È imminente un passaggio tra i più importanti della vita della diocesi torinese: l’elezione del nuovo Vescovo. La prassi vigente è quella di una nomina gerarchica che non coinvolge il popolo dei credenti nella sua ampiezza, in modo difforme sia dalla lettera sia dallo spirito della Tradizione antica e dall’ecclesiologia di comunione professata dal Vaticano II.
Infatti nella Chiesa antica si teneva conto delle attese del popolo di Dio sino a richiedere il suo assenso, mentre significativamente il Vaticano II, nella Lumen gentium, prima descrive il mistero della Chiesa (cap. I) e la sua natura di popolo di Dio (cap. II), che coinvolge tutti i credenti nel sacerdozio comune, e solo dopo delinea la natura e la funzione dell’episcopato e la costituzione gerarchica. Se si confronta tutto ciò con le procedure oggi adottate nell’elezione di colui che è chiamato a presiedere la chiesa particolare, si deve constatare che esse non corrispondono a questi principi, anzi li sostituiscono in una forma che rischia di essere solo burocratica, in ogni caso non comunionale.
Il ritorno ad una forma di incontro reale tra popolo e vescovo non è proponibile sulla falsariga di elezioni democratiche proprie delle società moderne; ugualmente però è ormai da respingere il mantenimento di una tipologia decisionale troppo simile a quelle di stampo monarchico, oligarchico, autocratico tipiche delle società pre-democratiche. Il superamento di questo tipo di processo decisionale, che estromette preti, diaconi e laici e che attua una gestione soltanto verticistica della Chiesa, è condizione per fondare il rapporto di comunione che deve legare una comunità di credenti e il suo Vescovo.
Pertanto come aderenti a chiccodisenape, nato per promuovere la partecipazione responsabile dei laici alla vita della Chiesa, chiediamo alla gerarchia e a chiunque possa aver voce sulla scelta del nuovo Vescovo che questa sia preparata da una preghiera comune e da un’ampia consultazione dei parroci, degli altri preti e dei laici nelle parrocchie, nelle associazioni e negli istituti religiosi, per fornire il profilo del nuovo pastore atteso. Chiediamo che siano i laici stessi a prendere l’iniziativa nelle diverse realtà ecclesiali in cui sono collocati, ed eventualmente suggerire anche nomi.
Da parte nostra cominciamo con esprimere la richiesta che il nuovo Vescovo sappia riconoscere la profezia e non privilegi l’istituzione, sia un pastore intenzionato a sviluppare la ricchezza del Concilio, che non identifichi la Chiesa con la gerarchia e valorizzi il ruolo dei laici, che sappia ascoltare, che sappia far crescere la comunione mediando e armonizzando le diverse istanze senza pretendere di imporre un proprio modello, che sia uomo della Parola e del dialogo con le altre fedi e confessioni e con le diverse culture.





DISSENTO COMPLETAMENTE DALLA SPIRITO E DALLA SOSTANZA DELLA LETTERA, CHE TRA L’ALTRO E’ PIENA DI INESATTTEZZE MACROSCOPICHE…
vedi risposta 1: invito alla riflessione. toni revelli
il mio cuore è profondamente rattristato nel vedere questa inutile insistenza sulla partecipazione del popolo alla vita della Chiesa intesa come decidere tutti insieme.
Mi chiedo se le nostra fede in Gesù presente sarebbe rinforzata da una maggiore (!) democrazia.
Lasciamo queste cose ai partiti politici, dove peraltro emerge chiaramente come è vano parlare di partecipazione (le primarie del PD sono un faslo mito di una mossa del popolo, tutto poi passa dai media e dalle stanze dei capipartito).
Ciò che anima la nostra fede è l’esperienza di essere amati nel popolo di Dio, non quella di far parte di una organizzazione ben oliata che sceglie i propri pastori per alzata di mano.
