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	<title>Commenti per Chicco di senape</title>
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	<description>Gruppo di credenti di Torino</description>
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		<title>Commenti su Lettera riguardo a una sentenza della Corte europea sui diritti dell’uomo e riguardo al decreto che obbliga a esporre un crocifisso in un aula scolastica dello stato accanto al ritratto del Re di lina chianale</title>
		<link>http://chiccodisenape.wordpress.com/2009/11/09/lettera-riguardo-a-una-sentenza-della-corte-europea-sui-diritti-dell%e2%80%99uomo-e-riguardo-al-decreto-che-obbliga-a-esporre-un-crocifisso-in-un-aula-scolastica-dello-stato-accanto-al-ritratto-del-re/#comment-1053</link>
		<dc:creator>lina chianale</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 18:11:11 +0000</pubDate>
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		<description>Analisi lucida, limpida e corretta....sicuramente da condividere.
Continuo a pensare che ci orniamo più di modi di dire che di modi di essere e il Crocefisso è un modo di essere.
Faccio volontariato con donne straniere ed è sicuramente più sensato per me che mi dico  cattolica cristiana andare alla ricerca di ciò che ci unisce e non usare la Croce per non riconoscere nell&#039;altro il mio stesso valore.
Grazie per ciò che hai scritto
Lina</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Analisi lucida, limpida e corretta&#8230;.sicuramente da condividere.<br />
Continuo a pensare che ci orniamo più di modi di dire che di modi di essere e il Crocefisso è un modo di essere.<br />
Faccio volontariato con donne straniere ed è sicuramente più sensato per me che mi dico  cattolica cristiana andare alla ricerca di ciò che ci unisce e non usare la Croce per non riconoscere nell&#8217;altro il mio stesso valore.<br />
Grazie per ciò che hai scritto<br />
Lina</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Lettera riguardo a una sentenza della Corte europea sui diritti dell’uomo e riguardo al decreto che obbliga a esporre un crocifisso in un aula scolastica dello stato accanto al ritratto del Re di nemesi</title>
		<link>http://chiccodisenape.wordpress.com/2009/11/09/lettera-riguardo-a-una-sentenza-della-corte-europea-sui-diritti-dell%e2%80%99uomo-e-riguardo-al-decreto-che-obbliga-a-esporre-un-crocifisso-in-un-aula-scolastica-dello-stato-accanto-al-ritratto-del-re/#comment-1052</link>
		<dc:creator>nemesi</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 15:34:00 +0000</pubDate>
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		<description>&quot;il crocifisso non deve stare, per disposizione amministrativa statale, in un’aula scolastica della scuola dello stato italiano&quot;

Oh... finalmente anche qualche cattolico praticante che ha capito deve sta il bandolo della matassa: il crocifisso al muro è soltanto il dito, la vera luna è quel che rappresenta la sua imposizione attraverso una legge (o disposizione) dello Stato.

Per me un simbolo religioso in un&#039;aula scolastica ci può anche stare, basta la sua presenza sia il frutto di una dialettica tra le parti, la metà di un dialogo tra pari e non tra dialoganti che partano da posizioni di vantaggio.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;il crocifisso non deve stare, per disposizione amministrativa statale, in un’aula scolastica della scuola dello stato italiano&#8221;</p>
<p>Oh&#8230; finalmente anche qualche cattolico praticante che ha capito deve sta il bandolo della matassa: il crocifisso al muro è soltanto il dito, la vera luna è quel che rappresenta la sua imposizione attraverso una legge (o disposizione) dello Stato.</p>
<p>Per me un simbolo religioso in un&#8217;aula scolastica ci può anche stare, basta la sua presenza sia il frutto di una dialettica tra le parti, la metà di un dialogo tra pari e non tra dialoganti che partano da posizioni di vantaggio.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Contatti di Guido Scollo</title>
		<link>http://chiccodisenape.wordpress.com/contatti/#comment-1047</link>
		<dc:creator>Guido Scollo</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 02:08:36 +0000</pubDate>
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		<description>Vi trasmetto questo documento,consapevole del ruolo che abbiamo noi cristiani nel mondo,ed in particolare in Italia

*********************************************
Mons. Bottoni contro il governo:
 “La democrazia sta morendo”

All&#039;annuale cerimonia organizzata dall&#039;Anpi in memoria dei caduti partigiani al Campo della gloria del cimitero Maggiore di Milano, l&#039;intervento più applaudito è stato quello di monsignor Gianfranco Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della Diocesi di Milano. Ha spiegato che «si assiste in questo periodo a una caduta senza precedenti della democrazia e dell&#039;etica pubblica» e ha parlato di «continui colpi al sistema democratico» oltre che di «uno stato padrone a gestione personale». «È in corso - ha aggiunto - una morte lenta e indolore della democrazia, una progressiva eutanasia della repubblica nata dalla Resistenza».
L’intervento di don Gianfranco Bottoni ha provocato la reazione ringhiosa della destra fascista di Milano con una aggressione verbale virulenta. Chi volesse comunicare il proprio sostegno a don Gianfranco Bottoni - in un momento in cui nella «chiesa gerarchica» rifulge invece il silenzio come metodo - può scrivere a: ecumenismo@diocesi.milano.it

Il testo integrale dell&#039;intervento di Mons. Gianfranco Bottoni

La memoria dei morti qui, al Campo della Gloria, esige che ci interroghiamo sempre su come abbiamo raccolto l’eredità spirituale che Caduti e Combattenti per la Liberazione ci hanno lasciato. Rispetto a questo interrogativo mai, finora, ci siamo ritrovati con animo così turbato come oggi. Siamo di fronte, nel nostro paese, ad una caduta senza precedenti della democrazia e dell’etica pubblica. Non è per me facile prendere la parola e dare voce al sentimento di chi nella propria coscienza intende coniugare fede e impegno civile. Preferirei tacere, ma è l’evangelo che chiede di vigilare e di non perdere la speranza.

