L’avvicendarsi del vescovo alla guida della diocesi di Torino suggerisce di fare alcune riflessioni, che vanno al di là o si fermano prima delle persone implicate nella successione della sede episcopale e che si ricollegano alla richiesta di una più ampia consultazione per la ricerca del candidato, che a suo tempo chiccodisenape aveva proposto.
In queste occasioni avanza il rischio di limitarsi alla cronaca o di incorrere nella retorica – benevole o malevole che siano. Perciò può essere giusto, forse anche doveroso, interrogarsi sulla natura e sulla qualità del rapporto del vescovo con la sua chiesa. Ogni rapporto autentico è sempre biunivoco, soprattutto in clima cristiano. Nel caso: il rapporto del vescovo con la sua chiesa, e quello della chiesa con il suo vescovo.
Per determinarlo in concreto occorre rifarsi all’ecclesiologia del Vaticano II. Con un problema non indifferente: prevale l’ecclesiologia di comunione o quella di giurisdizione? Nell’eredità che il Concilio ci ha lasciato la questione resta ancora irrisolta, non senza conseguenze rilevanti sul rapporto tra vescovo e chiesa. Con un equivoco incombente: il linguaggio ufficiale ricorre alla comunione, la prassi spesso esercita la giurisdizione.
Il Vaticano II ha ridato, giustamente, al vescovo la sua collocazione di pastore e guida della chiesa locale o particolare. Il vescovo ha quindi riacquisito, persino con enfasi, un ruolo che prima era imbrigliato nello schema piramidale e societario della chiesa postridentina; il suo raggio d’azione e il potere connesso si è così ampliato. È aumentata anche la comunione? Ad esempio: il consiglio presbiterale e quello pastorale creano di fatto una rete di relazioni che mira alla comunione e alla sinodalità locale? I vescovi hanno trovato forme di supervisione del loro operato, che non sia solo la visita ad limina dovuta a Roma? Come mai si è esaurita la spinta sinodale (e quella realizzata è stata accuratamente archiviata)?
La natura solo consultiva dei consigli presbiterale e pastorale lascia di fatto tutto nelle mani del vescovo, che può neutralizzare non solo la partecipazione ma anche le nuove intuizioni che dalla sua chiesa vengono in ordine alla vita e alla comunità cristiana e civile.
Se poi si tiene conto che la comunità è ben più vasta che i consigli rappresentativi e che la linfa cristiana scorre anche ai confini e oltre, come potrà tutto questo essere comunicato al vescovo e diventare oggetto della sua missione di discernimento e di coinvolgimento? Senza contare che nella società complessa l’ombra della relazione burocratica o funzionale incombe, per tutti e su tutti.
Sappiamo tutti – ma c’è un gran timore nel parlarne – che la nostra diocesi si avvia ad una difficilissima transizione per il venir meno di una sua secolare e (abbastanza) forte struttura presbiterale. La nostra situazione a breve assomiglierà a quella di altre contrade europee. Ma con quali sbocchi per l’evangelizzazione e la conduzione di comunità, piccole e grandi? Può il vescovo rifugiarsi solo nell’organizzazione delle unità pastorali? Può la chiesa continuare a rimandare di affrontare direttamente le questioni legate al ministero e a sue nuove possibili forme? Ne va dell’annuncio del vangelo …
Proprio questa ultima considerazione rinvia tutti alle proprie responsabilità. Certo è fondamentale la successione apostolica impersonata dal vescovo, ma ci sono anche altre successioni che riguardano presbiteri, diaconi e laici. Ci sono mansioni e compiti che solo questi possono compiere; e ci si può augurare che lo possano fare in comunione e unità con il vescovo. Tutto dovrebbe passare in ultima istanza attraverso il ministero del vescovo per vivere e significare l’unità della chiesa, come consiglia la tradizione; ma è in molti altrove che nasce la spinta evangelica, per quanto ciò resti abbastanza spesso marginale rispetto alla vita della chiesa e dei suoi organismi. Nella continuazione di ciò che abbiamo ricevuto e nell’invenzione di ciò che talvolta è necessario, la responsabilità è di tutti. Attendendo il soffio dello Spirito su ciò che non dovrebbe restare solo un serto di buone intenzioni.
Accogliere il nuovo vescovo è offrirgli questa collaborazione ampia, variegata, fantasiosa (fosse vero!) che non si può esercitare che in forme già collaudate e nuove di corresponsabilità.
il coordinamento di chiccodisenape