Affido la vostra fede e il vostro cammino alla mia preghiera.
stesso invito rivolto a Massimo: vedi invito alla riflessione, risposta 1. toni revelli
Sono sbalordito da una simile richiesta. Richiedere una consultazione per l’arcivescovo equivale a non avere alcuna fiducia nel Santo Padre. La Chiesa cattolica non è una democrazia. E l’identikit che proponete spero che sia in tutto disatteso, soprattutto nel punto sulla valorizzazione dei laici. Se valorizzazione significa che i laici devono essere consultati prima di una nomina vescovile, spero che arrivi un arcivescovo che insegni i laici ad obbedire, pregare e tacere. Che Dio protegga Torino e la sua arcidiocesi.
ho inviato una risposta a tre interventi tra cui lo suo: invito aslla riflessione; è al n. 1 delle Risposte. Toni revelli
Vi ho scoperto pochi giorni fa da un articolo del Corriere sul “nuovo vescovo”. Sono abbastanza in sintonia su quanto dite, però riferirsi troppo al passato, ad una società completamente “locale”, oggi può essere pericoloso.
I segni dei tempi! Anche la Chiesa dovrebbe tenerne molto più conto se non vuole diventare un piccolo gruppo di entusiasti, vocianti sostenitori stretti intorno ad un carismatico Capo.
Su questo, come sul resto delle vostre proposte si deve guardare la realtà.
La storia ci ha insegnato che i “buoni” sono spesso molto più pericolosi dei “cattivi”perchè non dubitano, non interrogano, non cercano umilmente di guardare alle reali, concrete conseguenze delle loro bellissime idee.
Inoltre spesso hanno voce “pubblica” (vogliono apparire “buoni”) e non hanno gravi problemi di vita: il lavoro, la famiglia, i figli, il “villaggio”…(e perciò possono permetterselo).
Coraggio comunque ed auguri di buon lavoro
un cattivo
cari amici vi segnalo il mio Contrappunto di domenica scorsa sul domenicale del sole, nel quale riprendo la vostra iniziativa. lo trovate all’indirizzo del mio blog qui sotto:
http://riccardochiaberge.blog.ilsole24ore.com/
mi permetto di segnalarvi anche la presentazione del mio libro “Lo scisma. cattolici senza papa” (Longanesi) domani, martedì 16 febbraio alle 18 al Circolo dei Lettori in via Bogino 9 a Torino, con Arrigo Levi e Franco Garelli
Amaramente constato che il Concilio Vaticano II non è riuscito a formare adulti consapevoli ed entusiasti del loro ruolo attivo dentro questa Chiesa popolo di Dio.In fondo, anche Ambrogio, è diventato vescovo di Milano per acclamazione del popolo. Quindi la vostra proposta non è poi così rivoluzionaria come può sembrare! Sarebbe ora che gli ordini di scuderia li lasciassimo a certa politica e con coraggio potessimo partecipare a momenti fondanti e importanti all’interno della nostra Chiesa.
Proprio perchè siamo alla sequela di quel Gesù di Nazareth che tanto aborriva i palazzi e ciò che avveniva al loro interno..
Che lo Spirito Santo, che è Amore,guidi e conduca a scelte condivise.
condivido la lettera che mi sembra oltretutto equilibrata,ma ferma non vedo come il tentar di ritornare anche nella scelta dei vescovi all’antico sia visto come un essere contro il Papa. mi dispice aver letto dei commenti negativi. se si conoscese meglio la storia della chiesa e i documenti del vaticano II, sove anche in quello sul sacerdozio ordinato siparla prima di popolo di DIo e di sacerdozio comune non si esperimerebbero commentio così negativi.
SIcuramnete bisognerebbe trovare un metodo che vada bene per le nostre comunià cristiane del 2000, ma bisognerebbe che tutta la chiesa italiana rivivesse maggiromente la cobìndivisione auspicata dalla Lumen Gentiun e dalla Gaudium et Spes
Buongiorno,
la Chiesa (intendo come Chiesa la gerarchia Vaticana) e’ (oggi) una monarchia assoluta teocratica, risultato dell’evoluzione di secoli di storia, e risultato del pensiero che l’uomo non e’ in grado di scegliere cosa e’ meglio per se, e nemmeno e’ in grado di giudicare chi possa essere adatto a guidarlo.
Questo nonostante la chiesa dei primi secoli non fosse affatto cosi’ e nonostante non fosse questo l’insegnamento di Gesu’.
