In questi giorni di indignazione proponiamo, cari amici, un testo di PierGiorgio Cattani pubblicato pochi giorni fa su Il Margine.
Cristiani d’Italia in attesa- Una lettera per i nostri vescovi
di PIERGIORGIO CATTANI
«Circa due mesi prima della sua morte accadde che Pascal, avendo raccolto in casa sua parecchie persone per conferire sullo stato presente degli affari della Chiesa, dopo aver loro presentato le difficoltà su certe cose, trovò che quelle persone non erano così decise come avrebbe voluto, e cedevano su qualche cosa che egli credeva importante per la verità.
«così decise come avrebbe voluto, e cedevano su qualche cosa che egli credeva importante per la verità. Ciò lo colpì in tal modo, che cadde svenuto e perse la con Circa due mesi prima della sua morte accadde che Pascal, avendo raccolto in casa sua parecchie persone per conferire sullo stato presente degli affari della Chiesa, dopo aver loro presentato le difficoltà su certe cose, trovò che quelle persone non erano oscenza e la parola. Rimase molto tempo in quello stato, e quando lo si fu fatto rinvenire con molta fatica, e mia madre che era presente gli chiese il motivo che gli aveva causato tutto ciò, disse: “Quando ho visto tutte quelle persone che io consideravo come le colonne della verità che si piegavano e mancavano in ciò che esse dovevano alla verità, ne fui colpito, e non potei sopportarlo, ed è stato necessario soccombere al dolore che ho provato”».
(Memoria su Pascal scritta da Marguerite Périer)
Caro vescovo, da semplici credenti, tenacemente appartenenti alla comunità ecclesiale e ancorati ai documenti magisteriali del Concilio Vaticano II, scriviamo a Lei, pastore a cui facciamo riferimento nella nostra Chiesa locale, per denunciare con dolore l’attuale clima politico e sociale, che la comunità cristiana appare incapace di affrontare. Certamente alcuni laici credenti non la pensano come noi e valutano coerente alla nostra fede questa stantia atmosfera che circonda l’attuale momento storico.
Ma siamo sicuri che tutti condividano l’odierna fatica della testimonianza cristiana in Italia.
Perdono e condanna. A senso unico
Sono anni che chiediamo alla nostra Chiesa di dire parole decisive sulla crisi della fede in atto da tempo, sul degrado morale e umano a cui l’Italia sembra condannata, sullo sfascio dell’etica pubblica, sulle questioni cruciali che riguardano l’uomo del mondo globalizzato e multietnico. Sentiamo voci discordanti. Chi ha il coraggio di smascherare apertamente il disegno truffaldino che la classe politica attualmente al potere (e purtroppo non solo quella che governa) sta portando avanti, con spregiudicata scientificità, ai danni della Chiesa cattolica e della coscienza dei credenti, viene subito messo a tacere o etichettato come partigiano, disfattista, laicista.
Ogni finestra socchiusa per far entrare un po’ d’aria ristoratrice viene immediatamente rinserrata e sigillata in modo ermetico da chi sembra aver scordato le parole del Vangelo che dovrebbe annunciare, conoscendo invece a memoria quelle della diplomazia più ritrita oppure del politichese più raffinato.
Come giudicare altrimenti queste parole di monsignor Fisichella, oggi presidente di un importante dicastero vaticano, a giustificazione della comunione data al capo del governo?
«Il presidente Berlusconi essendosi separato dalla seconda moglie, signora Veronica, con la quale era sposato civilmente, è tornato ad una situazione, diciamo così, ex ante … Il primo matrimonio era un matrimonio religioso. È il secondo matrimonio, da un punto di vista canonico, che creava problemi.
È solo al fedele separato e risposato che è vietato comunicarsi poiché sussiste uno stato di permanenza nel peccato … se l’ostacolo viene rimosso, nulla osta» (Il Messaggero, 21 aprile 2010).
Qualcuno, come il direttore di “Famiglia Cristiana” don Antonio Sciortino, ha avuto la forza di denunciare pubblicamente la gravità della situazione, che mette a repentaglio il cuore del messaggio evangelico dell’amore verso i poveri, vera prova concreta dell’amore per Dio: costui non è stato applaudito come difensore dei valori cristiani ma criticato, talora insultato, sempre marginalizzato.
In questi anni ci siamo abituati a tutto.
O meglio: i vertici della Chiesa italiana ci hanno abituato a tutto. Quasi come se la morale cattolica si applicasse per i nemici e si interpretasse per gli amici.
Abbiamo imparato che perfino il sacramento dell’eucaristia, perfino la bestemmia possono essere soggetti alle logiche politiche.
Ci hanno insegnato che la Segreteria di stato vaticana perdona settanta volte sette a Pilato, Erode e Caifa, ma lapida la peccatrice, dimentica al suo destino il buon ladrone e lascia Lazzaro nella tomba. Siamo stati abituati a vedere prelati e cardinali partecipare allegramente e senza ritegno ai banchetti organizzati da Erode o dai suoi sodali per celebrare una triste union sacrée, dimentica di quanto avveniva fuori del palazzo.
Chi può scordare la cena a casa di Bruno Vespa dell’8 luglio, scorso con illustri commensali quali i cardinal Bertone, il sindaco di Roma Alemanno, Casini, Berlusconi e pure il maestro Muti? I vertici ecclesiali dovrebbero stare più attenti anche durante gli incontri ufficiali tra Stato e Chiesa, per non dare l’idea di un mercanteggiamento continuo (che già emerge implicitamente in locuzioni come quella dei “valori non negoziabili”… quasi gli altri valori fossero invece merce!) e di un contatto con il potere molto disdicevole per chi rappresenta un’autorità morale. Immaginiamo che governare la Chiesa sia difficile, specialmente in questo momento, ma la prudenza, la cautela e la sobrietà sembrano sparite dai sacri palazzi… Invochiamo maggiore fedeltà al dettato evangelico del «sia il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno».