È giusto riconoscere che la nostra carenza del senso delle istituzioni pubbliche e della loro etica viene da lontano. Affonda le sue radici nella storia di un’Italia frammentata tra signorie e dominazioni, divisa tra guelfi e ghibellini. In essa tentativi di riforma spirituale non hanno potuto imprimere, come invece in altri paesi europei, un alto senso dello stato e della moralità pubblica. Infine, in questi ultimi 150 anni di storia della sua unità, l’Italia si è sempre ritrovata con la “questione democratica” aperta e irrisolta, anche se solo con il fascismo l’involuzione giunse alla morte della democrazia. La Liberazione e l’avvento della Costituzione repubblicana hanno invece fatto rinascere un’Italia democratica, che, per quanto segnata dal noto limite politico di una “democrazia bloccata” (come fu definito), è stata comunque democrazia a sovranità popolare.

La caduta del muro di Berlino aveva creato condizioni favorevoli per superare questo limite posto alla nostra sovranità popolare fin dai tempi di “Yalta”. Infatti la normale fisiologia di una libera democrazia comporta la reale possibilità di alternanze politiche nel governo della cosa pubblica. Ma proprio questo risulta sgradito a poteri che, già prima e ancora oggi, sottopongono a continui contraccolpi le istituzioni democratiche. L’elenco dei fatti che l’attestano sarebbe lungo ma è noto. Tutti comunque riconosciamo che ad indebolire la tenuta democratica del paese possono, ad esempio, contribuire: campagne di discredito della cultura politica dei partiti; illecite operazioni dei poteri occulti; monopolizzazioni private dei mezzi di comunicazione sociale; mancanza di rigorose norme per sancire incompatibilità e regolare i cosiddetti conflitti di interesse; alleanze segrete con le potenti mafie in cambio della loro sempre più capillare e garantita penetrazione economica e sociale; mito della governabilità a scapito della funzione parlamentare della rappresentanza; progressiva riduzione dello stato di diritto a favore dello stato padrone a conduzione tendenzialmente personale; sconfinamenti di potere dalle proprie competenze da parte di organi statali e conseguenti scontri tra istituzioni; tentativi di imbavagliare la giustizia e di piegarla a interessi privati; devastazione del costume sociale e dell’etica pubblica attraverso corruzioni, legittimazioni dell’illecito, spettacolari esibizioni della trasgressione quale liberatoria opportunità per tutti di dare stura ai più diversi appetiti…

Di questo degrado che indebolisce la democrazia dobbiamo sentirci tutti corresponsabili; nessuno è esente da colpe, neppure le istituzioni religiose. Differente invece resta la valutazione politica se oggi in Italia possiamo ancora, o non più, dire di essere in una reale democrazia. È una valutazione che non compete a questo mio intervento, che intende restare estraneo alla dialettica delle parti e delle opinioni. Al di là delle diverse e opinabili diagnosi, c’è il fatto che oggi molti, forse i più, non si accorgono del processo, comunque in atto, di morte lenta e indolore della democrazia, del processo che potremmo definire di progressiva “eutanasia” della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.

Fascismo di ieri e populismo di oggi sono fenomeni storicamente differenti, ma hanno in comune la necessità di disfarsi di tutto ciò che è democratico, ritenuto ingombro inutile e avverso. Allo scopo può persino servire la ridicola volgarità dell’ignoranza o della malafede di chi pensa di liquidare come “comunista” o “cattocomunista” ogni forma di difesa dei principi e delle regole della democrazia, ogni denuncia dei soprusi che sono sotto gli occhi di chiunque non sia affetto da miopia e che, non a caso, preoccupano la stampa democratica mondiale.

Il senso della realtà deve però condurci a prendere atto che non serve restare ancorati ad atteggiamenti nostalgici e recriminatori, ignorando i cambiamenti irreversibili avvenuti negli ultimi decenni. Servono invece proposte positivamente innovative e democraticamente qualificate, capaci di rispondere ai reali problemi, alle giuste attese della gente e, negli attuali tempi di crisi, ai sempre più gravi e urgenti bisogni del paese. Perché finisca la deriva dell’antipolitica e della sua abile strumentalizzazione è necessaria una politica nuova e intelligente.

Ci attendiamo non una politica che dica “cose nuove ma non giuste”, secondo la prassi oggi dominante. Neppure ci può bastare la retorica petulante che ripete “cose giuste ma non nuove”. È invece indispensabile che “giusto e nuovo” stiano insieme. Urge perciò progettualità politica, capacità di dire parole e realizzare fatti che sappiano coniugare novità e rettitudine, etica e cultura, unità nazionale e pluralismi, ecc. nel costruire libertà e democrazia, giustizia e pace.

Solo così, nella vita civile, può rinascere la speranza. Certamente la speranza cristiana guarda oltre le contingenza della città terrena. E desidero dirlo proprio pensando ai morti che ricordiamo in questi giorni. La fede ne attende la risurrezione dei corpi alla pienezza della vita e dello shalom biblico. Ma questa grande attesa alimenta anche la speranza umana per l’oggi della storia e per il suo prossimo futuro. Pertanto, perché questa speranza resti accesa, vorrei che idealmente qui, dal Campo della Gloria, si levasse come un appello a tutte le donne e gli uomini di buona volontà.

Vorrei che l’appello si rivolgesse in particolare a coloro che, nell’una e nell’altra parte dei diversi e opposti schieramenti politici, dentro la maggioranza e l’opposizione, si richiamano ai principi della libertà e della democrazia e non hanno del tutto perso il senso delle istituzioni e dell’etica pubblica. A voi diciamo che dinanzi alla storia - e, per chi crede, dinanzi a Dio - avete la responsabilità di fermare l’eutanasia della Repubblica democratica. L’appello è invito a dialogare al di là della dialettica e conflittualità politica, a unirvi nel difendere e rilanciare la democrazia nei suoi fondamenti costituzionali. Non è tempo di contrapposizioni propagandistiche, né di beghe di basso profilo.

L’attuale emergenza e la memoria di chi ha combattuto per la Liberazione vi chiedono di cercare politicamente insieme come uscire, prima che sia troppo tardi, dal rischio di una possibile deriva delle istituzioni repubblicane. Prima delle giuste e necessarie battaglie politiche, ci sta a cuore la salute costituzionale della Repubblica, il bene supremo di un’Italia unitaria e pluralista, che insieme vogliamo “libera e democratica”.