Il bello e’ che molte persone si trovano bene all’interno di questo schema! Personalmente ognuno puo’ fare le scelte che ritiene piu’ giuste. Sempre personalmente condivido la posizione di chiccodisenape, ma non ho mai visto che chi detiene il potere lo lasci ad altri …
Si torni alle origini della Chiesa, riscopriamo gli Atti degli apostoli e ci meraviglieremo meno della richiesta del gruppo di credenti di TO. Erminia Oliva
Torino, 1° marzo 2010
Cari fratelli del Chicco di senape,
ho letto con interesse la lettera ”In attesa del vescovo che verrà” con la quale chiedete “una preghiera comune e un’ampia consultazione dei parroci, …, per fornire il profilo del nuovo pastore atteso”. In questo vi conformate alla Lumen gentium là dove dice “i laici… hanno la facoltà, anzi talora il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa” (Cap. IV, 37).
Debbo però dirvi che l’argomentazione lascia perplessi. Tentate infatti di dare una giustificazione teologica alla vostra richiesta e contestate la prassi vigente della “nomina gerarchica”, appellandovi al fatto che nella Lumen gentium “la costituzione gerarchica della Chiesa e dell’episcopato” (cap. III) viene significativamente – come scrivete – dopo “il mistero della Chiesa” (cap. I) e “il popolo di Dio” (cap. II). A parte il fatto che questo è un ordine logico di presentazione, dimenticate che il capitolo su “i laici” viene al IV posto, dopo cioè quello sulla costituzione gerarchica…, il che può essere visto come altrettanto significativo…
Dimenticate anche che il Decreto Christus Dominus afferma: “questo sacrosanto Sinodo ecumenico dichiara che il diritto di nominare e costituire i Vescovi è proprio, peculiare e per sé esclusivo della competente Autorità ecclesiastica.” (20). Ciò che non esclude certo consigli, suggerimenti, aspirazioni da parte di clero e fedeli.
La forma però che voi proponete, una consultazione per categorie (parroci, altri preti, laici nelle parrocchie, nelle associazioni e istituti religiosi), quand’anche fosse accolta, non sembra sostenibile né fattibile. Per il numero delle persone coinvolgibili, tenuto conto dell’estensione del territorio. Perché avrebbero la voce più grossa e quindi influente le associazioni e i gruppi più organizzati o consistenti, i fedeli più istruiti. Perché lascerebbe fuori i fedeli non inquadrati. Emergerebbero indicazioni discordi, forse anche contrapposte. Che si fa? Si vota? Sarebbe questa una “forma comunionale”? Se poi veniamo eventualmente ai nomi, come suggerite, è altamente improbabile che anche qui ci sia accordo su un solo nome: potrebbero saltar fuori due, tre, anche più candidature. Roma avrebbe da scegliere tra queste? Ma non ne sarebbe vincolata! La nomina dei Vescovi è sempre stato un grosso travagliato problema nella secolare storia della Chiesa, e nella vicenda si è spesso e volentieri inserito il potere civile. E anche i partiti… Peraltro esisterà sempre una tensione tra chiesa particolare (regionale o nazionale) e chiesa universale (centralizzata).
Il cenno alla “tipologia decisionale troppo simile a quelle di stampo monarchico, oligarchico, autocratico tipiche delle società pre-democratiche” è fuori luogo, anche se politicamente corretto: il cristianesimo è la religione di una comunità inserita sì nella storia ma strutturata gerarchicamente – nel vincolo della carità! Così dovrebbe essere…
Infine delineate il profilo ideale del futuro pastore: ma nel Decreto sull’Ufficio Pastorale dei Vescovi (Christus Dominus) al cap. I (4-21) e in passi vari della Lumen gentium (ad es. in 37) sono impartite disposizioni sui loro doveri pastorali che includono molte delle vostre indicazioni (alcune sono vaghe, ad es. sulla profezia). Forse che con questa finale intendete far sapere che aspettate un vescovo animato da un comportamento diverso da quello dell’attuale? Sembrerebbe… Percorre d’altronde la lettera un’aria di denuncia, venata di rivendicazioni di tipo sindacalista più che ispirata, mi sembra, a carità e speranza.
Che cosa rimane valido della lettera? La proposta di “una preghiera comune” affinché si realizzi tutto quel che sta scritto nelle costituzioni e nei decreti del Vaticano II a proposito dei doveri di pastori e laici, e il desiderio, quasi nostalgia di una maggiore comunicazione e autentico dialogo.
Scusate la lunghezza, e grazie per l’attenzione.
Con simpatia e viva cordialità
Franco Abbona
Si, si e poi..si !.