Ci saremmo aspettati delle smentite se i fatti descritti dai mezzi di informazione non corrispondessero alla realtà.
L’educatore d’Italia
Sono anni che il cardinal Ruini parla giustamente di “emergenza educativa”.
Ricordiamo tutti come l’allora presidente della CEI aveva salutato la massiccia astensione al referendum sulla fecondazione assistita del 2004: il mancato raggiungimento del quorum sarebbe stato «frutto della maturità del popolo italiano, che si è rifiutato di pronunciarsi su quesiti tecnici e complessi, che ama la vita e diffida di una scienza che pretenda di manipolare la vita» (Radio Vaticana, 14 giugno 2005).
Ma dov’è oggi questa maturità, dov’è quest’Italia migliore? A Rosarno, sulla gru di Brescia, nei rifiuti di Napoli, nel canale di Sicilia? Ha forse il volto di un onorevole Scilipoti qualsiasi, grazie al “senso di responsabilità” del quale il cardinale Bagnasco ha potuto dire: «Ripetutamente gli italiani si sono espressi col desiderio di governabilità e quindi questa volontà, questo desiderio espresso in modo chiaro e democratico deve essere da tutti rispettato e perseguito con buona volontà e onestà» (dichiarazione alle agenzie di stampa, 15 dicembre 2010)?
Oppure la ritroviamo soltanto ad Arcore? È proprio il padrone di Villa San Martino il vero educatore dell’Italia, ormai da trent’anni. L’educatore che ha creato l’emergenza.
L’educatore a cui si domanda un appoggio per educare ancora e meglio gli italiani, questa volta nientemeno che ai valori cristiani, quelli “non negoziabili”. È questa la vera tragedia della Chiesa italiana. L’educatore farà forse le leggi che piacciono ai vertici ecclesiali, ma continuerà a immettere nel paese quei “valori” testimoniati dalla sua vita privata e determinanti per il suo successo prima imprenditoriale e poi politico.
I valori delle sue televisioni. Apparenza, denaro, successo, barzellette, bellezza artificiale, salutismo, volgarità, disprezzo della donna. È questo insieme ad essere la cifra della realtà italiana. E chi propugna questa visione antropologica dovrebbe sostenere i diritti di malati e disabili ad essere valorizzati e curati? Credono i vertici della CEI che l’ideale dei soldi a buon mercato sia un esempio per i giovani? Credono certi prelati che gli atteggiamenti maschilisti, maleducati e volgari nei confronti della donna favoriscano il rispetto nei suoi confronti? Sono realmente persuasi che un certo tipo di messaggio valorizzi una sessualità responsabile e matura, e promuova la tutela della vita?
Chi garantisce la Chiesa sull’8 per mille, sull’esenzione dall’ICI, sul testamento biologico, sulla scuola cattolica, sull’aborto è colui che propugna una visione della vita in cui la sofferenza è esclusa, la povertà è una colpa, l’edonismo è una virtù. Un uomo che tratta la CEI come il sindacato delle tonache, come l’associazione dei vescovi italiani, come una Confindustria qualsiasi alla cui platea dire: «il mio programma è il vostro».
L’uomo della provvidenza che infatti afferma: «Da parte mia non verrà mai nulla contro il Vaticano» (Repubblica, 10 dicembre 2010).
O vi sta forse minacciando? Vi minaccia di aprire il fuoco con le sue corazzate mediatiche, per distruggere l’immagine della Chiesa in Italia? Abbiate il coraggio di dircelo, di denunciarlo.
Altrimenti saranno nuovamente altri a restare sotto le macerie, e il silenzio dell’episcopato vi porrà non tra le vittime, ma tra i colpevoli.
Qualche vescovo ha protestato per questo andazzo, ma la sua voce scompare dall’organo di informazione della conferenza episcopale: il cardinale di Milano Tettamanzi, pesantemente insultato da esponenti di governo, non è stato adeguatamente difeso. Ma si dice che il governo presieduto da
Berlusconi garantisce meglio di altri le istanze più importanti per i cattolici.
Lui farà le leggi che stanno a cuore alla Chiesa, lui fermerà la deriva secolarista.
Si pensa che siano le norme a costruire e a indirizzare la morale pubblica, ma il più delle volte è vero l’inverso in quanto sono i costumi, i modi di pensare diffusi, la sensibilità comune a venire sintetizzati in una legge valida per tutti. Se non c’è più fiducia nella coscienza individuale e, in fondo, nell’uomo, allora, per imporre la propria visione, si deve ricorrere alla forza coercitiva della legge. Una strada sbagliata e sicuramente perdente.
Un giorno apriremo tutti gli occhi e vedremo un paese imbarbarito, impoverito, più corrotto e corruttore, soprattutto meno aperto alla speranza.
Perché l’Italia vive un momento di gravissima crisi etica che si sta già riversando in una serie di norme lesive non solo della democrazia ma anche dei diritti umani. La politica dei respingimenti in mare, per esempio, di quanti fuggono dalla guerra e dalla miseria, il chiudere gli occhi di fronte a sofferenze e morti di cui anche noi siamo responsabili, sono offese alla dignità dell’uomo e a qualsiasi valore cristiano.
Chi ha voluto questi provvedimenti, secondo uno dei più mediatici esponenti di vertice le dichiarazioni ancora di monsignor Rino Fisichella, «manifesta una piena condivisione con il pensiero della Chiesa» (Corriere della Sera, 30 marzo 2010).