(3 novembre 2009)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Vi trasmetto questo documento,consapevole del ruolo che abbiamo noi cristiani nel mondo,ed in particolare in Italia</p>
<p>*********************************************<br />
Mons. Bottoni contro il governo:<br />
 “La democrazia sta morendo”</p>
<p>All&#8217;annuale cerimonia organizzata dall&#8217;Anpi in memoria dei caduti partigiani al Campo della gloria del cimitero Maggiore di Milano, l&#8217;intervento più applaudito è stato quello di monsignor Gianfranco Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della Diocesi di Milano. Ha spiegato che «si assiste in questo periodo a una caduta senza precedenti della democrazia e dell&#8217;etica pubblica» e ha parlato di «continui colpi al sistema democratico» oltre che di «uno stato padrone a gestione personale». «È in corso &#8211; ha aggiunto &#8211; una morte lenta e indolore della democrazia, una progressiva eutanasia della repubblica nata dalla Resistenza».<br />
L’intervento di don Gianfranco Bottoni ha provocato la reazione ringhiosa della destra fascista di Milano con una aggressione verbale virulenta. Chi volesse comunicare il proprio sostegno a don Gianfranco Bottoni &#8211; in un momento in cui nella «chiesa gerarchica» rifulge invece il silenzio come metodo &#8211; può scrivere a: <a href="mailto:ecumenismo@diocesi.milano.it">ecumenismo@diocesi.milano.it</a></p>
<p>Il testo integrale dell&#8217;intervento di Mons. Gianfranco Bottoni</p>
<p>La memoria dei morti qui, al Campo della Gloria, esige che ci interroghiamo sempre su come abbiamo raccolto l’eredità spirituale che Caduti e Combattenti per la Liberazione ci hanno lasciato. Rispetto a questo interrogativo mai, finora, ci siamo ritrovati con animo così turbato come oggi. Siamo di fronte, nel nostro paese, ad una caduta senza precedenti della democrazia e dell’etica pubblica. Non è per me facile prendere la parola e dare voce al sentimento di chi nella propria coscienza intende coniugare fede e impegno civile. Preferirei tacere, ma è l’evangelo che chiede di vigilare e di non perdere la speranza.</p>
<p>È giusto riconoscere che la nostra carenza del senso delle istituzioni pubbliche e della loro etica viene da lontano. Affonda le sue radici nella storia di un’Italia frammentata tra signorie e dominazioni, divisa tra guelfi e ghibellini. In essa tentativi di riforma spirituale non hanno potuto imprimere, come invece in altri paesi europei, un alto senso dello stato e della moralità pubblica. Infine, in questi ultimi 150 anni di storia della sua unità, l’Italia si è sempre ritrovata con la “questione democratica” aperta e irrisolta, anche se solo con il fascismo l’involuzione giunse alla morte della democrazia. La Liberazione e l’avvento della Costituzione repubblicana hanno invece fatto rinascere un’Italia democratica, che, per quanto segnata dal noto limite politico di una “democrazia bloccata” (come fu definito), è stata comunque democrazia a sovranità popolare.</p>
<p>La caduta del muro di Berlino aveva creato condizioni favorevoli per superare questo limite posto alla nostra sovranità popolare fin dai tempi di “Yalta”. Infatti la normale fisiologia di una libera democrazia comporta la reale possibilità di alternanze politiche nel governo della cosa pubblica. Ma proprio questo risulta sgradito a poteri che, già prima e ancora oggi, sottopongono a continui contraccolpi le istituzioni democratiche. L’elenco dei fatti che l’attestano sarebbe lungo ma è noto. Tutti comunque riconosciamo che ad indebolire la tenuta democratica del paese possono, ad esempio, contribuire: campagne di discredito della cultura politica dei partiti; illecite operazioni dei poteri occulti; monopolizzazioni private dei mezzi di comunicazione sociale; mancanza di rigorose norme per sancire incompatibilità e regolare i cosiddetti conflitti di interesse; alleanze segrete con le potenti mafie in cambio della loro sempre più capillare e garantita penetrazione economica e sociale; mito della governabilità a scapito della funzione parlamentare della rappresentanza; progressiva riduzione dello stato di diritto a favore dello stato padrone a conduzione tendenzialmente personale; sconfinamenti di potere dalle proprie competenze da parte di organi statali e conseguenti scontri tra istituzioni; tentativi di imbavagliare la giustizia e di piegarla a interessi privati; devastazione del costume sociale e dell’etica pubblica attraverso corruzioni, legittimazioni dell’illecito, spettacolari esibizioni della trasgressione quale liberatoria opportunità per tutti di dare stura ai più diversi appetiti…</p>
<p>Di questo degrado che indebolisce la democrazia dobbiamo sentirci tutti corresponsabili; nessuno è esente da colpe, neppure le istituzioni religiose. Differente invece resta la valutazione politica se oggi in Italia possiamo ancora, o non più, dire di essere in una reale democrazia. È una valutazione che non compete a questo mio intervento, che intende restare estraneo alla dialettica delle parti e delle opinioni. Al di là delle diverse e opinabili diagnosi, c’è il fatto che oggi molti, forse i più, non si accorgono del processo, comunque in atto, di morte lenta e indolore della democrazia, del processo che potremmo definire di progressiva “eutanasia” della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.</p>
<p>Fascismo di ieri e populismo di oggi sono fenomeni storicamente differenti, ma hanno in comune la necessità di disfarsi di tutto ciò che è democratico, ritenuto ingombro inutile e avverso. Allo scopo può persino servire la ridicola volgarità dell’ignoranza o della malafede di chi pensa di liquidare come “comunista” o “cattocomunista” ogni forma di difesa dei principi e delle regole della democrazia, ogni denuncia dei soprusi che sono sotto gli occhi di chiunque non sia affetto da miopia e che, non a caso, preoccupano la stampa democratica mondiale.</p>
<p>Il senso della realtà deve però condurci a prendere atto che non serve restare ancorati ad atteggiamenti nostalgici e recriminatori, ignorando i cambiamenti irreversibili avvenuti negli ultimi decenni. Servono invece proposte positivamente innovative e democraticamente qualificate, capaci di rispondere ai reali problemi, alle giuste attese della gente e, negli attuali tempi di crisi, ai sempre più gravi e urgenti bisogni del paese. Perché finisca la deriva dell’antipolitica e della sua abile strumentalizzazione è necessaria una politica nuova e intelligente.</p>
<p>Ci attendiamo non una politica che dica “cose nuove ma non giuste”, secondo la prassi oggi dominante. Neppure ci può bastare la retorica petulante che ripete “cose giuste ma non nuove”. È invece indispensabile che “giusto e nuovo” stiano insieme. Urge perciò progettualità politica, capacità di dire parole e realizzare fatti che sappiano coniugare novità e rettitudine, etica e cultura, unità nazionale e pluralismi, ecc. nel costruire libertà e democrazia, giustizia e pace.</p>
<p>Solo così, nella vita civile, può rinascere la speranza. Certamente la speranza cristiana guarda oltre le contingenza della città terrena. E desidero dirlo proprio pensando ai morti che ricordiamo in questi giorni. La fede ne attende la risurrezione dei corpi alla pienezza della vita e dello shalom biblico. Ma questa grande attesa alimenta anche la speranza umana per l’oggi della storia e per il suo prossimo futuro. Pertanto, perché questa speranza resti accesa, vorrei che idealmente qui, dal Campo della Gloria, si levasse come un appello a tutte le donne e gli uomini di buona volontà.</p>
<p>Vorrei che l’appello si rivolgesse in particolare a coloro che, nell’una e nell’altra parte dei diversi e opposti schieramenti politici, dentro la maggioranza e l’opposizione, si richiamano ai principi della libertà e della democrazia e non hanno del tutto perso il senso delle istituzioni e dell’etica pubblica. A voi diciamo che dinanzi alla storia &#8211; e, per chi crede, dinanzi a Dio &#8211; avete la responsabilità di fermare l’eutanasia della Repubblica democratica. L’appello è invito a dialogare al di là della dialettica e conflittualità politica, a unirvi nel difendere e rilanciare la democrazia nei suoi fondamenti costituzionali. Non è tempo di contrapposizioni propagandistiche, né di beghe di basso profilo.</p>
<p>L’attuale emergenza e la memoria di chi ha combattuto per la Liberazione vi chiedono di cercare politicamente insieme come uscire, prima che sia troppo tardi, dal rischio di una possibile deriva delle istituzioni repubblicane. Prima delle giuste e necessarie battaglie politiche, ci sta a cuore la salute costituzionale della Repubblica, il bene supremo di un’Italia unitaria e pluralista, che insieme vogliamo “libera e democratica”.</p>
<p>(3 novembre 2009)</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Il papa, i lefebvriani, il concilio di fabio</title>
		<link>http://chiccodisenape.wordpress.com/2009/01/31/il-papa-i-lefebvriani-il-concilio/#comment-1041</link>
		<dc:creator>fabio</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 07:56:26 +0000</pubDate>
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		<description>Nella  Chiesa Cattolica  non possono coesistere  Don Farinella e il  Papa e il Card Bagnasco.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Nella  Chiesa Cattolica  non possono coesistere  Don Farinella e il  Papa e il Card Bagnasco.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Il papa, i lefebvriani, il concilio di fabio sansonna</title>
		<link>http://chiccodisenape.wordpress.com/2009/01/31/il-papa-i-lefebvriani-il-concilio/#comment-1039</link>
		<dc:creator>fabio sansonna</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 22:46:05 +0000</pubDate>
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		<description>Le parole sprezzanti  rivolte  verso il Papa  e i presupposti per una disobbedienza alla  Chiesa sono di una gravità tale  che  non meritano nessun commento.

