Feeds:
Articoli
Commenti

Posts contrassegnato dai tag ‘laici’

(intervento di Chiccodisenape in occasione dell’incontro “Il Vangelo che abbiamo Ricevuto” Firenze, 16 maggio 2009)

Vorrei che guardaste intorno a voi.
Noi, noi non esistiamo.
Questo ci dicono i nostri amici non credenti: i cattolici critici non esistono perché è una contraddizione in termini. Questo forse spera qualche altro amico, episcopo: i cattolici critici si portano fuori dalla comunione diocesana.
Eppure siamo qui… e quindi forse dovremmo cercare di far vedere che esistiamo.

Il Vangelo che abbiamo ricevuto, noi che abitiamo a Torino, ci ha portati a riunirci sotto il nome di “chiccodisenape”. Il terreno che nutre il nostro chicco è il Concilio Vaticano II, ma non è un ricordo nostalgico di un passato glorioso – seppure molti dei nostri gruppi provano smarrimento ripensando a quello che sperimentarono quarant’anni fa e quanto, invece, vivono oggi – è piuttosto uno stile, uno stimolo, un cibo per il nostro camminare.
Non vi raccontiamo cosa abbiamo proposto come “chiccodisenape”, come rete di 15 gruppi di diversa provenienza ecclesiale, potete scoprirlo visitando il nostro blog all’indirizzo presente nei volantini che sono in distribuzione. Preferiamo piuttosto destinare questo tempo a condividere alcune nostre considerazioni e a lanciare alcune domande.

È tempo di uscire dalle cittadelle!
Poco importa che siano quelle costruite dalla gerarchia, rievocando gli antichi fasti di quando vigeva una sorta di regime di cristianità, o quelle generate dal nostro élitarismo – di noi che sappiamo davvero che cosa è stato il Concilio – incapace di coinvolgere i semplici, i distratti, gli affaticati nella ricerca del Regno.
Uscire dalle cittadelle ma decisi fermamente a rimanere nella chiesa per «starci e realizzarla, come uomini – e donne – liberi e innamorati, con gioia e passione, fedeli e pazienti. Dobbiamo stare attaccati alla chiesa come Dio l’ha sognata e l’ha data, esservi annodati come un nodo alla fune», per usare le parole di Michele Do.
È necessario ripensare profondamente i nostri linguaggi e i nostri strumenti: i convegni e i libri sono strumenti indispensabili e imprescindibili ma non sono sufficienti. Dobbiamo essere capaci di parlare alle e con le persone del nostro tempo, di diffondere materiali divulgativi, di adoperare mezzi di comunicazione gratuiti e facilmente reperibili, di incontrare veramente le vite e i problemi delle persone “distanti” spesso così differenti dalle nostre….

È tempo di superare gli steccati!
Siamo qui laici, preti, consacrati. Ciascuno ha risposto in modo specifico e personale alla comune vocazione a essere cristiani, ma siamo qui perché siamo consapevoli della responsabilità di dover essere testimoni credibili affinché rifioriscano altre vocazioni… laicali (non si parli solamente di “matrimoniali”, per favore, come se fosse possibile ridurre solo a questo la vocazione dei cristiani), presbiterali, religiose.
Possiamo attendere semplicemente che le questioni demografiche a cui stiamo assistendo facciano collassare il sistema e provochino un ritorno alle dinamiche tipiche della chiesa primitiva. Oppure possiamo iniziare ad agire affinché il cambiamento prenda forma.
Abbiamo il dovere – e non solo il diritto – di avere parola nelle chiese, di essere responsabili delle comunità, di studiare teologia, di interpretare il Vangelo, di riflettere sulla morale, di sostenere i presbiteri inascoltati dai loro pastori e oberati di incarichi, di curare le vocazioni verso ciascun ministero. Abbiamo il dovere di essere lievito positivo e propositivo.
Guardiamo la soglia: quanti amici hanno deciso di vivere la loro fede al di là? Quanti, poi, l’hanno abbandonata perché si sono trovati soli e non hanno più trovato una comunità accogliente?
Non ci può bastare ripetere l’espressione “scisma sommerso”: siamo noi a essere scissi, separati, mancanti di qualcosa. E l’irritazione verso coloro che lo scisma forse lo hanno provocato non può essere più forte del nostro desiderio di essere una chiesa fraterna, comunitaria, sinodale, ricca di carismi diversi, libera nel nome di Gesù.