Perfetto: quindi la Chiesa, secondo uno dei vescovi più presente sui media, è d’accordo con i respingimenti in mare, con la politica della paura e dell’esclusione, con un’ideologia volgare e anticristiana benché dopo l’ampolla del dio Po oggi si tenga in mano il Crocifisso.
Tutti si rendono conto che i “difensori della fede” non hanno mai letto il Vangelo e in verità sono contro il Vangelo.
Tutti lo sanno, anche chi inneggia ai valori. Ma quel che conta è che sono contro la pillola Ru486, quella dell’aborto definito “fai da te”!
Peccato che la metà degli aborti sia praticato da donne straniere non di certo aiutate da certi provvedimenti, ma forse, così come loro sono di serie B, anche i loro bambini mai nati sono di serie B.
In nome di Chi?
E tutto questo in nome dei valori? Di quale fede? Di quale carità? Oggi sono tanti i Simon Mago che bussano alla porta dei ministri della Chiesa per ottenere i poteri magici utili a vincere le elezioni: una dichiarazione ai microfoni, un appoggio dal pulpito, un chiudere gli occhi sulle più evidenti nefandezze.
E in cambio si ottiene notorietà, un lasciapassare per i salotti dei potenti, qualche gazebo per la “padania cristiana, mai musulmana”, qualche finanziamento in più per la scuola cattolica.
A questo punto non è soltanto una questione politica ma è un problema che investe la natura della Chiesa. E non ci riferiamo allo scandalo, seppur grave, della pedofilia, coraggiosamente affrontato da Papa Benedetto XVI, ma proprio alla simonia, ossia alla vendita di sacramenti in cambio di denaro e di visibilità, semplicemente per conservare un potere storicamente acquisito.
I vertici della Chiesa cattolica italiana sembrano rappresentare ormai una “Chiesa di Esaù” che si vende per una minestra. Mentre si ottengono a prezzi di saldo “politiche cristiane”, il cristianesimo stesso è oggettivamente in declino.
Facciamo con grande dolore queste affermazioni. Non le facciamo in nome di una visione astratta e insostenibile che vorrebbe un cristianesimo “che crede in Cristo e non nella Chiesa”. Le facciamo perché sappiamo che la Chiesa è l’unico spazio in cui possiamo incontrare la Parola di Dio, in cui possiamo ricevere i sacramenti, in cui siamo confermati nella fede.
Per questo deploriamo la svendita dell’immagine della Chiesa, svilita dai troppi mercanti nel Tempio.
Questi atteggiamenti offendono molti altri vostri confratelli nell’episcopato che in tutti i paesi poveri del mondo devono affrontare problemi veri che riguardano la vita e la morte di intere popolazioni; vescovi che vivono in povertà o che magari sono minacciati da chi lavora per il disordine e per la guerra.
Offendono i cristiani perseguitati a motivo della propria fede che vivono situazioni di estremo disagio in molte parti della terra.
Offendono molti preti che nel nostro Paese vedono vuotarsi le parrocchie, languire gli oratori, sfuggire sempre di più i fedeli, mentre buona parte delle alte gerarchie sono indaffaratissime a puntellare il governo in carica.
E infine offendono i semplici credenti, disgustati oramai da queste commistioni con il potere, dagli intrighi con personaggi molto discutibili, dall’incapacità di vedere e di denunciare il clima di corruttela presente nel paese.
Qual è la fede che testimoniamo? Quale speranza per i più poveri, in corpo e in spirito? Quale carità esigiamo se non quella di un’elemosina compassionevole, elargita dai miliardari senza scrupoli?
In attesa della vostra parola
Non è questa la Chiesa in cui crediamo.
Noi vogliamo una Chiesa che sappia rinunciare «all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni» (Gaudium et spes, 76). Noi rimaniamo fermi al dettato conciliare.
Dovrebbero essere i vertici della Conferenza Episcopale Italiana e soprattutto della Curia romana a prendere atto della situazione.
Se fossero stati eletti democraticamente potremmo facilmente chiedere le loro dimissioni, ma sappiamo che la Chiesa non è una democrazia e che la CEI, unico consesso dei vescovi nel mondo, non elegge il suo presidente.
Ormai la sfiducia è presente nel cuore di moltissimi fedeli. Il silenzio accompagna un progressivo allontanamento dall’appartenenza ecclesiale.
Un silenzio che segna la cifra dello scisma sommerso ormai dilagante in seno a quella che un tempo era la tradizione cattolica del popolo italiano.
Molti non si preoccupano più della Chiesa. Tacciono, non si indignano, non criticano, vivono tranquilli: non perché approvino questa situazione ma perché semplicemente a loro non importa più nulla delle sorti della fede.
Ma noi che ci sentiamo ancora parte della Chiesa, e che mai rinunceremo a questa intima comunione, non possiamo tacere. Se non parliamo noi, grideranno le pietre.
Passeremo questo Natale in preghiera, nella fiducia in Gesù Cristo, che ha vinto il mondo (Giovanni 16,33), e nell’atteggiamento dell’ascolto, per dar modo a Lei e ai Suoi confratelli vescovi di pronunciare finalmente parole autorevoli e coraggiose capaci di finalmente restituire credibilità e coerenza evangelica al vostro Magistero.





Che dire di più? Sottoscrivo il testo e spero che il nostro nuovo Vescovo possa avere la forza e il coraggio di porsi dalla parte della VERITA’, come sembrerebbe dalle sue prime sortite.
Rispedisco la nota è perchè il primo commento non riportava alcune citazioni. Prego la redazione di eliminare la precedente stesura. Ringrazio.