La posizione è quella  del fratello maggiore  che  chiuso nel suo orgoglio si prepara  a stare  fuori della  casa  paterrna  per  gelosia  verso il figliol prodigo  che torna nella  braccia  del Padre.

Questo è il grande  amore  per  la Chiesa  di cui si  va  cianciando !</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Le parole sprezzanti  rivolte  verso il Papa  e i presupposti per una disobbedienza alla  Chiesa sono di una gravità tale  che  non meritano nessun commento.</p>
<p>La posizione è quella  del fratello maggiore  che  chiuso nel suo orgoglio si prepara  a stare  fuori della  casa  paterrna  per  gelosia  verso il figliol prodigo  che torna nella  braccia  del Padre.</p>
<p>Questo è il grande  amore  per  la Chiesa  di cui si  va  cianciando !</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Il papa, i lefebvriani, il concilio di fabio sansonna</title>
		<link>http://chiccodisenape.wordpress.com/2009/01/31/il-papa-i-lefebvriani-il-concilio/#comment-1038</link>
		<dc:creator>fabio sansonna</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 22:41:14 +0000</pubDate>
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		<description>Le parole sprezzanti  rivolte  verso il Papa  e i presupposti per una disobbedienza alla  Chiesa sono di una gravità tale  che  non meritano nessun commento.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Le parole sprezzanti  rivolte  verso il Papa  e i presupposti per una disobbedienza alla  Chiesa sono di una gravità tale  che  non meritano nessun commento.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La medicina e le mani di Dio. Il giudizio della persona è centrale di Sam Cardell</title>
		<link>http://chiccodisenape.wordpress.com/2009/09/07/la-medicina-e-le-mani-di-dio-il-giudizio-della-persona-e-centrale/#comment-1035</link>
		<dc:creator>Sam Cardell</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 23:39:20 +0000</pubDate>
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		<description>Sul Corriere avevo notato il suo articolo e m’ero ripromesso di rivederlo; perché un ottimo articolo val sempre la pena di leggerlo due volte.
L’ho cercato in rete per comodità e l’ho trovato qua. Sfrutto l’ospitalità per aggiungere un pensiero supplementare.

Inizio citando lo stralcio di una sua frase “… sono le espressioni che indicano un abbandono dell’uomo nelle mani di Dio” e mettendola in correlazione a un’altra frase evangelica del Figlio al Padre: “ Elì, Elì, lemà sabactani” cioè: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. (Mt 27,46 ; Mc 15,34).
Ho sempre voluto intendere questo abbandonato in senso positivo: un grido di dolore, e non di disperazione, per la sofferenza umana e per la scelta personale del Figlio d’assoggettarsi volontariamente e liberamente alla volontà del Padre.
Quello che K. Häbsburg definì il voldere (volere il dovere).
Perciò un abbandonato che va inteso come libertà assoluta di accettare o di rifiutare la volontà del Padre nella drammaticità degli eventi.

