondendo a un quesito del National Catholic Reporter.

Dal punto di vista teologico sono chiari i fondamenti di questa svolta: la fede trasmessa dagli apostoli è anche la fede degli uomini della “cerchia degli apostoli”, di cui parla il Concilio, ovvero la fede dei discepoli che attraverso una ininterrotta successione di secoli, tramandata e arricchita dalla universalità dei fedeli, è giunta fino a noi. E’ la successione discepolare che viene dalle donne del sepolcro, dai discepoli di Betania e di Cana, dal “discepolo che Gesù amava”, e dagli altri come loro. È giusto quindi che ad essere interrogati sui problemi della sopravvivenza della fede nel nostro tempo non siano solo i successori degli apostoli ma anche i discepoli. Se se ne vuole trovare una ragione nelle precedenti esternazioni di papa Francesco, si può trovare nell’osservazione da lui fatta nelle omelie a Santa Marta, riguardo a quelle comunità cristiane del Giappone che nel XVII secolo, dopo la cacciata dei missionari stranieri, erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. “Ma quando dopo questo tempo sono tornati di nuovo altri missionari, hanno trovato tutte le comunità a posto: tutti battezzati, tutti catechizzati, tutti sposati in chiesa, e quelli che erano morti, tutti sepolti cristianamente. Non c’erano preti. E chi aveva fatto tutto questo? I semplici battezzati!”.

Nell’intervista alla Civiltà Cattolica, ricordando il “sentire cum Ecclesia” di S. Ignazio, Francesco ha spiegato che «il popolo è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori. E l’insieme dei fedeli è infallibile nel credere… Non è dunque un sentire riferito ai teologi». Poi ha chiarito che questo non significa dimenticare “la santa madre Chiesa gerarchica”, ma ha sottolineato: «Io vedo la santità nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Questa per me è la santità comune”. Ed è per questo che Francesco ha detto più volte che i vescovi non devono stare soltanto davanti o in mezzo al gregge, ma anche dietro al gregge, perché c’è “un fiuto del gregge” e spesso è lui ad aprire il cammino e a indicare nuove strade.

Ma, ancora, non c’è solo la successione degli apostoli e dei discepoli; c’è la successione di quella porzione del popolo di Dio in mezzo a cui si è dato l’evento dell’incarnazione; sono le folle, di cui Gesù chiedeva: “chi dice la gente che io sia?” Dunque figure cruciali del Vangelo non sono solo gli apostoli, non solo i discepoli e le discepole, ma anche le folle che seguivano Gesù e che, interrogate, rispondevano magari sul divorzio e la legge di Mosè. Perché Gesù non chiedeva solo di seguirlo, ma di rispondergli, e questa richiesta era naturalmente rivolta a tutti. Domandava di chi fossero l’immagine e l’iscrizione sulle monete di Cesare, domandava che pensassero del Messia, domandava che cosa era successo a Gerusalemme in quei giorni di Pasqua, e anche i ciechi gli rispondevano, e Pietro, e i discepoli di Emmaus; sicché oggi chiamati a rispondere, come destinatari delle domande, sono anche tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Così nella Chiesa c’è un compito di annuncio, di testimonianza ma c’è anche un compito di interrogare e un compito di rispondere. Ma se la novità sta nelle domande, la rivoluzione sta nelle risposte. Se si apre la strada delle risposte, e se l’interrogazione del papa e dei vescovi sarà fatta con verità così che essi prendano a cuore le risposte, pur ciascuno mantenendo la sua autorità e il suo ruolo, allora non sarà più il cambiamento di papa Francesco, ma sarà il cambiamento della Chiesa, e poi forse ne verranno molte altre cose; e addirittura, in prospettiva più lontana, “alla fine dei giorni verranno i popoli al monte santo del Signore”, “ognuno con il suo Dio” (Michea) portando con sé le loro risposte sulla loro lunga traversata nella storia.

Però quelle da inviare al Sinodo non dovrebbero essere solo risposte solitarie e improvvisate. Perché il rispondere incrementi la comunione ecclesiale dovrebbero esserci risposte date in comune; bisognerebbe che si creassero in innumerevoli modi, in città e in campagne, nelle parrocchie e in ogni altro mondo vitale dei Gruppi di risposta permanente alle domande che la Chiesa via via si fa e si farà sulle grandi ed evolutive questioni dell’antropologia del mondo di questo tempo. E per rispondere ognuno dovrebbe pensare e studiare, e anche pregare, e ogni anche piccolo gruppo potrebbe avere la sua spiritualità la sua caratteristica e il suo nome; e potrebbero essere gruppi vecchi e nuovi, gruppi di risposta cattolici ed ecumenici, cristiani e interreligiosi e interculturali, ognuno con i suoi attrezzi di lavoro, con le sue risorse di cultura e di esperienza.

E se questi gruppi si dissemineranno e saranno in comunione tra loro, allora non sarà più solo qualche zelante religioso o laico che risponde a questionari inattesi, ma saranno pezzi di una umanità che risponde a un Dio che la interroga, che le chiede: “che cos’è l’uomo? Tu chi dici che io sia?”.

Raniero La Valle

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