VERO CAMBIAMENTO o TRASFORMISMO?
Considero l’odierno disagio della gerarchia ecclesiastica la punta di un iceberg,la cui parte sommersa è il vasto intreccio di interessi tra l’attuale potere politico-economico e quello religioso.Che solo un scandalo sessuale estremo sia in grado di turbare le autorità ecclesiastiche è il sintomo della grave corruzione dei costumi,del pensiero e dell’azione dell’intera nostra società,mondo cattolico compreso. Per i cattolici basterebbe leggere i retroscena dell’affare Marcinkus,o la bibliografia che tratta delle enormi ricchezze possedute dal Vaticano,dentro e fuori le sue mura.Evocare lo scandalo per fatti seppur pesanti come le intemperanze erotiche del premier o la pedofilia di molti membri della Chiesa è il consueto atteggiamento dei benpensanti:gravemente semplificativo, perché non è la sola sfera sessuale ad essere investita,ormai da tempo,dalla violenza. Tutto ciò che ci circonda è quotidianamente calpestato da ingiustizie sociali,prevaricazioni di ogni sorta,inaccettabili diseguaglianze,diffusa illegalità,corruttele varie,di ogni specie insomma,ma che hanno un denominatore comune: il discredito dei valori,la scomparsa dell’etica,delle regole.E di fronte a questa crisi l’autorità ecclesiastica che fa? Non potendo ovviamente tacere,si limitaalla mera descrizione dei fatti,allo sconcerto,al disappunto,alla deplorazione,alla preoccupazione,e infine alle sentenze. Ma oggi tutto ciò è sufficiente? No,non basta più,occorre capire e approfondire le ragioni di quanto succede,e soprattutto cercare,trovare, proporre modelli alternativi di convivenza sociale e di direzione politica. Ma forse è troppo per questa Chiesa:sarebbe un impegno troppo oneroso e la esporrebbe al confronto con altri e degni partecipanti. Meglio evitare,meglio non farsi troppe domande,arroccarsi sulle verità di fede,allargare l’area del dogmatismo, allontanare da sé ogni dubbio,distribuire sicurezza a destra e a manca. Più comodo e redditizio.E poi,visto che si può,perché non approfittare dell’occasione,appiattendosi sui modelli politici e comportamentali che ci dispensa più o meno “gratuitamente” il potere politico-economico,anche quando sono indifferenti al Vangelo,ancorché camuffati da un’aura di affascinante quanto inesistente spiritualità? Ma se c’è un generale disordine morale che spinge valanghe di giovani e di capifamiglia ad aspirare a condotte di vita Berlusconi-like,ci sarà bene un motivo.Ed è plausibile che la gerarchia ecclesiastica si tiri fuori,non si senta corresponsabile di questo degrado morale,dopo aver convissuto per trent’anni con questo regime?Ci siamo dimenticati del silenzio accondiscendente di buona parte della Chiesa di fronte alle famose affermazioni berlusconiane,quali: mio governo è ispirato ai principi cristiani!,oppure:la famiglia è uno dei valori fondanti della nostra proposta politica!,frasi che si accordavano con quelle di un eminente prelato che dichiarava con nonchalance: la bestemmia pubblica del premier va contestualizzata?Oggi,alla luce di questi emblematici episodi,che risposta diamo alla domanda se gli autentici valori cristiani sono ancora il “lievito della società” o se,viceversa,è stata l’ideologia politica più becera ad alterare il DNA del mondo cattolico,facendogli assimilare idoli e disvalori del modello berlusconiano?Quanto è successo è la grave conseguenza di un’incondizionata ed estensiva privatizzazione dei media,ed in particolare di buona parte della TV,che ha ostacolato e buttato al macero il lavoro delle principali agenzie educative,come la famiglia e la scuola, aprendo la strada alla manipolazione dei comportamenti e dei modelli di convivenza da parte di presunte imparziali servizi televisivi di intrattenimento, come Drive in,Il grande fratello e via dicendo.E chi ne ha fatto le spese? Ovviamente le fasce più esposte e meno immunizzate,ovvero giovani ed anziani;sì,soprattutto i giovani,i protagonisti del nostro futuro!Oggi le gerarchie ecclesiastiche provano turbamento:ma chi è che ha tollerato fino all’altro ieri la penetrazione in ogni casa dei modelli berlusconiani, pubblici e privati ?E non si accorgevano allora le nostre avvedute gerarchie che tra i “fedeli” apparentemente più “ossequienti” cresceva il numero degli indifferenti,meglio dei contrari,non solo al messaggio evangelico ed alla dottrina sociale della Chiesa,ma ad un’etica condivisa? proprio mentre le accuse di relativismo si concentravano su quei credenti che intravvedevano nell’apparente neutralità della chiesa un lasciapassare alla deriva delle regole democratiche,in cui l’imbarbarimento dei costumi era il primo passo.E come mai oggi questi autorevoli personaggi ecclesiali non rammentano gli importanti favori ricevuti dai governi berlusconiani in cambio di appoggi politici o compromettenti silenzi su tante ingiustizie,illegalità, diseguaglianze e corruzioni varie?Penso che un chiaro e coraggioso rifiuto della gerarchia contro questa spartizione di privilegi avrebbe potuto arginare l’attuale deriva. Così non è stato e ora la situazione si è fatta più difficile.La gerarchia ora chiede chiarezza. Ma non era tutto chiaro già da tempo? Lo stupore delle attuali autorità ecclesiastiche è imbarazzante e le rende poco credibili.E’ necessario un ricambio anche per loro, come per i diretti protagonisti dell’attuale politica. Che la responsabilità torni a persone più attente e responsabili,perché altre e più giuste strade sono indispensabili per il nostro paese e per la comunità cristiana. Abbiamo un significativo precedente: alcuni decenni addietro,dinanzi alla pericolosa ambiguità della politica democristiana,molti cattolici rifiutarono di farsi strumentalizzare,rompendo il tradizionale COLLATERALISMO col sedicente partito cattolico di allora,e così contribuirono ad un significativo rinnovamento della classe dirigente.Certo il confronto con la situazione odierna è scoraggiante:si è arrivati persino a dare per scontata l’ingiustizia,considerata addirittura come il male minore,il massimo livello di socialità,il prezzo del progresso! E’ l’ennesimo caso di omologazione del pensiero,questa volta col quello economico dominante,per il quale il maggior sfruttamento dell’uomo nel lavoro e fuori dal lavoro,è inevitabile,in quanto lo chiede un novello totem: il mercato,questo modello storicamente determinato di mercato,ritenuto ormai una variabile indipendente,cui tutto e tutti devono piegarsi. Ma il mercato è un’entità impersonale incontrollabile o è guidata da teste pensanti che agiscono in funzione di determinati e precostituiti interessi?Adesso che succederà? Di fronte ad una situazione così destabilizzante,deve prevalere la speranza per un futuro migliore.