Anni fa dialogai amabilmente con un religioso, il quale mi confidò la sua grande difficoltà a concepire esattamente (accettare anche nella fede) il Sacrificio a cui il Padre aveva sottomesso il Figlio. Si chiedeva se non fosse stato possibile per Dio agire diversamente.
Obbiettai che il doloroso “problema” del Padre forse nasceva dall’evolversi della creazione. In pratica che noi vedevamo la morte storica, anziché la morte speculativa. E parlai di venerdì storico e di venerdì speculativo, correlandoli strettamente.

Nella nostra società c’è una cultura fenomenologica un po’ ovunque, che è prettamente personalista e di norma individualista.
Nella Chiesa vi è nella maggioranza (laici e clero) la tendenza a soppiantare il concetto di “popolo” con quello di “comunione”, perciò quello di “cammino” con quello di “sinergia”.
Quindi la sacralizzazione del totem (mi si perdoni la citazione) con quella del ministero.

Dicevo di fenomenologia; e, in relazione al suo articolo, di fenomenologia della morte, che l’autore citato elucubra elegantemente.
Una morte storica: un tabù da focalizzare individualmente e da scongiurare. Là dove la morte diventa fattore unicamente individuale, anziché umano: spettacolarizzazione fine a sé stessa.
La Chiesa, nei secoli, non nei Padri bensì nel clero, ci ha messo spesso del suo, dipingendo la morte quale ultimo tragico baluardo che ci divide dal Giudizio. Il che è vero, però se rapportato alla Misericordia e alla paternità/chiamata di Dio.
La morte, nella fenomenologia e nel personalismo, assume il connotato inconscio del processo presimbolico, perciò di un’immagina  non vista complessivamente nella sua totalità, ma solo nella chiarezza di alcune sue particolarità appariscenti: il travaglio, il dolore, la fine materiale e la nullità esistenziale (nell’agnostico; e spesso, inconsciamente, condivisa anche dal credente).
In pratica il giudizio è formulato su impressioni sensoriali personali (esperienza su morti vissute in prima persona) o su tensioni istintuali (esperienza culturale ricevuta oralmente), che sottolineano la spettacolarità dolorosa e il traumatismo dell’evento invece della finalità.
Si ha, in definitiva, una visione ristretta e sommaria del problema.

Nella morte speculativa si effettua, invece, una comunicazione analogica nell’ottica sistemica, perché il discorso elabora la relazione completa tra emittente e ricevente, perciò tra morte e finalità o, se si preferisce, tra uomo e Dio.
Il messaggio materiale della morte diventa comunicazione reale, unendo i due terminali (fine e aldilà) in comunicazione fattiva nel suo passaggio naturale: il tornare al Creatore nel divenire.

Pulvis es et pulveris reverteris!
Mai, come in questo caso, l’inizio e la fine (polvere – nullità senza Dio ) combaciano, proprio perché l’essere figlio rende il tabù (morte) finalità di cammino verso il totem (Dio).
Proprio come l’abbandonarsi del Figlio al Padre presuppone la comprensione in un’unione manifesta e volontaria che prevede un divenire, geometricamente esemplificabile nella retta infinita nello spazio; la quale è una successione interminabile di punti, che alla fine si ricollegano al punto di partenza chiudendo la grande ellisse della vita: la continuità permanente.
La comunione diventa effettiva a livello antropologico e non solo individualistico; perciò comunicazione analogica tra evento e percezione che rende il “colloquio” mutuo consenso.

Il problema legale (procedura statale - legge) è, in effetti, un falso e labile quesito; come lo diventa quello dell’affidarsi alla scienza o allo scienziato. Come lo sono altri quesiti similari che coinvolgono la coscienza, perché destinati non a regolamentare una contingenza, ma solo quale protocollo operativo per chi è incapace di concepirlo e di padroneggiarlo.
La regolamentazione civica del furto, ad esempio, è superflua per il credente, giacché nella fede il comandamento divino universale è già presente e la legge da imperativo categorico già condivisa. Perciò la legge umana è solo sempre un doppione riduttivo e imperfetto.
Tuttavia è necessaria per stabilire una convergenza tra il credente e l’agnostico o l’interreligioso: un modus vivendi.

“Quid est veritas?” (Gv. 18,38) sorge spesso spontanea nell’uomo attuale, impregnato di quel razionalismo che non è in grado di rimanere fedele alla vita in cui si manifesta, perciò in noi stessi.
Sant’Agostino suggerì “Vir qui adest!”, traendolo e facendolo suo da una vulgata apocrifa. E non solo perché Gesù è “Emet” (la Verità – in ebraico), ma perché etimologicamente questa parola è composta dalle tre lettere (alef, mem e taf), di cui mem è la centrale, alef la prima e taf l’ultima dell’alfabeto, con ciò indicando non solo la duplice identità Verità/Dio, ma anche la totalità del sapere che permane nello scorrere del tempo.
Emet corrisponde al lemma greco Aletheia.
E Heidegger, disquisendo   su quell’etimologia, giunse alla conclusione che significa  “ciò che non si nasconde” e che sfugge al tempo quantificandosi sempre nella storia, pur rimarcando che questa è l’omologo e l’antitesi della verità religiosa. 
Vi è, infatti, una duplice problematica parallela che, da un lato, quantifica l’efficacia della parola sugli altri e, dall’altro, pone la consistenza del rapporto della verità con il reale. Proprio come la morte storica e la morte speculativa.

L’affidarsi al Padre, o al samaritano di turno, diventa un convenzionale diritto, e non una condivisione reciproca nella necessità o nella finalità, se visto solo in modo fenomenologico.
Ma, come Lei scrive, l’abbandonarsi al Padre è andare incontro al Signore risorto: a chi è Emet (Verità/Dio) e nello stesso tempo Salvezza nell’abbandono della fede.
Bisogna cercare l’annuncio di speranza, lasciandoci simultaneamente ricercare nel mutuo consenso col Signore asceso.
Il concetto di vita non può essere ristretto al solo valore fenomenologico, perciò ad una semplice entità temporale, perché in questo modo la vita diventa essenziale nella materialità esistenziale. E, allora, anche la vita vegetativa pone al parente un valore di continuità pur nell’assoluta incapacità. Siamo però nel materialismo o in quella religiosità personalista individualista che si basa su un processo presimbolico a cui necessita il totem e il tabù.