È tempo di uscire dalle strade conosciute!
I tempi che viviamo sono nuovi e più ancora lo saranno i giorni che sono ancora da arrivare: non ci possono bastare le soluzioni e i pensieri finora adoperati. Non saremmo diversi da quello che diciamo di non condividere.
Siamo chiamati a vivere il nostro ministero profetico: capaci di essere strumenti per l’annuncio nel presente e allo stesso tempo aperti al futuro.
Abbiamo molte cose da vigilare e da interpretare: il mondo che viviamo ci disorienta non meno della chiesa. Ma noi le nostre roccaforti abbiamo deciso di lasciarle e siamo dunque pronti a imparare a condividerne “le gioie e le speranze” del mondo contemporaneo, permettendo ai nostri occhi di scovarle nascoste nelle pieghe delle bruttezze con cui coesistono.
Siamo determinati a esplorare i linguaggi e i pensieri per far superare l’estraneità del cristianesimo con il nostro tempo, incarnando in questi giorni e in questa storia l’annuncio del regno.
Siamo speranzosi di poter continuare a essere annunciatori del Vangelo, anche se non sappiamo dire oggi quali saranno i luoghi – se davvero le strutture cambieranno – e quali saranno le persone – se le nostre comunità saranno diventate più accoglienti.
Soprattutto siamo desiderosi di dare risposte alle grandi questioni dei nostri giorni – la bioetica, l’ecologia, l’accoglienza, la pace – a partire da Gesù, dal nostro Signore. Da Lui che ci ha mostrato passioni forti e altrettanto forti tenerezze, che ci ha parlato di misericordia, della libertà dei figli di Dio, della supremazia dell’amore. Da Lui che tanto spesso dimentichiamo di citare nei nostri discorsi, così pieni di disquisizioni sulle istituzioni e sugli atteggiamenti da cambiare.

È tempo, infine, di continuare a ricercare!
Lo stile che ci piacerebbe portare avanti è più avvezzo a continuare a interrogarci – come ama dire qualcuno “ad avere i dubbi che vibrano più forte delle preghiere” – senza accontentarci delle soluzioni più comode.
Lo stile che dobbiamo portare avanti non deve dimenticare la preghiera e la contemplazione, come fonte vitale del nostro impegno, per non far svuotare di senso e di coerenza quanto diciamo.
Continuiamo a farci le domande: sappiamo sperare e costruire una chiesa dialogica e sinodale? siamo pronti ad annunciare il Vangelo ai poveri… alle donne, ai giovani, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati, a chi non ci crede più, a chi mai ci ha creduto, a chi non ci crederà mai? siamo in grado di preparare le strade al Signore Gesù?
Questo è una parte di quello che crediamo che ci serva, ricordando quanto ebbe a scrivere Dietrich Bonhoeffer dal carcere di Tegel: «La Chiesa è Chiesa soltanto se esiste per gli altri. [...] Deve partecipare agli impegni mondani della vita della comunità umana, non dominando, ma aiutando e servendo. [...] Essa dovrà parlare di misura, autenticità, fiducia, fedeltà, costanza, pazienza, disciplina, umiltà, sobrietà, modestia. [...] La sua parola riceve rilievo e forza non dai concetti, ma dall’“esempio” [la cui origine è nell’umanità di Gesù]» (Resistenza e Resa, San Paolo 1988, 463-464).