L’idea vecchia/nuova di consultare parroci, diaconi, consigli pastorali …eccetera non è da rigettare. Ogni voce sinceramente cristiana, apostolica e romana, dica la sua per la nomina di un nuovo vescovo.
Non è la fiducia nel papa che è messa in discussione, ma
nessuno conosce la propria realtà ecclesiale meglio di chi la vive e ci abita.
Una volta sentiti i pareri, illuminata dallo Spirito: la Chiesa gerarchica decida e nessuno se l’abbia a male se il nome non è quello che si sperava.
Invito alla riflessione e alla comunione di vita.
È lo scopo di questo scritto. Mi riferisco soprattutto ad alcuni “interventi critici”: da parte di Massimo, Luca e Mondello Andrea. Ho scelto una modalità di risposta “collettiva”, sia per non ripetere gli stessi argomenti nelle “repliche”, sia anche perché “replicare” non mi piace. Così, oltre il resto, ho preso più tempo per riflettere, stendere e correggere un testo che certamente non ha la pretesa dell’esaustività.
Mi pare si stia continuando a fare una certa confusione tra vita di Chiesa e vita politico-sociale. La democrazia è un modello di gestione politica delle società civili (non solo degli stati). La Chiesa è una comunità, una “comunione di vita”, che non trova riscontri nelle società citate. Nella Chiesa come in ogni società umana degna di questo nome certamente si punta alla valorizzazione della persona e dei rapporti interpersonali. Ma ben diverso è il principio ispiratore: nella società si tende ad avere giustamente il massimo consenso per l’unità sociale; ma molto spesso dobbiamo costatare la manipolazione dell’informazione e delle persone (non di rado il ricatto sulle coscienze), pur di raggiungere lo scopo.
La comunità tende invece alla piena realizzazione della persona umana e delle relazioni interpersonali fondandosi sulla Carità. Benedetto XVI ha voluto ricordarci che “Dio è Carità”, sulla scia della prima lettera a Giovanni: “Dio è Carità e chi vive nella Carità vive in Dio”. La Carità è amore divino comunicato all’uomo; il credente è chiamato ad accogliere il dono e a viverlo in modi sempre più fedeli ed efficaci.
È questo che vogliamo proporre alla nostra Diocesi: vivere finalmente la Carità di Cristo, in una piena comunione di pensiero e di azione. La comunione di vita promuove la piena libertà e responsabilità, che sono insieme “dono”, “vocazione” e “responsabilità” che il Signore affida a tutti, “presbiteri” o “laici”. Proprio per questo la prima e più insistente richiesta che abbiamo espresso è la preghiera, personale e comunitaria. Nella Comunità non è sufficiente un generico “volersi bene”: Gesù ci ha detto “amatevi come io vi ho amato”.
L’evangelista Luca ci invita a superare nella Carità le possibili divisioni: lo fa rimarcando decisamente la differenza tra “potere” (vocazione al servizio, soprattutto nella comunità ecclesiale) e “dominio” (per cui non vi è posto nella Chiesa): “Nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare il più grande. Egli disse: I re delle nazioni le dominano e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così, ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane e chi governa come colui che serve. Infatti, chi è più grande: chi è a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sono venuto in mezzo a voi come colui che serve”. Mi pare di poter ravvisare nell’inciso “sono chiamati benefattori” un’ironia non indifferente, vera denuncia dell’ipocrisia del potere che si fa dominio.