La scienza e la tecnica hanno prolungato la vita; e la prolungheranno sempre di più specie se tra alcuni decenni la ricerca sulle staminali consentirà di ricostruire organi vitali usurati dall’uso e dal tempo.
Anche la scuola subirà profonde evoluzioni se i dati sapienziali potranno essere elargiti non con anni di studio, ma con cips, impiantati sulla corteccia cerebrale, in grado di contenere molto dello scibile umano.
Le sfide che attendono l’umanità non sono quelle relative a definire come regolamentare la fine/morte materiale di una vita, bensì quelle culturali che debbono essere totalmente comprese nell’abbandono convinto all’evolversi della creazione stessa, perciò al progetto divino di uniformare sempre più la creatura a Sé (Gen. 1,27) nel mutuo consenso.
Perché, in ultima istanza, la vita non cessa con la morte, ma prosegue oltre: oltre lo scorrere del tempo nella morte speculativa.

Vorrei chiudere citando uno stralcio del suo ultimo paragrafo:
“Ciò però non esclude il rischio e la responsabilità che ciascuno deve saper assumere quando venisse il momento di farlo. È così che chi sente il mistero di Dio incombere sulla propria vita potrà anche esprimere quella fiducia nelle mani del Padre, da cui siamo partiti in questa breve riflessione.”.
E, se mi è consentito, instaurando con il Padre quella comunicazione analogica nel totale mutuo consenso, anche e sopratutto nella Chiesa.
Perché nella fede non vi può essere una finalità diversa tra «nelle tue mani» con  «nelle proprie mani», anche quando il nostro corpo ci riserva delle sorprese dovute o a noi o alla nostra genetica personale.