(altri interventi: http://137.204.8.65/statusecclesiae/status/common.php?pagina=vangelo_16_maggio.htm)

Read Full Post »

“Il Vangelo che abbiamo ricevuto”:
a Firenze sinodo informale di credenti

(da Jesus, maggio 2009)

Si sono autoconvocati a Firenze per il 16 maggio. Monaci, teologi, laici, sacerdoti, parrocchie, fedeli “sfusi” e membri attivi di associazioni ecclesiali. L´obiettivo, come hanno scritto nel manifesto di invito, non è la «creazione di un movimento» o di una «Chiesa alternativa», ma quello di non far spegnere «la libertà dei figli di Dio, il confronto sine ira, la comunione, lo scambio».

Il disagio che una parte del popolo di Dio sente, «la sofferenza di non vedere al centro della comune attenzione proprio il Vangelo del Regno annunciato da Gesù ai poveri, ai peccatori, a quanti giacciono sotto il dominio del male, mentre cresce a dismisura la predicazione della Legge», saranno al centro del dibattito. «Vorrei però che fosse chiaro che questo incontro non è contro nessuno, ma è per qualcosa», spiega don Paolo Giannoni, oblato camaldolese, e uno dei principali promotori dell´iniziativa. Dal suo eremo di Mosciano, in Toscana, precisa che «nessuno è escluso da questo cammino. L´atteggiamento è inclusivo, di apertura. E dice di una Chiesa che, come la veste di Gesù, tessuta tutta d´un pezzo, è unita, ma non uniforme. Uniformarla significherebbe perdere la sua grande ricchezza. Di fronte a un metodo, che da anni si va affermando in via escludente, vogliamo un´apertura che dica chiaramente che il Signore ci ha chiamati a edificare non una Chiesa che condanna, ma una Chiesa che manifesti la misericordia del Padre, viva nella libertà dello Spirito, sappia soffrire e gioire con ogni donna e con ogni uomo che le è dato di incontrare».

Non sono stati gli ultimi atteggiamenti di Cei e Vaticano, la mobilitazione per il caso di Eluana Englaro o il ritiro della scomunica ai Levebvriani, a spingere alla riflessione. La convocazione di Firenze non è una reazione a caldo alle ultime vicende. L´iniziativa ha preso corpo oltre un anno fa, il titolo del convegno Il Vangelo che abbiamo ricevuto è stato deciso già lo scorso novembre e la sede, infine, fissata all´inizio dello scorso febbraio. Quando l´invito ha cominciato a circolare, le adesioni si sono infittite di giorno in giorno, dal Sud al Nord, da comunità storiche a singoli fedeli, da teologi come Stella Morra, Armido Rizzi, Oreste Aime, a monaci come il servita Camillo De Piaz, a storici come Bruna Bocchini Camaiani, Fulvio De Giorgi, Alberto Melloni.

«Quando sono stato sollecitato a prendere questa iniziativa», racconta ancora don Giannoni, «ero un po´ incerto. Anche perché credo che, a volte, uscire in pubblico sia controproducente. Poi, però, ascoltando tante persone, anche quelle che vengono qui all´eremo, mi sono reso conto che c´è, nella Chiesa, un malessere che va portato a chiarimento. Ci sono persone che oggi sentono la difficoltà di essere Chiesa. Negli anni del Concilio si stava nella Chiesa per la sua bellezza, oggi per motivi di fede. Ma bisogna aiutare a credere. Vedo tante esperienze di parrocchie e gente comune che coltiva la ricerca di fedeltà al Vangelo e al Vaticano II ma, in questa ricerca, c´è molta solitudine. L´incontro di Firenze serve anche a mettersi in rete perché l´isolamento che si percepisce non determini sconforto». Un appuntamento, dunque, per confermarsi a vicenda nella fede, per riprendere la parola pubblicamente contro quello “scisma sommerso” già denunciato nel 1991 dallo stesso don Giannoni e poi da Pietro Prini. Per ridare coraggio e spazio ai tanti credenti che, in contrasto con l´apparente trionfo di una Chiesa che grida, si allontanano silenziosamente da essa.