Il divorzio della Chiesa da questo modello di governo della società,che cosifica,strumentalizza le persone,non è più procrastinabile,pena l’annichilimento del messaggio evangelico. Come non sono più accettabili comportamenti trasformistici della gerarchia ecclesiastica e dello stato che,si limitino a sostituire gli ormai logori cavalli di battaglia,con altri certamente meno compromessi,ma comunque fedeli alla perversa strategia del “do ut des”,che cambia la forma ma non la sostanza del rapporto tra le due istituzioni.
Un COLLATERALISMO di nuovo conio non è plausibile. Per la maggioranza degli italiani la misura è ormai colma. Nonostante le martellanti campagne mediatiche,ma anche grazie a nuovi strumenti di comunicazione sociale,internet in primis,la cittadinanza,inclusa il mondo cattolico,si sta facendo più consapevole e penso che non accetterà soluzioni preconfezionate.Il crescente assenteismo elettorale lo testimonia.L’insofferenza per l’ingiustizia sta crescendo:non so quanto l’emergenza tunisina di questi ultimi giorni sia paradigmatica,certo è che la ripulsa verso un sistema economico e sociale intrinsecamente autoritario ha cominciato a propagarsi nei paesi più poveri ed indifesi,come l’intero Magreb.Ma il Magreb è a due passi da noi,non soltanto geograficamente.Il sorprendente risultato del recente referendum-ricatto di Mirafiori è un campanello di allarme: segnala a tutti,nella chiesa come nella società,che è atteso un vero cambiamento di rotta.
Termino con lo stralcio di un interessante editoriale del 2009 curato da Barbara Spinelli:
quando i valori diventano proprietà esclusiva di un partito,di un governo,di un’istituzione, diventano mezzo per emarginare chi la pensa diversamente;servono per omologare il pensiero e irregimentare il comportamento pubblico;allontanano la cittadinanza dall’esame critico dei fatti e dalle vere sfide;ci trasformano e producono un effetto esattamente contrario a ciò che propugnano.
Fin quando i valori sono fini, essi devono costantemente confrontarsi con altri valori non meno possenti,e se vogliono generare regole condivise,devono scendere a patti. Le costituzioni esprimono proprio lo sforzo per conciliare leggi morali in conflitto tra loro,ma egualmente preziose,come ad esempio l’eguaglianza e la libertà, il diritto alla vita e il diritto a dominare la propria morte. Quando invece i valori sono espedienti, divengono mezzi prevaricatori a disposizione del potere che li maneggia.
Se invece i valori sono un fine, i mezzi vanno adattati alla loro molteplicità. Se cessano di essere
fini lo scontro si fa feroce e il valore vincente assurge a valore non solo supremo ma unico.
Esiste una radiografia della situazione italiana più fedele di questa?
Guido Scollo
TESTIMONIANZE
Nove preti contro Bagnasco/Berlusconi
a cura di Valerio Gigante, da Adista 10/2011
Don Ferdinando Sudati – vicario parrocchiale a Paullo (Mi):
«Le gerarchie ecclesiastiche (vaticane e italiane), di fronte a un presidente del Consiglio che va mandato a casa con ignominia, hanno preso posizione dandogli un buffetto accompagnato dalla raccomandazione: “Biricchino, non farlo più!”. I rappresentanti della Cei, per una tragica par condicio, hanno dato lo stesso buffetto anche alla magistratura. Che, date le circostanze, è risultato piuttosto uno scapaccione, con effetti disastrosi. Potevano tacere del tutto, se ritenevano di non dover entrare in politica, ma siccome non tacciono e in politica ci entrano abitualmente, tanto valeva che facessero sentire qualcosa che avesse minimamente il sapore evangelico della parresìa, della chiarezza e dell’integrità».
Don Romeo Vio – parroco a Titignano (Pi):
«La cosa che più mi è dispiaciuta in questi anni è stato l’atteggiamento di coloro che di Berlusconi sono stati i sostenitori. Ad esempio l’on. Casini, che ha consentito al presidente del Consiglio di arrivare al potere anche se poi per i suoi interessi l’ha mollato. Ma soprattutto è l’atteggiamento tenuto da gran parte della Chiesa “ufficiale” che mi ha messo in “crisi di amore” per la Chiesa. Se facciamo una analisi, sono state veramente poche le voci critiche: tolta la vostra e quella di Famiglia Cristiana e di qualche altra rivista della sinistra cattolica la maggioranza dei vescovi e della stampa cattolica o ha taciuto o addirittura ha in certo senso giustificato e coperto le malefatte del premier “contestualizzando” perfino le sue bestemmie. Ora che sta per affondare, speriamolo veramente, finalmente la Cei, dopo aver rischiato di perdere la sua credibilità, sembra uscire dal compromesso; ma viene da pensare che è tardiva la testimonianza di chi pugnala un politico ormai – speriamo – al tramonto».