Sam Cardell</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sul Corriere avevo notato il suo articolo e m’ero ripromesso di rivederlo; perché un ottimo articolo val sempre la pena di leggerlo due volte.<br />
L’ho cercato in rete per comodità e l’ho trovato qua. Sfrutto l’ospitalità per aggiungere un pensiero supplementare.</p>
<p>Inizio citando lo stralcio di una sua frase “… sono le espressioni che indicano un abbandono dell’uomo nelle mani di Dio” e mettendola in correlazione a un’altra frase evangelica del Figlio al Padre: “ Elì, Elì, lemà sabactani” cioè: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. (Mt 27,46 ; Mc 15,34).<br />
Ho sempre voluto intendere questo abbandonato in senso positivo: un grido di dolore, e non di disperazione, per la sofferenza umana e per la scelta personale del Figlio d’assoggettarsi volontariamente e liberamente alla volontà del Padre.<br />
Quello che K. Häbsburg definì il voldere (volere il dovere).<br />
Perciò un abbandonato che va inteso come libertà assoluta di accettare o di rifiutare la volontà del Padre nella drammaticità degli eventi.</p>
<p>Anni fa dialogai amabilmente con un religioso, il quale mi confidò la sua grande difficoltà a concepire esattamente (accettare anche nella fede) il Sacrificio a cui il Padre aveva sottomesso il Figlio. Si chiedeva se non fosse stato possibile per Dio agire diversamente.<br />
Obbiettai che il doloroso “problema” del Padre forse nasceva dall’evolversi della creazione. In pratica che noi vedevamo la morte storica, anziché la morte speculativa. E parlai di venerdì storico e di venerdì speculativo, correlandoli strettamente.</p>
<p>Nella nostra società c’è una cultura fenomenologica un po’ ovunque, che è prettamente personalista e di norma individualista.<br />
Nella Chiesa vi è nella maggioranza (laici e clero) la tendenza a soppiantare il concetto di “popolo” con quello di “comunione”, perciò quello di “cammino” con quello di “sinergia”.<br />
Quindi la sacralizzazione del totem (mi si perdoni la citazione) con quella del ministero.</p>
<p>Dicevo di fenomenologia; e, in relazione al suo articolo, di fenomenologia della morte, che l’autore citato elucubra elegantemente.<br />
Una morte storica: un tabù da focalizzare individualmente e da scongiurare. Là dove la morte diventa fattore unicamente individuale, anziché umano: spettacolarizzazione fine a sé stessa.<br />
La Chiesa, nei secoli, non nei Padri bensì nel clero, ci ha messo spesso del suo, dipingendo la morte quale ultimo tragico baluardo che ci divide dal Giudizio. Il che è vero, però se rapportato alla Misericordia e alla paternità/chiamata di Dio.<br />
La morte, nella fenomenologia e nel personalismo, assume il connotato inconscio del processo presimbolico, perciò di un’immagina  non vista complessivamente nella sua totalità, ma solo nella chiarezza di alcune sue particolarità appariscenti: il travaglio, il dolore, la fine materiale e la nullità esistenziale (nell’agnostico; e spesso, inconsciamente, condivisa anche dal credente).<br />
In pratica il giudizio è formulato su impressioni sensoriali personali (esperienza su morti vissute in prima persona) o su tensioni istintuali (esperienza culturale ricevuta oralmente), che sottolineano la spettacolarità dolorosa e il traumatismo dell’evento invece della finalità.<br />
Si ha, in definitiva, una visione ristretta e sommaria del problema.</p>
<p>Nella morte speculativa si effettua, invece, una comunicazione analogica nell’ottica sistemica, perché il discorso elabora la relazione completa tra emittente e ricevente, perciò tra morte e finalità o, se si preferisce, tra uomo e Dio.<br />
Il messaggio materiale della morte diventa comunicazione reale, unendo i due terminali (fine e aldilà) in comunicazione fattiva nel suo passaggio naturale: il tornare al Creatore nel divenire.</p>
<p>Pulvis es et pulveris reverteris!<br />
Mai, come in questo caso, l’inizio e la fine (polvere – nullità senza Dio ) combaciano, proprio perché l’essere figlio rende il tabù (morte) finalità di cammino verso il totem (Dio).<br />
Proprio come l’abbandonarsi del Figlio al Padre presuppone la comprensione in un’unione manifesta e volontaria che prevede un divenire, geometricamente esemplificabile nella retta infinita nello spazio; la quale è una successione interminabile di punti, che alla fine si ricollegano al punto di partenza chiudendo la grande ellisse della vita: la continuità permanente.<br />
La comunione diventa effettiva a livello antropologico e non solo individualistico; perciò comunicazione analogica tra evento e percezione che rende il “colloquio” mutuo consenso.</p>
<p>Il problema legale (procedura statale &#8211; legge) è, in effetti, un falso e labile quesito; come lo diventa quello dell’affidarsi alla scienza o allo scienziato. Come lo sono altri quesiti similari che coinvolgono la coscienza, perché destinati non a regolamentare una contingenza, ma solo quale protocollo operativo per chi è incapace di concepirlo e di padroneggiarlo.<br />
La regolamentazione civica del furto, ad esempio, è superflua per il credente, giacché nella fede il comandamento divino universale è già presente e la legge da imperativo categorico già condivisa. Perciò la legge umana è solo sempre un doppione riduttivo e imperfetto.<br />
Tuttavia è necessaria per stabilire una convergenza tra il credente e l’agnostico o l’interreligioso: un modus vivendi.</p>
<p>“Quid est veritas?” (Gv. 18,38) sorge spesso spontanea nell’uomo attuale, impregnato di quel razionalismo che non è in grado di rimanere fedele alla vita in cui si manifesta, perciò in noi stessi.<br />
Sant’Agostino suggerì “Vir qui adest!”, traendolo e facendolo suo da una vulgata apocrifa. E non solo perché Gesù è “Emet” (la Verità – in ebraico), ma perché etimologicamente questa parola è composta dalle tre lettere (alef, mem e taf), di cui mem è la centrale, alef la prima e taf l’ultima dell’alfabeto, con ciò indicando non solo la duplice identità Verità/Dio, ma anche la totalità del sapere che permane nello scorrere del tempo.<br />
Emet corrisponde al lemma greco Aletheia.<br />
E Heidegger, disquisendo   su quell’etimologia, giunse alla conclusione che significa  “ciò che non si nasconde” e che sfugge al tempo quantificandosi sempre nella storia, pur rimarcando che questa è l’omologo e l’antitesi della verità religiosa.<br />
Vi è, infatti, una duplice problematica parallela che, da un lato, quantifica l’efficacia della parola sugli altri e, dall’altro, pone la consistenza del rapporto della verità con il reale. Proprio come la morte storica e la morte speculativa.</p>
<p>L’affidarsi al Padre, o al samaritano di turno, diventa un convenzionale diritto, e non una condivisione reciproca nella necessità o nella finalità, se visto solo in modo fenomenologico.<br />
Ma, come Lei scrive, l’abbandonarsi al Padre è andare incontro al Signore risorto: a chi è Emet (Verità/Dio) e nello stesso tempo Salvezza nell’abbandono della fede.<br />
Bisogna cercare l’annuncio di speranza, lasciandoci simultaneamente ricercare nel mutuo consenso col Signore asceso.<br />
Il concetto di vita non può essere ristretto al solo valore fenomenologico, perciò ad una semplice entità temporale, perché in questo modo la vita diventa essenziale nella materialità esistenziale. E, allora, anche la vita vegetativa pone al parente un valore di continuità pur nell’assoluta incapacità. Siamo però nel materialismo o in quella religiosità personalista individualista che si basa su un processo presimbolico a cui necessita il totem e il tabù.</p>
<p>La scienza e la tecnica hanno prolungato la vita; e la prolungheranno sempre di più specie se tra alcuni decenni la ricerca sulle staminali consentirà di ricostruire organi vitali usurati dall’uso e dal tempo.<br />
Anche la scuola subirà profonde evoluzioni se i dati sapienziali potranno essere elargiti non con anni di studio, ma con cips, impiantati sulla corteccia cerebrale, in grado di contenere molto dello scibile umano.<br />
Le sfide che attendono l’umanità non sono quelle relative a definire come regolamentare la fine/morte materiale di una vita, bensì quelle culturali che debbono essere totalmente comprese nell’abbandono convinto all’evolversi della creazione stessa, perciò al progetto divino di uniformare sempre più la creatura a Sé (Gen. 1,27) nel mutuo consenso.<br />
Perché, in ultima istanza, la vita non cessa con la morte, ma prosegue oltre: oltre lo scorrere del tempo nella morte speculativa.</p>
<p>Vorrei chiudere citando uno stralcio del suo ultimo paragrafo:<br />
“Ciò però non esclude il rischio e la responsabilità che ciascuno deve saper assumere quando venisse il momento di farlo. È così che chi sente il mistero di Dio incombere sulla propria vita potrà anche esprimere quella fiducia nelle mani del Padre, da cui siamo partiti in questa breve riflessione.”.<br />
E, se mi è consentito, instaurando con il Padre quella comunicazione analogica nel totale mutuo consenso, anche e sopratutto nella Chiesa.<br />
Perché nella fede non vi può essere una finalità diversa tra «nelle tue mani» con  «nelle proprie mani», anche quando il nostro corpo ci riserva delle sorprese dovute o a noi o alla nostra genetica personale.</p>
<p>Sam Cardell</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Contatti di Guido Scollo</title>
		<link>http://chiccodisenape.wordpress.com/contatti/#comment-1030</link>
		<dc:creator>Guido Scollo</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2009 21:16:10 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://chiccodisenape.wordpress.com/info/contatti/#comment-1030</guid>
		<description>Vi trasmetto questo significativo documento riportato come premessa nel recente libro del prof.Gallino &quot;Con i soldi degli altri&quot;
Lo trovo particolarmente efficace per la comprensione dei fatti italiani degli ultimi decenni.