Don Paolo Giannoni condurrà il secondo momento della riflessione di Firenze, quello sulla forza del Vangelo. La prima parte, invece, è affidata a Enrico Peyretti, torinese, esperto di nonviolenza. Peyretti sintetizzerà le numerose testimonianze raccolte in vista della giornata. Che si concluderà con la riflessione sulla Chiesa della fraternità e della sororità proposta dal teologo catanese Pino Ruggieri. «Sarà un´esperienza di Chiesa sinodale», conclude don Giannoni, «cui dovrebbe seguire una tre giorni che dia ordine a quanto emergerà. Ma non c´è nulla di stabilito. Decideremo lì, in libertà, come camminare insieme».

Read Full Post »

(di Angelo Bertani, “Adista” Segni nuovi – n. 48 del 2 maggio 2009)

“Non mi riconosco più in questa chiesa”. Di fronte a questa drammatica affermazione, che si sente ripetere con una certa frequenza, è necessario assumere un atteggiamento di grande attenzione e comprensione; ma anche offrire una risposta non banale e tantomeno autoritaria.

Attenzione e comprensione perché le ragioni di disagio ci sono, e sono diffuse. Chi parla così esprime non solo una protesta, ma anche la speranza di una chiesa più bella, più fedele al Vangelo e agli uomini.

Ma serve anche una risposta non banale. Non una risposta prefabbricata, ma una consapevolezza da costruire con pazienza e amore tutti insieme. Lungo la storia tante persone hanno sofferto perché la chiesa non si presentava con le parole e i gesti più limpidi e opportuni. Molti hanno scelto di lasciarla in silenzio, altri di combatterla, altri di riformarla.

Un punto di partenza è la consapevolezza che “noi siamo chiesa”. Dunque se noi ci sforziamo di essere migliori miglioriamo la chiesa. E l’essere migliori non dipende tanto dalle idee più giuste (chi può dirlo?) quanto da un amore più grande. Un altro punto di partenza è che errori, sconfitte e infedeltà hanno segnato tutti i secoli della storia cristiana, che tuttavia è stata anche una storia di santità, eroismi, testimonianze evangeliche. In questi giorni tutti celebrano don Primo Mazzolari.

Ma conviene ricordare quante lacrime ha pianto nella canonica di Bozzolo quando l’avevano ridotto al silenzio e solo un coraggioso libraio di Brescia, Vittorio Gatti, stampava i suoi libri che oggi riempiono le librerie. Eppure don Primo aveva resistito e non aveva mai smesso di amare la Chiesa.

Henri de Lubac, grande teologo anche lui emarginato (e poi… cardinale), nelle Meditazioni sulla Chiesa scriveva: “Certo se nella Chiesa tutti fossero quello che dovrebbero essere, è chiaro che il Regno di Dio progredirebbe con un altro ritmo…”. Ma “non ricominciamo neppure a sognare una chiesa trionfante. Il suo maestro non le ha promesso successi strepitosi e crescenti… essa deve essere come il Cristo in agonia fino alla fine del mondo”.

Insomma, proprio perché “noi siamo chiesa”, è inevitabile una sofferenza per la sua e nostra insufficienza; ma è anche possibile un impegno, una “lotta quotidiana” perché la vita della chiesa sia meno inadeguata e più evangelica. È in questo spirito che molti vivono e lavorano nelle strutture e istituzioni della chiesa ed anche nell’anonimato delle esperienze personali. La Chiesa vera va ben al di là di quel che si percepisce dai media e dai documenti ufficiali. In questi mesi, in questi giorni si moltiplicano nuove iniziative di riflessione, confronto di esperienze (per esempio l’incontro di Firenze il 16 maggio intitolato Il Vangelo che abbiamo ricevuto, l’iniziativa Nostro ’58 di Luigi Pedrazzi, il Chicco di senape in Piemonte, i Viandanti, i Galilei…) che in larga misura nascono proprio dal disagio per l’attuale momento e per il rischio di uno “scisma non dichiarato”, e dal desiderio di ricostruire o rafforzare lo spirito di comunione e di partecipazione alla vita ecclesiale nello spirito del vangelo e del concilio Vaticano II.