Don Giorgio Rigoni – parroco a Patronà (Cz):
«Troppo facile oggi infierire su un uomo finito, un politico fallito che con tanta impudenza ma “intelligenza” ha trattato un popolo sovrano da servi cretini! Un uomo ormai solo, perché circondato da ruffiani che come cani si contendono l’osso, avrebbe avuto il diritto ad una voce diversa da quella dei suoi cortigiani, un pastore che lo ammonisse… come sarebbe dovuto avvenire, all’aeroporto di Ciampino, il 26 settembre 2009, quando il papa volle incontrare Berlusconi. E invece venne fuori un colloquio solo patetico!
La Chiesa “alta” anche in questo caso si è dimostrata piccina, calcolatrice e accattona, pronta a virare rotta ad ogni spirar di vento che le possa portare un pur minimo vantaggio (economico). “Vedete quanto è pericoloso tacere? Muore quell’empio e giustamente subisce la morte. Muore per la sua iniquità e per il suo peccato. È ucciso infatti dalla sua negligenza. Egli avrebbe potuto ben trovare il Pastore vivente che dice: ‘Io vivo, dice il Signore’. Ma non lo ha fatto, anche perché non ammonito da chi era stato costituito capo e sentinella proprio a questo fine. Perciò giustamente morirà, ma anche chi ha trascurato di ammonirlo sarà giustamente condannato”.
Dal Discorso sui pastori di sant’Agostino, vescovo (Disc. 46, 20-21; CCL 41, 564-548)»
Don Silvano Nistri – Sesto Fiorentino:
«È un momento di grande sofferenza per chi ama la Chiesa.
Io prego:
- perché i Vescovi abbandonino il sogno di una nuova cristianità. Il beato Ozanam, impegnato a liberare la Chiesa di Francia dalle nostalgie della restaurazione, diceva: «Si sogna un Costantino che tutto d’un colpo riconduca i popoli all’ovile. No, no… le conversioni non si fanno con le leggi, ma con le coscienze…»;
- perché sia ridotta al minimo la Roma curiale, oltretutto oggi di così scarso valore. Un Casaroli o un Cicognani non sarebbero andati a cena da Vespa, né ci sarebbe stato un Fisichella a discettare da leguleio di terza categoria sulla bestemmia o sulla comunione ai divorziati…
- perché i nostri vescovi, impegnati nella pastorale, in genere migliori di quelli che stanno a Roma, parlino alle riunioni della Cei e magari esigano, nel caso lo facessero, che le loro voci arrivino anche a noi… Ci farebbe piacere».
Don Mario Piantelli – parroco di San Michele Arcangelo e Castelnuovo, Crema:
«Mi associo volentieri alle richieste che da molte parti d’Italia (e non solo) vengono indirizzate ai vertici ecclesiastici di alzare forte la voce e di compiere azioni profetiche nei confronti dell’attuale governo Berlusconi. È necessario un supplemento di libertà evangelica per sganciarsi decisamente da un sistema di governo che, attraverso benefici e privilegi, sembra avvantaggiare il “mondo ecclesiastico”, in realtà aliena e impoverisce sia a livello culturale sia a livello socio-economico i credenti che ripongono fiducia non nell’amore al potere ma nel potere dell’amore».
Don Giovanni Barbareschi – Milano:
«Sono un sacerdote milanese di 89 anni, medaglia d’argento della Resistenza.
Ho partecipato alla redazione e diffusione del giornale clandestino Il Ribelle e per questo ho sofferto il carcere. Non è certo questa l’Italia che noi, “ribelli per amore”, sognavamo e per la quale abbiamo lottato.
In questi giorni ho aderito all’Associazione Libertà e Giustizia (uno dei promotori è l’amico Gustavo Zagrebelsky) firmando l’appello “per esigere le dimissioni e liberarci dal potere corrotto e corruttore di Silvio Berlusconi”».
Don Michele Ruggieri – parroco a Bucaletto (Pz):
«Siamo al colmo di ogni misura! Sono parroco in una realtà periferica di Potenza, dove non si riesce ad eliminare, ancora dopo 30 anni, una vera e propria ’baraccopoli’ fatta di prefabbricati leggeri insediati per dare alloggio provvisorio ai terremotati del 1980 e che avrebbero dovuto avere la durata di 10 anni, al massimo. Invece, pur essendo per buona parte fatiscenti, continuano ad essere alloggi provvisori per famiglie in difficoltà, per anziani soli, per immigrati, per persone con gravi disagi sociali e psicologi. Avere a che fare ogni giorno con problemi del genere ed assistere impotenti a questo scenario di uomini politici – che, con l’ostentazione del potere, della “iniqua ricchezza”, come la definisce il Vangelo, quotidianamente umiliano e schiaffeggiano la povertà, la debolezza, la fragilità sempre crescente di tanta gente che non ha il necessario per sopravvivere – non può che suscitare indignazione. Nessun motivo di opportunità politica potrebbe ancora giustificare il silenzio della Chiesa nelle sue diverse espressioni e nei suoi diversi livelli, e neanche l’atteggiamento diplomaticistico della gerarchia, formalmente equidistante, di fatto poco chiaro per i tanti cittadini non abituati al linguaggio specialistico della politica».