Cordiali saluti

Guido Scollo

***************************************************************************

Eventi infelici accaduti in altri paesi ci hanno insegnato da capo due semplici verità in merito alla libertà di un popolo democratico.
La prima verità è che la libertà di una democrazia non è salda se il popolo tollera la crescita d&#039;un potere privato al punto che esso diventa più forte dello stesso stato democratico. Questo, in essenza,è fascismo -un governo posseduto da un individuo,un gruppo,o qualsiasi altro potere privato capace di controllarlo.
La seconda verità è che la libertà di una democrazia non è  salva se il suo sistema economico non fornisce occupazione e non produce e distribuisce beni in modo tale da sostenere un livello di sviluppo accettabile.
Entrambe le lezioni ci toccano.
Oggi tra noi sta crescendo una concetrazione di potere privato senza uguali nella storia. Tale concentrazione sta seriamente compromettendo l&#039;efficacia dell&#039;impresa privata come mezzo per fornire occupazione ai lavoratori e impiego al capitale,e come mezzo per asssicurare una distribuzione più equa del reddito e deiguadagni
tra il popolo della nazione tutta.

                       Franklin D.Roosvelt

al Congresso degli Stati Uniti
                                29 Aprile1938</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Vi trasmetto questo significativo documento riportato come premessa nel recente libro del prof.Gallino &#8220;Con i soldi degli altri&#8221;<br />
Lo trovo particolarmente efficace per la comprensione dei fatti italiani degli ultimi decenni.</p>
<p>Cordiali saluti</p>
<p>Guido Scollo</p>
<p>***************************************************************************</p>
<p>Eventi infelici accaduti in altri paesi ci hanno insegnato da capo due semplici verità in merito alla libertà di un popolo democratico.<br />
La prima verità è che la libertà di una democrazia non è salda se il popolo tollera la crescita d&#8217;un potere privato al punto che esso diventa più forte dello stesso stato democratico. Questo, in essenza,è fascismo -un governo posseduto da un individuo,un gruppo,o qualsiasi altro potere privato capace di controllarlo.<br />
La seconda verità è che la libertà di una democrazia non è  salva se il suo sistema economico non fornisce occupazione e non produce e distribuisce beni in modo tale da sostenere un livello di sviluppo accettabile.<br />
Entrambe le lezioni ci toccano.<br />
Oggi tra noi sta crescendo una concetrazione di potere privato senza uguali nella storia. Tale concentrazione sta seriamente compromettendo l&#8217;efficacia dell&#8217;impresa privata come mezzo per fornire occupazione ai lavoratori e impiego al capitale,e come mezzo per asssicurare una distribuzione più equa del reddito e deiguadagni<br />
tra il popolo della nazione tutta.</p>
<p>                       Franklin D.Roosvelt</p>
<p>al Congresso degli Stati Uniti<br />
                                29 Aprile1938</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Parliamo di politica? Anzi, di Chiesa di Michele renzulli</title>
		<link>http://chiccodisenape.wordpress.com/2009/08/14/parliamo-di-politica-anzi-di-chiesa/#comment-1027</link>
		<dc:creator>Michele renzulli</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2009 18:21:34 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://chiccodisenape.wordpress.com/?p=548#comment-1027</guid>
		<description>Si è proprio sicuri che la gerarchia non avesse calcolato i rischi? Ho l&#039;impressione che la gerarchia eclesiastica, era più interessata alle vicende economiche, agli insegnanti ed altri benefici anzichè le vicende ideali e spirituali. Queste ultime troveranno tempo presso la chiesa e nel contempo vengono taciute. Salvo qualche voce fuori dal gregge.
Michele renzulli</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Si è proprio sicuri che la gerarchia non avesse calcolato i rischi? Ho l&#8217;impressione che la gerarchia eclesiastica, era più interessata alle vicende economiche, agli insegnanti ed altri benefici anzichè le vicende ideali e spirituali. Queste ultime troveranno tempo presso la chiesa e nel contempo vengono taciute. Salvo qualche voce fuori dal gregge.<br />
Michele renzulli</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Una conversazione tra il card. Martini e don Luigi Verzé di gianni toffali</title>
		<link>http://chiccodisenape.wordpress.com/2009/05/19/una-conversazione-tra-il-card-martini-e-don-luigi-verze/#comment-1025</link>
		<dc:creator>gianni toffali</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2009 13:50:59 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://chiccodisenape.wordpress.com/?p=505#comment-1025</guid>
		<description>ah...dimenticavo...che significa quando hai scritto: &quot;Molti omosessuali hanno risolto spesso negativmente, a modo loro, smettendo cioè di lottare con se stessi,circa tendenze e deformazioni psicospirituali e sociali&quot;? vuoi dire che invece di risolvere la loro malattia, l&#039;hanno supinamente accettata? e che dici delle parole di san paolo? Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno
cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente
anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono
accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi
uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che si
addiceva al loro traviamento.....E pur conoscendo il giudizio di Dio,
che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo
continuano a farle, ma anche approvano chi le fa.&quot; (Rm 1, 26/32)
- &quot;...Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né
effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né
maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio&quot; (1 Cor.
6,9/10) - &quot;…La legge non è fatta per il giusto, ma per i non
giusti e riottosi, per gli empi e di peccatori, per gli scellerati e i
profani, per i parricidi e matricidi e omicidi, per i fornicatori, per
i sodomiti[1][1], per i ladri d&#039;uomini, i bugiardi, gli !
spergiuri…&quot;(1 Tm. 1,9)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ah&#8230;dimenticavo&#8230;che significa quando hai scritto: &#8220;Molti omosessuali hanno risolto spesso negativmente, a modo loro, smettendo cioè di lottare con se stessi,circa tendenze e deformazioni psicospirituali e sociali&#8221;? vuoi dire che invece di risolvere la loro malattia, l&#8217;hanno supinamente accettata? e che dici delle parole di san paolo? Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno<br />
cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente<br />
anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono<br />
accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi<br />
uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che si<br />
addiceva al loro traviamento&#8230;..E pur conoscendo il giudizio di Dio,<br />
che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo<br />
continuano a farle, ma anche approvano chi le fa.&#8221; (Rm 1, 26/32)<br />
- &#8220;&#8230;Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né<br />
effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né<br />
maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio&#8221; (1 Cor.<br />
6,9/10) &#8211; &#8220;…La legge non è fatta per il giusto, ma per i non<br />
giusti e riottosi, per gli empi e di peccatori, per gli scellerati e i<br />
profani, per i parricidi e matricidi e omicidi, per i fornicatori, per<br />
i sodomiti[1][1], per i ladri d&#8217;uomini, i bugiardi, gli !<br />
spergiuri…&#8221;(1 Tm. 1,9)</p>
]]></content:encoded>
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