E qui arriviamo al punto decisivo: per superare le tentazioni di abbandono o di polemica è necessario che nella chiesa e nei rapporti ecumenici si diffonda di più uno stile di dialogo e di comunione, a cominciare dalla “gerarchia”. È necessario che dalle parrocchie in su tornino (o comincino) a funzionare i consigli pastorali, i sinodi, luoghi di ascolto e di confronto. Non è augurabile: è necessario che i credenti laici si sentano rispettati, riconosciuti, ascoltati; e possano così costruire insieme a preti, vescovi e suore il volto amorevole di una chiesa in cui riconoscersi.

Ed è necessario che nasca una mentalità, una cultura che don Tonino Bello chiamava “convivialità delle differenze” perché nella Chiesa – circumdata varietate, diceva padre Balducci – possono esserci anche molte idee e stili differenti che sono spesso una ricchezza condivisa. E quando sono una difficoltà costituiscono l’occasione di esercitare il discernimento, la comprensione reciproca e l’amore vicendevole, che è poi il cuore dell’esperienza cristiana. “Vedete come si amano!” è infatti il segno per riconoscere i cristiani. Se no, non è Chiesa.

Read Full Post »

Care amiche e cari amici di chiccodisenape,

dopo il convegno dell’8 novembre, il gruppo di coordinamento ha raccolto le indicazioni e le proposte maturate per avviare una seconda fase del progetto.

Abbiamo ritenuto opportuno seguire alcuni criteri:
- riprendere i temi che hanno caratterizzato la nostra iniziativa nello scorso anno approfondendo alcune questioni, che, in base alle sintesi dei gruppi, alle relazioni del convegno e al particolare momento che viviamo, sono state ritenute più significative;
- mantenere l’impostazione metodologica che si è rivelata molto fruttuosa nella fase precedente: affidando cioè ai gruppi il compito di sviluppare autonomamente e creativamente i temi proposti dal coordinamento;
- chiedere ai gruppi di esprimere idee e proposte capaci di incidere nel tessuto pastorale della comunità ecclesiale.

Sono stati individuati i seguenti temi:
- i segni dei tempi (significato e valore oggi di un messaggio conciliare dimenticato);
- la costruzione di una città e di una chiesa fraterna;
- la liturgia e la partecipazione dei laici.

Abbiamo previsto un incontro con tutti gruppi di chiccodisenape, e con gli amici che vogliono anche solo personalmente partecipare a questo progetto, che si svolgerà,

venerdì 20 marzo alle ore 20.45 presso la sede del Centro Studi Bruno Longo, via Le Chiuse 14

nel corso del quale:
- presenteremo gli atti del convegno dell’8 novembre (sara’ possibile acquistarla al costo di 10,00 euro, necessari al pagamento delle spese e al sostegno delle iniziative future. E’ possibile prenotare la propria copia via posta elettronica, soprattutto se non si riuscisse a partecipare alla serata);
- presenteremo la seconda fase del progetto e le schede di riflessione per i gruppi.

Ci scusiamo per aver spostato a marzo questo incontro inizialmente previsto in febbraio, ma e’ stato necessario per poter avere gli atti del convegno visto che alcune relazioni sono pervenute con qualche settimana di ritardo.

Ci piace poi segnalare che alcuni gruppi hanno continuato ad incontrarsi e realizzare iniziative, segno di una vitalità che prescinde dai ritmi del gruppo di coordinamento. Ed inoltre che attraverso il sito http://chiccodisenape.wordpress.com/ sono state realizzate importanti iniziative e presentati documenti di grande interesse.