Don Luciano Locatelli – parroco di Stabello di Zogno (Bg):
«Non voglio dire: “Ma io ve l’avevo detto che tutto sarebbe andato a puttane!” (con tutto il mio rispetto per chi è costretto a fare questa attività), però questo è quello che succede quando anche noi, Chiesa (tutti, dai “pezzi da novanta” ai piccoli parroci di montagna come me), ci mostriamo più preoccupati per la salvezza dell’economia che per l’economia della salvezza. Ricordo anche che a chi ha ricevuto tanto, sarà richiesto molto di più».
P. Candido Poli – missionario a a Piaui – Brasile:
«Sono venuto nel Nord del Brasile nel 1952, prete da tre anni. In Italia ho fatto solo ferie, ogni tre, 4, 5 e anche 8 anni, ma da alcuni anni (ne ho 87!) mi tengo in contatto attraverso i siti internet dei giornali. L´Italia va male. Ma ci sono ancora tante famiglie sane. In politica troppi vogliono solo essere galli. La Chiesa per essere missionaria deve essere carismatica. Dove é il carisma della Chiesa oggi? Interviene per tutto e per niente, e all´ora necessaria si salva con frasi ambigue, allusive, che non incidono».
(7 febbraio 2011)
BERLUSCONI e LA CRISI DELLA CHIESA
di Adriano Donaggio
Berlusconi interroga la Chiesa. La interroga in modo più profondo di quanto la stessa Chiesa non pensi. E’ il modello di comportamento, i valori che propone al paese: il potere, i soldi, la libertà dalle leggi, il piacere come realizzazione indiscutibile nei modi, nelle forme, nelle frequentazioni. Sono gli esiti di questi modelli che la interrogano.
Secondo un’ indagine di un settimanale cattolico, il 35% dei fedeli lo sostiene, ne condivide, o quantomeno ne sostiene il suo operato di uomo pubblico, di leader politico. Certamente non se ne rendono conto, ma quella che ci sta davanti è la scissione tra la parola della Chiesa e i comportamenti pubblici e privati che vengono affermati nella vita quotidiana. In chiesa un discorso, usciti dalla chiesa, tutto un altro discorso. La Chiesa ridotta alla frequentazione del rito. Finita la messa libero accesso alla seduzione, spesso alla partecipazione a un potere, nei fatti, pagano.
Se una donna sposata, magari giunta al quarto figlio, piglia la pillola, se cattolica, dovrebbe confessarsi e, per ottenere il perdono, dovrebbe pentirsi e impegnarsi a non peccare più, a non prendere più la pillola. Se non fa questo il sacerdote non le può dare l’ assoluzione. Analogamente se un marito cattolico usa il preservativo deve confessarsi , pentirsi, impegnarsi a non usarlo più. E per Berlusconi libertà assoluta? Si, con qualche rimbrotto più o meno severo, qua e là, per la necessità, consapevole che non cambierà nulla, ma che serve a uscire da un imbarazzo che il silenzio renderebbe intollerabile per molti fedeli.
Ma non è neanche qui il centro del problema. Questo modello di vita, questi valori sono ormai socialmente diffusi, condivisi, sono diventati aspirazioni sociali. Sono particolarmente significative le interviste che vengono fatte alla gente comune. Eccone qualche brano. “Qual è il problema? Se ne avessi la possibilità lo farei anch’ io. Magari potessi”, dice un anziano signore intervistato dalla televisione. E a una signora chiedono: “Lei manderebbe sua figlia a una delle feste di Arcore?” risposta: “e perché no?”. Ancora. Chiede un giornalista a un signore: “E’ sua figlia la fidanzata di Berlusconi?” Risposta “Purtroppo no”. Che ne è stato di tanta predicazione della Chiesa sulla castità, sulle virtù, un tempo dette cardinali?
Quando gli storici leggeranno questi decenni della Chiesa probabilmente saranno molto severi nel giudicare i suoi rapporti con il potere, i silenzi che l’ hanno portata sull’ orlo dell’ abisso (si veda il problema della pedofilia, solo recentemente affrontato coraggiosamente da Benedetto XVI, ma che fa dire alla gente della strada: dalla Chiesa viene una predica morale? Con gli scheletri che hanno negli armadi!). Avranno molto da commentare gli storici: sulla Chiesa e i rapporti con i soldi (lo Ior non rappresenta certo una delle pagine più gloriose dell’ istituzione ecclesiastiche).
In questi ultimi decenni la Chiesa è scesa a compromessi, se è lecito usare questo termine, non sempre condivisi da tutta la comunità ecclesiale. Per ottenere finanziamenti (per le Scuole cattoliche, per es.), per ottenere obblighi di legge, valori difesi a colpi di normative stabilite per legge. Pura ingenuità. La Chiesa si è affermata avendo contro una forza quale l’ Impero romano basandosi sulla forza della fede, sui valori ereditati dalla Chiesa delle catacombe. Non sono stati certo i concordati, le cene con i potenti ad affermare la Chiesa, ma la forza di una fede vissuta, creduta, praticata con convinzione.
Sotto certi aspetti la Chiesa di oggi, anche se non sempre se ne rende conto, vive in una situazione drammatica. Quella che da alcuni è vissuta come una situazione di ambiguità, ha un costo alto, altissimo, rischia di distruggerla. Lo avvertono i parroci che nei paesi, in molte parrocchie, dove non sono più il centro della vita sociale, vivono il dramma della solitudine e del’ isolamento,
Quel che è più drammatico per la Chiesa è il fatto che silenzi, contiguità, compromessi hanno minato il valore, il peso, l’ autorevolezza della sua parola. Uno dei testi più belli, anche dal punto di vista letterario, di altissima importanza dal punto della fede, il prologo del Vangelo secondo San Giovanni, esordisce con queste parole: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”. La Chiesa dovrebbe chiedersi con coraggio, se necessario anche con durezza, se i comportamenti di alcuni esponenti delle gerarchie ecclesiastiche, non renda priva di significato, inascoltabile e non credibile, la parola, il verbo, fondamento, spessore, patrimonio della sua fede.