Nella comunità ecclesiale nessuno è “superiore”, nessuno è chiamato a “comandare”. Tutti siamo chiamati a camminare sostenendoci l’un l’altro, per essere insieme “liberi e fedeli in Cristo”. Qualcuno si augura anche che arrivi un Vescovo che “ci metta in riga”. Ho sorriso un po’ di fronte a quell’espressione, ripensando ai miei 53 anni di vita presbiterale. Nato in tempi in cui “obbedienza” faceva parte di un triste trinomio (“credere, obbedire, combattere”), ho sperimentato una Obbedienza che nulla aveva a che fare con quel trinomio, troppo chiaramente evocato, forse senza accorgersene, dall’autore di quell’auspicio. Obbedienza è sempre consistita in un rapporto di chiarezza e sincerità, in un rapporto reciproco di stima, confidenza, chiarezza, ma soprattutto nella Carità. Certi atteggiamenti troppo ossequiosi rischiano di trasformarsi in una fonte di equivoci e di inganni (come certe dichiarazioni che scaricano ogni responsabilità sui superiori: diventano troppo facili pretesti per defilarsi dalle proprie responsabilità). I Vescovi stessi, dal Card. Fossati che mi ha ordinato, fino al Card. Poletto, mi hanno sempre chiesto questo tipo di obbedienza: collaborazione leale e franca, frutto di sincerità e di amore. Questo spero di poter realizzare anche con il futuro Vescovo; cominciando, con gli amici del gruppo ecclesiale Chicco di senape, dalla preghiera per il nuovo Vescovo, in comunione già sin d’ora, con il nuovo Vescovo. Ancora una volta: Comunione significa piena condivisione, nell’aiuto reciproco a cercare le soluzioni migliori e le migliori testimonianze, non supina connivenza. Ma questo non riguarda solo i “chierici”: è tutto il popolo di Dio (e quindi anche i “laici”) che è chiamato a questo rapporto. S. Agostino ricordava ai cristiani a lui affidati: “Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano”.
Un’ultima notazione, che riguarda soprattutto la perentorietà di certi toni. Una grande verità, da non dimenticare mai: “Quando manca la forza della ragione, si ricorre alle ragioni della forza”. Forse anche soltanto la “forza” verbale. Ma intanto si dimostra una cosa sola: quando si sente il bisogno di usare “toni forti”, parole urlate (scrivere tutto in maiuscolo, nel linguaggio solito degli scritti, mail comprese, significa proprio urlare). Ogni volta che, nei dialoghi diretti, in confronti anche appassionati nei gruppi di fede, trovo qualcuno che alza la voce, credo di poter concludere subito ricorrendo a quel detto. Più si urla più si dimostra la debolezza e povertà delle proprie convinzioni.
Con la più cordiale fraternità. Toni Revelli, prete
Mi sembra che la Sua replica sia una mezza marcia indietro: nessuno nega che sia necessario pregare per il nuovo arcivescovo, ma la proposta qui sopra pretende di indicare i nomi. Pregare significa l’esatto opposto: affidarsi al Signore perché l’arcivescovo sia come vuole Lui, non indicare nomi perché sia come vogliamo noi. Sono anche lieto che anche Lei percepisca che la democrazia (di cui vediamo oggi i molti limiti) non è una modalità di governo della Chiesa. Nella Chiesa può esserci dialogo, ma non un diritto di voto uguale per tutti o strane consultazioni. Anzi ci sono occasioni in cui è giusto tacere.
L’obbedienza vera, nell’ambito di una collaborazione leale e franca, non è servilismo, ma non implica neppure un appiattimento della gerarchia. Un giorno un sacerdote dell’arcidiocesi mi raccontò di quando in gioventù un suo superiore gli vietò di vedere un film di Ermanno Olmi. Pur non condividendo quel divieto ancora oggi il film non l’ha visto e non se n’è mai pentito. Obbedire vuol dire anche riconoscere che la saggezza della Chiesa è quasi tutta fuori dalla nostra testa.
purtroppo ognuno capisce quello che può o quello che vuole. Pregare e proporre in un dialogo animato dalla carità sono (come Lumen Gentium insegna), vera partecipazione alla vita di Chiesa. Nè “democrazia” si riduce a “strane consultazioni”. E strane consultazioni non sono quelle che nascono dalla fraternità condivisa in una Chiesa dove ognuno è chiamato a essere a servixio dei singoli e della comunità. Senza spirito di potere, contrariamente a coloro che “dominano le nazioni e si fanno chiamare benefattori” (Luca 24 non vale solo per le “nazioni”, ma è parola rivolta ai primi responsabili dell’annuncio di Cristo, perchè, vivendola in prima persona – senza pretendere di sapere “chi tra loro fosse il più grande” – possano trasmetterlo a coloro che continueranno la loro opera). Finchè non ci libereremo dagli schemi della distribuzione e dell’esercizio del potere da cui siamo dominati, non capiremo mai nulla dell’essere Chiesa di Cristo. E nella Chiesa “serivre” significa anzitutto “convertirci alla volontà di Dio” che ci ha scelti non come membri passivi, ma membra vive di un Corpo vivo. don toni revelli
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