Infine, qualcuno di noi sta partecipando al forum che si è recentemente costituito a Bologna per uno scambio fra le iniziative ecclesiali analoghe alla nostra (maggiori informazioni su: http://www.statusecclesiae.net/)

Un caro saluto a tutti voi,
il coordinamento di chiccodisenape

Read Full Post »

di Gad Lerner – Repubblica 23 aprile 2008

Ogni giorno che passa, fra i difensori della laicità si accentua la sensazione desolante di presidiare una frontiera già attraversata in lungo e in largo dalle incursioni nemiche. Ma saranno poi sempre nemiche, tali incursioni? Se il “vescovo rosso” Fernando Lugo vince le elezioni in Paraguay ponendo fine a oltre mezzo secolo di regime di destra, salutiamo in lui un´avanzata della democrazia.
E se all´altro capo del mondo, in Polonia, un politico come Lech Walesa dichiara che “sarebbe una disgrazia” la nomina del reazionario monsignor Slawoj Leszek Glodz alla guida della diocesi di Danzica, apprezziamo il coraggio con cui – da cristiano – interferisce pubblicamente in una scelta del suo papa.
Gli esempi potrebbero essere numerosi. Basti per tutti l´importanza che l´argomento religioso riveste nella campagna elettorale di Barack Obama. Bisognerà pure che i suoi numerosi estimatori laici riconoscano quanto Gesù è presente nei suoi discorsi. Fin da quando gli ultraconservatori lo attaccavano: «Gesù Cristo non voterebbe per Barack Obama, perché Obama si è comportato in modo inconcepibile per Cristo». Sollecitandolo a invadere il loro stesso terreno con le motivazioni bibliche del suo impegno pubblico: «Dopo la stagione dei condottieri come Mosè, capaci di sfidare il faraone affermando i diritti degli afroamericani, io sento di appartenere alla generazione di Giosuè, dei continuatori». Dovremmo forse accusarlo di integralismo?
Al contrario, temo che il ritardo con cui la politica italiana si è emancipata dall´egemonia di partiti fondati su un´appartenenza religiosa, oggi ci stia giocando un brutto scherzo. La nascita del Partito democratico, inteso dai suoi fondatori come superamento degli steccati identitari, è stata così faticosa da sollecitarli a una cautela eccessiva. Tra i democratici italiani prevale tuttora l´idea anacronistica che la motivazione religiosa dell´impegno politico vada sottaciuta. Pena il rischio di urtare le suscettibilità altrui o, peggio, di evidenziare le divisioni culturali esistenti nel campo cattolico.
Naturalmente un tale scrupolo è ben lungi dallo sfiorare la destra, protesa nel tentativo di appropriarsi in toto dell´argomento religioso, ma nel frattempo svelta ad accusare di tradimento i pochi pastori d´anime che osano criticare la sua politica. Mentre i benpensanti laici restano appostati in trincea a denunciare ogni sconfinamento tra politica e religione, i leghisti milanesi non hanno esitato un minuto a rivendicare il “loro” Vangelo (in ruvido, discutibile stile padano) volantinando di fronte alle chiese contro l´arcivescovo Tettamanzi, colpevole di eccessiva sensibilità per i diritti degli immigrati senzatetto. Quarant´anni fa, nel 1968, era il dissenso cattolico a osare simili contestazioni pubbliche nei confronti della gerarchia. Trattenuto da una malintesa concezione della laicità, oggi il cattolicesimo di sinistra mugugna stordito nell´attesa che si levi, sempre più rara, la voce di un cardinale amico a rappresentarne il malessere.
Il problema italiano non è infatti che Camillo Ruini parla troppo di politica. Il problema è che nessun esponente politico gli risponde sul suo medesimo terreno della testimonianza, della prossimità, della misericordia, della coerenza, della spiritualità. I vari Prodi, Rutelli, Marini, Bindi, Parisi se lo sono proibiti, come se la sfida culturale fosse ancora delegabile ai loro riferimenti conciliari, quasi tutti scomparsi se non altro per ragioni anagrafiche.