12/2/2011
DIGNITA’ NON E’ MORTA
11 03 Bettazzi lettera aperta a vescovo Negri
Venerato Confratello,
mi è stato segnalato l’articolo che Lei ha inviato al settimanale “Tempi”, confermato da un’intervista a La Stampa. Questo ha stimolato la mia antica abitudine di scrivere “lettere aperte”; avevo già respinto la tentazione di farlo con i nostri Superiori, non ritenendolo corretto, mi permetto di farlo ora con Lei, Vescovo autorevole, ma sempre a livello di responsabili – anche se io sono emerito – di diocesi comuni. Perché, per quanto giro in Italia, sento spesso la lamentela dei cristiani di fronte alla mancanza di “indignazione” – che Lei dice non essere “atteggiamento cattolico” – di noi vescovi di fronte al malcostume della politica, e non solo per gli scandali “privati”, ma anche per la moda invalsa di leggi ad personam, proposte – si dice – per difendersi da una Magistratura che esorbita dalla sue funzioni (Lei lo dice “muoversi con prepotenza”), ma che in realtà non fa che assicurare che la legge sia uguale per tutti. Anche se non poche di queste accuse vengono dimostrate serie e verosimili, dal fatto che si pensa non di difendersi da esse, ma di scavalcarle con leggi specifiche e con ben calcolate prescrizioni. Quanto all’indignazione, anche Gesù più di una volta si è indignato, e proprio contro chi utilizza la posizione pubblica a difesa dei propri interessi personali o di casta.
Ella rivendica, nella espressa difesa del Governo e del suo Presidente, l’appoggio che essi danno ai “principi non negoziabili”, quali la difesa della vita al suo inizio e al suo termine o della famiglia naturale: e questo giustificherebbe il sostegno, senza indignazione, ad un Governo che si mostra invece insensibile di fronte a quello che è il fondamentale “principio non negoziabile”, che è la solidarietà; perché se questa si esprime davanti alle vite più deboli, come sono appunto quella iniziale e quella terminale, ma, per essere convincente, deve impegnarsi anche contro tutte le vite minacciate, come sono quelle di quanti sfuggono la miseria insopportabile o la persecuzione politica, che sono invece fortemente condizionate dal nostro Governo (quante vite umane sono sparite nel nostro mare o per le imposture della Libia!). Anche per le consonanze cristiane non si è fatto nulla per favorire la vita nascente con leggi che incoraggino il matrimonio e la procreazione, come ha fatto la “laica” Francia.
Ella ribadisce che, dei politici, andrebbe valutato solo il comportamento pubblico (appunto, così contrastante dunque con il primo principio “non negoziabile”, quello della solidarietà) e non quello privato, pur così poco favorevole sia alla famiglia che alla vita nascente; ma già gli antichi ammonivano che “noblesse oblige”, cioè che chi sta in alto deve dare il buon esempio, perché esso – tanto più in quest’era mediatica – influisce sull’opinione pubblica. Ed è questo che dovrebbe preoccupare noi vescovi, cioè il diffondersi, soprattutto nei giovani, dell’opinione che quello che conta è “fare i furbi”, è riuscire in ogni modo a conquistare e difendere il proprio interesse, il bene particolare, anche a costo di compromessi, come abbiamo visto nei genitori e nei fratelli che suggerivano alle ragazze di casa di vendersi ad alto prezzo. Non solo così si diffonde l’idolatria del “fare soldi” e del “fare quello che si vuole”, che Gesù indica come la vera alternativa a Dio (“o Dio, o mammona”), ma la stessa CEI da anni, soprattutto nelle Settimane Sociali, insiste sul primato del “bene comune” come impegno specifico dei cristiani! E invece i giovani hanno poche speranze di un lavoro stabile, gli operai – soprattutto se donne – non sono difesi dai ricatti dei “padroni”, mentre gli stessi immigrati sono respinti, sfruttati, troppo spesso ricattati perché, se “in nero”, non possono protestare: giustamente Lei si richiama alla speranza che viene da Cristo, ma questa va “incarnata” nella vita concreta.
All’indignazione Ella contrappone la sofferenza, e la richiede in primo luogo per la persecuzione dei cristiani; credo che se silenzi ed esitazioni ci sono stati lo siano stati in primo luogo dal Governo, preoccupato per eventuali ricadute economiche o politiche. Ed anche la libertà dei cristiani e delle loro opere va rivendicata come uguaglianza ma senza privilegi, proprio per il compito che la Chiesa ha assunto nel Concilio di farsi promotrice di libertà e di sviluppo per tutta l’umanità.
So, caro Vescovo, che la Sua difesa del Governo interpreta il sentimento di una certa parte del mondo cattolico; credo però che essa debba tener conto delle tante contraddizioni che questo ignora – anche per la manipolazione dei media – e che rendono così sconcertata e sofferente tanta parte dello stesso mondo cattolico, proprio anche per certe presunte coperture di noi Vescovi.
Con fraterno augurio per la Sua diocesi – dei cui ho avuto compagni di scuola nel Seminario Regionale di Bologna – in particolare per la imminente Visita del S. Padre.
+ Luigi Bettazzi
Vescovo emerito di Ivrea