Così si consolida il luogo comune che nel mondo contemporaneo il messaggio religioso sia appannaggio della destra. E viceversa che non possa più esistere una sinistra religiosa.
Tale rinuncia produce l´effetto di una vera e propria mutilazione. Posti di fronte alla ripetuta, frequente violazione del comandamento («Non invocherai il nome di Dio falsamente»); e di fronte allo stravolgimento dello spirito evangelico riguardo a tante persone di cui viene negata la stessa umanità, molti politici religiosi si autocensurano e con ciò si diminuiscono. Evitano di significare pubblicamente le motivazioni più profonde del loro impegno civile.
Attardandosi sulla frontiera colabrodo della laicità, rischiamo di esagerare l´importanza dei nuovi compagni di viaggio “teodem”, faticando a riconoscerli membri a pieno titolo del Partito democratico. Il fastidio diffuso nei confronti di Paola Binetti si alimenta di un equivoco. Tutt´altro che un retaggio clericale d´altri tempi, né impiccio né residuo, col suo cilicio e la sua affiliazione all´Opus Dei, la Binetti è figura politica modernissima. Il futuro ce ne riserverà sempre di più, non necessariamente agganciate come lei a una relazione fiduciaria con la gerarchia ecclesiale. Del resto il passato del cattolicesimo democratico è ricco di figure capaci di esprimere sé stesse per intero, senza che ciò violi alcun imperativo di laicità.
Vale la pena citare un ricordo di Raniero La Valle, estensore trent´anni fa del fondamentale articolo 1 della legge 194 sulla tutela sociale della maternità e l´interruzione volontaria della gravidanza. Intervenendo al Senato in difesa della legge, il cattolico di sinistra La Valle non esitò a citare il fiat evangelico di Maria al concepimento del figlio di Dio come episodio di autodeterminazione imprescindibile della donna, riconosciuta titolare inaggirabile del rapporto col nascituro anche nel Vangelo. La scelta politica e la scelta religiosa si sovrappongono più di quanto certi guardiani retrogradi della laicità siano disposti a riconoscere. Negarlo regala spazio a chi pratica l´ostentazione dei valori come strumento di potere.
Come il resto del mondo, è facile prevedere che anche l´Italia sarà palcoscenico in futuro di una sfida tra destra e sinistra religiosa, anche se baldanzosamente la destra s´illude di averla già vinta. Tale sfida rischia ovunque di logorare la tenuta del sistema democratico e il principio di laicità dello Stato. Aggrediti pure dalla miscela di fede, nostalgia, sessuofobia, pregiudizio antiscientifico, disagio esistenziale, cui ricorrono gli integralismi. Ma l´antidoto non sarà mai il divieto di una pulsione incomprimibile. Semmai è la reciproca interferenza, la contestazione dell´oscurantismo sullo stesso terreno della spiritualità.
Perché il confronto avvenga proficuamente va preservata una cornice di regole pubbliche, quelle sì da difendere in trincea. La scuola statale di tutti, per prima, come luogo formativo e d´integrazione nei valori democratici. E poi le norme laiche di un codice civile che non s´illuda di replicare mai il modello di convivenza già fallito nella democrazia ex-imperiale britannica: un comunitarismo – per dirla con Amartya Sen – che frantuma la cittadinanza in affiliazioni separate, il cui destino è finire in rotta di collisione.
Salvaguardata la laicità dello Stato. Conseguito un sistema democratico moderno i cui partiti ospitano senza distinzioni credenti, non credenti, diversamente credenti. Nel nostro tempo impaurito la politica tornerà a nobilitarsi solo rappresentando una speranza globale, e dunque – perché no – anche religiosa.

Read Full Post »

Older Posts »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.